Capitolo 3

La realtà preventiva

prima della formula

Pietro Braido

 

La realtà precede le formule. Anche se non è il risultato di una particolare ricerca storica, l’affermazione con cui don Bosco inizia l’esposizione del "sistema preventivo" risponde a una tradizione più che millenaria, ancor più visibile in età moderna. La distinzione tra "preventivo" e "repressivo", inavvertita o presentita fu sempre presente nelle più disparate forme di allevamento ed educazione dei figli. Quanto a don Bosco rispondeva pure a sue dirette esperienze personali: in famiglia, nella scuola, in seminario.

Esse si allargavano man mano che la sua cultura si estendeva, dal catechismo, alle prediche, agli svariati apprendimenti scolastici ed extrascolastici.

  1. Tematiche preventive di un’educazione familiare di stile posttridentino

Dallo stesso catechismo diocesano sul matrimonio Giovannino Bosco poteva sapere che tra le obbligazioni degli sposati c’erano anche quelle verso i "figliuoli": "pensar seriamente a provvederli secondo il bisogno; dar loro una buona, e pia educazione, e lasciarli in piena libertà di scegliere quello stato, a cui sono da Dio chiamati"1. Il Bellarmino nella Copiosa Dichiaratione della Dottrina Christiana, pur persuaso che "l’amore de’ Padri verso i figliuoli è tanto naturale, et ordinario, che non è stato bisogno di altra legge scritta per ricordare a’ Padri l’obligo, il qual’hanno con i figliuoli", tuttavia nella spiegazione del quarto comandamento, dopo aver illustrato i doveri dei figli verso "i padri", non manca di ricordare che anche questi "sono obligati di provedere, non solamente del vitto, et vestito; ma ancora d’indrizzo, et ammaestramento" i figli2.

Più che persuaso di questo era stato il grande riformatore posttridentino, Carlo Borromeo, che vedeva l’educazione cristiana dei fanciulli e dei giovani gravissimo impegno congiunto della famiglia e della parrocchia, in primo luogo quanto alla "dottrina cristiana". Sulle responsabilità educative dei genitori, nel corso di una visita pastorale, egli teneva un forte discorso ai parrocchiani di Cannobbio. "È loro dovere, è loro compito, condurre a Cristo quei figli che hanno ricevuto da Dio!". Ed è "vana, stupida e falsa prudenza" fornire ai "figli beni temporali, ricchezze"; "mentre il pensiero principale dei genitori dovrebbe essere quello di affidare i loro figli al Cristo, alla scuola del Cristo, alla Chiesa, alle riunioni della Dottrina cristiana". Uno dei fini principali del matrimonio è "la regolata educazione dei figli, ossia trarli a Cristo"3.

Mancava un anno alla morte. In quei mesi un ecclesiastico amico, su sua sollecitazione, stava redigendo un magnifico trattato, di cui lui poté leggere man mano i capitoli. Era l’armonica sintesi di pedagogia umanistica cristiana, Dell’educatione christiana dei figliuoli4, del curiale Silvio Antoniano (1540-1603), futuro cardinale, legato al circolo spirituale di Filippo Neri.

È significativo che il secondo dei tre libri dell’opera sia tutto dedicato all’istruzione ed educazione religiosa e in questa segua nei contenuti la materia offerta dal Catechismus ad parochos.

Don Bosco, quasi certamente, non ha letto il lavoro dell’Antoniano, ma attraverso la sua formazione cristiana e sacerdotale, finisce col trovarsi perfettamente in linea con la prassi e la concezione posttridentina dell’educazione familiare, che l’opera dell’Antoniano rispecchia e contribuisce a perpetuare.

Il testo è specchio e manifesto di un’accentuata impostazione cristiana e teologica della pratica educativa, umana, religiosa e morale. "Lo scopo principalissimo di questo libro - tiene a puntualizzare al termine del libro secondo, interamente dedicato alla "dottrina cristiana" -, e quello che lo fa differente da alcuni altri simili, era il trattar della educatione, come christiana, il che non può in modo alcuno essere, senza la cognitione, et osservanza della legge di Dio per mezzo della sua santissima gratia"5. La "forma" cristiana, però, non fa dimenticare al colto monsignore, che l’educazione include necessariamente la dimensione "umana", "civile". È compito dei padri, perciò, "bene allevare, et civile, et christianamente" i figli6, "fare un vero huomo da bene, cioè un buon christiano", un figliuolo che "sia veramente buono nell’intimo del cuor suo, per amor di Dio, e della virtù, esortandolo a non voler servire alle cupidità, tiranne crudelissime, ma servire alla volontà di Dio"7. A questa formazione dell’"huomo da bene, et buon christiano", da intraprendere fin dall’infanzia, inducono congiuntamente la retta ragione e la fede8.

Ad essa sono chiamate a concorrere, integrandosi e armonizzandosi, l’educazione privata, "paterna", e l’educazione "comune", sotto l’autorità pubblica: "la educatione privata è ordinata alla publica, et questa conduce a perfettione la privata"; "et niuna cosa può esser più salutifera in una republica che essere ordinata talmente, che quella buona disciplina che il giovanetto havrà appresa per la educatione domestica, la conservi per la publica, anzi la accresca, essendo ragionevole che il publico bene, sia maggiore, et più perfetto del privato". È pure giusto che tale cooperazione avvenga sia sul versante morale che su quello cristiano, poiché "ogni studio della educatione morale, è debole, et imperfetto, se non si riduce alla educatione christiana, come più alta, et più eccellente, et come fine, et perfettione d’ogni altra"; perciò, "mentre il rettore ecclesiastico procura di far un buon christiano, con l’autorità et mezzi spirituali, secondo il fin suo, procura insieme in conseguenza necessaria di far un buon Cittadino (...). La onde grave errore è di coloro, che disgiungono cose tanto congiunte, et pensano poter havere buoni Cittadini con altre regole, et per altre vie, di quelle che fanno il buon Christiano"9. In sintesi, assolti i doveri relativi alla cura del corpo, della vita naturale e all’educazione morale conforme a ragione, "il proprio del christiano, et de i fideli è allevar i figliuoli secondo la regola di Christo, acciò vivendo, et morendo bene, et santamente siano in terra istrumenti di Dio, per beneficio, et aiuto della società humana, et siano in cielo heredi del Regno dell’istesso Dio"10.

Due più brevi precisazioni l’Antoniano premette al suo discorso sull’educazione familiare. In primo luogo, non terrà conto se non in misura limitata delle differenze di sesso e di età dei figli da educare; e quanto al livello sociale ed economico della famiglia, tratterà "della educatione con una via di mezzo, in ordine al più de gli huomini che vivono nelle Città, et sono di mezzana conditione"11. In secondo luogo, quanto all’esercizio delle responsabilità dell’educazione, "una seconda generazione" "commune al padre, et alla madre", nella quale "devono essere concordissimi", l’autore dà queste indicazioni: "generalmente parlando, la cura delle figliuole, per la ragione del sesso maggiormente alla madre si appartiene"; quanto ai maschi, "nella prima infantia et prima fanciullezza maggior cura della educatione domestica doverà toccare alla madre, sì come all’incontro, quando il fanciullo sarà grandicello, e più capace di precetti più maturi, et atto ad uscir più spesso fuori di casa, sarà più offitio del padre instruire, et vegliar sopra il figliuolo"12.

Cronologicamente, è, dunque, la madre la protagonista di quella educazione primaria, preventiva per natura, che è propria della famiglia13. La donna sembra incarnarne le migliori condizioni: è "inclinata alla pietà, et religione"; vi "s’aggiunge la tenerezza", "la maniera più suave di ammonire, et con maggior perseveranza, et patientia che forse il padre non usa per ordinario di fare"14.

Al di sopra di tutti gli stati e condizioni esiste, per l’educazione cristiana un inderogabile punto di riferimento, il fine: "tutti in qual si voglia stato siamo obligati a conoscere, et amare Iddio, et obedire a i suoi santi commandamenti"15; "io son Christiano, io nel battesimo ho fatto il gran voto, et la nobile professione di militare sotto il vessillo di Christo crocifisso, et di adempire con la sua divina gratia la sua santissima legge"16. È, dunque, primo ufficio del "buon padre di inserire, et imprimere nell’animo del fanciullo una riverenza grande verso la legge di Dio, et un timor santo; et un fermo proponimento di non trasgredirla giamai"17.

