Capitolo 7

La "formazione pedagogica"

di don Bosco

Pietro Braido

 

Nella sintesi pedagogica vitale e riflessa di don Bosco si può agevolmente riscontrare la confluenza di disparate esperienze culturali. Essa, in gran parte, coincide con la medesima formazione generale, personale e culturale: nell’infanzia-fanciullezza (scuola della famiglia e della chiesa), nell’adolescenza (lavoro dei campi e studio), nella giovinezza matura fino al sacerdozio e oltre (scuola latina di Chieri, seminario, Convitto ecclesiastico). In essa si radicano i tratti essenziali della futura personalità di sacerdote amico dei giovani, pastore e educatore. In poche parole: il nucleo della vocazione educativa di don Bosco si costituisce e si svolge con il crescere e maturare della sua formazione cattolica e sacerdotale1.

A questa "cultura" di base si assommeranno e intrecceranno contatti con figure della "cattolicità", santi della carità, teologi, operatori nel sociale, con libri ed esperienze, che perfezioneranno e arricchiranno i tratti di una personalità già straordinariamente dotata di qualità affettive, intellettive, volitive.

  1. Tra casa e chiesa

La famiglia, "schola gremii materni", è la prima matrice della personalità di don Bosco, collocata in una piccola comunità rurale cattolica, che garantisce la presenza dei "segni" religiosi, tra cui primo, fondamentale, il sacramento del battesimo, seguito a suo tempo dalle pratiche volute dalla disciplina ecclesiastica e da una secolare tradizione: preghiere quotidiane, messa festiva, predicazione, catechesi, osservanze religiose2. La prima vita familiare di Giovanni è condizionata dalla precoce "assenza" del padre, morto quando il figlio non aveva ancora due anni, dalla presenza di un fratellastro maggiore di sette anni e della nonna paterna, e, soprattutto determinante, di una madre di grande solidità umana e spirituale, vera "madre paterna"3.

La madre, Margherita Occhiena (1788-1856), è la prima educatrice e maestra di "pedagogia". A distanza di quasi 60 anni egli scrive di lei, che "sua massima cura fu di istruire i suoi figli nella religione, avviarli all’ubbidienza ed occuparli in cose compatibili a quella età"4. In famiglia egli apprese, anzitutto, l’abitudine alla preghiera, al dovere, al sacrificio; a suo tempo, guidato dalla madre, la pratica del sacramento della confessione all’età della ragione. Si affiancava man mano un modesto avviamento al leggere e allo scrivere. Per la prima comunione doveva attendere gli 11 anni (pasqua 1827)5.

La "religione", la durezza del lavoro dei campi in casa e fuori casa, compiuto con tenacia e per obbedienza alla madre, la ferma volontà nell’ applicarsi alla lettura e allo studio ne plasmano fortemente la personalità6. Nelle Memorie dell’ Oratorio di san Francesco di Sales egli attribuisce particolare importanza all’ incontro con don Giovanni Calosso, cappellano nella borgata di Morialdo per meno di due anni (1829-1830), esplicitando in età matura sensazioni informi dei quindici anni7.

Ma sono anche caratteristiche e significative, sul versante opposto, le attività ricreative, considerate naturali dalla mentalità realistica cristiana del fanciullo e della madre e dal contesto cristiano-rurale in cui si svolgono le loro esistenze: i giochi, l’ andare a nidi, le acrobazie di piccolo saltimbanco, che preludono alla successiva "società dell’allegria" degli studi chieresi e all’ampio spazio assegnato al tempo libero nell’insieme del sistema educativo preventivo8.

  1. La prima formazione scolastica

Seguono la prima formazione elementare regolare, a Castelnuovo dal Natale del 1830 all’estate del 1831, e la frequenza delle classi di grammatica, umanità, retorica a Chieri dal 1831 al 1835. È un periodo importante in proiezione futura. Il giovane contadino viene a contatto con il mondo nuovo ed esaltante della cultura "latina", classico-umanistica, che innalza il livello della sua coscienza intellettuale e delle sue aspirazioni culturali, grazie a un tipo di scuola, che troverà largo spazio nel suo futuro lavoro di educatore e suscitatore di vocazioni.

Ma ancora più determinante è, per il giovane maturo, il trovarsi immerso in una struttura formativa totale, insieme culturale, etica e religiosa. Si è accennato, a suo luogo, alla sua anima preventivo-repressiva. Essa ha segnato profondamente la mentalità di don Bosco, evidentemente riequilibrata da contatti ed esperienze successive, con sensibili tracce nell’ organizzazione delle future opere educative per studenti, soprattutto entro il collegio-convitto9. Lo si ricava non solo dall’analisi del testo stesso, ma dal nitido ricordo degli aspetti, soprattutto religiosi, che egli, come s’ è visto, fissa nelle Memorie dell’Oratorio10. È evidente la totale identità di vedute circa il fondamento religioso e morale della vita e dello studio; il valore dell’istruzione e della pratica religiosa cristiana; la sollecitudine per l’ordine, la disciplina e la moralità, garantite particolarmente dalla presenza del Prefetto degli Studi e dall’assistenza; la formazione interiore tramite la "congregazione", la direzione spirituale e la prassi sacramentale.

Si aggiunga, per il giovane Bosco, un intenso interesse "letterario", che lo porta - a suo dire - a voraci letture degli scrittori classici, latini e italiani, fino a provocare quasi un’infatuazione11.

Insieme, molti decenni dopo, forse con qualche idealizzazione, volta alla proposta "esemplare", egli fa emergere due sacerdoti. È presentato, anzitutto, con particolare rilievo, il professor Pietro Banaudi, "un vero modello degli insegnanti", che "senza mai infliggere alcun castigo era riuscito a farsi temere ed amare da tutti i suoi allievi. Egli li amava tutti quai figli, ed essi l’ amavano qual tenero padre"12. È, inoltre, considerata sua "più fortunata avventura" "la scelta di un confessore stabile nella persona del teologo Maloria", un trentenne che lo "accolse sempre con grande bontà", e che il penitente continuò a preferire lungo l’ intero corso di teologia13.

  1. Nel seminario di Chieri

Gli studi filosofici e teologici, percorsi nel seminario di Chieri (1835-1841), non sembrano aver avuto un grande impatto nella cultura e nella mentalità di don Bosco, alieno per temperamento dalle speculazioni teoretiche. Comunque essi gli consentono un essenziale radicamento nelle strutture di base della teologia dogmatica e morale del tempo, di più basso profilo rispetto al neotomismo successivo. Dopo aver parlato positivamente della scoperta del De imitatione Christi, scriveva con una certa tiepidezza degli studi teologici istituzionali: "ne’ nostri seminarii si studia soltanto la dommatica, la speculativa. Di morale si studia soltanto le proposizioni controverse"14. Don Bosco non sembra aver subito un sensibile e duraturo influsso da parte di insegnamenti probabilioristi, di tesi antinfallibiliste, di una diffusa pastorale rigorista, di idee filogallicane, che avrebbero caratterizzato la didattica teologica dei seminari della diocesi torinese nei primi decenni del secolo XIX15.

