Capitolo 8

Le opere, il cuore, lo stile

Pietro Braido

 

La sintesi esperienziale degli elementi costitutivi del "sistema" non si può separare dalla personalità di don Bosco e dalla tipica fisionomia delle istituzioni nelle quali egli e i suoi collaboratori hanno operato.

Ne consegue che i lineamenti fondamentali dell’esperienza preventiva, che si analizzano nei capitoli successivi, possono essere compresi soltanto in stretta connessione con la sua biografia, il suo temperamento e i tratti della sua personalità.

Se ne tenterà una sommaria rievocazione in questo capitolo1.

  1. Le opere

Nelle Memorie dell’ Oratorio don Bosco fa risalire la propria attività in favore dei giovani all’ 8 dicembre 1841 con il casuale incontro con un diciassettenne, Bartolomeo Garelli2. In due memorie sull’ oratorio di Valdocco del 1854 e del 1862, Cenno storico e Cenni storici, si parla di origini senza l’ individuazione di un giovane particolare3. Comunque, anche se inizialmente sembra che il catechismo sia la finalità quasi esclusiva, l’ attenzione si allarga ai bisogni giovanili primari. In una lettera al Vicario di Città, marchese Michele Benso di Cavour, del 13 marzo 1846, don Bosco scrive: "Lo scopo di questo Catechismo si è di raccogliere nei giorni festivi quei giovani che abbandonati a se stessi non intervengono ad alcuna Chiesa per l’ istruzione, il che si fa prendendoli alle buone con parole, promesse, regali, e simili. L’insegnamento si riduce precisamente a questo: 1˚ Amore al lavoro. 2˚ Frequenza dei Santi Sacramenti. 3˚ Rispetto ad ogni superiorità. 4˚ Fuga dei cattivi compagni"4.

Poco dopo, il desiderio di dare riparo ai più bisognosi portava don Bosco a creare un modesto ospizio, la "casa annessa" all’ oratorio, che accresceva esigenze e urgenze di soccorsi5. Ne scriveva nel 1854 al conte Clemente Solaro della Margherita, il conservatore ministro degli esteri del Regno sardo dal 1835 al 1847: "Senza calcolare molte altre spese, la sola nota del panattiere di questo trimestre monta ad oltre fr. 1600 [circa 5 milioni di lire]; e non so ancora dove prendere un soldo: pure bisogna mangiare; e se io nego un tozzo di pane a questi giovani pericolanti e pericolosi li espongo a grave rischio e dell’anima e del corpo (...). Qui non trattasi di soccorrere un individuo in particolare, ma di porgere un tozzo di pane a giovani cui la fame pone al più gran pericolo di perdere la moralità e la religione"6.

È questa la ragione delle sue opere e della loro fisionomia popolare: opere di massa, che vogliono abbracciare il maggior numero di soggetti e rispondere alla totalità dei bisogni.

Primo in ordine cronologico sorge l’oratorio, la casa domenicale dei giovani "abbandonati" a se stessi: lontani o trascurati dalla famiglia, lavoratori residenti o immigrati privi di stabili punti di riferimento, ex-corrigendi, apprendisti in cerca di lavoro, studenti che con l’abrogazione dei Regolamenti di Carlo Felice vedono decadere le loro antiche "Congregazioni"7. Collegati con l’Oratorio, sono da ricordare vari tipi di scuole popolari, che vengono ad assumere una consistenza propria nel complesso dell’opera di don Bosco: le scuole di canto e di musica, di alfabetizzazione, di cultura generaleserali edomenicali, che preludono agli esternati, ai pensionati, ecc.

Per il canto e la musica, scriveva più tardi don Bosco nelle Memorie dell’Oratorio: "Fin d’allora mi accorsi che, senza la diffusione di libri di canto e di amena lettura, le radunanze festive sarebbero state come un corpo senza spirito"8; "nell’inverno del 1846-7 le nostre scuole ottennero ottimi risultati. In media avevano trecento allievi ogni sera. Oltre alla parte scientifica, animava le nostre classi il canto fermo e la musica vocale, che tra noi furono in ogni tempo coltivati"9. Quando, dopo il 1848, credette di ravvisare che "i pericoli, cui i giovanetti erano esposti in fatto di religione e di moralità, richiedevano maggiori sforzi per tutelarli", "alla scuola serale ed anche diurna, alla musica vocale si giudicò bene di aggiugnere la scuola di piano e di organo e la stessa musica istrumentale", una "nascente società filarmonica", di cui egli stesso è il primo maestro, coadiuvato da altri più competenti10.

Analoghe esigenze porteranno decenni dopo, nell’anno 1871-1872, all’organizzazione a Valdocco di scuole elementari diurne. Erano destinate, come spiegava al sindaco di Torino, chiedendo qualche sussidio, ai ragazzi che "sia per incuria dei parenti, sia perché male abbigliati o per propria dissipazione rimanevano vaganti la intiera giornata con danno di loro stessi e con disturbo delle autorità di pubblica sicurezza"11.

Un posto rilevante occupano nell’azione giovanile di don Bosco associazioni di vario tipo, per età, categorie di giovani e finalità differenti: dal suo "genio" naturale, la "Società dell’allegria"; dalla tradizione religiosa, le "Compagnie"; dalla necessità di contrapporsi a forme moderne di associazionismo solidarista ispirate a principi anticattolici, la "Società di mutuo soccorso"; dalla tendenza assimilativa nei riguardi di iniziative che intuiva aderenti ai tempi, le "Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli", diffuse tra i giovani12.

Ma l’istituzione che doveva polarizzare con l’oratorio le migliori energie di don Bosco è l’ ospizio, diventato con crescente ampiezza collegio-convitto, per giovani avviati agli studi o a più avanzata formazione professionale13. Esso tenderà gradatamente e rapidamente a trasformarsi in istituzione autosufficiente, con laboratori e scuole proprie, centro integrale di aiuto materiale, di assistenza religiosa e morale, di istruzione e ricreazione, insomma di formazione giovanile completa. Diventerà in futuro in taluni spazi l’opera più diffusa delle Congregazioni fondate da don Bosco. Si capovolgeva, in certo senso, il rapporto con l’oratorio: prima "casa annessa" a questo, poi questo "annesso" alla casa14.

