Capitolo 2

Meglio prevenire che reprimere

Pietro Braido

 

Dopo l’imprevista e traumatica esperienza della rivoluzione francese, seguita dal non meno radicale sovvertimento dell’ordine antico causato da Napoleone Bonaparte (1769-1821), l’Europa sembra quasi ossessionata, più che in qualsiasi altro tempo, dall’idea "preventiva". Essa è accompagnata da progetti "restaurativi" con differenti accentuazioni secondo le mentalità e le culture.

In vasti strati conservatori, o addirittura retrivi, restaurazione e prevenzione sono motivate da paura e caratterizzate da non poche inflessioni repressive. È paura dei nuovi rivoluzionari, delle sètte, delle società segrete, del "liberalismo" (libertà di stampa, di associazione, dei culti...). È, inoltre, diffidenza nei confronti di nuove iniziative educative ritenute sovvertitrici; sono considerati una minaccia al principio di autorità in quanto precocemente rivolte a educare la razionalità e l’indipendenza dalla famiglia e dalla Chiesa: i nuovi metodi, il mutuo insegnamento, la scuola popolare, gli asili infantili (J. de Maistre, Monaldo Leopardi, Clemente Solaro della Margherita...). Si insiste sulla vigilanza rigorosa, la censura preventiva, le "missioni popolari" per riconquistare le masse e moralizzarle mediante la religione, la prevenzione dall’ozio, dal libertinaggio.

Invece, tra i moderati o disponibili, si tende a ricuperare, insieme a ciò che si ritiene valido dell’ordine antico (l’istruzione e la pratica religiosa, i tradizionali valori morali), anche il nuovo: la diffusione dei "lumi" del sapere, la graduale estensione alle classi popolari della scuola elementare e artigiana, la rivalutazione del lavoro e della solidarietà sociale, l’adozione di metodi più giusti e umani nel modo di affrontare i cronici mali sociali della povertà e della delinquenza, lo sviluppo delle "opere" caritative e di mutuo soccorso, la diffusione dei buoni libri, l’istituzione di biblioteche popolari, ecc.

In questo contesto si ha una più sistematica affermazione del "principio preventivo", fino all’esplicita traduzione nella formula "sistema preventivo" passata poi alla storia. Essa porta inconfondibili i caratteri del secolo. Infatti, pur differentemente accentuata, essa sorge nel clima della "restaurazione", rispecchiandone i caratteri e la policromia degli schieramenti. Vi si possono aggregare sia nostalgici dell’ancien régimee legittimisti, pur consapevoli dell’impossibilità di un puro ritorno al passato, sia moderati disponibili al nuovo, aperti in qualche modo alla "modernità", sia detentori di progetti più coraggiosi. Poullet, Laurentie, Pavoni, Champagnat, Aporti, Rosmini, Dupanloup, don Bosco e molti altri possono legittimamente venir associati genericamente al "sistema preventivo"; ma condizioni reali, mentalità, obiettivi, disponibilità conferiscono alle medesime visioni o esperienze di base accentuazioni e tratti notevolmente differenti.

È la stessa ambiguità o ambivalenza di quella "inquietudine preventiva" che sembra percorrere l’intero secolo in tempi e prospettive dissimili. Sembra condividerla anche don Bosco, sia a livello culturale e politico sia, in forme più sfumate, in campo pastorale e educativo. La evidenziava in termini complementari sia nella Storia ecclesiastica (1845) sia nella Storia d’Italia (1855).

"D. Da chi fu suscitata la persecuzione Francese? R. Le società segrete, alcuni fanatici chiamati illuminati, uniti ai filosofi colla pretensione di voler riformare il mondo, producendo in tutti l’eguaglianza e libertà, suscitarono una persecuzione che cominciando dal 1790 durò dieci anni, e fu causa dello spargimento di molto sangue"1. "Nello spazio di quasi cinquant’anni vi fu una compiuta pace nella Italia e quasi in tutto il rimanente dell’Europa; la qual cosa diè campo a molti valenti ingegni di arricchire le scienze e le arti di molte utili cognizioni, ma lasciò anche tutto l’agio alle società secrete di effettuare i loro progetti. Queste società secrete sono generalmente conosciute sotto al nome di Carbonari, Franchi-muratori (Franchs-machons), Giacobini, Illuminati, e presero varii nomi nei varii tempi, ma tutte concordano nel fine. Mirano a rovesciare la società presente, della quale sono malcontente, perché non vi trovano un pasto conveniente alla loro ambizione, né libertà per isfogare le loro passioni. Per rovinare la società si travagliano a schiantare ogni religione ed ogni idea morale dal cuore degli uomini, e ad abbattere ogni autorità religiosa e civile, cioè il Pontificato Romano ed i troni (...). Molti si lasciarono facilmente indurre a dare il nome a codeste società, perché nei primi gradi non si rivela l’iniquità del fine, e si parla solo di fratellanza, di filantropia e simili (...). La classe media, ossia la borghese, fu quella che cominciò la rivoluzione servendosi della plebe, e la plebe alla sua volta la volle proseguire e diventar sovrana, come in fatti diventò, ed allora trasse al patibolo a centinaia quegli stessi borghesi che avevano condannato a morte i preti ed i nobili. Per la rivoluzione ciò che stava sopra la società andò sotto, e ciò che stava sotto venne sopra, e così regnò l’anarchia della plebaglia. Le società secrete che avevano fatta la rivoluzione in Francia già si erano introdotte in Italia, dove si spargevano le seducenti idee di libertà, di eguaglianza e di riforme"2.

Come emerge dall’intero discorso, non tutto nel secolo dei lumi è considerato negativo; anzi, nella sua parte più sana e significativa esso "diè campo a molti valenti ingegni di arricchire le scienze e le arti di molte utili cognizioni": un enorme contributo di novità che troverà collocazione ideale ed effettiva tra gli elementi positivi del sistema preventivo, insieme a moderate istanze di razionalità (intesa piuttosto come ragionevolezza), di libertà, fraternità e umanità (contenuti della filantropia e dell’umanitarismo conciliabili con la verità cristiana).

Nel corso del secolo XIX il fenomeno globale della "inquietudine preventiva" si esprime soprattutto a cinque livelli: politico, sociale, giuridico-penale assistenziale, scolastico-educativo, religioso.

  1. Prevenzione politica

Il "principio preventivo" ispira i partecipanti al Congresso di Vienna, riuniti a ridisegnare la carta politica dell’Europa dopo la bufera napoleonica, con la mira di restaurare l’antico, conservando quanto di positivo o di ineliminabile avevano portato le nuove idee e i tempi nuovi. In linea generale, comunque, andavano riaffermati nella sostanza i tradizionali principi religiosi e morali: il concetto religioso e austeramente paterno dell’autorità a tutti i livelli: ecclesiastico, civile, familiare; l’osservanza delle leggi e l’obbedienza come fattore di equilibrio nei rapporti interpersonali; il "benessere" e la "felicità" dei popoli presi in cura da un’amministrazione statale equa e solida, garantita da un centro forte; la differente attribuzione di responsabilità e di poteri secondo il diverso prestigio sociale, spirituale, economico; la forza di rigenerazione sociale espressa dal Cristianesimo. Tuttavia, accanto a orientamenti assolutistici e realtà repressive, sono presenti pure forti istanze innovative: l’Inghilterra e la Francia, seguite dalla Norvegia, dai Paesi Bassi e da alcuni stati tedeschi, fanno sentire su questo un notevole peso. La restaurazione dei poteri legittimi non significava ritornare al passato puro e semplice, dichiarava lo scaltro rappresentante della Francia a Vienna, Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord. "Oggi - precisava - l’opinione universale (e si tenterebbe invano di indebolirla), è che i governi esistono unicamente per i popoli (...), e che il potere legittimo è quello che può meglio assicurare la loro felicità e la loro pace (...) Né ridonda meno all’interesse del sovrano che a quello dei sudditi costituire il potere, in modo (...) che tutti i motivi di timore, che esso può ispirare, siano evitati"3. Analogo era il convincimento di Pio VII nel 1816 a proposito della riorganizzazione amministrativa delle Provincie dello Stato Pontificio recentemente "ricuperate".