Invece, notevole influsso, in positivo, pur con qualche riserva, dovette esercitare l’ ordinamento disciplinare e spirituale. Esso poté operare un discreto consolidamento della sua struttura spirituale-morale di base, buona impalcatura portante della pedagogia del dovere, dell’amore e della gioia: l’ esattezza nel compimento dei doveri; la preghiera mattutina con la messa, la meditazione, il rosario; la lettura a mensa (egli cita in particolare la Storia ecclesiastica del Bercastel); la confessione quindicinale e la comunione nei giorni festivi; lo studio dei trattati di filosofia e teologia con ampio spazio concesso a studi elettivi e aperta predilezione per quelli storico-apologetici, che gli daranno la prima iniziazione al futuro impegno storico-catechistico e popolare16.

Non è formazione scientifica universitaria. È cultura di livello modesto, aliena dalla speculazione e dalle disquisizioni teologico-dogmatiche, che insieme all’accentuato interesse per la teologia morale applicata, soprattutto nel Convitto ecclesiastico di Torino, non mancherà di dare gli orientamenti di base a una pedagogia religiosa e morale, essenziale e pratica.

In compenso, probabilmente in seminario, il chierico Bosco, ebbe occasione di integrare la propria formazione teologica con l’esperienza religiosa e pastorale e la spiritualità vissuta di due figure di santi che incideranno fortemente sul suo stile educativo "preventivo": san Filippo Neri e san Francesco di Sales. Se ne parlerà in riferimento agli anni successivi al triennio del Convitto ecclesiastico nei quali si aggiungerà l’ incontro con san Vincenzo de’ Paoli, forse intravisto già nel periodo seminaristico.

Ma la cultura di don Bosco non è soltanto quella prevista dai programmi del seminario. Più funzionale alla futura azione educativa e pastorale è l’ affermata predilezione per libere letture di libri di storia sacra ed ecclesiastica, di apologetica e di edificazione17. Probabilmente don Bosco accomuna in un elenco unico anche autori e libri letti in anni successivi, nel Convitto e nei periodi di composizione dei suoi scritti di storia religiosa, di pietà giovanile e di apologetica.

Comunque è visibile la preferenza per autori che, sulla linea di Bossuet, danno alla storia un’ interpretazione teologizzante, provvidenzialistica, agiografica, moralistica, con particolare riferimento alla Chiesa. Egli non si allontanerà mai dagli orientamenti del Bérault-Bercastel, che ha utilizzato: "Ecco quale si è il mio divisamento: far conoscere in tutto il corso dell’ opera, la protezione immanchevole del Signore sopra il suo popolo, la santità non meno che la infallibilità della Chiesa, la sua bellezza parimente, e il suo splendore fino nei tempi delle maggiori tenebre"18.

Una risonanza particolare ebbe in lui il sistema educativo globalmente adottato. La sottolinea egli stesso nelle Memorie dell’Oratorio, quando erano ormai definiti i lineamenti del "preventivo" da lui da trent’ anni praticato. Quello seminaristico era modellato, ovviamente, sulle Institutiones ad universum seminarii regimen pertinentes emanate da Carlo Borromeo, ispirate ad austerità di fini e di metodi19. Prevale, in sostanza, il metodo "repressivo": "Il Rettore e gli altri superiori solevano visitarci all’ arrivo dalle vacanze e quando si partiva per le medesime. Niuno andava a parlare con loro se non nei casi di ricevere qualche strillata. Uno dei superiori veniva per turno a prestar assistenza ogni settimana in Refettorio e nelle passeggiate e poi tutto era finito. Quante volte avrei voluto parlare, chiedere loro consiglio o scioglimento di dubbi, e ciò non poteva; anzi accadendo che qualche superiore passasse in mezzo ai seminaristi senza saperne la cagione, ognuno fuggiva precipitoso a destra e a sinistra come da una bestia nera"20.

  1. Nel Convitto ecclesiastico di Torino

Più volte, riferendosi al Convitto ecclesiastico di Torino, don Bosco ne sottolinea il congeniale carattere pratico-pastorale, sulla linea della missione sacerdotale intesa come ars animarum, "pedagogia spirituale"21. Nelle Memorie dell’ Oratorio lo presenta come istituto fondato "affinché i giovani leviti, terminati i corsi in seminario, potessero imparare la vita pratica del sacro ministero"; "meditazione, lettura, due conferenze al giorno, lezioni di predicazione, vita ritirata, ogni comodità di studiare, leggere buoni autori, erano le cose intorno a cui ognuno deve applicare la sua sollecitudine"; "maraviglioso semenzaio, da cui provenne molto bene alla Chiesa specialmente a sbarbare alcune radici di giansenismo che tuttora si conservava tra noi"22: questa nella memoria di don Bosco sessantenne è l’immagine di un’istituzione a cui rimase costantemente affezionato, in modo particolare finché vi operarono il teol. Luigi Guala e don Giuseppe Cafasso.

Nel Regolamento compilato dal fondatore, il teol. Guala, era prescritto: "Il tempo dello studio sarà diviso parte per la Morale pratica, parte a comporre per esercizio di sacra eloquenza e liturgia, in quel modo che verrà relativamente assegnato"23. Più particolareggiate e vicine alla pratica erano le prescrizioni contenute nel manoscritto originario del Guala circa le "materie predicabili": "si comincerà dal comporre meditazioni per gli esercizi; si preferisce questa materia, perché la più naturale, la più utile al medesimo componente e quella che più da se stessa s’insinua in tutte le composizioni pel pulpito e particolarmente giova al confessionale; dopo di esse si comporrà per le spiegazioni del vangelo ed istruzioni"24. Effettivamente, le due decine di composizioni oratorie, che ci restano di don Bosco convittore, ricalcano le tematiche per "meditazioni" e "istruzioni", che per secolare consuetudine si tenevano nelle missioni popolari o negli esercizi spirituali per i fedeli.

Oltre che guida pratica nello studio della morale, Giuseppe Cafasso è di don Bosco maestro di spiritualità e di vita, che lo orienta ad attività educative tipiche: il ministero sacerdotale tra i carcerati, i catechismi quaresimali con particolare interesse per i giovani emigranti provenienti dalla campagna e dalla montagna25. Al Cafasso, confessore e benefattore, don Bosco ricorrerà spesso per consiglio e aiuto negli anni successivi26.

Alla scuola del Cafasso don Bosco confermerà e affinerà tratti tipici della propria spiritualità: la speranza cristiana, la preferenza per la fiducia in Dio oltre e più che per il timore; il senso del dovere come coerente stile cristiano di vita; la fondamentalità della pratica sacramentale nell’azione pastorale; la fedeltà alla Chiesa e al Papa; l’orientamento apostolico ai giovani abbandonati; la meditazione dei "novissimi" e l’esercizio della buona morte27.

Quanto agli indirizzi morali, che avranno tanta parte nella prassi educativa e pastorale di don Bosco, il Convitto rappresenta il grande veicolo, che gli trasmette gli aspetti essenziali della concezione teologica e spirituale di s. Alfonso M. de’ Liguori, considerato dal Guala e dal Cafasso l’autore ideale in grado di mediare tra la rigidità di certo tenace giansenismo e una certa superficiale reazione benignista28.