Della forma originaria dell’ ospizio don Bosco giustificava con queste parole la genesi: "Mentre si organizzavano i mezzi per agevolare l’istruzione religiosa e letteraria, apparve altro bisogno assai grande, cui era urgente un provvedimento. Molti giovanetti Torinesi e forestieri [erano] pieni di buon volere di darsi ad una vita morale e laboriosa; ma invitati a cominciarla solevano rispondere non avere né pane, né vestito, né alloggio ove ricoverarsi almeno per qualche tempo (...). Accorgendomi che per molti fanciulli tornerebbe inutile ogni fatica se loro non si dà ricovero, mi sono dato premura di prendere altre e poi altre camere a pigione, sebbene a prezzo esorbitante"15.

Del collegio per studenti, che inizierà il suo sviluppo negli anni ‘60, egli dà una ragione già in relazione a Valdocco: "La brama ardente manifestatasi in molti di percorrere i corsi scientifici regolari ha fatto fare qualche eccezione sulle condizioni di accettazione. Laonde per lo studio si accettano anche giovani non abbandonati e non totalmente poveri purché abbiano tale condotta morale e tale attitudine allo studio da lasciar non dubbia speranza d’ onorevole e cristiana riuscita in una carriera scientifica"16. Poi a partire dagli anni ‘60 vari collegi-convitti furono assunti da don Bosco in base a regolari convenzioni con municipi desiderosi di offrire studi secondari ai giovani di buona famiglia del luogo. Da Torino le istituzioni si allargano rapidamente in Italia, fuori d’Italia in Europa e oltre l’Oceano, in una catena, che non ha cessato di snodarsi con ritmo ininterrotto e veloce: Mirabello Monferrato, Lanzo Torinese, Borgo San Martino, Cherasco, Alassio, Varazze, Marassi e Sampierdarena, Torino-Valsalice17; poi dal 1875, Bordighera-Vallecrosia, Nizza Marittima, Almagro, Buenos Aires, Montevideo, Marsiglia, Magliano Sabina, Albano Laziale, Ariccia, Lucca, San Benigno Canavese, Este, La Spezia, Cremona, Firenze, Utrera in Spagna, Parigi, Roma, ecc.

Insieme si sviluppa una delle iniziative forse meno note, ma tra le più care a don Bosco, quella che doveva garantire non solo la continuità della sua opera, ma la possibilità di un esteso impegno educativo e cristiano: la ricerca, la promozione e la formazione di individui disposti a consacrare la loro vita all’azione diffusiva cattolica nel sacerdozio e nella vita religiosa; ossia l’interesse per le vocazioni ecclesiastiche e religiose. L’occasione gli fu offerta da particolari condizioni del seminario di Torino18, ma la preoccupazione rimase costante, accrescendosi anzi coll’allargarsi della sua opera e con la visione, sempre più ampia, dei bisogni della gioventù. Allo scopo fonda collegi organizzati come "piccoli seminari" e talvolta assume la gestione di seminari diocesani affidatigli da alcuni vescovi. Inoltre, promuove beneficenze e aiuti, affronta sacrifici per le difficili esenzioni dal servizio militare e da altri gravami economici. Come supporto istituisce l’ Opera di Maria Ausiliatrice per le vocazioni allo stato ecclesiastico, per giovani piuttosto adulti, ideata nell’anno del generoso slancio "missionario" della sua Società religiosa, il 187519.

Altro vasto settore, particolarmente congeniale alla mentalità e alle attitudini di don Bosco, sono le attività pubblicistiche, editoriali e librarie. Scrittore dalla produzione relativamente abbondante, specialmente nel campo catechistico, religioso, devozionale, apologetico, agiografico, egli allarga presto le possibilità di diffusione con la fondazione di tipografie, librerie e editrici dalle proporzioni sempre maggiori20.

Non è assente la preoccupazione scolastica, per esempio, con Il sistema metrico decimale (1849), né quella ricreativa, con novelle e perfino una composizione drammatica, La casa della fortuna (1865); non manca nemmeno un giornale, L’amico della gioventù, dalla breve vita (1848-1849).

Parallelamente egli imposta pubblicazioni periodiche e collane con notevole risonanza nell’ambito della cultura popolare e della scuola cattolica. Sorgono le Letture Cattoliche, iniziate nel 185321, laBiblioteca della gioventù italiana (1869-1885, 204 volumetti), i Selecta ex latinis scriptoribus in usum scholarum (dal 1866)22, il Bollettino Salesiano (dal 1877), la Piccola Collana delle Letture Drammatiche per istituti d’educazione e famiglie (dal 1885).

A questa attività si connette la ricca produzione e diffusione di libri e opuscoli controversistici a difesa della fede cattolica contro il proselitismo delle chiese riformate e la stampa anticlericale, che sta alla radice di altre iniziative pastorali e educative, come la fondazione di oratori, di ospizi, di chiese. Lo scopo prevalente è sempre la salvezza dei giovani e delle masse popolari: "togliere le anime dei poveri fanciulli dalle fauci dell’eresia"23

Don Bosco è pure un munifico e coraggioso costruttore di edifici per il culto, chiese e cappelle, e di centri di azione pastorale popolare. È una pianta che affonda le umili radici nella minuscola cappella ricavata nell’aprile del 1846 dalla povera tettoia Pinardi, a cui fecero seguito dopo pochi anni la chiesa di san Francesco di Sales e, più tardi, la chiesa di Maria Ausiliatrice. Grandi chiese come quella di san Giovanni Evangelista a Torino e del Sacro Cuore a Roma occuparono don Bosco per più di dieci anni di ansie e di fatiche. Dovunque, chiesa, oratorio, scuola, ospizio sono istituzioni inscindibili, a Torino e a Roma, come a Vallecrosia, Nizza, Buenos Aires, Marsiglia, La Spezia, Roma24.

Il cenno all’edilizia sacra fa correre spontaneo il pensiero a quel lavoro continuato e spesso segreto, che don Bosco svolse, dal primo all’ultimo giorno della sua vita di prete, a profitto delle categorie di persone più svariate, più impensate, per costruire coscienze moralmente rette e religiosamente fervide. Una trattazione su Don Bosco confessore, direttore spirituale, guida delle anime, nel rapporto con i singoli, nella predicazione popolare, in quella specializzata degli esercizi spirituali, forse uguaglierebbe quantitativamente la ricostruzione della sua azione pedagogica. In ogni caso essa la compenetra e la trasfigura, trasferendola dal piano umano a istanze e riflessi di netto carattere cristiano.

