Gli occhi sulla bussola. Le caratteristiche dell'accompagnatore

Inserito in NPG annata 2019.

Pedagogia dell'accompagnamento educativo /2

Raffaele Mantegazza


(NPG 2019-07-64)

… con ambo le braccia mi prese;
e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,
rimontò per la via onde discese
Dante, Inferno, XIX, 124-126

Protegge, guida, lascia andare avanti, richiama indietro; scosta i sassi sulla via, ne posiziona alcuni dove non ve ne sono, scava buche, ne riempie, ne riscava; consola chi è stanco, incita i pigri, rallenta i troppo audaci; conosce la strada ma finge di non conoscerla, si è perso ma finge di conoscere la via: è l’accompagnatore educativo.
Ruolo difficile, che tocca nel profondo chi lo ricopre, che lo colpisce in profondità emotive che spesso nemmeno sapeva di possedere, ruolo che richiede il massimo delle competenze tecniche, relazionali, emotive. Professione impossibile, come la definiva Freud: “sembra quasi che quella dell’analizzare sia la terza di quelle professioni ‘impossibili’ il cui esito insoddisfacente è scontato in anticipo. Le altre due, note da tempo, sono quella dell’educare e del governare”[1]. Ruolo che richiede distanziamento, attimi di distacco, di completo riposo, coinvolgimento misurato, distanza calda; ruolo che ogni giorno è differente eppure ha bisogno di costanti per non smarrirsi nelle relazioni che di volta in volta cambiano protagonisti.
Educare è difficile, al punto che da qualche anno capita di incontrare educatori che non vogliono essere tali. “Io non posso educare nessuno”, “io non ho nulla da insegnare”: affermazioni che sembrerebbero manifestare umiltà ma che invece sono il segno della resa, della dismissione di un ruolo, come se un medico dicesse che non può curare nessuno o un politico affermasse di non avere nessun progetto da portare a termine per il bene dei cittadini. Affermazioni anche un po’ vili, perché portano alla dismissione della responsabilità, all’abbandono degli educandi, che saggiamente se ne vanno da un’altra parte.
La prima caratteristica dell’accompagnatore è la sicurezza; una sicurezza mai al riparo dal dubbio, che spesso si trasforma nella sicurezza di avere dubbi, ma che non può mai sfociare negli opposti estremismi dell’arroganza e del totale nichilismo. L’educatore deve mostrare sicurezza anche quando è insicuro, perché il suo ruolo prevede che conosca la strada o, se si è perso, conosca il modo per ritrovarla. Nessun relativismo alla moda potrà mai convincerci che esiste perfetta simmetria tra educatore ed educando, tra accompagnatore e accompagnato: in questo caso basterebbe parlare di amicizia senza scomodare l’educazione (“educazione” è forse uno dei termini della lingua italiana maggiormente abusato, o usato in modo scorretto). E ovviamente la prima sicurezza dell’educatore è che di fianco a sé, da qualche parte, ha un collega che può aiutarlo e dal quale può imparare. Dovrebbe essere vietato svolgere il ruolo educativo da soli; se vogliamo che educare sia insegnare a condividere la prima cosa da condividere è la nostra attività educativa, liberandoci da ogni protagonismo, narcisismo, senso di superiorità.
Ogni inversione del rapporto pedagogico, che non sia in qualche modo prevista come strumento educativo, lascia nelle mani degli educandi una responsabilità che non compete loro: ovviamente l’educatore sa imparare anche dai propri allievi, ma non chiede ai propri allievi di diventare guide; li lascia guidare, ma è chiaro che in quel momento è comunque lui a decidere. L’educatore non è sempre il decisore, ma è sempre colui che decide chi decide.
Il che significa che l’accompagnatore sa prima di tutto imparare dai propri errori. Il che non è letteralmente possibile se nei confronti dell’errore egli mette in atto quella specie di caccia senza pietà che consiste nello scovare l’errore e punire chi l’ha commesso. Se l’educatore sbaglia non sempre se ne rende conto e a volte se ne accorge troppo tardi; è anche per questo motivo che abbiamo parlato della necessità del lavoro in team o perlomeno a coppie, una situazione nella quale uno dei due educatori osserva l’altro e al termine dell’attività, in privato o in team, gli fa notare sia gli aspetti e i momenti positivi, sia le sbavature e ciò che occorre migliorare. Il lavoro educativo dovrebbe prevedere sempre una supervisione in diretta, il che tra l’altro permetterebbe di capire che il lavoro dell’educatore non consiste solamente in un fare ma anche in un osservare, uno stare distanti, un non fare.