A sant’ Alfonso egli ricorrerà ancora quando, "fondatore", vorrà assimilare e proporre le coordinate di base della vita "religiosa" sulla vocazione, i voti, la vita comune, l’ osservanza e la fedeltà.

  1. Santi differentemente congeniali

I Preti dell’Oratorio tenevano viva a Torino e in Piemonte la tradizione spirituale di san Filippo Neri, diffusa anche dalla biografia seicentesca del santo, del filippino Pier Giacomo Bacci (1575ca.-1656), Vita di S. Filippo Neri apostolo di Roma e fondatore della Congregazione dell’Oratorio29, e da una raccolta di Ricordi ai giovanetti.

Nel seminario di Chieri la memoria di san Filippo Neri (1515-1595) aveva un suo spazio accanto alle tre commemorazioni principali: l’Immacolata Concezione, considerata dal regolamento "la maggiore di tutte le solennità in seminario"30, s. Francesco di Sales e s. Luigi Gonzaga. All’Immacolata era dedicata la cappella del seminario; a san Francesco di Sales e san Filippo Neri erano dedicate due cappelle della chiesa pubblica attigua. Il 26 maggio san Filippo era festeggiato con messa solenne, discorso e, a sera, benedizione eucaristica31.

Don Bosco studente e seminarista poté in questo modo familiarizzarsi con la figura del fondatore dell’Oratorio e con la relativa pastorale della pietà "allegra", della castità serena, del fervore eucaristico praticati con la gioventù. Era quanto avrebbe messo in evidenza in un noto panegirico tenuto ad Alba il 26 maggio 186832 e nelle pagine sul sistema preventivo del 1877. Nell’opuscolo Porta teco cristiano del 1858 egli inseriva una breve serie di Ricordi generali di san Filippo Neri alla gioventù33.

Analoghe coincidenze don Bosco evidenziava nella Storia ecclesiastica tra il proprio stile preventivo e quello del filippino piemontese beato Sebastiano Valfrè: "Riesce difficile esprimere il zelo che egli mostrò per la salute delle anime"34. Di lui nel Porta teco cristiano don Bosco introduceva Avvisi generali ad un padre di famiglia del B. Sebastiano Valfrè e Avvisi del beato Sebastiano Valfrè in due lettere scritte a due madri di famiglia35.

Altro santo conosciuto con sufficiente profondità durante la vita di seminario è il savoiardo Francesco di Sales (1567-1622), ritrovato poi a contatto con le opere della Barolo e all’ inizio dell’ oratorio. Del vescovo savoiardo circolava in Piemonte una biografia del cappellano del monastero della Visitazione di Torino, Pier Giacinto Gallizia, edita a Venezia nel 1720 e più volte stampata. San Francesco di Sales era santo conosciuto più in ambienti urbani che rurali, più attraverso l’ Introduzione alla vita devota che il Trattato dell’amor di Dio. Lo stesso don Bosco poté leggere, in un momento imprecisato della vita, l’ Introduzione alla vita devota, meno probabilmente il Trattato dell’ amor di Dio. Nell’ Ottocento piemontese, da don Bosco stesso e, prima di lui, dal Lanteri, dalla marchesa Barolo, dal Cafasso, il santo savoiardo è visto piuttosto come "modello di dolcezza e di zelo pastorale"; per don Bosco, soprattutto di chi opera nel mondo giovanile e popolare36. Così, forse, l’aveva già interiorizzato nel corso degli studi seminaristici. Per la festa di san Francesco di Sales era stabilito: "Il mattino, ad ora conveniente, vi sarà la messa solenne e l’orazione panegirica recitata dal viceprefetto di cappella"; la giornata proseguiva, regolarmente, con lo studio e la ripetizione37.

Negli anni ‘70 , redigendo le Memorie dell’ Oratorio, don Bosco giustificava la dedicazione della prima cappellina a san Francesco di Sales al Rifugio con tre ragioni: "1˚ Perché la Marchesa Barolo aveva in animo di fondare una Congregazione di preti sotto a questo titolo, e con questa intenzione aveva fatto eseguire il dipinto di questo Santo che tuttora si rimira all’entrata del medesimo locale; 2˚ perché la parte di quel nostro ministero esigendo grande calma e mansuetudine, ci eravamo messi sotto alla protezione di questo Santo, affinché ci ottenesse da Dio la grazia di poterlo imitare nella sua straordinaria mansuetudine e nel guadagno delle anime. Altra ragione era quella di metterci sotto alla protezione di questo santo, affinché ci aiutasse dal cielo ad imitarlo nel combattere gli errori contro alla religione specialmente il protestantesimo, che cominciava insidioso ad insinuarsi nei nostri paesi e segnatamente nella città di Torino"38.

Contemporaneamente don Bosco poteva acquisire una particolare conoscenza di san Vincenzo de’ Paoli (1581-1660). I Lazzaristi e le Figlie della Carità erano ben noti in Piemonte, gli uni per le missioni popolari, gli esercizi spirituali e la formazione degli ecclesiastici, le altre per la cura dei poveri, degli ammalati, dei soldati degenti negli ospedali militari. La Casa della Divina Provvidenza era sorta ad opera di s. g. b. Cottolengo sotto la protezione di san Vincenzo de’ Paoli e si ispirava al Charitas Christi urget nos. Il suo messaggio può ricondursi, al dire di un suo studioso, alla formula: "lo spirito e il mistero della carità"39. Gli esercizi spirituali in preparazione all’ordinazione sacerdotale li fece nella casa dei Preti della Missione a Torino dal 26 marzo al 4 giugno 184140. Di lui scriveva nella Storia ecclesiastica: "Animato dal vero spirito di carità, non vi fu genere di calamità a cui egli non accorresse": "tutti provarono gli effetti della paterna carità di Vincenzo"41. Di una non momentanea sintonia con il santo dell’amoreeffettivo e affettivo è dimostrazione la riedizione, da lui curata, significativamente ritoccata, del lavoro del benedettino francese Joseph Ansart (1723-1790), Il cristiano guidato alla virtù ed alla civiltà secondo lo spirito di San Vincenzo de’ Paoli42.

  1. L’esperienza degli "oratori"

Lo scopo "pastorale" è alla base dell’ intera formazione di don Bosco sacerdote. Essa rispecchiava lo spirito della riforma degli studi seminaristici intrapresa dall’ arcivescovo Colombano Chiaveroti. Essi erano orientati alla formazione di un sacerdote spiritualmente e culturalmente abilitato ad essere maestro e guida del suo popolo, "un pastore "victima caritatis"", teso a promuovere "la gloria di Dio e la salute delle anime". Interamente dedito al culto, alla predicazione, al catechismo e all’ amministrazione dei sacramenti, egli sembra preludere - come scrive Aldo Giraudo - a "quel modello di prete che nella seconda metà del secolo sfocerà nell’ impegno sociale"43.