Enorme e continuata fu pure l’ azione sviluppata per un trentennio come fondatore della Società di san Francesco di Sales, di sacerdoti e laici, e dell’ Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice con compiti analoghi nel mondo femminile, affiancati dalla Pia Unione dei Cooperatori Salesiani. La "fondazione" si espresse a più livelli: le strutture, l’ inquadramento giuridico, il riconoscimento canonico, la formazione e l’ animazione dei membri, la difesa, il consolidamento, l’ espansione.

Questo lavoro fu costantemente condotto parallelamente e in stretta interazione con lo sviluppo, la direzione, la gestione amministrativa delle istituzioni educative e pastorali, con la frenetica ricerca dell’ indispensabile beneficenza e i conseguenti pluridirezionali rapporti epistolari e personali con benefattori privati e pubblici, ecclesiastici e laici.

Relativamente marginale rispetto alle attività principali, ma non irrilevante, fu l’ espisodico inserimento in trattative tra autorità politiche ed ecclesiastiche per la regolazione in Italia, di talune difficili situazioni giuridiche e pastorali25.

Non va dimenticata, infine, l’ardita azione svolta a distanza in favore degli emigranti e delle missioni, che dal 1875 diede un più ampio respiro di cattolicità ad un’opera potenzialmente universale, ma ancora chiusa entro confini piuttosto nazionali. Don Bosco la visse con un entusiasmo eccezionale, che conferisce al periodo di una già avanzata maturità quasi il tono di una seconda giovinezza. In realtà, ritorna sempre lo stesso motivo: "L’unico nostro desiderio si è di lavorare nel sacro ministero, specialmente per la gioventù povera ed abbandonata. Catechismi, scuole, predicazioni, giardini festivi per la ricreazione, ospizi, collegi formano la principale nostra messe"26.

  1. La personalità e lo stile

La motivazione profonda dell’azione di don Bosco è la carità: l’amore di Dio e del prossimo, fondato coerentemente sulla sua fede cattolica e la vocazione sacerdotale, quasi nata con lui. Ci sono, tuttavia,tratti di personalità che danno alla sua consacrazione e azione caritativa aspetti e timbri tipici, trasferendosi anche nel "sistema preventivo" che vi è adottato. Il rilevare alcuni di quei tratti diventa, dunque, compito ineludibile di chi voglia comprendere e rievocare le linee della sua esperienza pedagogica, essendo questa indivisibilmente intrecciata e quasi confusa con la sua personalità e il suo stile di vita.

2.1 Tradizione e modernità

Il tratto di don Bosco che ha spesso colpito gli osservatori, anche se, probabilmente, non è da ritenersi il principale, è la modernità27. Essa, comunque, è inseparabile da un fermissimo attaccamento al passato nei suoi valori fondamentali: le tradizioni morali e religiose assimilate nella famiglia e nella comunità cristiana, che l’ avevano spiritualmente nutrito; le abitudini di onestà, di laboriosità, di sacrificio che l’ avevano costantemente accompagnato; in sintesi, la fedeltà alla concezione e allo stile di vita proposto dal cristianesimo, custodito e predicato nella Chiesa cattolica dai papi, dai vescovi e dai sacerdoti, assecondati dai battezzati sinceramente praticanti.

Modernità e tradizione determinano una dualità di atteggiamenti, che per quanto distinti, e distintivi nei confronti di altri sacerdoti e cattolici del tempo, generalmente si fondono in don Bosco con estrema naturalezza. Effettivamente, in lui la dipendenza dall’ambiente spirituale da cui proviene, a volte fortemente conservatore, si concilia quasi sempre con un realismo, che lo fa aderire alle nuove situazioni ed esigenze con moderato ardimento: tradizionale senza essere reazionario, moderno senza allinearsi con nessuna forma di liberalismo cattolico.

Non sembra pertinente né esatto il discorso su don Bosco "precursore". Si è visto e si vedrà che la quasi totalità delle sue opere e delle sue idee è patrimonio costante della tradizione cattolica. A ciò lo portavano, come si è visto, mentalità, formazione, conoscenze, aderenze, simpatie: l’ambiente della sua borgata e della sua famiglia, la scuola chierese, il seminario, il Convitto, il Cafasso e le forze spirituali che interferivano e predominavano nei circoli ecclesiastici da lui preferiti, l’aristocrazia piemontese, fiorentina, romana, e i benefattori con i quali ebbe più amichevoli rapporti e dai quali ebbe cospicui aiuti, arcivescovi, cardinali, papi.

Il giudizio sugli avvenimenti del suo tempo non è, fondamentalmente, diverso da quello più largamente diffuso nel mondo cattolico. Si distingue, forse, certe volte, per un modo realistico di subirlo o di affrontarlo o di rettificarlo, talvolta addirittura con un tatticismo quasi spregiudicato, ma sempre sostanzialmente corretto.

È tipico a questo proposito l’atteggiamento di don Bosco di fronte a taluni fatti politici relativi al 1848. Il suo giudizio teorico non è, in sostanza, favorevole. Così egli, per esempio, giustifica la sua ripulsa a far partecipare l’Oratorio alle feste celebrative dello Statuto: "Che fare? Rifiutarmi era un dichiararmi nemico dell’Italia; accondiscendere, valeva l’accettazione di principii, che io giudicava di funeste conseguenze"28. Probabilmente il giudizio non si riferisce ai principi teorici di fondo (spirito democratico, antiassolutismo, ecc.), ma a conseguenze pratiche ritenute deplorevoli o realmente tali: prevaricazioni autoritarie, libertarismo, sfrenatezza di passioni e di stampa, rottura violenta con rispettabili tradizioni. In ogni caso non è positivo. Tuttavia sottentra subito una volontà di azione, che supera l’aspetto polemico, per diventare proposito di collaborare effettivamente alla realizzazione delle migliori esigenze contenute in qualsiasi statuto ben fatto e delle condizioni più urgentemente richieste per la costruzione di un ordine politico e sociale fondato su valori religiosi e morali. "Sig. Marchese - riferisce egli di aver dichiarato a Roberto d’Azeglio -, è mio fermo sistema tenermi estraneo ad ogni cosa che si riferisca alla politica. Non mai pro, non mai contro (...). Fare quel po’ di bene che posso ai giovanetti abbandonati, adoperandomi con tutte le forze affinché diventino buoni cristiani in faccia alla religione, onesti cittadini in mezzo alla civile società (...). Invitatemi a qualunque cosa, dove il prete eserciti la carità, e voi mi vedrete pronto a sacrificare vita e sostanze, ma io voglio essere ora e sempre estraneo alla politica"29.