"Si è reso in esse quasi impossibile il ritorno all’antico ordine di cose. Nuove abitudini surrogate alle antiche, nuove opinioni invalse, e diffuse quasi universalmente nei diversi oggetti di Amministrazione e di Pubblica Economia, nuovi lumi, che sull’esempio di altre Nazioni d’Europa si sono pure acquistati, esigono indispensabilmente l’adozione nelle dette Provincie di un nuovo sistema più adatto alla presente condizione degli abitanti, resa tanto diversa da quella di prima"4.

Una maggior certezza di ordine e di equilibrio in avvenire vollero garantire alcuni protagonisti a Vienna col patto della Santa Alleanza, stipulato il 26 settembre 1815 dai sovrani di Russia, Austria e Prussia. Essa si ispirava a principi cristiani - espressi dalle tre confessioni, ortodossa, cattolica, luterana - e mirava a stabilire legami di "fraternità" tra i firmatari e legami di "paternità" tra essi e i rispettivi popoli, in modo da assicurare stabilità e pace all’Europa. I primi due articoli costituiscono una sintesi di "sistema preventivo" in chiave politico-religiosa.

"Art. 1. Conformemente alle parole delle Sante Scritture, le quali comandano a tutti gli uomini di riguardarsi come fratelli, i tre monarchi contraenti rimarranno uniti con legami di vera e indissolubile fratellanza, e considerandosi come compatrioti in qualunque occasione ed in qualunque luogo si presteranno assistenza, aiuto e soccorso; e considerandosi verso i loro sudditi ed eserciti come padri di famiglia, li guideranno nello stesso spirito di fratellanza, da cui sono animati per proteggere la religione, la pace e la giustizia.

Art. 2. Di conseguenza, il solo principio in vigore, sia fra i detti governi, sia fra i loro sudditi, sarà quello di rendersi reciprocamente servizio, di manifestarsi con una benevolenza inalterabile le scambievoli affezionida cui devono essere animati, di considerarsi tutti come membri di una medesima nazione cristiana, riguardandosi i tre Principi alleati, essi stessi, come delegati della Provvidenza a governare tre rami di una stessa famiglia, ossia l’Austria, la Prussia, la Russia, dichiarando così che la nazione cristiana, di cui Essi e i loro popoli fanno parte, non ha realmente altro sovrano se non quello a cui solo appartiene in proprietà il potere, perché in lui solo si trovano i tesori dell’amore, della scienza e della sapienza infinita, cioè a dire Dio, il nostro Divin Salvatore Gesù Cristo, il Verbo dell’Altissimo, la Parola di vita"5.

Un dibattito politico sull’alternativa repressione e prevenzione si svolse a livello europeo - in condizioni culturali e sociali profondamente mutate - nella seconda metà del secolo, in seguito alla nascita dell’Internazionale socialista (Londra 1864). Si formarono due fronti, piuttosto mobili: uno di tendenza "liberale", prevalente in Inghilterra, Austria e Italia; l’altro più rigido in Francia, Spagna, Prussia e Russia.

Il ministro degli esteri italiano, Visconti Venosta, sosteneva che contro gli aderenti all’Internazionale "bastava la vigilanza del governo a rendere impotenti le mene degli agitatori, a sventare gli intrighi ed a premunire il paese da così gravi pericoli. Si potevano usare misure preventive nei confronti della diffusione delle dottrine perniciose che minacciano all’Europa una nuova barbarie", ma tali misure dovevano essere "compatibili colle nostre istituzioni e coi nostri costumi". Invece, la Spagna, col ministro Práxedes Mateo Sagasta, sebbene liberale, metteva fuori legge l’Internazionale. La Francia faceva altrettanto con la legge 13/14 marzo 1872. Il ministro degli esteri francese, François Rémusat, giudicava convenienti "le misure preventive, cioè considerare delitto il fatto solo di appartenere all’Internazionale". Si mostrava, dunque, più "repressivo" del governo italiano.

"Ancora una volta, il governo di Roma mostrò di inchinare sostanzialmente verso il lasciar fare all’inglese e non verso le misure di rigore preventivo e generale: e dapprima il ministro del l’Interno Lanza, e successivamente il Guardasigilli De Falco, fecero presente al loro collega degli Esteri l’impossibilità di dar seguito alle richieste spagnola e francese (...). L’animo dei politici di Roma era d’assai più vicino all’atteggiamento del Granville e del Gladstone, prettamente, profondamente liberale, tutto imbevuto di quel che, in fatto di politica interna, poteva bene essere considerato il principio informatore del liberalismo inglese e quindi europeo, il principio, cioè, del reprimere e non del prevenire. Lo dovevano proclamare apertamente, più tardi, due uomini della Sinistra, il Cairoli e, soprattutto, lo Zanardelli, anche contraddicendo al Crispi, che, futuro zelatore del governo forte, già reclamava il prevenire; ma in quei giorni del ‘71-’72, almeno, fu pure il principio a cui si ispirarono gli uomini della Destra"6.

Nel Discorso pronunciato in Pavia...il 15 ottobre 1878 il ministro B. Cairoli diceva: "L’autorità governativa invigili perché l’ordine pubblico non sia turbato; sia inesorabile nel reprimere, non arbitraria col prevenire"7. Giuseppe Zanardelli ne condivideva la posizione politica8. Francesco Crispi, il 5 dicembre 1878, dichiarava: "L’autorità politica ha il diritto di prevenire, come l’autorità giudiziaria ha il diritto di reprimere i reati"; precisava, sottintendendo una certa discrezionalità "autoritaria" del governo nell’esercitare l’opera di prevenzione: essa "consiste in un complesso di atti di prudenza; in molti provvedimenti cauti, sicuri e morali, mercé cui il Governo mantiene la pace pubblica senza cadere nell’arbitrio. È difficile esercitarla. Chi l’esercita, non solo dev’essere preveggente, ma deve avere un gran sentimento di giustizia, ed una grandissima moralità"9.

È curioso che al ministro Crispi, in febbraio 1878, don Bosco aveva inviato e al successore nel ministero degli interni, Zanardelli, in luglio aveva manifestato l’intenzione di inviare il suo promemoria su Il sistema preventivo nella educazione della gioventù10. Non è facile immaginare l’impatto che l’uso "pedagogico" dei termini "preventivo" e "repressivo" poté aver avuto su due uomini abituati a trattarli in antitetico senso "politico"11.

In base ai lavori preparatori di due commissioni, una tedesca e l’altra austriaca, dal 7 al 29 novembre 1872 si riunì a Berlino una conferenza, che concluse in favore di misure repressive conseguenti a "delitti" sociali e non di interventi preventivi contro il pericolo del socialismo sovversivo12.

  1. Prevenzione sociale: pauperismo e mendicità

Ma più che nel politico l’idea preventiva, anticipata in alcuni settori nei secoli XVII e XVIII, si afferma con nuovo vigore nel sociale, sopratutto in Spagna, in Francia e in Inghilterra, con particolare riguardo al vasto fenomeno del pauperismo e della mendicità, della criminalità, dell’assistenza dell’infanzia, dell’educazione. Vi trovano posto in particolare i ragazzi abbandonati e fuggitivi, datisi al vagabondaggio e alla mendicità13.