Il metodo dovrà essere quello dell’amore e del timore: "Tal che il buon padre hora con l’esca dello amore et del premio, hora con la sferza del timore, et della pena, moverà l’animo tenero del fanciullo, formando, et stampando in esso alcune massime christiane, utilissime in tutta la vita, sì per ritirarci dal male, sì per spronarci al bene"18. Il binomio timore-amore, gravità-dolcezza ritorna anche a proposito di obbedienza alle leggi umane, della sottomissione ai genitori, del dualismo virtù-ozio. È "necessario che il fanciullo si avvezzi a riverire, et osservare le humane leggi, non tanto per timore della pena, quanto per lo amore della virtù, essendo persuaso che i Prencipi, et Superiori sono in terra Luogotenenti di Dio et ogni potestà è da Dio"19; "dipoi crescendo l’ingegno et il lume della ragione, mostrigli il padre la bellezza della virtù et la bruttezza del vitio"20.

È inculcato un giusto equilibrio tra i due aspetti, in armonia con un costume decisamente schierato in favore del principio di autorità: "Però [ = perciò] avverta il padre di non essere troppo indulgente verso il figliuolo et non si domesticar troppo seco, massime quando è già alquanto cresciuto, ma ne ancho sia rigido, et severo oltra modo, ma ritenga una certa gravità, condita et temperata con suavità et dolcezza, sì che il figliuolo insieme tema, et ami il padre, et questo è quello che diciamo riverire"21.

Un posto importante nella prevenzione educativa è dato alla castità. Trattando Delle vane, et inhoneste pitture l’Antoniano dichiara: "quanto più si deve fare questo in custodir la purità d’un fanciullo, et d’una verginella, acciò il diavolo non la rubbi"22. È sottolineata con forza la pericolosità del "vitio della carne", poiché "più communemente suole infestare questo nemico domestico la adolescenza, et la giovanezza, quando la copia del sangue è maggiore, et boglie più forte"; "ci vuole diligenza et studio et fatica"23. Non si deve essere indulgenti su questo punto, "percioche come i santi dicono, non ci è vitio che tanto offuschi l’intelletto, et lo sommerga nel fango, et lo renda maggiormente obtuso et inetto alle operationi sue proprie, che il vitio della dishonestà"24.

La strategia suggerita è già "tradizione", ulteriormente rafforzata da elementi protettivi nel futuro. Essa si sviluppa in tre direzioni: la rimozione e la fuga delle occasioni, l’orientamento chiarificatore e positivo, il ricorso ai mezzi della grazia. Anzitutto, "la vittoria contra il vitio carnale, come i santi dicono, si riporta fuggendo, ne ci è modo più sicuro di combattere che il non combattere seco"25. Ma non è né il primo né il principale dei mezzi, in massima parte costruttivi, sul piano della ragione e della grazia. "Potrà tal’hora il buon padre andar discorrendo co’l figliuolo della castità, acciò s’innamori perfettamente di questa bellissima virtù et prenda odio, et schifo del vitio della libidine, et in spetie quando si avvicinarà il tempo di ligarlo in matrimonio, lo eshorterà efficacemente alla osservanza della fede matrimoniale"26. "Io ho lasciato nell’ultimo luogo quel rimedio che senza dubbio alcuno è il primo, cioè di procurare che nel cuore tenero et puro si accenda l’amor divino (...). Per tanto questo sia lo studio principale del nostro buon padre di famiglia, che il fanciullino si innamori di Dio, et della gloria del paradiso, et della bellezza della virtù (...). Adunque con ogni buono, et santo esercitio di pietà, et di religione, con spessi, et dolci ammaestramenti, et con lo studio dell’oratione, armi il buon padre il giovanetto contra le saette del diavolo, ma spetialmente con l’uso et con la frequenza de i santi sacramenti della confessione et della Eucharistia"27.

Metodi analoghi sono consigliati per contrastare il vizio del furto, un peccato sociale sommamente lesivo dell’ordine costituito. Il padre "renda odioso il furto al suo figliuolo, che già sarà divenuto capace di ragione, et atto a comprendere la bellezza della virtù, et la bruttezza del suo contrario, solamente basta dire, che questo vitio è direttamente contrario alla regina delle virtù, cioè alla giustitia"28. I mezzi sono, ancora, prima e più positivi che negativi: "l’essempio vivo et continuo" del padre; "le ammonitioni paterne et la efficacia delle ragioni, dimostrando la deformità del vitio et la bellezza della virtù, acciò l’uno abhorrisca et dell’altra si innamori"; "l’istesso fare, togliendo via gli incitamenti del male, et assuefacendo il fanciullino a fare il bene"29.

Equilibrio di ragione, timore e amore deve pure caratterizzare le correzioni e i castighi nella fanciullezza30. Regola di base è la "mediocrità", il "giusto mezzo".

"Ricordinsi il padre et i maestri che le battiture sono medicina, et come tale deve esser data a tempo, et con misura, sì che non offenda maggiormente che giovi, et devono battere con discretione et giuditio per medicar veramente l’anima del putto, che per il più suole peccare per ignoranza, et fragilità (...). Il padre pretende principalmente di far buono il figliuolo interiormente, sì che egli si astenga da i peccati più per amor della virtù, che per terror della pena. Et però il mezzo più efficace ha da essere il timor di Dio, et il conoscimento della bellezza della virtù, et della deformità del vitio (...). Et finalmente la riverenza paterna ha da essere il freno, et lo sprone, che ritiri, et spinga il fanciullo secondo fa di bisogno. Et in somma io desidererei, che il nostro bene educato figliuolo fosse talmente avvezzo a riverir il padre suo, che il vedere il viso paterno turbato, et con segno di mala contentezza di alcuna sua attione gli fosse in luogo di gravissimo castigo (...). Per tanto deve il padre procedere in modo con il figliuolo, ch’egli lo ami, et tema insieme (...) Il farsi solamente temere, non guadagna il cuore del fanciullo, et non si fa virtuoso nello intrinseco, et le cose fatte per solo timore, non sono durabili (...). Temperi adunque l’uno con l’altro, et ritenga una dolce severità, sì che sia amato et temuto, di timor però filiale et non servile et di schiavo, il quale teme il bastone, sì come per contrario il figliuolo perche ama, teme di non far cosa che dispiaccia al suo caro padre (...). In somma sempre che il buon padre vorrà battere il fanciullo, mandi avanti per guida non la collera cieca, ma la ragione discreta"31.

Esemplato su quello paterno dev’essere il metodo didattico e educativo seguito dal precettore privato e dal maestro di scuola. "Il maestro tien luogo di padre anchor egli et non è solo offitio suo di insegnar nudamente lettere, ma di formare il tenero animo del fanciullo alla virtù, co’l buono esempio, et con le utili ammonitioni, non meno che l’istesso padre; anzi il padre et il maestro si devono così bene intendere insieme (...) sì che il fanciullo riconosca in casa gli instituti del maestro, et nella schuola quelli del padre. Et in somma una gran parte della buona et christiana educatione si appoggia sopra la diligenza de’ maestri". "Sia adunque - conclude - il nostro maestro di vita inculpata, et esemplare, et si renda tale, che i fanciulli vedano in lui l’imagine d’una vera bontà christiana, et i Cittadini habbiano meritamente da stimare, et da riputare padre commune de’ proprii figliuoli"32. Il timor di Dio, "principio della sapienza", ha il primato sulla grammatica33; inoltre, la divozione alla Madonna, "madre della purità" assicurerà "intelletto, et docilità, et memoria, sì che possino bene imparare"34.

Specialissima attenzione, infine, va data all’adolescenza, cioè all’età tra i 14 e i 21 anni, che - secondo i secolari canoni tramandati da Aristotele nella Retorica - è "età pericolosissima": infatti, "gli adolescenti sono vogliosi, et cupidi, et arditi a tentar le cose desiderate", "sono dediti a i piaceri della caccia, et a i cavalli, non tengono cura di danari, poco pensano alle cose utili, et necessarie, non odono volentieri chi gli ammonisce, et riprende, sono facili ad esser ingannati, et come molle cera si piegano al vitio, stanno volentieri in compagnia d’altri della istessa età, et facilmente contraheno amicitia per occasione di piaceri, et solazzi, essendo amici del riso, et de’ giuochi, et molte altre cose si dicono, et possono dire della natura de i giovanetti adolescenti, ma il più grave nemico loro, sì come anchora i Filosofi hanno conosciuto, è la incontinenza della carne, dalla quale maggiormente sono infestati"35.