In realtà, la sua è politica essenzialmente "religiosa", indirizzata al bene spirituale soprattutto dei giovani, e anche al loro benessere materiale, che egli vede necessariamente legato a quello30. È il criterio di base per giudicare fatti e idee e operare di conseguenza. "Mi raccomando di tutto cuore onde si degni supplicare il Signore Iddio ad aver pietà del povero Piemonte, per cui corrono tempi veramente calamitosi per la nostra santa cattolica religione", scriveva all’arcivescovo di Ferrara31; e più diffusamente all’amico can. Lorenzo Gastaldi: "Per la Religione siamo in tempi calamitosissimi. Credo che da S. Massimo fin qui non ci sia mai stato tale spirito di vertigine pari a quello d’oggidì. Il famoso progetto di legge passò nella camera elettiva [dei deputati]: si spera che non passerà nella camera dei senatori. Il Re è desolatissimo, ma è circondato da gente venduta e di malafede. Il clero lavora e credo non trascurisi da dirsi o da farsi per opporsi ai disordini imminenti; che se la mano di Dio aggravandosi sopra di noi ci permettesse qualche grave sciagura si avrà certamente la consolazione di aver fatto quanto era possibile"32.

Il giudizio politico è sempre funzionalmente "cattolico" ed è spesso recisamente negativo perché riferito ad abusi di libertà, alla protezione di apostati e protestanti, all’ offesa di diritti della chiesa, alle maggiori possibilità di diffusione del male. Soprattutto, "la gioventù è in pericolo": "Il Signore ci vuole in gran prove; è la prima volta che in questa nostra città si vede l’emissario protestante a predicare sulle pubbliche piazze! Si immagini che scandalo, e che male, i libri, fogli volanti, catechismi, prediche, promesse d’impieghi, limosine, elargizioni sono i mezzi che soglionsi usare dai protestanti. Il Clero lavora indefesso e con fermezza; ma bisogna dirlo, la gioventù è in gran pericolo"33. "Le cose di religione ed i sacri ministri - aveva scritto a Pio IX - da due anni in qua furono esposti a gravi cimenti ne’ nostri paesi, sia per le solite largizioni de’ protestanti, per le minacce ed eziandio per le oppressioni delle autorità (...). A questo si aggiunge l’istruzione acattolica della gioventù nelle scuole primarie e secondarie"34.

Non mancherà poi di sottolineare i problemi degli anni 1866-1867, auspicando pace civile e religiosa e assicurando al papa solidarietà e preghiera. "Speriamo - scrive al fidato cav. Oreglia - che Dio manderà quanto prima la pace fra i popoli cristiani e che i sudditi potranno unirsi intorno al loro sovrano ed occuparci tutti con animo più tranquillo alla salvezza dell’anima"35 "Noi intanto - rassicura il papa - continueremo in tutte le nostre case a pregare mattino e sera per la conservazione de’ giorni preziosi di V. S. affinché Dio le doni sanità e grazia per sostenere le gravi burrasche forse non lontane che la Divina Provvidenza permetterà che i nemici del vero bene sollevino contro alla intemerata sposa di Gesù Cristo. È l’ultima prova, avremo l’ aspettato trionfo"36. Probabilmente don Bosco condivideva con parecchi cattolici la speranza di avvenimenti eccezionali in difesa di Roma e del Papa. Ciò spiegherebbe anche un riferimento ironico alla fiducia dell’opposto fronte in un’imminente realizzazione dell’ acquisizione all’ Italia di Roma capitale: "Sia tranquilla che avanti che sia compiuta l’unità italiana (ciò sarà presto!!) il libro sarà ultimato"37. Dell’ arma dell’ ironia don Bosco si serviva, talora, con amici di identico sentire, per ridicolarizzare la "democrazia" e i "democraticoni", gli anticlericali alla Giuseppe Garibaldi38.

Previsioni e giudizi si succedono e contrastano prima e dopo il 1870. È singolare il pronostico arrischiato proprio il giorno dell’ entrata dell’ esercito italiano a Roma. "Sig. Commendatore, coraggio e speranza. Ritenga queste parole: un temporale, una burrasca, un turbine, un uragano, coprono il nostro orizzonte; ma saranno di breve durata. Dopo comparirà un sole che pari non risplendette da S. Pietro sino a Pio IX"39. Tre mesi dopo la presa di Roma scriveva alla contessa Carlotta Callori: "E che Dio ci serbi dopo un terribile contrasto tra Cristo e Satana di vedere la Chiesa ed il Santo Padre in pace"40.

Don Bosco, tuttavia, non disarmava. Non solo continuava con Tla sua politica realistica e costruttiva, ma proprio in forza di questa poteva addirittura inserirsi, come si è accennato, nella questione delle nomine dei vescovi e delle temporalità (1871-1874). Egli esplicita sempre meglio il suo pensiero assumendo come norma di azione "politica" l’evangelico "dare a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio"41, sempre guidato dal principio di fare il bene dovunque fosse richiesto e possibile. "Pel circolo degli operai - scriveva a un direttore salesiano richiesto di offrire un locale ad una associazione della città - e per quelli che lo promuovono tu puoi sempre dire che noi lasciamo a parte ogni idea di partito tenendoci fermi a quanto disse G. C.: Date quae sunt Caesaris Caesari, quae sunt Dei Deo. Ma che niuno ha niente a temere da noi né in parole né in fatti"42. "Si ritenga bene - chiariva altra volta - che se vogliamo andare avanti bisogna che non si parli mai di politica né pro né contro; il nostro programma sia fare del bene ai poveri fanciulli. Le cose annesse a questo principio verranno da Dio suggerite e guidate di mano in mano che ne sarà mestieri"43. E più impegnativamente aveva ribadito, anni prima, al ministro Giovanni Lanza nel corso di trattative per la questione delle temporalità vescovili: "Io scrivo con confidenza e l’assicuro che mentre mi professo sacerdote cattolico ed affezionato al Capo della Cattolica Religione, mi sono pur sempre mostrato affezionatissimo al Governo, per i sudditi del quale ho costantemente dedicate le deboli mie sostanze e le forze e la vita. Se Ella crede che la possa servire in qualche cosa vantaggiosa al Governo ed alla Religione non ha che accennarmene il modo"44.