Nel secolo XIX con la preindustrializzazione e l’industrializzazione il problema si coniuga, anche in Italia, con quello dell’afflusso verso la città di contadini e montanari in cerca di meno precarie condizioni di lavoro e di vita. Per i notabili e i benpensanti era un disordine, uno scandalo, a cui si cercava di porre rimedio sulla linea degli indirizzi prospettati già da Luis Vives nel suo De subventione pauperum (1526), offrendo assistenza, educazione, lavoro negli "hôpitaux généraux" in Francia, nelle "workhouses" in Inghilterra.

Il problema si ripropone, in chiave più decisamente "preventiva", nel secolo XIX, anche nel regno sardo14.

La categoria del "preventivo" unifica secondo il sacerdote romano, futuro cardinale, C. L. Morichini (1805-1879), l’intera gamma delle opere di beneficenza romane in favore dei poveri: ospedali, istituti per esposti, orfani, vecchi, vedove, enti limosinieri e di soccorso, le scuole. Esse abbracciano idealmente "il povero prima nella sua nascita, poi nell’educazione, quindi nell’impotenza e nella mancanza di lavoro, finalmente nella vecchiezza e nell’infermità", mentre "tutti gli sforzi degli uomini di carità intelligente sono indirizzati a sceverare il vero dal falso povero, a prevenir piuttosto la miseria che a soccorrerla e a mettere nel popolo lo spirito di previdenza, e di economia e confortarlo alla virtù"15.

Il piemontese, conte Carlo Ilarione Petitti di Roreto (1790-1850), un conservatore illuminato, tra i provvedimenti più idonei a rimuovere le cause generali della mendicità ne elencava alcuni apertamente preventivi.

"Promuovere e favorire l’istruzione elementale delle popolazioni minute, dirigendole specialmente verso i veri principi religiosi e morali, che tanto persuadono all’uomo l’obbligo che egli ha di guadagnare la propria sussistenza faticando, e l’utile che gli torna d’osservare questo precetto (…). Promuovere, favorire ed incoraggiare l’istituzione delle casse di risparmio (…), dacché quelle casse assuefando l’uomo alla previdenza ed alla economia, lo tengono lontano dai vizii, e gli assicurano un fondo di riserva atto a soccorrerlo se cade nel bisogno, senza che debba ricorrere alla carità pubblica o privata. Promuovere del pari, proteggere ed incoraggiare (…) le associazioni di mutuo soccorso fra gli operai"16.

"Con questi provvedimenti indiretti (…) un reggimento illuminato, accorto e paterno riesce a mantenere la popolazione morale, tranquilla, robusta ed agiata"17.

Su una linea preventiva, in senso positivo, si trovano anche le indicazioni che egli traeva dall’esame delle leggi repressive e direttive sulla mendicità in vigore nei principali stati europei.

"Non sempre le leggi repressive e coattive riescono a conseguire il loro scopo, se non si rimuovono le cause de’mali (…). In conseguenza qualunque governo, il quale voglia efficacemente la vera prosperità e moralità dell’universale, debbe con ogni maniera di studio e con diligenti cure stabilire i proprii ordini civili per modo, che, rimosse coi mezzi indiretti le cause della mendicità, si pervenga con quelli più diretti, veramente idonei alle circostanze di tempo e di luogo, a prevenire ed impedire questa funesta piaga della società"18.

È pure presente ai filantropi del secolo XIX il tema della redenzione degli indigenti mediante quel tipo di prevenzione che è l’istruzione e l’educazione. Esso si trova svolto, in coincidenza col Morichini, dal francese barone Joseph-Marie Degérando (o De Gérando o De Gerando) (1772-1842)19, che alle instituzioni destinate a prevenire l’indigenza dedica tutta la seconda parte dell’opera monumentale Della pubblica beneficenza20.

"Di tutte le fogge di beneficenza, quella, che previene la miseria nelle sue sorgenti, è la più feconda e la più salutare. Ora, la beneficenza preventiva non può esercitarsi in modo più sicuro e più utile, che con la educazione del povero. Qui anzi si ricongiungono i due caratteri della beneficenza; perciocché essa soccorre di presente in creando un avvenire (…). La educazione lo doterà di forze morali, intellettuali e fisiche, che costituiscono la ricchezza propria dell’uomo, che gli procureranno l’indispensabile e lo porranno in grado di lottare contro l’infortunio"21.

"Quanto più studiamo le cause dell’indigenza tanto più veniamo a conoscere che il difetto d’educazione è una di quelle cause che produce maggior numero d’indigenti, come pure di colpevoli. Uno de’ più grandi servigi che noi possiamo rendere ai poveri è dunque quello di preservare almeno i loro figli da una si funesta influenza: una buona educazione porrà questi figli in stato di sostenere un giorno i loro vecchj genitori e di consolarli"22.

Il processo educativo incomincia con gli asili per i bambini al disotto dei 7 anni, prosegue con la scuola primaria, si prolunga nelle scuole serali e domenicali per coloro che non hanno potuto fruire dell’istruzione precedente; si integra con il consiglio e l’assistenza morale e giuridica nella scelta del mestiere, nella stesura del contratto di lavoro, nel periodo dell’apprendistato e nella protezione presso datori di lavoro eventualmente esosi e sfruttatori23.

Da analoga convinzione nasce l’iniziativa educativa di Ferrante Aporti, a cominciare dalla "scuola dell’infanzia". "La povertà del popolo, che trae origine, com’Ella con ogni fondamento argomenta - scrive al napoletano Giacomo Savarese -, dalla mancanza di educazione, che rende l’uomo almeno infingardo ed imprudente, verrà tolto col mezzo della pubblica e bene ordinata educazione che il popolo andrà a ricevere sin dall’infanzia negli istituti a tale scopo sistemati. E il più turpe vizio che dalla povertà deriva, la mendicità (sorgente essa pure di tanti altri vizj in ambedue i sessi) venne col mezzo efficace delle scuole infantili tolto affatto nei fanciulli fra noi istruiti a ripetersi ogni giorno le massime, che l’uomo è nato alla fatica, che ognuno deve procacciarsi il sostentamento col proprio lavoro e non vivere del frutto degli altrui lavori: lo ché è voluto dai principj della naturale giustizia e della religione"24.

Infine, motivi politici, sociali e educativi, in prospettiva previdenziale e positivamente preventiva, si trovano raccolti in sintesi nella concezione di un progressista moderato, C. Cattaneo. Egli analizza le diverse posizioni di teorici e legislatori circa le cause della miseria e della mendicità e dei possibili rimedi. Egli, personalmente, opta per la preveggenza, la prevenzione e la previdenza.

"In mezzo a codesti dissidj alcune verità scaturiscono limpide; e appare indubbiamente giovevole l’educazione dei poveri, la repressione d’ogni mendicità, la fondazione delle casse di risparmio, e delle compagnie di mutuo soccorso, le ritenute sui salarj delli impiegati da rendersi in forma di pensione, e le altre istituzioni siffatte, le quali avviano il privato a provedere a sé, ponendo in serbo i mezzi d’onorato riposo"25.