È più che mai decisiva un’educazione "preventiva" nel tempo dell’infanzia e della fanciullezza. "Et certo se innanzi a questa età non è preceduta una buona educatione, et se il timor di Dio, et l’amor della virtù, non ha fatto qualche radice nell’animo del giovanetto, è cosa sopra modo difficile per non dir impossibile, ch’egli resti vincitore (...). Se la pueritia non sarà stata avvezza a portar il giogo della disciplina, quando il senso era meno gagliardo, non altro si può aspettar nell’età seguente, quando il medesimo senso è più robusto, et è stimolato da obietti più potenti, se non licenza et dissolutione"36. Comunque, vanno continuate e rafforzate le norme precedenti di educazione religiosa e morale: la frequenza dei sacramenti, il seguire "i consigli, et conforti del savio confessore", anche come direttore spirituale al di fuori della confessione; l’obbedienza al padre: "avverta anchora il padre di famiglia a ritener co’l figliuolo la solita autorità, et riverenza paterna, sì che lo istesso figliuolo non si accorga in un certo modo, in questa parte, di esser uscito di putto, se bene il padre non ha però da trattarlo in tutto come se fosse anchor fanciullo, il che ha bisogno di gran prudenza, percioche conviene caminare per un certo mezzo, non aspreggiando il giovanetto, acciò non si pregiudichi all’amore, ne meno trattandolo troppo indulgentemente acciò non si pregiudichi al timore, ma ritenendo un tenor grave, et moderato"37.

Sarà messa in atto, ancora, una pedagogia di contenimento, di preservazione, di vigilanza: mettere in guardia l’adolescente dai "cattivi et vitiosi compagni suoi", "le male compagnie": "adunque grandissima cura, et vigilanza deve havere il nostro padre di famiglia, che compagnie sospette, et pericolose non si ristringano co’l figliuolo"38; incoraggiarlo a stringere "amicitie che si fanno con i buoni, che hanno per fondamento la virtù, et non il vitio, et sono colligate dal vincolo della carità, et da un sincero amore, et non dallo interesse, o da un breve, et caduco diletto"; in particolare con gli amici paterni39; con i pari, se "gli occhi della diligenza paterna vegliano sopra di lui"40; fuggire l’ozio e "gli otiosi et scioperati"41.

Sostanzialmente tradizionale è la pedagogia femminile, fissata già nel titolo del capitolo ad essa consacrato: Della custodia delle figliuole femine et come devono fuggir l’otio. Custodia della castità, fuggir l’ozio e occupare bene il tempo, non avvezzarsi a una "dimesticheza verso gli huomini" pericolosa per la "verecundia", sono le cure che devono prodigare il padre e la madre. Questa soprattutto "tenga le sue figliuole bene occupate, et lontane dall’otio": "et non perche siano nate di padre nobile, et ricco, hanno a sdegnarsi dell’aco, et del fuso, et de gli altri esercitii convenienti a quel sesso".

[In conclusione,] "il padre, et madre di famiglia, tengano le figliuole proprie con buona custodia, et più presto si facciano temere che altrimenti, perche il sesso feminino è lubrico, et leggiero naturalmente, et quella età è poco considerata. Et nel resto è da sperare che la buona educatione precedente et il timor di Dio, et il santo esempio della madre, conservaranno la nostra figliuola di famiglia tale, che vivendo santamente nella casa paterna, possa poi esser degna et felice madre di molti buoni figliuoli e figliuole, che a gloria di Dio doveranno educarsi da lei, con la medesima forma di casta, et christiana educatione"42.

  1. Carlo Borromeo iniziatore della pedagogia oratoriana

A san Carlo Borromeo, alla sua opera legislativa, si fa più volte capo in rapporto alla disciplina degli internati - collegi diocesani e seminari - e degli oratori.

Quanto ai primi sembra che nella regolazione della vita prevalgano moduli piuttosto "repressivi". Invece, le regole delle scuole della dottrina cristiana, non estranee alla nascita e allo sviluppo degli oratori, sembrano contenere elementi almeno virtualmente "preventivi"43.

"La Dottrina Christiana cosa divinissima" richiede operatori "qualificati" e cioè: primo, "doverebbero esser in un certo modo luce del mondo"; secondo, "in questo amore verso Dio esser molto segnalati, et di esso tutti accesi, et infiammati"; terzo, "è necessario c’habbiano gran zelo della salute delle anime ricomperate col pretioso sangue del Salvator nostro Giesù Christo"; quarto, "bisogna c’habbiano sviscerata charità verso tutti i prossimi"; quinto, "con l’istessa charità, con la quale ricevono, et insegnano quelli, che nelle loro scuole vengono per imparare, cerchino, et si sforzino di tirar alle scuole quelli, che non vi vengono"; sesto, "devono i fratelli molto bene intendere, et sapere quelle cose, che alli altri procurano d’insegnare"; settimo, "è molto necessaria loro la patienza"; ottavo, "devono havere molta prudenza, per sapersi molte volte accomodare alle capacità d’ogn’uno"; nono, "bisogna che usino gran cura, et sollecitudine in cercare di mantenere, et di accrescere ogni giorno un’opera di tanta importanza, quanto è questa"44.

Per conseguire queste qualità "devono prepararsi a ricevere da Dio gratia per bene, et utilmente affaticarsi in esso, et cercare per questo i mezzi necessarii"45. Ne sono indicati sei: purificare la coscienza con il sacramento della Penitenza, incominciando dalla confessione generale, "la frequenza del santissimo Sacramento dell’Eucaristia", "l’oratione et mentale, et vocale", "l’essercitarsi nell’opere della misericordia", "l’obbedienza, che tutti devon’osservare verso i Superiori, quanto universali di tutta la Compagnia, come verso i particolari di ciascuna scuola"; infine, il buon esempio46.

In ogni scuola è necessario ci sia almeno un sacerdote quale "padre spirituale", ordinariamente il parroco. Egli, oltre che possedere le specifiche qualità sacerdotali (scienza, purità di vita, onestà di costumi, esemplarità), "è necessario ancora, che, essendo di tutti quelli della sua scuola padre spirituale, porti grande amore, et affetione a tutti della Compagnia, et in particolare a quelli della sua scuola", cercando di conoscerli personalmente, confessandoli, interessandosi dei loro bisogni spirituali e corporali, promuovendo la concordia, visitando le scuole, pascendoli della parola di Dio47.

Seguono alcuni capitoli che riguardano i principali uffici: del priore, del sottopriore, dei "discreti" o consiglieri, dell’avvisatore o addetto alla correzione fraterna, del cancelliere o segretario, dei pacificatori, dei sopramaestri, dei maestri, del soprasilenziero, dei silenzieri, degli infermieri, del portiere48. Dovunque si trovano concetti, termini, intuizioni che appartengono a buon diritto alla pedagogia preventiva dello zelo apostolico e dell’amorevolezza.

Il priore "si sforzerà, se alcuno si fosse ritirato et quasi perduto, di ridurlo, et con essortazione infiammare il tepido, spronare con amorevole repressione il negligente, con caritativa severità corregere quello che erra, a fin che revisto dell’errore s’emendi"49. "Sopra ogni altra cosa vegga bene, et diligentemente procuri, che i putti imparino con la Dottrina Christiana il vivere christiano, che è il fine, per lo quale si viene a queste scuole; et s’alcuni d’essi fossero in qualche vitio imbrattati, sia dai suoi operarii procurato che si facciano mondi et netti"50. "Finito l’essercitio, se gli sarà presentato qualche scuolare discolo, c’habbia in scuola commesso qualche errore degno di corretione, sarà bene che publicamente, secondo che’l fallo, et la conditione del scuolare comporterà, gli dia la penitenza; havendo con la carità accompagnata la prudenza, et la discretione"51.