T2.2 Realismo e tempestività

Il lavoro tra i giovani non è ispirato a don Bosco da ideologie o da considerazioni teoriche, ma dalla sua sensibilità umana e sacerdotale posta di fronte a fatti tangibili e a situazioni concrete, che richiedono, più che piani e progetti, interventi e soluzioni immediate e realistiche. Lo provocano i fatti.

È il problema del tempo libero di giovani impreparati ad utilizzarlo convenientemente: "Alcune persone, amanti della buona educazione del popolo videro (...) con sentimento di profonda tristezza molti di coloro, che si sono dedicati per tempo all’esercizio delle arti e delle industrie cittadine, andar nei giorni festivi consumando nel giuoco e nelle intemperanze la sottile mercede guadagnata nel corso della settimana"45.

È la condizione dei giovani immigrati dalla campagna alla città: "Crediamo cosa pubblicamente conosciuta come il sac. Bosco Gioanni nel desiderio di promuovere il vantaggio morale della gioventù abbandonata si adoperò che fossero aperti tre Oratorii maschili ai tre principali lati di questa città, ove nei giorni festivi sono raccolti, nel maggior numero che si può, quei giovani pericolanti della città e de’ paesi di provincia che intervengono a questa capitale"46.

È, ancora, il flagello del colera, epidemia che nel 1854 accresce il numero degli orfani e dei senza famiglia, con aumentate preoccupazioni di spazio, carenza di commestibili, rallentamento della beneficenza, mentre crescono i pericoli morali47.

È il problema più generale dei giovani, "pericolanti e pericolosi", presentati come la maggioranza. A non piccola parte, comunque, poteva applicarsi quanto scriveva in una circolare del 13 1854: "Mi trovo nella dolorosa circostanza di poterla assicurare, che se vi fu tempo calamitoso per la gioventù certamente è questo. Un gran numero trovasi ad imminente pericolo di perdere onestà e religione per un tozzo di pane"48.

Motivi analoghi sono rievocati e pubblicizzati ad ogni fondazione di nuove opere giovanili, vicine e lontane. A Genova-Sampierdarena, scrive, "la popolazione è pressoché di ventimila anime con una sola parrocchia e con pochissimo clero, un nulla in paragone del bisogno. Questo bisogno è sentito in tutti que’ cittadini, ma specialmente nei poveri giovanetti, che in gran numero vagano per le vie e per le piazze abbandonati ai pericoli di perversione cui l’ inesperta loro età li espone"49.

Cose analoghe, ma più pressanti in una città che sta crescendo rapidamente, sono dette per La Spezia. "Fra le città d’Italia in cui abbondano ragazzi abbandonati è certamente La Spezia. I cittadini sono quasi tutti operai dell’Arsenale che non possono averne la dovuta cura, mentre il numero degli abitanti in brevissimo tempo da cinque cresciuto a ventisettemila, non permise di provvedere istituti educativi che sarebbero di assoluta necessità"50. "L’educazione religiosa della gioventù è divenuta una necessità sentita da tutti gli uomini onesti. Ma i poveri figli del popolo, quelli che mancano di mezzi e dell’assistenza dei genitori, meritano particolare affezione. Senza morale istruzione, senza un’arte od un mestiere questi giovanetti corrono gravissimo rischio di diventare un pubblico flagello, e quindi abitatori delle carceri. Questo bisogno è ovunque grave, ma in modo speciale nella Spezia. Questa città, che in pochi anni portò il numero degli abitanti da quattro a trentamila, versa in deficienza assoluta di chiese, di scuole, e di ospizi"51.

Problemi gravi insorgono a Roma diventata capitale effettiva del regno d’ Italia. "Questa alma città - illustrava al papa - nei tempi normali era abbondantemente provveduta d’istituti educativi per ogni condizione di cittadini. Ora lo stato anormale delle cose, lo straordinario aumento di popolazione, i molti giovanetti che da lontano si recano qua in cerca di lavoro o di rifugio, rendono indispensabili alcuni provvedimenti per la bassa classe del popolo. Questo bisogno è reso dolorosamente palese dal gran numero di giovanetti vagabondi, che scorazzando per le piazze e le vie, per lo più vanno a popolare le prigioni (...). Questi poverelli sono più abbandonati che perversi e pare che loro sarebbe un grande benefizio, se si potesse aprire un istituto"52.

I riferimenti si estendono alle opere più disparate, comprendendo anche le scuole a orientamento classico - come metteva in evidenza negli anni della svolta "collegiale" -, destinate a "diffondere l’istruzione secondaria fra i giovanetti meno agiati, ma commendevoli per ingegno e per virtù", a "beneficare poveri giovani, che hanno il merito dell’ingegno e della moralità, ma affatto privi o quasi del tutto privi di mezzi di fortuna, per coltivare quell’ingegno che la divina Provvidenza ha loro largito"53.

2.3 Saggezza e fermezza

L’ aderenza di don Bosco ai tempi e alle situazioni si caratterizza ancora per una tipica nota di moderazione, che è propriamente saggezza. Certamente egli non è, per principio, sostenitore dell’ "ottimo nemico del bene", ma sa rinunciare anche all’ottimo per il bene, quando questo sia l’unico raggiungibile; è anche incline a preferire il bene limitato o imperfetto piuttosto che il nulla. "Sono pienamente d’accordo con te - scrive a un suo collaboratore in una circostanza particolare -. L’ optime è quanto cerchiamo, ma pur troppo dobbiamo contentarci del mediocre in mezzo a molto male. I tempi sono tali. Ciò nulladimento i risultati finora ottenuti devono soddisfarci"54. "Come ben vede - aveva scritto molti anni prima al padre Gilardi dell’ Istituto della Carità, con il quale era in trattative per certe costruzioni -, bisogna usare tutta la semplicità della colomba, ma non dimenticare la prudenza del serpente: tenere ogni cosa destramente celata affinché l’uomo nemico non corra a seminare zizzania. Ciò nondimeno le cose pubbliche dovendo avere una legalità pubblica, onde nissuna delle parti abbia a patirne danno in faccia alle leggi: così presento all’ Ill.mo e R.d.mo suo Superiore il seguente progetto"55.