Nota. - A proposito del problema dei poveri si può ricordare l’uso dei termini "repressivo" e "preventivo" fatto dall’ecclesiastico anglicano Thomas Robert Malthus (1766-1834) nella celebre opera An Essay on the principle of Population as It Affects the Future Improvement of Society26. Secondo Malthus la povertà è destinata a crescere poiché la produzione dei mezzi di sussistenza è molto più lenta della crescita della popolazione. L’unico modo a noi possibile di migliorare la condizione del povero è "abbassare la popolazione al livello dei poveri"27. Ora gli ostacoli che di continuo agiscono con più o meno forza in ogni società e mantengono la popolazione a livello dei mezzi di sussistenza si possono ripartire sotto due capi precipui: gli uni sono preventivi, gli altri sono repressivi"28. Gli ostacoli repressivi sono le guerre, le carestie, la peste e i molti effetti della miseria e del vizio. L’ostacolo o mezzo preventivo capitale è il "moral restraint", e cioè la dilazione del matrimonio, l’astenersi da esso da parte di chi non ha la certezza di mantenere la prole, la continenza sessuale volontaria, osservando la castità29.

  1. Prevenzione nel campo penale

Forse è nel campo penale, carcerario e penitenziario, che tra il secolo XVIII e XIX si fanno strada con accresciuta frequenza i termini "repressione", "prevenzione", "correzione". Ne offre ricche informazioni il ricordato Petitti di Roreto, che scrive e opera a Torino negli anni della formazione e delle prime esperienze oratoriane di don Bosco30.

In una "memoria" di grande apertura storica e teorica sui vari regimi di assistenza agli accusati di delitti e ai condannati, sia durante che dopo le vicende giudiziarie e penali, egli distingue tre forme di "detenzione": "preventiva quella degli accusati; repressiva quella de’ condannati a pena di breve duratacorrettiva, quella de’ condannati a pena di maggior durata". Esse sono pensate in rapporto a diversi fini da raggiungere con i relativi trattamenti e discipline. La prima, "preventiva", è in favore di quegli "uomini incauti arrestati", ma "ben lontani ancora dall’essere veramente inclinati al mal oprare". La seconda, "repressiva", è riservata a "non pochi giovani, bindoli [ =raggiratori, imbroglioni] e spensierati, non ancora corrotti"; ad altri giovani "rei di colpe assai tenui" o "condannati a pene correzionali leggere, o per delitti minimi"; a condannati "non ancora scellerati". La terza, "correttiva", riservata "ai condannati per crimini a pene di lunga durata", presenta un duplice vantaggio: impedisce l’aumento della corruzione e la sua propagazione a quelli delle altre categorie; ma, soprattutto, favorisce "lo scopo principale della punizione inflitta loro, cioè l’emendazione di essi"31.

Ovviamente, ad ogni distinta detenzione doveva corrispondere un carcere separato, preventivorepressivocorrettivo; con l’aggiunta di altri "speciali"32.

Il tema "preventivo" ha, però, sue specifiche valenze, quando si tratta di anticipare il momento del crimine e quelli successivi della detenzione preventiva, dell’intervento giudiziario e penale, con la relativa "correzione". In questo caso, la prevenzione assume il duplice significato: in primo luogo, prevenire del tutto i delitti; poi, quando compiuti, operare "correttivamente", con la rieducazione e il ricupero, in modo da prevenirli nel futuro.

Diventarono celebri, in questa prospettiva, l’aristocratico milanese Cesare Beccaria (1738-1794) e il filantropo inglese John Howard (1726-1790).

Nel dirompente libro Dei delitti e delle pene (1764) Cesare Beccaria scriveva sul tema Come si prevengono i delitti: "È meglio prevenire i delitti che punirli. Questo è il fine principale d’ogni buona legislazione, che è l’arte di condurre gli uomini al massimo di felicità o al minimo d’infelicità possibile"33. Indicava, poi, alcuni mezzi di prevenzione: tutta la forza della nazione sia concentrata nel far osservare leggi chiare e semplici, fare che i cittadini temano solo quelle non gli uomini, combattere l’ignoranza, ricompensare le virtù34. Approdava, infine, a quello più sicuro, l’educazione: "Finalmente il più sicuro ma più difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione, oggetto troppo vasto e che eccede i confini che mi sono prescritto, oggetto, oso anche dirlo, che tiene troppo intrinsecamente alla natura del governo perché non sia sempre fino ai più remoti secoli della pubblica felicità un campo sterile, e solo coltivato qua e là da pochi saggi"35.

Ne segue un’estesa pubblicistica, alimentata ancora dal Degérando, dal Petitti di Roreto e da Carlo Cattaneo (1801-1869). Il tema preventivo si intreccia con gli altri ampiamente trattati nella pubblicistica carceraria e "correzionale": le pene, il lavoro coatto, l’isolamento più o meno rigido.

"Si è finalmente compreso che l’applicazione delle pene legali, non è già dal lato della società una semplice arme di difesa e di vendetta; ch’essa non ha soltanto per oggetto lo impedire che il colpevole nuoca dell’altro, ed il distorre gli altri dall’imitarlo; ma che dee proporsi altresì di effettuare la correzione del colpevole"36. "Il lavoro dee certo avervi una parte essenziale; ma per la principal ragione che il lavoro è pell’uomo un natural mezzo di miglioramento"37. "L’isolamento sarà per lui una salvaguardia (...). Perocché la prima condizione del gastigo è l’esilio (...). Non lasciate avvicinare a lui veruno di coloro che possano o distorlo dal pentimento, o fomentare i di lui vizj, o lasciarsi da lui corrompere. Qui però, a parer nostro, stassi il limite della pena. Esiste un commercio di cui il più reo fra gli uomini esser non potrebbe privato: si è quello delle persone dabbene; egli nulla può perdervi e tutto guadagnarvi (...). Né basterà che un tal commercio fosse riservato ad un ministro della religione, ad un ispettore delle prigioni (...) Perché quelli fra i di lui amici e parenti, che con stimabil carattere, potrìano associarsi alle medesime vedute, non sarìeno ammessi ad andare a secondarne l’esecuzione, afforzando il potere delle esortazioni coll’influenza delle personali affezioni?"38.

Il Petitti di Roreto presta particolare attenzione ai condannati agli "ergastoli", le case di lavoro, "dove rinchiudonsi [...] i giovani, od anche gli adulti, i quali dati a vita scostumata voglionsi preventivamente distorre dal pericolo di mal operare"39. Essi sono classificati secondo diversi livelli di delittuosità. Ma per tutti l’autore parte da sostanziale fiducia nelle potenzialità umane, favorevole, quindi, a provvedimenti preventivi, sia protettivi che positivi, nei confronti di individui "ne’ quali v’è maggiore motivo di credere, che non sia interamente spento l’istinto di ben operare": "Se per qualche verso i mezzi coattivi debbono talvolta presentare l’aspetto d’un maggiore rigore, nella sostanza l’autorità che governa quegl’istituti debb’essere più paterna, epperciò più inclinata ad accoppiare col rigore del comando la dolcezza del buon consiglio"40.

Analogo è l’orientamento di Carlo Cattaneo, che insiste sull’esigenza di uno studio scientifico della "spinta criminosa", variamente manifestata nei delinquenti, e delle forze di neutralizzazione e di recupero.

"Una gran parte della controspinta verrà tuttora delegata alla legge criminale, al carceriere e fors’anche al carnefice; ma una gran parte verrà delegata a cure indirette e ad altri rami della civile autorità, massime per ciò che riguarda il costume e l’educazione; e un’altra parte verrà finalmente rassegnata del tutto alla cura del medico; e forse una reclusione preventiva e scevra d’ogni penalità verrassi palesando come l’unica via di proteggere la società da certi delitti, che possono piuttosto riguardarsi come eruzione d’infamia naturale che come atti di calcolata malvagità"41.

  1. L’ educazione come prevenzione

In connessione con l’educazione preventiva emerge chiaramente nella storia l’idea dell’educazione come prevenzione, comunque venga attuata, con metodi "repressivi" o "preventivi". Vi insistono gli autori già citati, Morichini, Aporti, Degérando, Petitti di Roreto.