Decisivo è il ruolo dei maestri e dei sopramaestri, "poiché tutti gli officii et ordini sono fatti a fin che i scuolari siano ben insegnati et instrutti nella Dottrina Christiana, et nelle virtù, et buoni costumi ammaestrati"52. Per essi, più che per altri ricorrono termini che inducono a relazioni ispirate a carità e amorevolezza.

maestri "devono esser solleciti in andar a buon’hora alla scuola, facendo che più tosto essi aspettino i scuolari, che si facciano da loro aspettare (...) et venendo scuolari alla sua cura commessi dal sodetto sopra Maestro, con charità, amorevolezza et mansuetudine gli riceva, mostrando verso di loro affetto et amore paterno (...). Habbia cura d’insegnare a suoi scuolari, non solamente la lettione corrente nel libretto, ma molto più l’instruirà nelle virtù, et buoni costumi, et procuri che quello che gli insegna a mente, lo mettano con gli effetti in essecutione; (...) et in fatti habbia la mira di fargli buoni, et perfetti Christiani, dandoli tutti gli avisi, ricordi, et mezzi, che Dio nostro Signore si degnerà metterli innanzi"53.

È esplicita "pedagogia del Vangelo", eminentemente "preventiva", proposta in parole ed opere da Gesù Maestro.

"Facciano gran stima dell’officio loro, et habbiano spesso l’occhio all’essempio di Christo, che con tanta charità, et amorevolezza accettò quello fanciullo, che gli andò avanti, et riprese coloro, che volevano prohibirlo; et quanto egli stimasse gli fanciulli, lo mostrò, quando disse, che era meglio a quello che dava a un fanciullo scandalo, che appiccatosi un sasso al collo, si buttasse in mare, che dare scandalo a uno de minimi fanciulli: considerino spesso, quanto frutto potranno fare in quelle anime ricomprate col pretioso sangue di Christo, a tempo che non hanno peccato, ne habito alcuno cattivo, che si può dire, che’l ben ammaestrare i putti, è un riformare il mondo a vera vita Christiana"54.

Il "metodo" è un tutt’uno col "sistema". Ciò comporta nel "maestro" chiarezza di fini, conoscenza degli allievi, prevalenza dell’amore sul timore, testimonianza. A scuola di catechismo, infatti, non si è chiamati semplicemente a insegnare gli elementi della dottrina cristiana, ma a far apprendere l’"arte del vivere cristiano".

"Perche le scuole della Dottrina Christiana, a questo fine sono instituite, acciò s’impari un vero vivere Christiano (...).

Gli essorti spesso alla riverenza verso i loro maggiori, alla obedienza verso i loro Superiori, alla modestia nelle strade, et luoghi pubblici, alla devotione et riverenza nella chiesa, in particolare quando si dice Messa, alla quale devono stare devotamente inginocchiati con ambedue le ginocchia; a lasciare gli giuochi, et in particolare delle carte, et dadi; che si guardino delle parole sporche, et ingiuriose.

Gl’insegni finalmente tutte le altre cose, che a figliuoli de Christiani convengono, et alla professione, che fanno, di preparare il vero vivere Christiano, per conservarsi sempre in gratia di Dio, et figliuoli di esso adottivi. Osservi in insegnarli modo decente, guardandosi di dirgli parole ingiuriose, et molto più delle dishoneste, o di villania; si perche non conviene in simile scuola usarle, si perche essi non le imparino, et non si facciano lecito dirle alli altri. Et benche sia bisogno alle volte riprenderli con parole acerbe, nondimeno, è più spediente, che questa legge, et dottrina d’amore con amore, che con timore s’insegni; et meglio sarà con promesse di premii, che con minaccie; con doni, che con castighi indurgli ad imparare. Deve havere delli suoi scuolari sufficiente cognitione, non solo in vedere come imparano mentre stanno in scuola, ma ancora alle volte se in casa studiano sopra la lettione; conosca i loro padri, et sappia dove habitano, per potersi informare come si portino ne i costumi, et che vita tengono; et se alle volte mancassero, li visiti, ne domandi da quelli di casa, perche non frequentino la scuola; procurando il tutto fare con destrezza, et modo tale, che mostri non curiosità, ma paterno amore verso di loro, et acceso desiderio del loro bene"55.

  1. L’alternativa timore-amore nel governo di comunità di "religiosi"

Probabilmente l’avvento delle nuove forme di vita consacrata - i Chierici Regolari, le congregazioni di vita comune, gli istituti religiosi che si distanziavano sia dalla scelta monacale che da quella dei Mendicanti -, rispondenti esse stesse a nuove condizioni storiche e culturali, sembra riproporre il problema di nuovi modi di "governare" e di obbedire. Non è un caso che tra gli autori che scrivono su questo argomento emergano due membri della Compagnia di Gesù, il più innovatore tra gli Istituti di vita consacrata: Étienne Binet (1569-1639) e Nikolaus Leczyncki (Lancicius) (1574-1652).

Di essi vanno ricordate due opere che hanno fatto storia nel campo della spiritualità e dell’ascesi religiosa: Quel est le meilleur gouvernement: le rigoureux, ou le doux? Pour les Supérieurs et les Supérieures des maisons religieuses, et pour les Maîtres qui ont une grande famille à gouverner. Livre très-utile pour entretenir l’union et la paix dans les Communautés et dans les Familles. Par un Régulier56; e De condicionibus boni Superioris necessariis tum ut a subditis ametur, et ut ejus jussa libenter exequantur, tum ut ei suam conscientiam sincere aperiant, et alia omnia; ac in religione, vel congregatione, cum gaudio spiritus et profectu spirituali, vivant et perseverent57.

Il Binet presenta le contrapposte opinioni e le relative ragioni circa il modo di governare e fa una scelta decisa in favore del metodo della bontà. Per alcuni "il governo dev’essere rigoroso ed efficace"; altri sostengono che è più valido se è "dolce, cordiale e pieno di tenerezza paterna"; "i più sensati sostengono che occorre temperare questi due estremi, coniugare la rosa con le spine e avere un modo di governare dolcemente efficace"58.

L’Autore si avvicina per gradi alla soluzione, iniziando con una posizione che gli sembra più condivisa. "Il governo più perfetto è quello che è efficacemente dolce, o, per parlare più correttamente, quello nel quale il rigore e la dolcezza sono adoperati a proposito e si moderano l’un l’altro"59.

Però - aggiunge l’Autore -, resta ancora il dubbio se sia meglio "inclinare dalla parte della dolcezza o del rigore; dare amore o suscitare timore; se sia più vantaggioso avere più bontà o più severità"60.

L’Autore inclina verso la prima ipotesi. È esattamente quella definita anche da don Bosco con la ripetuta formula "farsi amare più che farsi temere". Il Binet ne dimostra la superiore validità ricorrendo a copiosi riferimenti biblici e storici, confermati da una secolare esperienza positiva. La dolcezza è lo stile di Dio, di Gesù, dei santi Fondatori di istituti religiosi, in particolare di S. Ignazio e di S. Francesco di Sales61 (il Binet era stato suo condiscepolo al collegio gesuita di Clermont a Parigi).

A ulteriore sostegno della propria tesi, egli traccia in due distinti capitoli, il profilo di "un uomo che governa con rigore" e "i tratti di un governo dolce"62.

La conclusione è ovvia. Il sistema del "soprappiù di dolcezza" è indubbiamente il più fruttuoso per chi è governato e più meritorio per chi governa63. "Volete sapere - sottolinea il Binet - qual’è la caratteristica di un governo efficacemente dolce? È quando il superiore prende su di sé ciò che è più penoso e lascia agli altri ciò che è più dolce". È la lezione di vita data da san Francesco di Sales e da S. Ignazio64. È presentata una serie di venti "massime" seguite dai santi per "avere un governo efficacemente dolce", tra cui questa: "Farsi amare, amando cordialmente e paternamente, con l’assoluta certezza che su questo fondamento nulla si troverà difficile"65. A san Francesco di Sales è dedicato ancora l’ultimo capitolo del libro: L’idea di un buon Superiore nella persona di san Francesco di Sales, vescovo di Ginevra66.