Saggezza e fermezza, idealismo e realismo, calcolo umano e fiducia in Dio, paziente attesa e spinta in avanti, diplomazia e franchezza si accompagnano sempre in equilibrio dinamico. "Del resto Ella sa la mia buona volontà; dove l’industria, il buon volere, possono conseguire qualche cosa per la gloria di Dio io ci sono con tutte le mie forze"56. È un suo principio, integrato dall’altro, che definisce la sua "crociata" operosa e costruttiva, mossa da incrollabile fede teologale: "Dio è con noi. Non temete"57. Ma la franchezza non esclude la ponderazione, basata sulla conoscenza di cose e persone, e lo spirito conciliativo, quando occorra, negli affari materiali come negli interessi spirituali. "Desidero e mi raccomando che ogni vertenza venga appianata da buoni amici fuori dei tribunali civili, rimettendoci a persona perita, di reciproca confidenza"58. "Dimmi lo stato morale, materiale e speranze o timori delle cose nostre. Senza di questo non possiamo camminare se non fra le incertezze"59.

In una circostanza particolare, chiede a un religioso di fiducia a Roma se il parere contrario all’ approvazione delle costituzioni fosse stato espresso anche da vescovi che avevano inviato a Roma una favorevole lettera commendatizia. Gli serve per predisporre la tattica successiva: "(...) e ciò unicamente per norma, cioè se debbo camminare sul loro consiglio oppure agire contro a quello che mi dicono per assicurarmi di fare quello che vogliono"60.

Per questo in certe questioni egli vuole confrontare le proprie idee con il parere dei collaboratori: "Abbi pazienza, fatti coraggio, aggiusteremo tutto. È un anno di eccezione; il materiale per edificare c’è; bisogna soltanto collocarlo al suo posto (...). Le cose si presentano colle più belle apparenze; di qui ad otto o dieci giorni scrivetemi di nuovo, ed esponetemi le vostre difficoltà; ma ditemi nel tempo stesso il vostro parere intorno al modo di superarle"61.

Ma può permettersi anche una certa irrequietezza o impazienza di indugi e remore o ansia di arrivare al traguardo, quando le cause gli sembrano giuste e urgenti. "Le cose sono molto pasticciate. Ho ricevuto la famosa comunicazione. Preparo qualche osservazione. Ma vi è la tua firma. Se hai qualche cosa da osservare, dimmelo subito. Il Card. Nina ti attendeva per farti fare il pulcinella. Ci caveremo anche da questa come potremo"62. È una lettera al suo rappresentante a Roma. Non è l’unica, soprattutto per quanto riguarda la difficoltosa costruzione della chiesa del S. Cuore: "Io desidero che i lavori progrediscano, fo degli sforzi incredibili per trovare danaro; ma se le cose vanno così, quando si vedrà la chiesa finita?"63.

L’aumento delle difficoltà accresce le sue pressioni, fino all’ironia. "Ricevo la tua lettera. Pazienza in tutto. Accomoderemo tutto (...). Invece di biasimare quello che fabbrichiamo a Roma, io vorrei che certi signori pensassero a darci danaro"64. "Alii alia dicant delle nostre cose a Roma. Io bado a niente, perché siamo sicuri del fatto nostro"65. "Io faccio quel che posso; ma bisogna che tu e D. Savio vi adoperiate a cercare danaro (...). Fatevi coraggio: danaro non manca in Roma"66. "Sarebbe necessaria una presa di Sun di Spagna per isvegliare il compilatore di Brevi (assai lunghi) per nostre decorazioni"67.

2.4 Magnanimità e concretezza

È anche notevole in don Bosco la coesistenza di grandezza nelle ideazioni e nei piani di attuazione e concretezza delle realizzazioni e delle strumentazioni.

Si potrebbe raccogliere in proposito tutta un’antologia di affermazioni, che rivelano disponibilità, intraprendenza, ardimento. "Ho letto il programma e il progetto della Biblioteca Ecclesiastica - scrive al vescovo di Mondovì, mons. Ghilardi -, l’impresa è ardua e gigantesca; se però si possono avere collaboratori e farsi conoscere come si merita, dal canto mio ci sarò totis viribus"68. "Come vedrà da foglio unito - è detto in altra lettera, al prof. Vallauri, richiedendo pubblicità sul giornale cattolico torinese, "L’ Unità Cattolica", per la chiesa di san Giovanni Evangelista - l’opera è gigantesca, ma è di assoluta necessità, perciò son deciso di darvi mano"69. "Questo vuole il Signore in questo momento da noi! Case e collegi di bassa condizione, ricoveri in cui siano accettati selvaggi o semiselvaggi se posson aversi..."; "Tu sei musico, io sono poeta di professione; perciò faremo in modo che le cose delle Indie e dell’Australia non turbino le cose Argentine"70. "Assai difficilmente posso esprimere la profonda commozione che la sua lettera e le sottoscrizioni dei generosi Cassinesi cagionarono nell’animo mio. Io che ho consacrato tutta la mia vita al bene della gioventù, persuaso che dalla sana educazione di essa dipende la felicità della nazione, io che mi sento in certo modo trascinato ovunque possa anche poco giovare a questa porzione eletta della civile società, non aveva certamente bisogno di sì nobile eccitamento"71. "Nelle cose che tornano a vantaggio della pericolante gioventù o servono a guadagnare anime a Dio, io corro avanti fino alla temerarietà. Perciò nel suo progetto di iniziare qualche cosa che giovi ai fanciulli poveri e pericolanti, torli dai pericoli di essere condotti nelle carceri, farne buoni cittadini e buoni cristiani è lo scopo che ci proponiamo"72. In questo clima, nella presentazione che egli ne fa, egli tende a dilatare le effettive proporzioni e la reale consistenza delle opere nascenti e del loro sviluppo. Serve, insieme, alla pubblicità e all’ animazione dei collaboratori e benefattori. "Di questo mese abbiamo già aperto cinque case, e sono già tutte ben popolate; quattro saranno aperte nel prossimo agosto, a Dio piacendo. Non è vero che siamo progressisti?"73. "Le cose non vanno soltanto a vapore, ma come il telegrafo. In un anno coll’aiuto di Dio e colla carità dei nostri benefattori abbiamo potuto aprire venti case. Cosicché ora abbiamo oltre a settanta case con trenta mila allievi. Veda come è cresciuta la sua famiglia!"74. "Grandi imprese abbiamo tra mano, grandi preghiere occorrono affinché tutto riesca bene": è l’inizio di una lettera dalla Francia al più vicino collaboratore75. E a giovani salesiani in America prospettava analoghi sviluppi: "Le cose nostre qui camminano a passo di gigante"76.