"Come profondamente osserva il Romagnosi - scrive il Morichini -, è di competenza civica ossia di assoluto diritto de’ governanti esigere in tutti gl’individui il dirozzamento de’ primi elementi, perché è il mezzo più potente a contener tranquilla la società. Sarebbe stoltezza il dire che l’autorità civile può punire, ancor con pene severe e terribili i delitti, ma non può però prevenirli. Ora non v’ha uomo saggio che neghi esser l’istruzion pubblica uno de’ mezzi più potenti di prevenzione"42.

A Gian Domenico Romagnosi si richiamava anche Carlo Cattaneo a conclusione di un suo saggio sull’inefficacia, anzi sui danni, della deportazione penale: "Lo studio del regime penale dimostra sempre più quanto profondo e sapiente sia il detto di Romagnosi, che "un buon governo è una grande tutela, accoppiata ad una grande educazione"".43

Ferrante Aporti pensa il suo asilo infantile come istituzione "preventiva" che tende a ovviare alle deformazioni a cui sono soggetti i bambini che crescono in famiglie incapaci di educare correttamente o impossibilitate a farlo44: in una parola, "di maniera efficace difendere dai vizj e dagli errori l’innocente fanciullezza del povero"45. Con le "scuole dell’infanzia" egli intendeva dare inizio a una vasta rete di "nuove istituzioni destinate a prevenire sin dall’infanzia l’immoralità, della quale una volta impresso l’animo difficilissimamente guarisce"46. Della straordinaria ricettività infantile e della urgenza di soddisfarla con sollecitudini educative preventive scriveva nella Prefazione al Manuale di educazione ed ammaestramento (1833)47. La scuola infantile era mossa da "carità diretta a prevenire anziché lasciar nascere i mali per medicarli"48. Esprimendo gratitudine alla Commissione degli Asili infantili di carità di Venezia, scriveva: "Tutto in somma che in Venezia si riferisce a questa doppia carità diretta aprevenire anziché lasciar nascere i mali per medicarli, è e sarà a me ed a quanti amano il bene argomento perenne di giusta ammirazione. Perciò abbiasi codesta onorevolissima Commissione, come lealissime le espressioni di congratulazione che ho l’onore di dirigerle, perché insino ad ora ottimamente operò nell’ardua impresa di riformare e riordinare l’educazione del povero, unico mezzo valevole a redimerlo dall’abbjezione della ignoranza e infingardia e de’ vizj che ne sono la necessaria conseguenza. Con che preparano un bene inestimabile alla Cattolica Chiesa ed allo Stato"49.

L’idea era ampiamente condivisa dal Petitti di Roreto: "Gli educatorii della prima infanzia - scriveva - con le così dette sale d’asilo, e quelli dell’adolescenza cogli orfanotrofii, sì stabili che temporanei (...), la custodiscono nell’età più tenera, e la preservano da molti pericoli fisici e morali; le procurano quindi il mezzo d’imparare un’arte, che ne assicura la futura esistenza (...). Le case di rifugio per i giovani (...) riescono colla persuasione, colla fermezza, e colle paterne esortazioni a ricondurli ai buoni principi e salvano così alla società alcuni individui che altrimenti le nuocerebbero (...). Le case di lavoro e di ricovero (...) offrono il mezzo di procacciarsi una sussistenza onorata (...)"50. Il concetto preventivo ritorna a proposito delle regole per Educatorii della prima infanzia e dell’adolescenza: "Conviene ancora educare nella religione, nella morale, nelle lettere e nelle arti la prole del povero, perché l’ignoranza e l’imprevidenza dei genitori, il difetto dei mezzi, talvolta ancora la cattiva loro volontà la lascierebbero forse ineducata affatto procedere verso il mal costume ed il pessimo operare che ne deriva"51.

A più largo raggio è la proposta di educare il popolo, per "prevenire" il bisogno e la criminalità, nella citata opera Della condizione attuale delle carceri: "educarlo, assuefarlo ad essere previdente e soccorrerlo quand’ è nel bisogno".

"Le scuole dell’infanzia, le scuole primarie ed elementari, gl’istituti agricolid’arti e mestieri, raggiungono cotale scopo, e voglionsi promuovere, favorire e proteggere da ogni governo, il quale abbia veramente, il pensiero di migliorare le popolazioni affidate al suo reggimento.

La sola istruzione però non basta a conseguire l’intento, se non è accompagnata dall’educazione religiosa e morale, per cui s’informano i giovani cuori al ben operare e tengonsi lontani dai pericoli cui espongono le umane passioni.

La fatica del popolo spesso gli procaccia larghi proventi, i quali eccedono i suoi bisogni attuali. Se non v’ha un incitamento a risparmiare il superfluoponendolo in serbo per sopperire alle future necessità, cotale eccedente sciupasi in bagordi, in stravizzi o per lo meno in spese inutili. Le casse di risparmio, le assicurazioni sulla vita, le azioni di società di mutuo soccorso o di qualche impresa industriale produttiva, sono tanti utili collocamenti, che si debbono del pari promuovere, favorire e proteggere, perché assicurano la detta eccedente rendita popolare da ogni inutile spreco o dannosa consumazione.

È però da notarsi indispensabile l’intervento governativo in cotali speculazioni a tutela degli interessi privati dei concorrenti ad esse (...)"52.

La rivista L’Educatore primario è risoluto strumento di propaganda della cultura popolare in analoga prospettiva: "Che l’istruzione popolare sia se non necessaria (come alcuni opinano), nei nostri tempi inevitabile; che l’istruzione debba darsi a tenore dei bisogni di chi la riceve e del paese in cui si dà; e che il governo la debba a tali bisogni dirigere; che i fanciulli abbiano a prepararsi a diventar uomini, che nelle scuole essi abbiano a fare un tirocinio della vita civile, sono verità queste su cui non si potrebbe muovere dubbio"53.

  1. La religione mezzo di prevenzione

Insostituibile fattore di prevenzione personale e sociale, garanzia di ordine e di prosperità, è universalmente riconosciuta la religione.

Ne è persuaso, ovviamente, il Morichini, che sottolinea come soltanto la religione possa stabilire un legame obbligato tra l’istruzione scolastica e l’autentica educazione: "Per ottenere il moral perfezionamento conviene che all’istruzione si congiunga l’educazione. Or dell’educazione è base la religione, che illuminando l’intelletto, informa anche il cuore a virtù: ch’ è ciò che importa soprattutto. È dunque ragionevole che, la principal cosa che s’insegna nelle scuole sia il catechismo; cui si congiunge in tutte il leggere e lo scrivere; in molte anche le prime quattro operazioni dell’aritmetica; in alcune finalmente le lingue italiana, latina e francese, l’istoria sacra e profana, la geografia e il disegno"54.

Ne è convinto assertore ancora il Degérando, il quale afferma che essa ha l’influenza "la più sublime e la più valida", particolarmente visibile con il Cristianesimo, che della religione è l’espressione più alta55. "Grandi sventure han prodotti vasti lumi. Le menti sembrano in oggi più accessibili alla riflessione; la morale religiosa mostrasi generalmente come uno de’ principali beni della umanità"56.

Il Petitti si sofferma in particolare a sottolineare l’importanza del fattore religioso nella "correzione" dei carcerati da rieducare e ricuperare alla personale dignità e alla società.

Il Petitti denuncia, anzitutto, i molti inconvenienti - "causa d’immoralità e d’empietà" -, che nelle carceri ostacolano il successo dell’istruzione religiosa e morale data ai detenuti, prevista dalla legge; ne ribadisce l’imprescindibile necessità e l’esigenza di una riforma57.