Al Convitto ecclesiastico la qualifica pastorale del sacerdote si arricchisce di ulteriori aspetti caritativi e assistenziali a contatto con la povertà e la marginalità, in particolare dei giovani provenienti dalle campagne e dalla montagna. Il Cafasso, in particolare, intendeva plasmare i neo-sacerdoti in quella "spiritualità della salvezza", che doveva costituire la loro ansia e il loro impegno carico di responsabilità44. Il sacerdote, pastore e catechista, era anche uomo benefico, così com’ era delineato con insistenza nelle Meditazioni e nelle Istruzioni, che egli teneva al clero45.

Don Bosco vi era del tutto connaturato. Diventava ovvio il suo precoce coinvolgimento con le necessità spirituali e materiali dei giovani, soprattutto se lontani dalle loro famiglie e "spaesati" in una città a loro estranea46. Trovava un precursore, e in qualche modo un modello, in don Giovanni Cocchi, viceparroco all’ Annunziata, che nel 1840 aveva fondato l’ oratorio dell’ Angelo Custode nel rione periferico, povero e malfamato, del Moschino, nel quartiere Vanchiglia47.

Da questa complessa formazione spirituale e culturale, accompagnata da significative esperienze giovanili ed ecclesiastiche don Bosco muoveva verso la sua creazione, l’ "oratorio" nelle svariate versioni, per esterni e interni, istituzioni aperte e totali fino alle imprese "missionarie" di ogni genere, interne ed estere.

In questo modo egli si collocava in continuità ideale con le iniziative della riforma cattolica del Cinquecento e, in particolare, con san Carlo Borromeo e la Compagnia della dottrina cristiana. È evidente, però, che in don Bosco l’ esperienza effettiva precede qualsiasi dipendenza letteraria. I "regolamenti" sono successivi ai fatti e a una "mentalità" già formata e così la conoscenza e l’ utilizzazione di costituzioni e regole precedenti. Inoltre, anche nel caso di evidenti dipendenze, dovunque prevalgono il suo temperamento, il suo lessico, il suo stile48.

  1. Don Bosco e i pedagogisti de "L’Educatore Primario"

Sorprendente appare pure la conformità psicologica, mentale e operativa di don Bosco con il gruppo di educatori e pedagogisti che collaborano alla rivista L’ Educatore Primario (1845-1846), divenuto poiL’Educatore (1847-1848), rivolta soprattutto agli insegnanti della scuola primaria e secondaria49. Tutti accomuna la passione per l’educazione popolare e le sue forme, dall’istruzione di base alle scuole serali, domenicali, artigianali, alle più articolate espressioni dell’attività pubblicistica (Letture, Biblioteche, ecc.), entro un clima di solidarietà e di partecipazione affettuosa e familiare50.

Una certa interazione sul piano letterario tra don Bosco e L’Educatore, dalla quale don Bosco ricava qualche intuizione o la sente rafforzata, è agevolmente documentabile. Le prime opere importanti di don Bosco, la Storia ecclesiastica (1845) e la Storia Sacra (1847), trovano nella rivista positivo apprezzamento in due notevoli recensioni. Il primo lavoro è definito dal recensore, il sac. prof. Ramello, "nuovo e utilissimo libro", di un "dotto e buon sacerdote", "convinto egli del grande principio educativo, doversi cioè illuminare la mente per rendere buono il cuore"51.

Sul secondo riferisce più ampiamente un sac. M. G. (Michele Garelli di Mondovì?) in una Lettera d’un maestro di scuola sopra la Storia Sacra per uso delle scuole, compilata dal Sacerdote Bosco, notandone l’origine esperienziale, le finalità morali, la "dicitura popolare, ma pura ed italiana", "un’ unzione che dolcemente commove ed alletta al bene"52.

Alla prima recensione fa chiara eco don Bosco nella prefazione alla Storia Sacra, assumendo quasi alla lettera la felice espressione del recensore: "In ogni pagina ebbi sempre fisso quel principio: illuminare la mente per rendere buono il cuore"53. Nella medesima pagina egli riprende dal primo numero de L’Educatore Primario il concetto del "popolarizzare la scienza"54 e, da un contributo di Vincenzo Garelli, l’idea aportiana dell’utilità delle illustrazioni nell’insegnamento della Storia Sacra55. Risultano difficilmente definibili più precisi nessi ideali, metodologici, organizzativi56.

Un contatto impegnativo di Don Bosco con la pedagogia scientifica ufficiale, accademica, non sembra essersi mai seriamente verificato, anche se reali furono le relazioni, perfino di cordialità e di amicizia, con alcuni teorici contemporanei della pedagogia, come Antonio Rosmini, Gian Antonio Rayneri, Giuseppe Allievo, gli ultimi due cattedratici di tale scienza nell’Università di Torino, rispettivamente negli anni 1847-1867 e 1868-191157.

  1. Libri di guida spirituale giovanile

Studiando le fonti del fortunato manuale religioso di don Bosco, Il giovane provveduto, del 1847, Pietro Stella si imbatte in una caratteristica letteratura destinata alla educazione cristiana della gioventù, che porta evidenti tracce di quello che sarà il programma formativo praticato, regolamentato e proposto, a voce e per scritto, da don Bosco. È produzione che, indubbiamente, l’ ha ispirato e arricchito, così come "ha avuto un influsso non piccolo nella formazione cristiana di non poche generazioni"58.

La figura più cospicua è il sacerdote parigino Charles Gobinet (1613-1690), autore di un libro diffusissimo, Instruction de la Jeunesse en la piété chrétienne, tirée de l’ Écriture-sainte et des ss. Pères, divisée en cinq parties59. Altri lo seguono con proposte educative simili di grande densità spirituale, riservate, quasi tutte, a giovani di un certo livello sociale e culturale. Si possono ricordare in particolare Francesco Avondo, Il Teotimo ossia Istruzioni famigliari sovra gli obblighi cristiani della gioventù e principalmente degli studenti. Opuscolo utilissimo ad ogni sorta di persone60; il card. de la Luzerne, Opuscolo sopra i doveri dei giovani61; Claudio Arvisenet, Indirizzo alla gioventù62Un mazzolin di fiori ai fanciulli e alle fanciulle ossia Antiveleno Cristiano a difesa dell’ innocenza63.

Le tematiche di base si trovano più esplicite nel modello, l’ Instruzione della gioventù di Charles Gobinet64. Nel primo tomo sono delineati in cinque parti i capisaldi di una visione della gioventù in ordine alla salvezza cristiana e di un cammino nella via della "virtù", ossia della santità: 1) Delle ragioni, e de’ motivi, che obligano gl’ uomini a darsi alla virtù ne’ suoi primi anni; 2) Dei mezzi necessari per acquistar la virtù durante la gioventù; 3) Degl’ ostacoli, che distornano i giovani dalla virtù; 4) Delle virtù necessarie ai giovani; 5) Dell’elezione dello stato della vita65. A coronamento è proposto un Trattato della meditazione, ovvero Orazione mentale, possibile e necessaria anche ai giovani66.