Più esplicitamente orientato al superiore in quanto padre spirituale dei sudditi, soprattutto nel momento del "rendiconto di coscienza", è il libro del p. Lancicius67. In base a ripetuti riferimenti alla prima letteratura gesuitica (s. Ignazio, Acquaviva, Mercuriano) e a scrittori sacri e profani (Cicerone, sant’Ambrogio, san Bernardo, san Bonaventura, Lorenzo Giustiniani...), egli propende decisamente verso la "benevolenza" e la "benignità", in un continuo esercizio della "paternità spirituale"68. Il Superiore dev’essere "et pater et medicus et nutrix subditi"69. Egli richiama quanto scriveva di s. Ignazio il Ribadeneira: "benevolentiam suorum conciliabat amor, qui naturaliter amorem parit"70.

Il tema della bontà è ripreso con insistenza nel capitolo De modo gubernandi et instruendi novitios religiosos et tirones in vita spirituali71. Alla formazione spirituale saranno dirette "ferventes hac de re exhortationes et privata colloquia, nunquam aspera sed semper amabilia"72. Mai si dovrà procedere "aspere, sed semper amabiliter"; le stesse punizioni e i rimproveri saranno dati "miti animo et non aspero sermone"73.

  1. Giansenismo pedagogico: Port-Royal (1637-1657)

Non si prendono qui in considerazione i tanti problemi posti dalla breve contrastata esistenza delle "Petites écoles" di Port-Royal: la figura del promotore, Jean Duvergier de Hauranne, abate di Saint-Cyran, uno dei protagonisti del movimento giansenista; la natura e i fini, che le collocano a un livello più alto ed esigente di quelle che erano le umili "piccole scuole" popolari diffuse nelle parrocchie e nelle borgate francesi; il modesto numero degli allievi e allieve, affidati in piccoli gruppi al rispettivo istitutore o istitutrice74.

Va, invece, sottolineato lo stretto legame che lo stile educativo praticato nelle "piccole scuole" di Port-Royal ha con il "sistema preventivo", in genere, e, in particolare, con l’esperienza educativa di don Bosco. Per quanto l’educatore piemontese non si avventuri nelle elaborazioni teologiche dei portorealisti, tuttavia, quanto allo stile degli atteggiamenti degli educatori nei confronti degli allievi, presenta nella sua prassi educativa non poche somiglianze con quella portorealista75. Per i contenuti e i contesti, tuttavia, l’esperienza di vita dei giovani portorealisti è molto più austera di quella dei giovani che popolano gli oratori e i collegi di don Bosco.

Evidentemente, è sostenuto dai promotori e operatori delle "piccole scuole" l’assoluto primato della grazia nella vicenda della salvezza e, quindi, nei processi educativi. Il che non esclude, anzi esalta la responsabilità e l’impegno personale.

Il fanciullo è, per più ragioni, creatura inerme, esposta agli attacchi del Tentatore, minata come tutti dal peccato originale, fragile per l’età, la struttura psicofisica, la pressione dell’ambiente. L’opera dell’educatore è di assoluta necessità per proteggerne l’innocenza, preservarlo dal male, una ferita che renderebbe ancor più difficile la salvezza, restaurare in lui la natura decaduta, disciplinarne le passioni, rafforzarne lo "spirito" e la volontà, renderne buono il "cuore".

Vi concorrono i mezzi soprannaturali, che la fede offre, e l’assidua, vigile, affettuosa opera dell’educatore, che accompagna, incoraggia, sospinge, "cooperatore di Dio" e indispensabile "servo inutile", "orante" prima e più che "oratore" e "docente". "Il diavolo attacca i bambini ed essi non combattono, bisogna combattere per loro (...) La separazione dal mondo, i buoni esempi, sono il miglior aiuto, oltre le preghiere, che si possa fornir loro"76. "Credo che per servire utilmente i fanciulli - scrive nel Règlement pour les enfants Jacqueline Pascal -, non dobbiamo mai parlare loro né operare per il loro bene senza guardare a Dio e chiedergli la sua santa grazia, col desiderio di attingere in lui tutto quello che è necessario per istruirli nel suo timore"77.

Perciò il luogo educativo è, anzitutto, uno spazio "separato" dal mondo e dai suoi pericoli, in campagna o entro il recinto di una casa, un "internato". Ed è un "universo sorvegliato". Gli allievi sono costantemente sotto la sorveglianza - il primo imperativo dell’organizzazione - e la direzione degli educatori. Piccoli gruppi familiari - di cinque o sei allievi - sono affidati a educatori che condividono la vita degli alunni, giorno e notte. Il fine non è solo la conservazione dell’innocenza dei fanciulli, ma anche la promozione della loro crescita attiva, attraverso l’insegnamento di tutto ciò che può "servire a farli avanzare nella virtù e nelle scienze", nell’"amore dei beni eterni". È azione dettata da zelo "infinito", suggerito dalla fede e dalla carità, che è anche sincera e fervida affezione78. L’educatore intrattiene rapporti amichevoli con i fanciulli. Occorre guadagnarne la confidenza e convincerli. I castighi sono un ricorso estremo, sgradevole; la prima preoccupazione è preservare il fanciullo dalle mancanze mediante una strettissima sorveglianza e favorendo l’emulazione79.

Nel Règlement pour les enfants de Port-Royal di Jacqueline Pascal si trovano indicazioni analoghe relative all’educazione delle bambine80. Non mancano, certamente, gli elementi di "gravità": l’assistenza visiva assillante, il dignitoso riserbo, il silenzio diffuso, l’accentuata mortificazione, l’occupazione continua. Ma sono, pure, rilevanti manifestazioni di "amorevolezza", sebbene sempre con spiccato "riguardo".

Lo scopo della cura delle allieve - a partire da bambine sui quattro-cinque anni81 - è avviarle a una profonda consapevole vita cristiana. Essa, secondo il "salesianismo" del fondatore, il Saint-Cyran, vuol essere ispirata all’amore82, che ha l’assoluto primato, non disgiunto dal timore: poggiata sul duplice sentimento: "l’orrore del vizio e la bellezza della virtù"83.

L’altezza e purezza dei fini, non esime l’autrice del regolamento dal premettere un’"avvertenza" per raccomandare alle educatrici moderazione nella sua applicazione: "Non tutte le bambine sono capaci di un silenzio così grande e di una vita tanto tesa senza disanimarsi e stancarsi"; perciò, le maestre nel salvaguardare la disciplina, si sforzeranno "insieme di guadagnarne l’affezione e il cuore, cosa del tutto necessaria per riuscire nella loro educazione"84.

Seguono svariati inviti alla permanente "presenza" vigile tra le allieve, con atteggiamenti insieme di amore e di riserbo. "Dobbiamo usare molta carità e tenerezza per esse, non trascurando nulla che riguardi la loro vita, interna ed esterna, facendo vedere in ogni occasione che non ci sono limiti nella nostra dedizione, lo facciamo con affetto e con tutto il cuore, perché sono figlie di Dio, e ci sentiamo in obbligo di nulla risparmiare per renderle degne di questa santa qualità"85. Ancora, "stando tra le allieve, bisogna comportarsi in modo che esse non possano mai avvertire cambiamento di umore nel trattarle talora con troppa indulgenza tal’altra con severità"; "non si deve mai familiarizzare troppo con loro né concedere loro eccessiva confidenza, ancorché fossero grandi; bisogna tuttavia mostrare loro vera carità e grandissima dolcezza in tutto ciò di cui abbisognano, anzi prevenirle"; "è necessario trattarle con grande cortesia e parlare loro con rispetto, piegarsi a tutto ciò che si può. Ciò le conquista facilmente. È bene usare talora condiscendenza in cose in sé indifferenti, se ciò ci aiuta a guadagnarne il cuore"; in caso di mancanze, "parlar loro con grande dolcezza e dare loro buone ragioni per convincerle"86.

Si susseguono altri suggerimenti: educarle alla semplicità, usare discrezione nella vigilanza, punirle con naturalezza, senza spreco di parole, abituarle alla sincerità, tenerle occupate alternando lettura, gioco, lavoro87. A proposito dell’assistenza si trova una fine osservazione: "Credo che la nostra vigilanza continua debba essere effetuata con dolcezza e fiducia tale, che faccia loro sentire piuttosto che le si ama e non che si sta con esse per far loro la guardia"88.