Egli elenca le "discipline fondamentali", che devono regolare la vita di un istituto penale veramente "correttivo", concludendo con la quindicesima e ultima: "Finalmente non si può dubitare che l’istruzione morale e religiosa, ove sia di continuo compartita, richiamando in que’ cuori, lungo tempo dimentichi d’ ogni buon principio, que’ sentimenti che furono insinuati nella prima età, non riesca infine a convertire al bene quegli animi pervertiti"58.

Ne tratta poi partitamente per ogni tipo di carcere. Nel carcere preventivo, "l’istruzione morale sarebbe nulla o insufficiente senza il concorso di quella religiosa, e questa pure sarebbe imperfetta quando non fosse accompagnata da una stretta osservanza di tutte le pratiche del culto, cui ogni buon cristiano debbe attendere". Rilevanti sono la quantità e le condizioni delle pratiche. Analoghe e maggiori esigenze sono previste nel carcere "repressivo". Cure intensive e personalizzate sono propugnate per le case "correzionali o penitenziarie", con cappellani accuratamente scelti, "prudenti ed accorti"59.

Egli aveva già richiamato l’attenzione anche su alcune modalità, che potevano rendere attraenti le pratiche religiose.

"I sussidii religiosi debbonsi somministrare in modo che riescano adatti all’età ed alle condizioni diverse dei rinchiusi; quindi mentre vuolsi scansare il pericolo d’allontanare gli animi della gioventù dal sentimento religioso con pratiche troppo lunghe, che annojino, o divaghino l’attenzione, preme d’interessare alle medesime que’ cuori inesperti, impiegando a tale scopo ecclesiastici illuminati, di molto credito e di somma dolcezza, mista alla necessaria fermezza"60.

In una pagina intensamente religiosa sul sistema preventivo del 1877, dopo aver proposto alcune fondamentali espressioni del culto cattolico, don Bosco avvertiva: "Non mai annoiare né obbligare i giovanetti alla frequenza de’ santi Sacramenti"; anzi - continuava -, se ne faccia "rilevare la bellezza, la grandezza, la santità"61.

Il Petitti, inoltre, riconduce l’efficacia dell’educazione religiosa alla figura del cappellano, dedicandovi un paragrafo sulle Qualità e incumbenze del cappellano.

"L’uffizio del cappellano è assai importante, come quello del direttore. Di fatto, egli è da essi che debbe partire ogni impulso per l’ osservanza della regola e per la tendenza all’emendazione (...). [Il] superiore ecclesiastico (...) avvertirà d’andar ben cauto nel proporre soltanto un uomo dotato di zelo illuminato, di carità evangelica, di carattere fermo e disinvolto, di molta destrezza, di profonda dottrina e di età matura, come di aspetto dignitoso e atto a conciliarsi confidenza e rispetto (...).

Il cappellano non debbe oltrecciò ingerirsi nella esecuzione del regolamento disciplinare; epperciò vuolsi tenere estraneo ad ogni atto di repressione come di ricompensa. L’ufficio suo è soltanto di esortazione e di consolazione (...). Specialmente avvertirà inoltre di eccitare ne’ detenuti la fede, la speranza e la carità. La fede, che debbe far persuaso delle verità religiose, la speranza, per cui solo può aversi fiducia in un migliore destino avvenire meritandolo, la carità, che sola può muovere a non essere altra volta infesto alla società. In questi tre elementi di fatto consiste tutta l’ azione religiosa, la quale è solamente efficace col concorso della grazia sinceramente invocata, e sola può far volgere l’animo all’ emendazione sincera o radicale (...).

Conchiuderemo pertanto col ripetere che il cappellano debb’essere il confidente, il consigliere, il consolatore dei detenuti, ma in senso illuminato e paterno, quanto accorto"62.

Le affermazioni del Petitti di Roreto collimano con quelle attribuite a don Bosco dall’estensore della relazione della sua conversazione con Urbano Rattazzi nel 1854. Si riferivano, precisamente, alla possibilità di introdurre il "sistema preventivo" negli stessi "istituti penali", soprattutto incarnato nella persona, le parole, gli atteggiamenti accattivanti del "ministro di Dio"63.

Sulla linea di una energica restaurazione dell’unità e dell’autorità nella Chiesa e della rigenerazione delle coscienze e della società mediante un generale risveglio religioso intendeva collocarsi pure l’opera dei papi e della Chiesa dopo la "rivoluzione". Si pensa ad un’azione che vuol essere insieme di ricupero, di difesa e di prevenzione: negativamente, con la lotta contro l’indifferentismo e un diffuso spirito "libertario"; positivamente, mediante l’attività missionaria dovunque sviluppata, forme nuove di apostolato e l’educazione-rieducazione della gioventù64. "Ed è veramente in molti - osserva M. Petrocchi - questa tormentosa necessità di tener conto dei tempi nuovi, della mutata mentalità dei giovani, di non calcar troppo la mano sul passato, di concedere il possibile"65.

Operano in questa prospettiva tutti i papi dell’Ottocento: Pio VII nell’enciclica Diu satis del 15 maggio 1800, Leone XII nell’enciclica Ubi primum del 5 maggio 1823, Pio VIII nell’enciclica Traditi humilitati Nostrae del 24 maggio 1829, Gregorio XVI nell’enciclica Mirari vos del 15 agosto 1832, Pio IX nell’enciclica Nostis et Nobiscum dell’8 dicembre 1849 ai vescovi d’Italia, nella lettera ai vescovi del regno delle due Sicilie del 20 gennaio 1858, nell’enciclica Quanta cura dell’8 dicembre 1864.

Nella Diu satis Pio VII raccomandava ai vescovi di attendere a tutto il gregge cristiano, ma di dedicare vigilanza e sollecitudini, industrie e attività con amore preferenziale ai fanciulli e agli adolescenti, i quali come molle cera, più degli adulti, possono essere plasmati al bene o al male66. Il papa citava il passo scritturistico, ripetutissimo nei secoli cristiani, Adulescens juxta viam suam, etiam cum senuerit, non recedet ab ea67.

Pio IX esortava i vescovi a rendersi conto delle "delittuose e molteplici arti con le quali, in tanta tristezza dei tempi, i nemici di Dio e dell’umanità tentano di pervertire e corrompere particolarmente l’incauta gioventù" e a dirigere tutti i loro sforzi alla "retta educazione della gioventù, da cui massimamente dipende la prosperità della società cristiana e civile"68. Soltanto l’educazione cristiana, infatti, era in grado di offrire le parole e i mezzi di grazia, idonei a ristorare spiritualmente i singoli e la società.

Dalle medesime radici evangeliche e dichiaratamente cattoliche trarranno ispirazioni, impulsi e "mezzi", con più vaste prospettive di promozione umana e sociale "secondo i bisogni dei tempi", molteplici esperienze assistenziali ed educative ottocentesche, tra cui quella di don Bosco69.


NOTE

1
 G. Bosco, Storia ecclesiastica ad uso delle scuole utile per ogni ceto di persone. Torino, tip. Speirani e Ferrero 1845, pp. 342-343, OE I 500-501.

2 G. Bosco, Storia d’Italia raccontata alla gioventù da’ suoi primi abitatori sino ai nostri giorni. Torino, tip. Paravia e comp. 1855, pp. 455-457, OE VII 455-457. Il disegno "settario", secondo don Bosco, continua anche dopo il Congresso di Vienna: "In questo medesimo tempo quelle società secrete, che avevano sconvolto tutta la Francia, formarono un nuovo e strano progetto di fare una repubblica sola di tutti i regni d’Italia. Per riuscire in tale intento, voi ben vedete, dovevano prima rovesciare tutti i troni italiani e la medesima religione (...). Studiarono pertanto di sollevare le popolazioni contro ai loro re, chiedendo una costituzione pari a quella conceduta nella Spagna, mercé cui, il principe faceva parte del suo potere al popolo, e tutti i sudditi erano eguali dinanzi alle leggi" (G. Bosco, Storia d’ Italia..., p. 476, OE VII 476).