Il secondo tomo, poco meno voluminoso, è interamente dedicato ai due "sacramenti", della penitenza e dell’eucaristia: Instruzione sopra la Penitenza, e i mezzi di restituirsi a Dio con una vera conversione67 e Instruzione sopra la santa Comunione68. Apre un’esortazione a una vera conversione, e emendazione di vita69; segue la trattazione delle tre "parti" fondamentali del sacramento della penitenza, ossia la contrizione, la confessione, la soddisfazione. Conclude questa sezione una prolissa traccia per l’ Esame de’ peccati, raccolto intorno a tre nuclei: i comandamenti, le virtù teologali con la virtù di religione, esaminate a proposito del primo comandamento, i "sette peccati mortali"70. La seconda sezione del tomo è dedicata alla "santa Communione" ed è bipartita: Della dottrina, cioè delle verità, che bisogna sapersi su ‘l santo Sacramento dell’Eucaristia71 e Della pratica della Communione, e di quel che bisogna fare per ben communicarsi; questa costituisce un vero disegno di vita cristiana, modulata sulle tre virtù base della fede, della speranza e della carità72.

L’ affinità non solo con il Giovane provveduto, ma con l’ intero quadro del suo globale sistema educativo cristiano, può mostrare con evidenza quanto don Bosco debba anche a questi autori o, almeno, quanta sintonia ci sia tra la sua prassi e riflessione pedagogica e una solida tradizione, seriamente impegnata a proporre alla gioventù una soda specifica spiritualità cristiana73.

  1. Un maestro costantemente "docibile"

Don Bosco fondatore ha dovuto, indubbiamente, apprendere tutto ciò che poteva riguardare la strutturazione giuridica e spirituale degli istituti religiosi da lui fondati. Altrettanto ha dovuto fare, prima, per le innumerevoli pubblicazioni narrative, catechistiche, apologetiche che è andato via via pubblicando. Similmente è avvenuto per quanto concerne la sua esperienza educativa, tanto più quando ha dovuto formularla per iscritto.

Di educatori e pedagogisti di cui può aver in qualche modo avuto conoscenza si è detto nei capitoli precedenti e più sopra. Una precisa analisi dei suoi scritti "pedagogici" più significativi può evocare qualche probabile fonte a cui don Bosco potrebbe avere attinto.

Nella lettera a don Rua di fine ottobre 1863, diventata pochi anni dopo Ricordi confidenziali ai direttori, si trova la formula classica "farsi amare prima di farti temere", con la successiva sostituzione del "prima di" con "se vuoi" e "piuttosto di". L’apprendimento non è avvenuto tramite le regole monastiche di sant’ Agostino o di san Benedetto, ma con tutta probabilità da libri di storia greco-romana. Invece, il documento nel suo complesso potrebbe aver trovato una qualche ispirazione nel volumetto del gesuita p. Binet, Quel est le meilleur gouvernement: le rigoureux, ou le doux?. Egli poté leggerlo nell’ edizione italiana curata dal gesuita p. Antonio Bresciani (1798-1862), rettore del collegio del Carmine, poi provinciale, vicino al Convitto ecclesiastico. Il testo dal titolo Dell’ arte di governare era preceduto da una nota del traduttore che esibiva idee piuttosto conservatrici, dirette a metter in guardia dalle moderne tendenze permissive e populiste: nella famiglia, nella società, nella stessa sfera politica74.

Numerose appaiono le suggestioni e conferme sulla visione pedagogica complessiva, approdata alle elementari, ma significative pagine del Sistema preventivo nella educazione della gioventù75. In esse don Bosco riversava taluni risultati della sua esperienza, che rispecchiava a sua volta motivi familiari alla tradizione pedagogica cattolica. Vi faceva capo il metodo evangelico dell’ amore, della dolcezza, della ragionevolezza e della comprensione, propugnato da Fénelon e Rollin, rafforzato a contatto con i Fratelli delle Scuole Cristiane, in sintonia con figure e scritti dell’Ottocento vicini a lui76. La fonte più immediata e più incisiva, probabilmente, è il denso opuscolo del preposito generale dei Barnabiti, p. Alessandro Teppa, Avvertimenti per gli educatori ecclesiastici della gioventù, di cui si è detto. Del binomio "preventivo/repressivo", poi, don Bosco potrebbe aver avuto sentore mediante un qualche contatto con circoli liberali e in ambienti giudiziari, carcerari, carceri giudiziarie e penali, e istituti correzionali. Si è accennato, in particolare, al correzionale torinese della "Generala". Analoghe suggestioni potrebbero essere giunte dalla conoscenza, almeno sommaria, dell’opera pedagogica più impegnativa di mons. Félix Dupanloup, De l’éducation, a cui pure si è accennato.

  1. L’impatto con la gioventù torinese

Il succedersi dei documenti "pedagogici" di don Bosco e la loro conformità alle diverse situazioni induce a ripensare in profondità, al di là delle accertate o probabili dipendenze culturali e letterarie, ai più immediati "formatori" di don Bosco educatore, della sua mentalità, del suo stile. Sono i giovani e i collaboratori degli ambienti più disparati.

La "formazione" sul campo dovette cominciare con particolare significatività dal primo impatto con la gioventù torinese negli anni del Convitto ecclesiastico, nel carcere, per le strade, nei "catechismi". Era un’esperienza radicalmente nuova. Certamente ad essa non l’aveva preparato il mondo rurale in cui era vissuto, la scuola latina chierese e, almeno praticamente, la scienza teologica del seminario. Era una nuova "scuola" quella che ebbe inizio con le prime esperienze. Essa non si conclude con quelle; anzi, con il variare dei tempi e dei contesti, lo obbligherà a una continua ristrutturazione della percezione della realtà e degli interventi correlativi.

D’altra parte, temperamento realisticamente aperto alle situazioni storiche, "mente assorbente" per eccellenza, don Bosco si è mostrato particolarmente sensibile alle vibrazioni psicologiche di quanti incontrava e con quanti conviveva. Non è da stupire se la rigorosa fedeltà agli ideali e il perseguimento di grandi disegni non gli abbiano impedito mai di percepire le richieste, le esigenze, i caratteri dei "destinatari", soprattutto dei giovani interlocutori, tanto diversi nel lungo arco di attività educativa, dal 1841 al 1888, e in rapporto a differenti condizioni storiche, sociali e culturali. Gli argomenti e i "segnali" sono molti; ma domina su tutti il contatto quotidiano, intensamente personalizzato, con i suoi ragazzi: nel cortile, in ufficio, nei discorsini serali, nella confessione, nelle lettere, nelle diverse iniziative di scrittore, organizzatore, dirigente. Di questo contatto sono espressione documentata, anzitutto, le Memorie dell’Oratorio di San Francesco di Sales, che, in moltissime pagine e nell’ispirazione generale, si possono considerare l’espressione riflessa di un’autentica "pedagogia raccontata", derivante da un’esperienza "oratoriana", prima rurale e poi urbana.

Seguono le biografie, che tramandano la persistente immagine di un "don Bosco tra i giovani", in dialogo con loro a diversi livelli, e, insieme, i successivi tentativi di sistemazione degli elementi pedagogici qualificanti: il dovere, lo studio, la pietà, l’allegria, i sacramenti. La forza della buona educazione (1855), la Vita del giovanetto Savio Domenico (1859), il Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele (1861), Il pastorello delle Alpi (1864) sono altrettante rappresentazioni di esperienze educative interattive e di racconti assurti al significato di sistemazioni pedagogiche.

