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    Salomone: sapienza, donne, potere


    Pg e Arte / Storia “artistica” della salvezza

    Maria Rattà

    (NPG 2019-08-76)


    La storia di Salomone si intreccia fortemente con quella delle donne che attraversano la sua vita, a cominciare dalla madre Betsabea. Già protagonista della vicenda di Davide, ella rientra in scena come personaggio determinante: è grazie al suo intervento che Salomone riesce a conquistare il trono nonostante la congiura di Adonia, il figlio di un’altra delle mogli del Re. L’arte si muove qui fra implacabile realismo e beffarda ironia: Davide è molto spesso presentato nella nuda verità di un uomo ormai “decrepito”, che fatica addirittura a sollevarsi sul proprio letto (così lo presentano Arent de Gelder e Frederick Goodall, pp. 7-8), e la sua nuova schiava, la giovane e affascinante Abisag (parte integrante della congiura) non diventa la sua amante e per alcuni artisti pare semplicemente incaricata di sorreggere “fisicamente” questo anziano personaggio. A volte ella quasi lo impaurisce, e spaventato lo presenta Pedro Américo, in una tela in cui alla sensualità dell’avvenente Abisag – che per nulla intimorita lancia sguardi ammalianti al Re, mentre sta per abbracciarlo – fa da contrapposto il viso del vecchio Davide, carico più di apprensione e timore che di passione. Il Re sembra avere occhi solo per Betsabea, come ben sottolinea la tela di Govaert Flinck (p. 6): Abisag è presente, ma la sua è una presenza quasi irrilevante per Davide, che con la mano destra la invita ad arretrare, mentre gli occhi sono puntati sulla sposa, china davanti a lui. Qui il sovrano sembra ancora conservare un po’ delle proprie energie, mentre vecchio, debole e allettato lo ritroviamo nel momento del vero e proprio passaggio di consegne tra lui e il figlio (p. 15), sebbene gli artisti non manchino a volte di sottolineare la forza del suo potere attraverso la presenza delle classiche insegne regali: scettro, corona, spada. In alcuni casi Davide è ancora in grado di rimanere seduto e di impartire delle vere e proprie “lezioni” di governo a Salomone, così come si vede nella miniatura della Winchester Bible del XII sec. e nella vetrata disegnata da Edward Burne-Jones per la Trinity Church di Boston (p. 14; 17).

    Giunto al potere Salomone, le donne mantengono sempre un ruolo di spicco con la loro capacità seduttiva e quel fascino in grado anche di mutare il corso della storia. Inizialmente ci sono le due prostitute al centro di un difficile caso “giudiziario”, attraverso la cui soluzione sarà pubblicamente rivelata la saggezza del Re: portano dinanzi al sovrano due bambini, di cui uno è morto, soffocato dalla stessa madre che ci si è stesa sopra nel sonno. Quel che agli occhi moderni potrebbe apparire come un fatto di cronaca nera fra le pareti domestiche, nell’antichità era, purtroppo, una triste realtà, piuttosto frequente. E con grande realismo Nicolas Poussin (p. 30) presenta un corpicino morto, avvolto dal colore tipico della cianosi, e mostra senza filtri la rabbia della falsa madre, ovvero della mamma del bimbo deceduto (che ella tiene col braccio sinistro): attraverso la forte espressione del volto e il gesto del braccio libero ella trasmette all’osservatore tutta la propria angoscia e il proprio dolore. Sta urlando, piena di disperazione e collera, contro la vera madre.
    È sottilissima la scelta cromatica di Rubens (p. 29), che si affida ai colori delle vesti per far interpretare correttamente il quadro: la vera madre veste infatti di giallo, ossia del colore che fin dal Medioevo connotava le prostitute, mentre la falsa madre indossa un vestito bianco ghiaccio. Colei che non mente sul bambino è colei che non nasconde nemmeno la propria condizione di donna di strada.
    A questo punto, irrompe sulla scena un’altra donna: la Regina di Saba, che avendo sentito parlare della grande sapienza salomonica decide di accertarsene di persona. Scena teologicamente considerata l’anticipazione dell’Adorazione dei Magi, sul piano artistico essa si carica di ulteriori significati, come quello della riconciliazione fra la Chiesa d’Occidente e d’Oriente, avvenuta nel corso del Concilio di Ferrara-Firenze del 1439. E proprio Firenze ospita, nella Porta del Paradiso del Battistero, una formella di Ghiberti (p. 46) che ritrae l’incontro tra il Re la Regina. È una scena solenne, in cui la stretta di mano fra i due protagonisti sembra finalmente sancire una pace a lungo agognata, un’armonia persa e ritrovata. E altrettanto solenni sono le opere di Benedetto Antelami (p. 43) e di Piero della Francesca: quest’ultimo inserisce l’episodio all’interno delle “Storie della Vera Croce” (p. 44), riprendendo un racconto contenuto nella Legenda Aurea di Jacopo da Varazze. In Veronese (p. 62) la tela diventa invece il mezzo per parlare, assieme ad altre opere, di un preciso programma iconografico, delle virtù con cui un futuro re avrebbe dovuto governare. È il 1582 e la tela viene commissionata da Carlo Emanuele I di Savoia, all’epoca Principe di Piemonte.
    Ancora donne, infine, nelle ultime fasi della vita di Salomone. Qui il Re si macchia di un vero e proprio “alto” tradimento: quello verso Dio. È il rinnegamento che gli costerà la perdita del regno dopo la sua morte. Circondato da molte spose e concubine – tante delle quali straniere –, egli si lascia talmente tanto circuire da darsi all’adorazione delle loro divinità, facendo di Gerusalemme un vero e proprio “Pantheon” di dei pagani. Le tele (pp. 72-74) ritraggono un uomo completamente in balia di questi personaggi femminili, che sfoggiando le loro arti seduttive finiscono con l’avere un totale potere su questo re che all’inizio si era presentato sotto un’altra luce, intento a chiedere a Dio solo il prezioso dono della saggezza (pp. 21-22). Una saggezza persa, però, inseguendo ciò che aveva inizialmente rifiutato – le ricchezze –, assieme al potere… e alle donne, fautrici ora di successo ora di rovina, in questa storia affascinante e ricca di colpi di scena.



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