Saggezza, rispetto e finezza straordinari, nella serietà di base, caratterizzano gli orientamenti dati per l’educazione morale e religiosa delle piccole allieve. Più che il motivo dei "doveri" domina il tema del "dono". "Occorre far comprendere che la vita religiosa non è affatto un peso, ma uno dei più grandi doni di Dio e un aiuto e conforto per coloro che vogliono vivere i voti del battesimo"89.

Il medesimo motivo qualifica la spiritualità "dimostrata" delle educatrici. "È bene talvolta far loro conoscere che le si ama per Dio e che è questa tenerezza che ci rende tanto sensibili le loro mancanze e tanto penose da sopportare; ed è l’ardore di questo amore che ci porta a servirci talora di parole così forti nel riprenderle. Le assicureremo che, comunque operiamo, siamo spinte soltanto dall’affezione che portiamo loro e dal desiderio di renderle quali Dio le vuole; che il nostro cuore resta sempre nella dolcezza verso di loro, che la nostra fermezza è diretta alle loro mancanze e che per questo ci facciamo fortissima violenza, essendo molto più inclinate a trattarle con la dolcezza che con la forza"90.

Naturalmente, le modeste dimensioni delle comunità delle "piccole scuole" di Port-Royal, suddivise in minuscoli gruppi, offrivano larghe opportunità di "entretiens particuliers" con le alunne per un sostegno più personalizzato: conforto nelle pene, correzione dei vizi e dominio delle passioni, crescita nelle virtù. Vi convergevano serietà, carità, riserbo ("nulle familiarité"), discrezione, invocazione a Dio di luce e di grazia, sincerità nelle relazioni e caritatevoli ammonizioni91, concessioni di perdono e imposizioni di penitenze92.

Prima di concludere con un umano paragrafo Des malades et de leurs besoins corporels93, in distinti titoli si tratta delle fondamentali risorse della vita di grazia: la confessione, la comunione, la confermazione, la preghiera, le letture spirituali94. La teologia rigorista del giansenismo vi ha senz’altro il sopravvento sul metodo. Non sono pagine che si possano accreditare a quello che abitualmente si considera sistema preventivo. Si salvano alcuni tratti dedicati alla preghiera, interamente rivolti ad infondere nelle giovani allieve un raffinato "cristianesimo interiore".

"Si studi di infondere in loro un grande desiderio di ricorrere a Dio in tutti i loro bisogni, particolarmente nelle loro debolezze e tentazioni. Si farà loro comprendere che un solo sguardo verso Dio con fiducia, umiltà e perseveranza, le sosterrà molto più che tutte le grandi risoluzioni che esse potranno prendere e saranno inutili se la bontà di Dio non le suscita nel loro cuore con la potenza della sua grazia; infine, che noi non siamo capaci che di perderci e che Dio solo può salvarci". In secondo luogo, "non le sovraccaricheremo di un gran numero di preghiere vocali o mentali, ma ci sforzeremo di imprimere nel loro cuore un verace sentimento della santa presenza di Dio, finché giungano a vederlo in tutti i luoghi e in tutte le loro occupazioni, adorandolo e lodandolo dovunque"95.

  1. Repressione preventiva nell’educazione scolastica

Rievocando gli anni di frequenza del "collegio" di Chieri (1831-1835) don Bosco traccia un quadro fedele del regime disciplinare vigente. Esso era ordinato dal Regolamento per le scuole fuori dell’Università promulgato con le Regie patenti colle quali Sua Maestà [Carlo Felice] approva l’annesso Regolamento per le Scuole tanto comunali che pubbliche, e Regie. In data del 23 di luglio 182296. Era un regolamento inequivocabilmente restaurativo97. Tuttavia, nel ricordo del don Bosco maturo, le prescrizioni erano perfettamente in linea con fondamentali dimensioni del suo sistema educativo "preventivo" per i forti principi di religiosità, di moralità, di ordine, che ispiravano l’intera vita scolastica.

"Qui è bene che vi ricordi come di que’ tempi la religione faceva parte fondamentale dell’educazione. Un professore che eziandio celiando avesse pronunziato una parola lubrica, o irreligiosa era immediatamente dismesso dalla carica. Se facevasi così dei professori immaginatevi quanta severità si usasse verso gli allievi indisciplinati o scandalosi!

La mattina dei giorni feriali s’ascoltava la santa messa; al principio della scuola si recitava divotamente l’Actiones coll’Ave Maria. Dopo dicevasi l’Agimus coll’Ave Maria. Ne’ giorni festivi poi gli allievi erano tutti raccolti nella chiesa della congregazione. Mentre i giovani entravano si faceva lettura spirituale, cui seguiva il canto dell’uffizio della Madonna; di poi la messa, quindi la spiegazione del Vangelo. La sera catechismo, vespro, istruzione. Ciascuno doveva accostarsi ai santi sacramenti e per impedire trascuratezza di questi importanti doveri, erano obbligati a portare una volta al mese il biglietto di confessione. Chi non avesse adempito questo dovere non era più ammesso agli esami della fine dell’anno, sebbene fosse dei migliori nello studio. Questa severa disciplina produceva maravigliosi effetti. Si passavano anche più anni senza che fosse udita una bestemmia o cattivo discorso. Gli allievi erano docili e rispettosi tanto nel tempo di scuola, quanto nelle proprie famiglie. E spesso avveniva che in classi numerosissime alla fine dell’anno erano tutti promossi a classe superiore"98.

"Voglio qui notare una cosa che fa certamente conoscere quanto lo spirito di pietà fosse coltivato nel collegio di Chieri. Nello spazio di quattro anni che frequentai quelle scuole non mi ricordo di avere udito un discorso od una sola parola che fosse contro ai buoni costumi o contro alla religione. Compiuto il corso della Retorica, di 25 allievi, di cui componevasi quella scolaresca, 21 abbracciarono lo stato ecclesiastico; tre medici, uno mercante"99.

È certamente "repressivo", nel senso del controllo totale e inflessibile, quanto stabiliscono i titoli terzo e quarto del RegolamentoDelle scuole pubbliche, e delle scuole Regie e Della congregazione, dell’insegnamento, e degli esami nelle scuole sì pubbliche che Regie. I seguaci del sistema "preventivo"", però - e tra essi è don Bosco -, non ne rifiutano i contenuti, pur realizzandoli con modalità almeno parzialmente differenti. Sono, infatti, soprattutto la "mentalità", lo "spirito", lo "stile" che consentono di ritenere "preventive" disposizioni che nel Regolamento assumono indiscutibili tonalità "repressive".

Gli studenti sono soggetti ad obblighi rigidi: occupare in classe il posto assegnato, accostarsi ogni mese al sacramento della penitenza, certificandone l’atto con il biglietto di confessione, fare il precetto pasquale e documentarne l’adempimento; partecipare alla messa quotidiana, frequentare la messa festiva nella "congregazione" degli studenti con le annesse pratiche di pietà antimeridiane (lettura spirituale, ufficio della Madonna e litanie, istruzione religiosa) e pomeridiane (lettura spirituale, canto e recita di preghiere, catechismo); triduo in preparazione al Natale e esercizi spirituali annuali; esclusione di libri non autorizzati dal prefetto degli studi100. Non meno severo è il controllo della vita dello studente fuori della scuola.

"Resta rigorosamente proibito agli studenti il nuoto, l’ingresso ne’ teatri, nei giuochi di trucco, il portare maschere, l’andar a balli d’invito, qualunque giuoco nelle contrade, botteghe di caffè, ed altri pubblici ridotti, l’andar a pranzo, il mangiare, e bere negli alberghi, o trattorerie, il fermarsi, o far circoli, o conversazione ne’ caffè, ed il recitare in teatri domestici senza la licenza del Prefetto degli studi"101.

L’impegno della "congregazione", che prefigura in qualche modo l’oratorio, è ben diverso dalla libera e gioiosa partecipazione alla sua vita, pur ispirata a serie idee religiose102.

Direttori spirituali detengono poteri illimitati, con decisive interferenze nella stessa attività scolastica103.

"Hanno diritto nella congregazione di punire, e di licenziare gli irreligiosi, gli ignoranti del catechismo, ed i disobbedienti.