Che fare quando un ghiacciaio sbarra la strada al gruppo di ragazzi che si sta guidando? Osare l’attraversamento oppure tornare indietro? L’accompagnatore ha l’indubbio compito di proteggere i propri ragazzi, ma quando si passa dalla protezione all’iperprotettività? È curioso che in un paese nel quale si è arrivati a proporre che i ragazzi di III media escano da scuola accompagnati fino alle mani dei genitori, poi si lascino soli gli stessi ragazzi per sette ore davanti a uno schermo, che costituisce il pericolo maggiore in cui possa incorrere oggi un adolescente. Daniele Novara ha più volte sottolineato la differenza tra rischio e pericolo: i pericoli sono da evitare e chi mette in pericolo un ragazzo commette un atto immorale e spesso anche un reato; il rischio è un pericolo calcolato, e non è eliminabile dalla sfera della nostra esistenza. L’educazione deve evitare i pericoli ma non può fare a meno di affrontare i rischi, anzi a volte li deve addirittura provocare e inventare. Ad essere protettiva è la relazione educativa, che rafforza e a volte sostituisce il gesto concreto dell’educatore; proteggere significa far sapere che ci siamo, anche se a volte la nostra presenza sarà ignorata. Con gli adolescenti questa dinamica è tipica, ed è fondamentale per la guida saper reggere psicologicamente all’apparente distacco del ragazzo e al fatto che egli sembra ignorare la nostra presenza.
Perché la guida non conosce solamente la strada, ma sa che la strada la si impara da soli e che ciascuno la impara a modo suo. Occorre dunque saper trovare un equilibrio tra il direzionare e il lasciar fare. Riferendosi ai due mitici mostri Scilla “colei che risucchia” e Cariddi “colei che dilania”, che personificavano i gorghi che minacciavano i marinai nello stretto di Messina, Freud sottolinea questo dilemma in modo estremamente efficace. “L’educazione deve (…) cercare una via tra la Scilla del lasciar fare e la Cariddi del divieto frustrante. Ammesso che il compito non sia comunque insolubile, dev’essere trovato un otpimum per l’educazione in modo che essa possa ottenere il massimo e nuocere il minimo”[2]. Dunque l’educatore sa fingere di perdersi per poi capire se l’educando sa ritrovare la strada come accade nella famosa pagina dell’Emilio di Rousseau nella quale l’educatore finge di essersi perduto: “molto accaldati, molto stanchi, molto affamati, con le nostre corse non facciamo altro che smarrirci sempre di più. (…) Emilio (…) non delibera, piange; non sa che ci troviamo alla porta di Montmorency, e che un semplice bosco ceduo ce lo nasconde”[3]. Dopo avere pianto il ragazzo, con l’aiuto della guida, cerca di capire dove si trova, riepiloga le proprie nozioni di orientamento (si badi bene: l’educatore non avrebbe mai fatto finta di perdersi se non avesse fornito precedentemente ad Emilio queste nozioni), e infine ritrova la strada: “Ora state certi che non dimenticherà per tutta la vita la lezione di quel giorno”[4].
L’educatore ha dunque sempre un occhio sulla bussola, anche se non si fa scorgere mentre la osserva. Ma dov’è il nord? Dove punta l’educatore, dove guida il proprio allievo? Se l’educazione è una tecnica, allora occorre capire perché e a che cosa si educa, sapendo che anche il saper operare un paziente è una tecnica ma è usata in modo diverso da un chirurgo coscienzioso e da un trafficante di organi, e la differenza non è affatto nella competenza tecnica.
Il nazista che addestrava i ragazzi all’odio antisemita era tecnicamente un buon educatore (purtroppo), ma ovviamente la sua bussola puntava su un Nord tragico e assassino; l’idraulico chiamato ad Auschwitz a riparare le docce dalle quali fuoriusciva il gas Zyklon B poteva essere tecnicamente un eccellente professionista, ma la scelta tra il sabotare le docce e il ripararle era morale e politica. Questo vale anche per l’educatore, per il quale la parola politica purtroppo potrebbe risultare caricata di tutta la patina negativa che soprattutto in Italia le è stata depositata sopra. Ma in realtà “politica” significa sostanzialmente “idea di una polis”, ovvero rappresentazione anticipata di un modello sociale, di un modo di convivenza, rispetto al quale l’educazione come tecnica resta uno strumento, per quanto importante e in alcuni casi fondamentale.
Difficile il ruolo dell’accompagnatore, perché questo Nord non deve mai irrigidirsi in dogma, perché occorre sempre saper rendere flessibili i percorsi ma anche sapere che una meta esiste, non si cammina in circolo nell’educazione, ma al contempo occorre sapere che se la linea retta è il modo più breve per collegare due punti non è quasi mai il modo più educativo. Anche se al secondo punto occorre arrivarci.
Sappiamo dove stiamo accompagnando i nostri ragazzi? Abbiamo gli occhi fissi sulla bussola e l’immaginazione già alla meta? Crediamo ancora che una meta esista? Nessun educatore può evitare, prima o poi, di porsi queste difficili domande.


NOTE

[1] Sigmund Freud, Analisi terminabile e interminabile, Torino, Bollati Boringhieri, 1977, pag. 64
[2] Sigmund Freud, Introduzione alla psicoanalisi. Prima e seconda serie di lezioni, Torino, Bollati Boringhieri, 1978, pag. 545.
[3] Jean Jacques Rousseau, Emilio, o dell’educazione,Brescia, La Scuola, 1973, pag. 221
[4] Ivi, pag. 223