Non va dimenticato, infine, un documento che, prolungato nel tempo, parla delle ansie assistenziali ed educative di ogni giorno: le numerose lettere ad autorità e a benefattori, ad amici e collaboratori, soprattutto a educatori e a gruppi di giovani, espressione di una presenza ininterrotta, emotivamente e operativamente partecipe.

Molteplici elementi emergeranno dai capitoli seguenti.

Gli stessi "sogni" potrebbero fornire indicazioni sulla crescente consapevolezza che don Bosco si è formato della "condizione" naturale ed esistenziale del pianeta giovani. Più che come esoteriche fantasie notturne essi, a profitto di un’ approfondita conoscenza del sistema preventivo, sono da considerarsi espressioni di ansie e immaginazioni, che convergono ad un unico assillo esistenziale: la felicità temporale ed eterna dei giovani, i pericoli che la minacciano, le industrie per promuoverla. Rivelano, in sostanza, il senso profondo della sua vita e della sua missione di educatore.


NOTE

1 È evidente in don Bosco la priorità cronologica e psicologica della vocazione sacerdotale rispetto a quella educativa. Sul problema offrono svariati elementi: J. Klein - E. Valentini, Una rettificazione cronologica delle "Memorie di San Giovanni Bosco", in "Salesianum" 17 (1955) 581-610; F. Desramaut, Les Memorie I de Giovanni Battista Lemoyne. Étude d’un ouvrage fondamental sur la jeunesse de saint Jean Bosco, Lyon 1962, p. 186; P. Braido, Il sistema preventivo di San Giovanni Bosco. Torino, PAS 1955, pp. 49-59.

2 Sulla prima educazione e istruzione religiosa e, quindi, sul catechismo, che hanno marcato la mentalità di don Bosco educatore, cfr. MO (1991) 33-34, 42-44 e P. Braido, L’inedito "Breve catechismo pei fanciulli ad uso della diocesi di Torino" di don Bosco. Roma, LAS 1979, Introduzione, pp. 7-8, 22.

3 Non sono mancate, peraltro, a don Bosco figure maschili che hanno influito nella strutturazione della sua personalità, arricchendone tratti, già a lui comunicati da una madre forte e lungimirante: cfr. G. Stickler, Dalla perdita del padre a un progetto di paternità. Studio sulla evoluzione psicologica della personalità di don Bosco, in "Rivista di Scienze dell’ Educazione" 25 (1987) 337-375.

4 MO (1991) 33-34.

5 MO (1991) 34, 42-44.

6 MO (1991) 48-50. Una ricostruzione sostanzialmente credibile si trova nella biografia compilata da G. B. Lemoyne, Scene morali di famiglia esposte nella vita di Margherita Bosco. Racconto edificante ed ameno. Torino, tip e libr. Salesiana 1886, VII-188 p. e nel saggio di E. Valentini, Il sistema preventivo nella vita di Mamma Margherita. Torino, LDC 1957 pp. 146.

7 MO (1991) 45-51. "Io mi sono messo nelle mani di D. Calosso (...). Ogni parola, ogni pensiero, ogni azione eragli prontamente manifestata (...). Conobbi allora che voglia dire avere una guida stabile, di un fedele amico dell’ anima, di cui fino a quel tempo era stato privo" (p. 47).

8 MO (1991) 38-42, 76-82.

9 È un elemento notevole, seppure non unico, di specifico influsso della Compagnia di Gesù, poiché a suoi membri e alla sua pedagogia scolastica fa capo il Regolamento di Carlo Felice del 23 luglio 1822, come si è detto, che modella le scuole del regno sardo, comprese le "congregazioni" domenicali degli studenti, a cui può connettersi in parte l’oratorio festivo di don Bosco.

10 MO (1991) 56-58, 63-64.

11 MO (1991) 82-84.

12 MO (1991) 71-72.

13 MO (1991) 64-65, 84.

14 MO (1991) 116.

15 Quanto all’ insegnamento nella facoltà teologica e nei seminari torinesi nei primi decenni del secolo XIX si è scritto: "In fatto di morale si insegnava il probabiliorismo, in materia ecclesiologica (a dispetto della neutralità ufficiale) si esponevano tesi antinfallibiliste ed anche critiche rispetto al primato. Nella prassi pastorale si applicava il rigorismo; tra il clero, certamente quello dotto, da cui venivano scelti i vescovi, erano comuni idee moderatamente filogallicane", cioè giurisdizionalistiche (G. Tuninetti, L. Gastaldi 1815-1883, vol. I Teologo, pubblicista, rosminiano, vescovo di Saluzzo: 1815-1871. Torino, Edizioni Piemme 1983, p. 33).

16 MO (1991) 91-93, 106-108.

17 MO (1991) 107.

18 A. H. Bérault-Bercastel, Storia del cristianesimo dell’ abate Bérault-Bercastel recata in italiano con dissertazioni e note dell’ abate Giambattista Zugno, vol. I. Torino, tip. Cassone, Marzorati e Vercellone 1831, p. 30.

19 Cfr. Institutiones ad universum seminarii regimen pertinentes, in Acta Ecclesiae Mediolanensis, ed. A. Ratti. Milano 1892, vol. III, col. 93-146.

20 MO (1991) 91. Al momento del commiato le impressioni sono diverse, MO (1991) 110. In un libro del sacerdote F. Falcone, Per la riforma dei seminari in Italia (Roma, F. Pustet 1906), il sistema preventivo di D. Bosco è proposto anche ai "seminari, massime al ginnasiale e al liceale", pur congiunto, in funzione degli scopi particolari della formazione ecclesiastica, alla "sostanza del sistema educativo di S. Carlo" (Ibid., pp. 56-66).

21 Cfr. G. Usseglio, Il teologo Guala e il Convitto ecclesiastico di Torino, in "Salesianum" 10 (1948) 453-502.

22 MO (1991) 116-117. Sono ideali e impressioni che don Bosco aveva rilevato nel Ragionamento funebre esposto il giorno XXX agosto nella Chiesa di San Francesco d’Assisi (1860): "Lo scopo di questo convitto è di ammaestrare i novelli sacerdoti nelle materie pratiche del sacro ministero, particolarmente in ciò che riguarda all’amministrazione del sacramento della penitenza ed alla predicazione della parola di Dio (...)" (Biografia del sacerdote Giuseppe Caffasso esposta in due ragionamenti funebri dal sacerdote Bosco Giovanni, Torino, Paravia 1860, pp. 73-74, OE 12, 423-424).

23 Regolamento del convitto ecclesiastico compilato dal teol. Luigi Guala, in G. Colombero, Vita del servo di Dio D. Giuseppe Caffasso, con cenni storici sul Convitto ecclesiastico di Torino. Torino, Fratelli Canonica 1895, p. 361 (Pietà e Studio).

24 Cfr. Regolamento del Convitto ecclesiastico..., abbozzo originario, riportato da A. Giraudo, Clero, seminario e società. Aspetti della Restaurazione religiosa a Torino. Roma, LAS 1993, p. 395.