3C. Talleyrand, Relazione al Re durante il suo viaggio da Gand a Parigi (giugno 1815), in Mémoires, vol. III, p. 197ss., cit. da C. Barbagallo, Storia Universale, vol. V, Parte II: Dall’età napoleonica alla fine della prima guerra mondiale (1799-1919). Torino, Utet 1946, p. 1089. Sulla medesima linea si ritrovavano Guizot, Cousin, Royer-Collard, ecc.

4 Moto proprio della Santità di Nostro Signore Papa Pio settimo in data delli 6 luglio 1816 sulla organizzazione dell’ Amministrazione Pubblica esibito negli atti del Nardi Segretario di Camera nel dì 14 del mese ed anno suddetto. Roma, Presso V. Poggioli Stampatore della Rev. Cam. Apost. 1816, p. 5.

5 Ovviamente le sottolineature sono nostre.

Alla Santa Alleanza aderirono quasi tutti i sovrani; si tennero fuori, per opposti motivi, il papa e l’Inghilterra: A. Desideri, Storia e striografia, vol. II Dall’illuminismo all’ età dell’imperialismo, pp. 415-416.

6 F. Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896. Bari, Laterza 1962, pp. 435-436. Sull’intero problema, cfr. pp. 392-454 (La libertà e la legge).

7 B. Cairoli, Discorso pronunciato in Pavia...il 15 ottobre 1878. Roma 1878, p. 6, cit. da F. Chabod, Storia della politica estera..., p. 435, n. 1.

8 G. Zanardelli, discorso elettorale ad Iseo, 3 nov. 1878, e discorsi alla Camera del 5 e 6 dic. 1878, cit. da F. Chabod, Storia della politica estera..., p. 436, n. 2.

9 Discorsi parlamentari II 313 (5 dicembre 1878), cit. da F. Chabod, Storia della politica estera..., p. 436, n. 3. A parte le idee liberali, F. Crispi fu, nella prassi politica, uomo decisamente autoritario. "La teoria del reprimere, cara allo Zanardelli e al Cairoli, era messa da parte e sostituita da quella del prevenire; ed anche nel prevenire il modo Crispi fu sovente assai spiccio" (F. Chabod, Storia della politica estera..., p. 546).

10 Lettere del 21 febbraio e 23 luglio 1878, E III 298-299 e 366-367.

11 Comunque, sia in pedagogia che in politica, nella teoria e nella pratica, i confini tra i due sistemi non furono mai nettamente definiti. Certezze e dichiarazioni di intenti furono sempre accompagnati da timori ed apprensioni, seguiti da interventi autoritari e in certa misura "repressivi". Lo stesso sistema preventivo di don Bosco include almeno "una parola sui castighi".

12 Cfr. F. Chabod, Storia della politica estera..., p. 445. L’autoritario conte Edoardo de Launay, savoiardo, ministro d’ Italia a Berlino, commentava con pessimismo: "Si è costatato una volta di più quanto torni ostico a questi alti funzionari, a questi giuristi, concertare qualcosa di pratico e di produttivo circa le misure da adottare sia in via preventiva che repressiva (...). Si può ancora sperare che i governi si allontaneranno dalla loro routine tradizionale ed entreranno in guerra aperta contro un’ associazione, che non mira ad altro che a rovesciare la società, la famiglia e la proprietà con tutti i mezzi rivoluzionari" (cit. da F. Chabod, Storia della politica estera..., p. 450, n. 2).

13 Cfr J. P. Gutton, La société et les Pauvres. L’exemple de la généralité de Lyon, 1534-1789. Paris, Les Belles Lettres 1971; G. Huton, The Poor of eighteenth-century France 1750-1789. Oxford, at the Clarendon Press 1974; J. P. Gutton, L’État et la mendicité dans la première moitié du XVIIIe siècle. Auvergne Beaujolais Forez Lyonnais. [Feurs], Centre d’Études Foréziennes sur l’Histoire de la Pauvreté, sous la direction de M. Mollat. Paris, Publications de la Sorbonne 1974; A. Monticone (Ed.) La storia dei poveri. Pauperismo e assistenza nell’età moderna. Roma, Edizioni Studium 1985, XII-300 p. (con buona nota bibliografica ragionata).

14 Cfr D. Maldini, Classi dirigenti governo e pauperismo 1800-1850, in A. Agosti e G. M. Bravo (Eds), Storia del movimento operaio del socialismo e delle lotte sociali in Piemonte, vol. I. Dall’età preindustriale alla fine dell’ottocento. Bari, De Donato 1979, pp. 185-217.

15 Degl’Istituti di pubblica carità e d’istruzione primaria in Roma. Saggio storico e statistico di Monsig. D. Carlo Luigi Morichini. Roma, Stamperia dell’Ospizio Apostolico presso Pietro Aurelj 1835 (I ediz.), pp. X-XI. L’opera uscirà, accresciuta, in altre due edizioni col titolo parzialmente modificato: Degl’Istituti…primaria delle prigioni in Roma…Nuova edizione. Roma, Tip. Marini e comp. 1942, 2 vol.; Degli istituti di carità per la sussistenza e l’educazione dei poveri e dei prigionieri in Roma. Libri tre del cardinale Carlo Luigi Morichini…Edizione novissima. Roma, Stabilimento tipografico camerale 1870, 816 p. Si cita dall’edizione del 1835.

16 Saggio sul buon governo della mendicità, degli istituti di beneficenza e delle carceri, del conte D. Carlo Ilarione Petitti di Roreto, vol. I. Torino, Bocca 1837, pp. 40-42.

17 C. I. Petitti di Roreto, Saggio sul buon governo…, vol. I, p.45.

18 C. I. Petitti di Roreto, Saggio sul buon governo…, vol. I, pp. 111-112; sull’insufficienza delle vigenti legislazioni repressive in vari stati europei, cfr. pp. 90-112.

19 Cfr. su di lui S. Moravia, La scienza dell’uomo nel Settecento. Bari, Laterza 1970, pp. 223-238.

20 Della pubblica beneficenza. Trattato del barone de Gérando… Firenze, C.Torti 1842-1846, in 4 parti, distribuite in 7 tomi: I. L’indigenza considerata ne’ suoi rapporti coll’economia sociale; II. Delle instituzioni relative all’educazione de’ poveri; III. De’ pubblici soccorsi; IV. Delle regole generali della pubblica beneficenza considerate nel di loro regime; ed. francese, De la bienfaisance publique. Paris 1839, 4 vol.

21 J. M. De Gerando, Della pubblica beneficenza…, t. II. Firenze, C. Torti 1843, pp. 249-250.

22 Il visitatore del povero del barone De Gerando. Firenze, C. Torti 1846, p. 103.

23 J. - M. De Gerando, Il visitatore del povero…, pp. 105-117. La soluzione è legata pure a misure preventive sul piano finanziario: Cfr. Id., Della pubblica beneficenza, parte II, lib. III, t. V. Firenze, C. Torti 1844. De’ mezzi generali atti a migliorare la condizione delle classi disagiate, cap. I. De’ mezzi generali di prevenir l’indigenza che ottener si ponno da alcune modificazioni sul sistema della sociale economia; cap. II. Della organizzazione del lavoro; cap. III.Del miglioramento del regime di vita fisica nella classe lavorante, cap. IV. Del miglioramento de’ costumi nella classe de’ lavoranti [notevoli il § 5 Del contentarsi delle classi laboriose; e il § 8 Del lavoro considerato come mezzo di educazione]; cap. VI. Influenza della religione sulla morale e sul benessere della classe laboriosa.