Chi è licenziato dalla congregazione, lo sarà pure dalle scuole, mediante l’avviso, che il Direttore spirituale ne darà al Prefetto degli studi.

Hanno diritto di sospendere la promozione dei giovani dalla classe inferiore, sottomettendoli ad un nuovo esame del catechismo ad ognissanti; e se allora li riconosceranno tuttavia ignoranti, loro negheranno affatto tale promozione"104.

Non meno perentorie sono le esigenze nei confronti degli insegnanti, tenuti a munirsi tutti gli anni di un certificato di buona condotta religiosa e morale, rilasciato dal vescovo, e a precisi obblighi di sorveglianza105, estremamente attenta e inesorabile nelle possibili conseguenze.

"Lo scuolare che per causa di pertinace disobbedienza, o grave mancanza di rispetto al proprio Maestro, ovvero al Direttore spirituale, verrà licenziato dalla scuola, non sarà ammesso salvo dopo tre giorni, e previa scusa da farsi nella scuola istessa. Gli studenti irreligiosi, di costume guasto, incorreggibili, li colpevoli di renitenza ostinata, e scandalosa agli ordini de’superiori, o rei di delitto, saranno esemplarmente scacciati dalle scuole"106.

NOTE

1 Compendio della dottrina cristiana ad uso della diocesi di Torino. Torino, Presso gli Eredi Avondo MDCCLXXXVI, p. 126. Il testo tornava immutato in quello di Fransoni.

2 Copiosa Dichiaratione della Dottrina Cristiana. In Venetia, Appresso Giovan Battista Ciotti Scenese [di Siena] MDCI, pp. 137-138.

3 Sermone del 17 giugno 1583, in J. A. Saxius, Homiliae, vol. I, p. 247: cit. da A. Deroo, S. Carlo Borromeo il cardinale riformatore. Milano, Ancora 1965, p. 369.

4 Tre libri Dell’educatione christiana dei figliuoli. Scritti da M. Silvio Antoniano ad instanza di Monsig. Illustriss. Cardinale di S. Prassede, Arcivescovo di Milano. In Verona, MDLXXXIIII. Appresso Sebastiano dalle Donne et Girolamo Stringari, Compagni [184 fol.].

5 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. II, cap. 140, fol. 122v.

6 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. II, cap. 124, fol. 108v.

7 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. II, cap. 128, fol. 111r-v.

8 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. I, cap. 7, fol. 4r-5r; lib. I, cap. 37, fol. 21v-22v; lib. II, capp. 126-127, fol. 116v-117v.

9 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. I, cap. 43, fol. 25v-26r.

10 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. I, cap. IV, fol. 2v.

11 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. I, cap. 44, fol. 26v-27r.

12 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. I, cap. 45, fol. 27r-v.

13 Si vedrà più avanti a proposito di infanzia e fanciullezza.

14 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. I, cap. 46, fol. 27v-28r. Naturalmente, secondo l’Antoniano, l’educazione vera e propria, ha inizio quando nei bambini "lampeggia un certo lumicino quasi alba et aurora per dir così della luce della ragione" (Ibid., cap. 37, fol. 21v-22v, Quando cominci la cura della educatione rispetto ai costumi; cfr. anche cap. 38 Dello errore di alcuni, a i quali non par necessario che la educatione si cominci tanto per tempo, fol. 22v-23r).

15 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. I, cap. 44, fol. 27r.

16 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. I, cap. 3, fol. 2r.

17 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. II, cap. 29, fol. 49r; "è necessario metter a buon hora a questi cavalli indomiti il freno della ragione et il giogo del timor di Dio, la legge christiana, amorosa e perfettissima" (Ibid., lib. II, cap. 78, fol. 78r-v).

18 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. II, cap. 29, fol. 49v; cfr. ancora lib. I, cap. 50 Che nell’instruire i fanciulli conviene accomodarsi alla capacità loro di tempo in tempo; lib. II, cap. 1 Che i fanciulli devono essere ammaestrati delle cose della santa fede; cap. 2 Delle schuole della dottrina christiana, et della predicatione; cap. 11 Della Santa Chiesa Catholica Romana; cap. 12 Come il padre deve ammaestrare il figliuolo ad essere obediente a santa Chiesa; cap. 14 Delle quattro cose ultime; cap. 22 Della santissima Eucharistia, et come il padre deve procurare che il figliuolo ne sia devoto; cap. 23 Di alcuni che non approvano il communicarsi spesso; cap. 24 Della penitenza overo confessione; cap. 25 Come i fanciulli si devono avvezzare all’abborrimento del peccato, et alla confessione; cap. 26 Di quanta importanza sia un buon confessore, et padre spirituale; cap. 28 Del Decalogo, overo de i dieci precetti della legge; cap. 29 Come si devono avvezzar i fanciulli ad essere osservatori della divina legge; cap. 31 Del primo precetto. Non havrai Dei alieni: "attenda adunque il buon padre, a ricordar a tutte le hore al figliuolo il timor santo et l’amor di Dio" (fol. 50r).

19 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. II, cap. 30, fol. 49v.

20 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. II, cap. 51, fol. 60v, Della virtù della verità.

21 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. II, cap. 70, fol. 74r.

22 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. II, cap. 42, fol. 56r. I capitoli del II libro dall’85˚ al 98˚ si riferiscono al sesto comandamento: cap. 85 Del sesto precetto, non commettere adulterio; cap. 86 Della cura paterna circa la castità del figliuolo; 87 Dell’errore di alcuni indulgenti alla giovanezza; cap. 88 Della cautela che si deve usare nel ragionar della castità; cap. 89 Alcune christiane ragioni da persuadere la castità; cap. 90 De i danni che temporalmente apporta la vita impudica; cap. 91 Di vari rimedij per conservare la castità, et prima della custodia de i sensi; cap. 92 Del fuggir l’otio, et della sobrietà; cap. 93 Delle delicatezze, et soverchij ornamenti del corpo; cap. 94Dell’adornarsi delle donne in particulare; cap. 95 Dell’offitio, et cura particulare della madre di famiglia circa gli adornamenti delle figliuole; cap. 96 Del rimuovere l’occasioni; cap. 97 Come sia molto da avvertire alle conversationi di fuori; cap. 98 Della frequenza de i sacramenti, et dell’amor di Dio.

23 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. II, cap. 86, fol. 85r-v.

24 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. II, cap. 87, fol. 85v-86r, Dell’errore di alcuni indulgenti alla giovanezza.

25 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. II, cap. 96, fol. 91v.

26 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. II, cap. 88, fol. 86v, Della cautela che si deve usare nel ragionar della castità.

27 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. II, cap. 98, fol. 92v.

28 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. II, cap. 102, fol. 95v.

29 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. II, cap. 101, fol. 94r-95r; cfr. anche cap. 102, fol. 95r-v.

30 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. III, cap. 5 Del batter i fanciulli; cap 6 Della troppa indulgenza et tenerezza d’alcuni padri, fol. 126v-127v.

31 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. III, cap. 7, fol. 127v-128v, Della mediocrità nel battere i figliuoli, et dell’amore et timor filiale; cfr. anche lib. III, cap. 8 De i varij modi della correttione et castighi puerili, fol. 128v-129r.

32 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. III, cap. 34, fol. 146r-v, Dell’offitio del maestro, circa i buoni et christiani costumi.

33 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. III, cap. 35, fol. 146v-147r, Come i maestri debbiano esercitar cotidianamente i fanciulli nella pietà christiana.

34 S. Antoniano, Dell’educatione...Ibid.; cfr. già lib. II, cap. 35, fol. 52r-v, Della particular divotione verso la Santissima Madre di Dio.

35 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. III, cap. 53, fol. 158r-v, De i pericoli della adolescenza.

36 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. III, cap. 53, fol. 158v.

37 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. III, cap. 54, fol. 158v-159v, Della continuatione degli esercitij christiani, et della riverenza verso del padre.

38 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. III, cap. 55, fol. 159v-160v, Quanto spetialmente nella adolescezna siano pericolose le male prattiche.

39 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. III, cap. 56, fol. 160v-161r, Della utilità delle buone prattiche, et amicitie; cfr. cap. 57, fol. 161r-v, Della conversatione del figliuolo di famiglia con gli amici paterni.