25 Erano impegni proposti a tutti i convittori abilitati all’ esercizio delle attività pastorali specifiche: la catechesi, la predicazione, l’ amministrazione del sacramento della penitenza: cfr. L. Nicolis di Robilant, Vita del Ven. Giuseppe Cafasso, confondatore del Convitto Ecclesiastico di Torino. Torino, Scuola Tipografica Salesiana 1912, 2 vol.; in particolare, vol. II, pp. 1-16 e 208-230.

26 Il Lemoyne scrive di frequenti visite di don Bosco al Convitto, nel quale era rimasta disponibile una stanza, dove poteva raccogliersi soprattutto per mettere a punto le sue pubblicazioni: cfr. MB II 257-258; L. Nicolis di Robilant, Vita del Ven. Giuseppe Cafasso..., vol. II, pp. 222-223; questo Autore consacra l’intero VII capitolo del II volume al tema delle relazioni tra don Bosco e il Cafasso (pp. 208-230).

27 Per un più puntuale riferimento ai tratti emergenti della spiritualità del Cafasso può risultare utile la sintesi offerta da F. Accornero, La dottrina spirituale di San Giuseppe Cafasso, Torino, LDC 1958: particolarmente caratterizzanti la santità del dovere (pp. 39-61), la confidenza (pp. 107-130) e l’esercizio della buona morte (pp. 217-219).

28 Cfr. P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. I, pp. 85-95; E. Valentini, Don Bosco e S. Alfonso, Pagani (Salerno), Casa Editrice Sant’Alfonso 1972, 83 + 85 p.

29 Roma 1622, con altre edizioni romane del 1745 e 1837.

30 A. Giraudo, Clero, seminario e società..., p. 264.

31 Cfr. A. Giraudo, Clero, seminario e società..., pp. 444-445.

32 Di esso si conserva il manoscritto autografo di don Bosco e una copia di don Berto con correzioni dell’ autore. Il testo è riprodotto con varianti in MB IX 214-221. Di Filippo aveva tracciato un breve profilo già nella Storia ecclesiastica del 1845 e del 1848 (pp. 315-316, OE I 315-316) (ampliato nella terza edizione del 1870 con aggiunte che accentuano le coincidenze tra i due sistemi educativi).

33 Porta teco cristiano ovvero Avvisi importanti intorno ai doveri del cristiano acciocché ciascuno possa conseguire la propria salvezza nello stato in cui si trova. Torino, tip G. B. Paravia 1858, pp. 34-36, OE XI 34-36.

34 G. Bosco, Storia ecclesiastica..., p. 331, OE I 489; cfr. pp. 330-352, OE I 488-490.

35 G. Bosco, Porta teco cristiano..., pp. 8-22, 48-55, OE XI 8-22, 48-55; cfr. A. Dordoni, Un maestro di spirito nel Piemonte tra Sei e Settecento. Il padre Sebastiano Valfrè dell’Oratorio di Torino. Milano, Vita e Pensiero 1952, 210 p.

36 Cfr. P. Stella, Don Bosco e Francesco di Sales: incontro fortuito o identità spirituale?, nel vol. di J. Picca e J. Strus´ (a cura di), San Francesco di Sales e i Salesiani di Don Bosco. Roma, LAS 1986, pp. 139-159.

37 Costituzioni pel Seminario Metropolitano di Torino (1819), parte I, cap. II, art. 9, cit. da A. Giraudo, Clero, seminario e società..., p. 351.

38 MO (1991) 132-133.

39 A. Dodin, St Vincent et la charité. Paris, Éditions du Seuil 1960, pp. 72-75, 127-133.

40 Don Bosco lo ricorda nelle Memorie dal 1841 al 1884-5-6, riportando le risoluzioni prese, tra cui "la carità e la dolcezza di S. Francesco di Sales mi guidino in ogni cosa" (F. Motto, Memorie dal 1841 al 1884-5-6 pel sac. Gio. Bosco a’ suoi figli salesiani, RSS 4 (1985) 88-89).

41 G. Bosco, Storia ecclesiastica..., p. 328, OE I 486.

42 Torino, tip. G. B. Paravia 1848, 288 p., OE III 215-502. Cfr. D. Malfait - J. Schepens, "Il Cristiano guidato alla virtù ed alla civiltà secondo lo spirito di San Vincenzo de’ Paoli", RSS 15 (1996) 317-381; su san Vincenzo de’ Paoli, cfr. G. Bosco, Storia ecclesiastica..., pp. 328-329, OE I 486-487.

43 A. Giraudo, Clero, seminario e società..., p. 288; cfr. pp. 277-288 (L’ ideale sacerdotale del Chiaverotti).

44 Cfr. L. Nicolis di Robilant, Vita del Ven. Giuseppe Cafasso...., vol. II, pp. 1-16, 208-230.

45 Cfr. G. Cafasso, Meditazioni per esercizi spirituali al clero pubblicate per cura del Can.o Giuseppe Allamano. Torino, Fratelli Canonica 1893, 325 p.; Id., Istruzioni per esercizi spirituali al clero pubblicate per cura del Can.o Giuseppe Allamano. Torino, Fratelli Canonica 1893, 312 p.

46 Cfr. L. Nicolis di Robilant, Vita del Ven. Giuseppe Cafasso..., vol. II, pp. 1-3, 213-215; P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. I, pp. 95-97.

47 Su G. Cocchi è utile la biografia di E. Reffo, Don Cocchi e i suoi artigianelli. Torino, tip. S. Giuseppe degli Artigianelli 1896; Id., Vita del T. Leonardo Murialdo. Torino, tip. S. Giuseppe degli Artigianelli 1905, IV-340 p.; A. Castellani,Il beato Leonardo Murialdo, vol. I Tappe della formazione. Prime attività apostoliche (1828-1966). Roma, Tip. S. Pio X 1966, pp. 156-157.

48 Il documento di base, che ispira tutti i regolamenti, sono chiaramente le Constitutioni et Regole della Compagnia et Scuole della dottrina Christiana fatte dal Cardinale di Santa Prassede, Arcivescovo, in essecutione del Concilio secondo provinciale, per uso della Provincia di Milano, in Acta Ecclesiae Mediolanensis ab eius initiis usque ad nostram aetatem opera et studio Presb. Achillis Ratti, vol. tertium, Mediolani 1892, col. 149-270. Più tardi Don Bosco utilizzò, tagliando e spesso riscrivendo, le Regole dell’Oratorio eretto in Milano il giorno 19 Maggio 1842 in contrada di S. Cristina n. 2135: è il titolo di copertina, mutato nel frontespizio in quest’altro: Regolamento Organico, Disciplinare e Pratico dell’Oratorio Festivo di S. Luigi G. Eretto in P. Comasina, Contrada di S. Cristina 2135DRegole per i Figliuoli dell’Oratorio sotto il Patrocinio della Sacra Famiglia (Milano 1766). Nell’Archivio Centrale Salesiano esiste anche il manoscritto degli Statuti antichi della veneranda confraternita del SS. Nome di Gesù eretta nella chiesa parrocchiale dei SS. Processo e Martiniano nella città di Torino (Torino 1664), che quanto alle pratiche religiose dei giovani oratoriani e all’aspetto ricreativo trovano una notevole eco nel Regolamento per gli esterni di don Bosco.