24 Lett. del 5 aprile 1842, nel vol. A Gambaro, Ferrante Aporti e gli asili del Risorgimento, vol. II. Torino, Grafica Piemontese 1937, pp. 479-480.

25 C. Cattaneo, Della beneficenza pubblica, in Opere edite ed inedite di Carlo Cattaneo, vol. V Scritti di economia pubblica, vol. II. Firenze, Le Monnier 1988, p. 305.

26 La prima edizione è del 1798; ma fanno testo le successive, a cominciare da quella del 1803, completamente rielaborata, seguita da altre fino alla sesta del 1826.

27 Th. R. Malthus, Saggio sul principio di popolazione. Torino, Utet 1949, lib. IV, cap. III, p. 464.

28 Th. R. Malthus, Saggio sul principio di popolazione, lib. I, cap. II, p. 9.

29 Cfr. Th. R. Malthus, Saggio sul principio di popolazione, pp. 9-11, 452, 454, 460. I capitoli I e II del lib. IV tendono a dimostrare la possibilità, la razionalità e il valore religioso della "moral restraint": Della restrizione morale e del nostro dovere di praticare questa virtù (pp. 445-452) e Effetti della restrizione morale sulla società (pp. 453-459).

30 Si dirà più avanti, cap. 10 § 1, di un coinvolgimento di don Bosco in una iniziativa benefica ed educativa promossa dal conte negli anni 1846-1849.

31 C. I. Petitti di Roreto, Della condizione attuale delle carceri..., in Opere scelte, vol. I, pp. 487-489.

32 C. I. Petitti di Roreto, Della condizione attuale delle carceri..., in Opere scelte, vol. I, p. 499, 507-510.

33 C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, a cura di G. Francioni con Le edizioni italiane del "Dei delitti e delle pene" di Luigi Firpo. Milano, Mediobanca 1984, § 41, p. 121.

34 C. Beccaria, Dei delitti..., §§ XLI-XLIV, pp. 121-126.

35 C. Beccaria, Dei delitti..., § XLV, pp. 126-127.

36 J.-M. De Gerando, Della pubblica beneficenza..., t. V, p. 202.

37 J.-M. De Gerando, Della pubblica beneficenza..., t. V, p. 208.

38 J.-M. De Gerando, Della pubblica beneficenza..., t. V, pp. 215-218.

39 C. I. Petitti di Roreto, Saggio sul buon governo..., t. II, p. 482.

40 C. I. Petitti di Roreto, Saggio sul buon governo..., t. II, pp. 483-484.

41 C. Cattaneo, Scritti politici ed epistolario, pubblicati da G. Rosa e J. White Mario. Firenze, Barbera 1892, pp. 88-89: è un frammento sull’Atavismo delittuoso.

42 C. L. Morichini, Degl’Istituti di pubblica carità..., p. XXXIII.

43 C. Cattaneo, Della riforma penale, II. Della deportazione, nel vol. Opere di Giandomenico Romagnosi, Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari, a cura di Ernesto Sestan. Milano-Napoli, R. Ricciardi 1957, p. 505 (in nota, l’espressione esatta adottata dal Romagnosi in due diverse opere).

44 Cfr. il denso saggio storico, con copiosi riferimenti bibliografici, di L. Pazzaglia, Asili, Chiesa e mondo cattolico nell’Italia dell’ 800, in "Pedagogia e vita", serie 56, 1998, 4, pp. 63-78.

45 Lett. a C. Bon Compagni del 30 giugno 1838, in A. Gambaro, Ferrante Aporti e gli asili nel Risorgimento, vol. II. Documenti Memorie Carteggi. Torino 1937, p. 397.

46 Lett. a G. Petrucci del 6 agosto 1842, in A. Gambaro, Ferrante Aporti e gli asili..., vol. II, pp. 470-471.

47 F. Aporti, Scritti pedagogici, raccolti e illustrati da A. Gambaro vol. I. Torino, Chiantore 1944, pp. 8-14.

48 F. Aporti, Elementi di pedagogia, in Scritti pedagogici, raccolti e illustrati da A. Gambaro, vol. II. Torino, Chiantore 1945, p. 114.

49 Lett. del luglio-agosto 1842, in A. Gambaro, Ferrante Aporti e gli asili..., vol. II, pp. 378-379. "Veduta nel difetto universale di educazione domestica - confessava - la gran sorgente dei vizj che ci deturpano ed avviliscono, e scorto che niuno vi poneva mano, azzardai di tentarne il rimedio" (Lett. a Giovanni Rebasti di Piacenza, 21 marzo 1841, Ibid., p. 445).

50 C.I. Petitti di Roreto, Saggio sul buon governo..., vol. I, pp. 139-140.

51 C. I. Petitti di Roreto, Saggio sul buon governo..., vol. I, p. 225.

52 C. Petitti di Roreto, Della condizione attuale delle carceri..., in Opere scelte, vol. I, pp. 562-563.

53 V. Troya, Proposta di alcuni mezzi onde la pubblica istruzione compia il suo ufficio, in "L’Educatore primario" 1 (1845) n. 2, genn., pp. 25-26.

54 C. L. Morichini, Degl’Istituti di pubblica carità..., p. XXXIV.

55 J.-M. De Gerando, Della pubblica beneficenza..., vol. V, pp. 245-249 Potere speciale del cristianesimo sul miglioramento de’ popolari costumi.

56 J.-M. De Gerando, Della pubblica beneficenza..., vol. V, p. 273.

57 C. I. Petitti di Roreto, Della condizione attuale delle carceri..., in Opere scelte, vol. I, pp. 349-351, 358-359.

58 C. I. Petitti di Roreto, Della condizione attuale delle carceri..., in Opere scelte, vol. I, p. 491; cfr. pp. 489-493. Egli riconduce a tre i vantaggi dell’"educazione correttiva": "1. impossibilità di corruzione maggiore pei detenuti; 2.grande probabilità per essi di contrarre le abitudini dell’obbedienza e del lavoro, e di diventare perciò tranquilli e utili cittadini; 3. probabilità, sebben minore, d’una riforma radicale" (Ibid.., p. 493).

59 C. I. Petitti di Roreto, Della condizione attuale delle carceri..., in Opere scelte, vol. I, pp. 519-520, 525-526, 536-537.

60C.I. Petitti di Roreto, Saggio sul buon governo..., vol. II, p. 485.

61 Il sistema preventivo (1877), p. 54, OE XXVIII 432.

62 C. I. Petitti di Roreto, Della condizione attuale delle carceri..., in Opere scelte, vol. I, pp. 553-555.

63 Cfr. A. Ferreira da Silva, Conversazione con Urbano Rattazzi (1854), in P. Braido (Ed.), Don Bosco educatore. Roma, LAS 1997, pp. 85-87.

64 Cfr. S. Fontana, La controrivoluzione cattolica in Italia (1820-1830). Brescia, Morcelliana 1968, pp. 65-124.

65 M. Petrocchi, La Restaurazione, il cardinal Consalvi e la riforma del 1816. Firenze, Le Monnier 1941, p. 4.

66 Enc. Diu satis del 15 maggio 1800, Bull. Rom. Cont., t. XI 23.

67 Prov. 22, 6.

68 Lett. Apost. ai Vescovi del regno delle due Sicilie Cum nuper del 20 gennaio 1858, Acta Pii IX, vol. III, p. 12.

69 Naturalmente si potrà accennare solo ad alcune, tenendo presente la prossimità geografica e ideale.