Non sono solo "ideali", progetti. Grande nelle ideazioni, don Bosco non lo è meno nell’oscuro lavoro quotidiano di apprestamento di mezzi e strumenti per le necessarie realizzazioni. È forse l’aspetto più vistoso di una vita segnata dalla povertà e dall’instancabile ricerca di aiuti.

L’ incubo primario è "il panattiere". "Le miserie si vanno raddoppiando ed io studio e notte e giorno a pagar il panattiere"77. "Ho ancora la nota del panattiere del mese di marzo da pagare e non so dove prendere il danaro; se mai Ella può ajutarmi, è proprio un dar da mangiare ai poveri affamati"78. "Noi qui facciamo quanto si può, i sorci non possono scherzare sotto alle unghie del gatto"79; "il caro del pane ci mette nella desolazione"80.

La povertà affligge tutti i settori delle opere. "Le case sono spiantate di quattrini"81. "Dapertutto si canta miseria; di giovanetti però si fa offerta generosa ad ogni momento. Speriamo e preghiamo"82. Si ispira anche al Barbiere di Siviglia: "Tutti ne chiedono, tutti ne vogliono. Poco alla volta per carità"83.

Diventa quasi un "testamento" in una delle ultime lettere, del 7 novembre 1887: "La fame fa uscire il lupo dalla tana, dice il proverbio, così il mio bisogno mi muove a disturbare certi benefattori che nelle strettezze ordinarie nol farei (...). Mi venga in aiuto in quella misura che può (...). Non posso più scrivere, sono gli ultimi sforzi della povera mia mano"84.

Non ha soste la mobilitazione di collaboratori e benefattori, con contatti personali, centinaia di lettere particolari e circolari. "State allegri - scrive al più vicino cireneo -, cercate danari, il Cavaliere faccia affari, Buzzetti lo aiuti. Io di qui fo quel che posso"85. "Tu poi in omnibus labora per raccogliere oblazioni e se non puoi provvedere altrimenti fa’ o perpetra qualche furto rilevante o meglio opera qualche sottrazione matematica nella casa di qualche Banchiere"86. Chiede mutui, organizza lotterie, inventa questue di ogni genere, promuove concerti di beneficenza87. E poi possiede l’arte abilissima di "coltivare" i benefattori, che potrebbe apparire frutto di scaltrezza, se non scaturisse da intenso amore per le persone da beneficare, primi tra tutti i benefattori stessi: "L’unica cosa che posso ancora fare e che assai volentieri faccio per Lei - scrive nell’ultima o penultima lettera -, e per tutti i suoi vivi e defunti, si è di pregare ogni giorno per loro affinché le ricchezze, che sono spine, siano cangiate in opere buone, ossia in fiori con cui gli angeli tessano una corona che loro cingerà la fronte per tutta l’eternità. Così sia"88.

Egli chiede per amore di chi ha bisogno, ma anche di chi dà. E l’amore si colora, di volta in volta, di affetto anche umano, di riconoscenza sincera, di amicizia, alla quale non mancano le confidenze filiali, la familiarità, le gentilezze di ricambi di doni simbolici, di inviti fatti o accettati, di onorificenze chieste e ottenute, di preghiere, di saluti e ricordi personali in lettere a terzi, di auguri puntuali e sinceri. In questo contesto di sentimenti, incisivamente personalizzati, si comprende come don Bosco arrivi a stabilire non forzati né artificiosi rapporti filiali con i benefattori e le benefattrici, le "mamme"89, più munifici e solidali con lui.

2.5 "Tutto consacrato" ai giovani

L’azione di don Bosco non è, tuttavia, espressione di attivismo puramente temperamentale; è "consacrazione", consapevole e volontaria, è "missione" con uno scopo preciso, la "salvezza" plenaria dei giovani. Essi - come dice loro - realmente possono "far capitale" su di lui; "tutto consacrato ai suoi educandi", come scriverà per ogni educatore nelle pagine del 1877 sul Sistema preventivo nella educazione della gioventù. Precisamente per questo motivo, la sua dedizione ha un ritmo che è del tutto distinto da quello della vita fisica: sembra crescere, addirittura, col declinare o indebolirsi o esaurirsi di questa.

Fin dai primi anni, per il troppo lavoro, troviamo don Bosco malato e costretto a trascorrere alcuni mesi dell’estate e dell’autunno alla borgata natìa a restaurare un organismo già stanco e, nell’ estate del 1846, colpito da una malattia quasi mortale. Confessioni di stanchezza, di disagi di salute, di sofferenze fisiche e morali si trovano, non raramente, disseminate nelle sue lettere, con un crescendo impressionante. "Sono così sopraccarico di faccende, in questo tempo quaresimale che non ne posso più", scrive all’amico can. De Gaudenzi nel 185390. Alla contessa Callori, il 24 luglio 1865, dopo una serie di lutti, confida: "In questi momenti si immagini quante spese, quanti disturbi, quante incumbenze caddero sopra le spalle di D. Bosco. Non si pensi per altro che io sia abbattuto; stanco e non altro"91.