49 L’Educatore Primario. Giornale d’educazione ed istruzione elementare (1845-1846); L’Educatore. Giornale d’educazione ed istruzione (1847-1848), edito a Torino da Paravia e diretto dal sacerdote Agostino Fecia.

50 Cfr. P. Braido, Stili di educazione popolare cristiana alle soglie del 1848, nel vol. Pedagogia fra tradizione e innovazione. Milano, Vita e Pensiero 1979, pp. 383-404.

51 "L’ Educatore Primario", n. 34, 10 dicembre 1845, p. 576.

52 "L’ Educatore", n. 17, 1 luglio 1848, pp. 542-543.

53 G. Bosco, Storia sacra per uso delle scuole utile ad ogni stato di persone... Torino, dai tipografi-editori 1847, p. 7, OE III 7.

54 A. Fecia, Direttore, Introduzione, "L’Educatore Primario", n. 1, 10 genn. 1845, pp. 1-2.

55 "L’ Educatore primario", n. 24, 30 agosto 1845, pp. 404-407 (Dell’insegnamento della storia sacra col mezzo di tavole). Don Bosco lo cita con l’ indicazione V. Varrelli; nella seconda edizione (Torino, Speirani e Tortone, 1853) la prima generica indicazione è sostituita dalla seguente citazione: "V. F. Aporti Educat. Prim. Vol. I, p. 406": nell’ articolo del Garelli veniva riportato sul tema delle illustrazioni un testo di F. Aporti, che iniziava con le parole utilizzate da don Bosco: "La Storia Sacra va insegnata ai fanciullini col sussidio delle carte figurate rappresentanti i fatti, che ad essa si riferiscono" (p. 406).

56 Fa eccezione, forse, un breve saggio, rimasto inedito fino al 1929, dal titolo Avvertenza intorno all’uso da farsi nelle scuole delle storie sacre tradotte da lingua straniera, che mostra elementi analoghi ad uno scritto di p. Cristoforo Bonavino apparso ne "L’Educatore", marzo 1847, pp. 140-148, dal titolo Esame critico su parecchi compendi di Storia Sacra.

57 Il sacerdote Gian Antonio Rayneri e il laico Giuseppe Allievo, ragguardevoli esponenti della pedagogia spiritualistica cristiana, esercitarono un palese influsso diretto su due noti salesiani, don Francesco Cerruti e don Giulio Barberis. Gli inediti Appunti di Pedagogia Sacra del Barberis rivelano una massiccia dipendenza dai loro scritti. Cfr. J. M. Prellezo, G. A. Rayneri negli scritti pedagogici salesiani, in "Orientamenti Pedagogici" 40 (1993) 1039-1063; Id., Giuseppe Allievo negli scritti pedagogici salesiani, in "Orientamenti Pedagogici" 45 (1998) 393-419.

58 P. Stella, Valori spirituali nel "Giovane provveduto"..., p. 22.

59 Istruzione della Gioventù nella pietà cristiana .... Torino, Associazione presso i Librai Maspero e Serra 1831, "Scelta biblioteca economica d’ opere di religione", vol. XXIII. Vi furono parecchie edizioni italiane, tra cui a Venezia 1708, 1765, 1831, e a Lodi 1815.

60 Torino, nelle stampe di Giacomo Giuseppe Avondo 1768, 440 p. Francesco Avondo era figlio del tipografo-editore; dottore in teologia, incline al giansenismo, moriva nel 1776.

61 Genova, tip. Como 1842, 71 p.

62 Milano, tip. e libr. Pirotta e Comp. 1842, 240 p. Verrà poi pubblicato anche nelle "Letture Cattoliche", a. VII, fasc. VII, sett. 1859, col titolo La Guida della Gioventù nelle vie della salute. Torino, Paravia 1858.

63 Torino, dalla tipografia Paravia 1836, 252 p. Quello stesso anno dalla tipografia di Giacinto Marietti uscì la seconda edizione "riveduta e migliorata aggiuntovi un breve esercizio per la confessione, comunione e messa. Del Sac. S. B. A.", 304 p. È un estratto di Antiveleno il Memoriale cristiano ossia indirizzo pratico di vita cristiana con un brevissimo esercizio per la S. Confessione, Comunione e Messa tratto dal Mazzolin di fiori ai fanciulli ed alle fanciulle. Torino, per Giacinto Marietti Tipografo Librajo, s. d., 36 p.

64 Si cita dall’edizione di Venezia del 1708 in due tomi: Instruzione della gioventù nella Pietà Cristiana, cavata dalla Scrittura Sacra, e da’ Santi Padri. Opera del signor Carlo Gobinet Teologo della Sorbona, e Primicerio del Collegio Plessis-Sorbona.... Venezia, Presso Paolo Baglioni 1708.

65 C. Gobinet, Instruzione..., t. I, pp. 1-563.

66 C. Gobinet, Instruzione..., t. I, pp. 564-610.

67 C. Gobinet, Instruzione..., t. II, pp. 3-27.

68 C. Gobinet, Instruzione..., t. II, pp. 28-371.

69 C. Gobinet, Instruzione..., t. II, pp. 372-491.

70 C. Gobinet, Instruzione..., t. II, pp. 312-371.

71 C. Gobinet, Instruzione..., t. II, pp. 374-419.

72 C. Gobinet, Instruzione..., t. II, pp. 420-491.

73 Nello studio di Pietro Stella, Valori spirituali nel "Giovane provveduto", i primi due capitoli sono dedicati a precisare dipendenze e convergenze: Letteratura ascetica per la gioventù in Piemonte (pp. 21-45) e Le fonti del "Giovane provveduto" (pp. 46-79).

74 Dell’ arte di governare. Qual è il governo migliore, il severo, o il dolce?. Opera del p. Stefano Binet, della Compagnia di Gesù tradotto in italiano dal p. Antonio Bresciani della medesima Compagnia. Torino, per Giacinto Marietti 1843, 168 p. Le considerazioni preliminari di p. Bresciani si trovano alle pp. 5-10.

75 Le brevi pagine furono pubblicate dapprima in edizione bilingue, italiana e francese, in un opuscolo dal titolo Inaugurazione del Patronato di S. Pietro in Nizza a Mare. Scopo del medesimo esposto dal Sacerdote Giovanni Bosco con appendice sul sistema preventivo nella educazione della gioventù. Torino, tip. e libr. salesiana 1877, 68 p., OE XXVIII 380-446; seguirono immediatamente le due edizioni separate dell’ intero opuscolo sull’ Inaugurazione; dal novembre dello stesso anno le pagine sul sistema preventivo trovarono il posto d’onore nell’ opuscolo Regolamento per le case della Società di S. Francesco di Sales. Torino, tip. salesiana 1877, OE XXIX 99-109. Cfr. Giovanni (s.) Bosco, Il sistema preventivo nella educazione della gioventù. Introduzione e testi critici a cura di Pietro Braido, RSS 4 (1985) 171-321.

76 Cfr. P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. II, cap. XIV Elementi religiosi nel sistema educativo di don Bosco, in particolare pp. 450-459 (Il Sistema preventivo nel contesto culturale di Don Bosco e del suo ambiente).