40 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. III, cap. 58, fol. 161v-162r. Della conversatione con i giovani eguali; cfr. cap. 59, fol. 162v-163r, Della conditione de gli amici, et offitij dell’amicitia.

41 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. III, cap. 60, fol. 163r-164r, Del fuggir la vita otiosa, e scioperata.

42 S. Antoniano, Dell’educatione..., lib. III, cap. 61, fol. 164r-165r.

43 Cfr. Constitutioni et Regole della Compagnia et scuole della Dottrina christiana fatte dal cardinale di santa Prassede, arcivescovo, in essecutione del concilio secondo provinciale [1569], per uso della provincia di Milano, inActa Ecclesiae Mediolanensis, vol. III, t. II, col. 149-261 (ediz. di G. Fontana, Milano 1585). Le Regole sono divise in tre parti: la prima tratta Delle parti et conditioni, che havere devono gli operarii et fratelli della Compagnia et scuole della dottrina christiana (col. 149-192), la seconda Dell’institutione, et ordine della Compagnia della dottrina christiana (col. 193-242); la terza, La qual contiene alcune regole particulari pertinenti alle scuole, et congregationi diocesane (col. 243-261).

44 Constitutioni..., col. 149-151.

45 Constitutioni..., col. 152.

46 Constitutioni..., col. 152-162.

47 Constitutioni..., cap. III Dell’officio del sacerdote, col. 162-165.

48 Constitutioni..., capp. IV-XVI, col. 165-190.

49 Constitutioni..., col. 166.

50 Constitutioni..., col. 167.

51 Constitutioni..., col. 168.

52 Constitutioni..., col. 179.

53 Constitutioni..., col. 181-182.

54 Constitutioni..., col. 184.

55 Constitutioni..., col. 182-183.

56 La prima edizione è del 1636. Si citerà da un’edizione del 1847: É. Binet, Quel est le meilleur gouvernement: le rigoureux, ou le doux? Pour les Supérieurs et les Supérieures des maisons religieuses.... Lyon-Paris, Nouvelle Maison 1847, 175 p.

57 La prima edizione è del 1640. Si citerà dall’edizione di Torino, Marietti 1901.

58 É. Binet, Quel est le meilleur gouvernement..., p. 4.

59 É. Binet, Quel est le meilleur gouvernement..., p. 6.

60 É. Binet, Quel est le meilleur gouvernement..., p. 7.

61 É. Binet, Quel est le meilleur gouvernement..., pp. 12-58.

62 É. Binet, Quel est le meilleur gouvernement..., pp. 59-69 e 69-90.

63 Lo dirà anche don Bosco a proposito del sistema preventivo, "più facile, più soddisfacente, più vantaggioso" per gli allievi; più difficile, ma assunto di buon grado dall’educatore zelante, tutto "consacrato" al loro bene (Il sistema preventivo (1877), p. 60, OE XXVIII 438).

64 É. Binet, Quel est le meilleur gouvernement..., pp. 79, 81-82.

65 É. Binet, Quel est le meilleur gouvernement..., p. 85.

66 É. Binet, Quel est le meilleur gouvernement..., pp. 152-175; particolarmente "affettive" sono le pp. 161-162.

67 Si vedrà nel cap. 15 che, nella prassi e nella dottrina di don Bosco, il direttore della comunità religiosa ed educativa è il confessore ordinario e guida spirituale di educatori e educandi.

68 Al tema della "paternità spirituale" sono dedicati cinque capitoli: cfr. De condicionibus..., pp. 55-132.

69 N. Lancicius, De condicionibus..., p. 10.

70 N. Lancicius, De condicionibus..., p. 13.

71 N. Lancicius, De condicionibus..., pp. 257-299.

72 N. Lancicius, De condicionibus..., p. 262.

73 N. Lancicius, De condicionibus..., p. 273 e 285.

74 Sulle "Piccole scuole" di Port-Royal, cfr. Les pédagogues de Port Royal... Histoire des Petites Écoles. Notices, extraits et analyses avec des notes, par I. Carré. Paris, Delagrave 1887 (alle pp. 287-337 Règlement pour les enfants de Port-Royal di Jacqueline Pascal); L. Cavallone, I maestri e le "piccole scuole" di Port-Royal. Torino, Paravia 1942; F. Delforge, Les petites écoles de Port-Royal 1637-1660. Paris, Éditions du Cerf 1985, 438 p.; un ottimo contributo, attento all’intreccio tra teologia, pedagogia e teoria didattica, offre M. Ferrari, Le piccole scuole di Port Royal: una didattica teoricamente fondata, in "Scuola e città" 37 (1986) 522-531.

75 A confronti, dipendenze mediate, somiglianze dedica interessanti osservazioni e precisazioni P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. II, pp. 232-236, 260, 317, 451-452.

76 Entretien de Saint Cyran et de M. Le Maître sur les enfants, cit. da M. Ferrari, Le piccole scuole di Port Royal..., p. 528; F. Delforge, Les petites écoles..., pp. 269-276.

77 Règlement pour les enfants, parte II, I, n. 1, p. 393. Si cita dall’edizione contenuta nel libro di V. Cousin, Jacqueline Pascal. Premières études sur les femmes illustres et la société du XVIIe siècle. Paris, Didier et Cie 1856 (I ed. 1844), pp. 358-425.

78 F. Delforge, Les petites écoles..., pp. 277-285.

79 F. Delforge, Les petites écoles..., pp. 157-171.

80 Il testo del Règlement è riprodotto anche nel vol. Les pédagogues de Port Royal..., pp. 287-337.

81 Cfr. Règlement..., parte II, I, n. 23, p. 400.

82 Sul "salesianismo" del Saint-Cyran, cfr. J. Orcibal, La spiritualité de Saint-Cyran avec ses écrits de piété inédits. Paris, Librairie J. Vrin 1962, pp. 35-79.

83 Règlement..., parte I, Du travail, 8, p. 364; parte II, II, nn. 1-3, pp. 401-402.

84 Règlement...Avertissement, p. 358.

85 Règlement..., parte II, I, n. 2, pp. 393-394.

86 Règlement..., parte II, I, nn. 13-16, pp. 397-398.

87 Règlement..., parte II, I, nn. 17-23, pp. 398-400.

88 Règlement..., parte II, I, n. 18, p. 399.

89 Règlement..., parte II, II, n. 11, p. 404; cfr. nn. 1-10, pp. 401-404.

90 Règlement..., parte II, II, n. 12, p. 404.

91 Règlement..., parte II, III, nn. 1-9, pp. 405-408.

92 Règlement..., parte II, IV, nn. 1-7, pp. 408-409.

93 Règlement..., parte II, X, nn. 1-11, pp. 421-425.

94 Règlement..., parte II, V-IX, pp. 410-421.

95 Règlement..., parte II, VIII, nn. 1-2, pp. 417-418.

96 Torino, dalla Stamperia Reale 1822, 55 p.

97 "Il regolamento per le scuole fuori dell’Università (...), per incarico del censore Viotti, fu preparato dai Gesuiti di Novara (...). Nessuna meraviglia, dunque, se il regolamento 23 luglio 1822, che resse le scuole piemontesi fino al 1848, sembra fatto per novizî di un convento, anziché per studenti di pubbliche scuole" (A. Lizier, Nel primo centenario del Regio Convitto Nazionale di Novara 1808-1908. Le scuole di Novara ed il Liceo-Convitto. Novara, Stabilimento G. Parzini 1908, p. 194; cfr. cap. VIII Il "Reale Collegio di Novara" e le "Regie Scuole" dai moti del 1821 alla cacciata dei Gesuiti (1821-1848), pp. 191-238).

98 MO (1991) 63-64.

99 MO (1991) 86.

100 Cfr. Regolamento..., art. 34-41.

101 Regolamento..., art. 42.

102 Cfr. Regolamento..., tit. IV, capo I, § I. Della congregazione, art. 134-143.

103 Cfr. Regolamento..., tit. IV, capo I, § II. Dei Direttori spirituali, art. 144-167.

104 Regolamento..., art. 146.

105 Cfr. Regolamento..., art. 48-52, 54-55.

106 Regolamento..., tit. III, capo I, § II Dei doveri degli studenti in generale, art. 41 e 46.