Le condizioni si rendono più precarie dopo la grave malattia che lo colse a fine dicembre 1871 a Varazze e avrà dei ritorni più o seri. "In quanto all’affare di Villalvernia - scrive a un canonico in occasione di una proposta di fondazione - non ci posso aspirare; manca danaro, personale ad hoc e sopra più la mia povera testa divenuta stanca manca affatto di energia intraprendente"92. "Nemmeno ora posso andare ad Alassio - comunicava un anno dopo alla nipote di mons. Gastaldi -, perché la malattia dell’anno scorso non mi lascia in pace né giorno né notte. Tutto passerà"93. Tutto si somma al sovraccarico di lavoro, ad una persistente malattia agli occhi, ad un logorio fisico precoce, come avverte egli stesso: "Sono stanco a non plus ultra (...)"94; "Sono ad Alassio un po’ rotto [a pezzi!]"95. Vi contribuiscono in misura determinante il perenne muoversi alla ricerca di beneficenza e il lavoro a tavolino. "Sono più mesi da che mi metto al tavolino alle 2 pomeridiane e mi levo alle otto e mezzo per andare a cena"96: naturalmente, dopo il normale lavoro di una lunga mattinata, protratto spesso nelle ore notturne al lume della lucerna, quando il mal d’occhi lo consentiva. "Questa nuova spedizione ci stancò di gambe e di borsa"97. "Malgrado tanti progetti non ho ancora potuto fare un’ora di vacanza in tutto quest’anno (...). Tutto insieme fa che non so più dove cominciare e dove finire"98.

Fino al termine della vita lo tormenterà un fastidioso mal d’occhi, spesso documentato da cenni epistolari. "I miei consulti oculisti ebbero per sentenze: l’occhio destro con poca speranza; il sinistro si può conservare in statu quo, mediante astinenza dal leggere e scrivere"99. "I miei occhi sono andati, non posso più scrivere"100. "I miei occhi hanno alquanto migliorato"101. "PS. - È la prima lettera che scrivo dopo quattro mesi"102.

Vi si associa negli ultimi anni il riferimento alle condizioni generali di salute: "Io taglio un po’ corto, perché il mio stomaco è molto stanco"103. "La mia sanità non è cattiva, ma non è molto buona. Sono sempre molto stanco"104. "La mia sanità va stenterellando"105. "Io sono qui a S. Benigno Canavese: molto stanco"106. "Sono semicieco e scrivo a stento, perciò compatisca la mia cattiva scrittura"107. "Sono divenuto assai vecchio e semicieco"108. "Sono varii mesi in cui desiderava scriverti, ma la mia vecchia e pigra mano mi ha fatto differire questo piacere. Ma ora parmi che il sole volga all’occaso, quindi giudico di lasciarti alcuni pensieri scritti come testamento di colui che ti ha sempre amato e ti ama"109. "Sono quasi cieco, e quasi impotente a camminare, scrivere, parlare"110. "Io sono qui a Lanzo mezzo cieco e mezzo e quasi interamente zoppo e quasi muto (...). La mano non serve più a scrivere"111. "Io stento a scrivere; li miei giorni volgono veloci al loro fine"112; fino alle ultimissime lettere tra quelle pervenute: "Non posso più scrivere, sono gli ultimi sforzi della povera mia mano"113; "Io non posso più né camminare, né scrivere, se non malamente"114.

2.6 Uomo di cuore

Ma il cuore non ha mai cessato di amare, fino all’ultimo. La pedagogia di don Bosco s’identifica con tutta la sua azione; e tutta l’azione con la sua personalità; e tutto don Bosco è raccolto, in definitiva, nel suocuore. È il "cuore", com’ egli stesso l’ intende, "non soltanto come organo dell’ amore, ma come parte centrale del nostro essere", a livello di natura e di grazia: "il cuore vuole, il cuore desidera, comprende e intende, ascolta ciò che gli si dice, s’ infiamma d’ amore, riflette, si muove"115. E tutto ciò è avvolto da affettività intensissima, fortemente interiorizzata, sempre controllata; e tuttavia, secondo i canoni della sua stessa pedagogia, espressa, comunicata, perciò visibile, percepibile. Si muove in tutte le direzioni; ma naturalmente, soprattutto verso i giovani, per i quali assume prevalentemente il tono della paternità educativa. Questa parola è una delle prime che troviamo nel suo vocabolario: "Prima di partire - scrive al suo primo collaboratore nell’Oratorio, il teol. Borel - abbiamo avuto poco tempo a parlarci, ma faccia da buon padre di famiglia per la sua e per la mia casa"116.

Che la comunità, le molte comunità, dei suoi giovani sia la sua famiglia e la sua casa, e quindi un’unica grande famiglia patriarcale, lo si intuisce da mille espressioni che emergono dai comportamenti, dalle parole, dagli scritti, in particolare dalla corrispondenza, spesso riboccante di nostalgia mal repressa, di ricordo affettuoso, di interesse, di "presenza" continuata. "Va bene - scriveva nei primi mesi dell’Oratorio ancora al teologo Borel - che Don Trivero si presti per l’Oratorio; ma stia attento che egli tratta i figliuoli con molta energia, e so che alcuni furono già disgustati. Ella faccia che l’olio condisca ogni vivanda del nostro Oratorio"117.

L’aver notizie dei propri giovani, dei loro educatori e dei benefattori, e assicurarli, tutti e un per uno, che li ha presenti, è pensiero che ritorna insistente nelle sue lettere. "Dammi molte e minute notizie de’ miei cari figli; e di’ loro che in tutte le chiese che visito fo sempre qualche preghiera per loro ed essi preghino eziandio pel loro Don Bosco"118. "Sebbene qui in Roma io non mi occupi unicamente della casa e de’ nostri giovani, tuttavia il mio pensiero vola sempre dove ho il mio tesoro in Gesù Cristo, i miei cari figli dell’Oratorio. Più volte al giorno vo loro a far visita"119. Dopo la malattia di Varazze annunciava: "Giovedì prossimo a Dio piacendo sarò a Torino. Mi sento un bisogno grave di andarvi. Io vivo qui col corpo, ma il mio cuore, i miei pensieri e fin le mie parole sono sempre all’Oratorio, in mezzo a voi. È questa una debolezza, ma non la posso vincere (...). Mentre darai queste notizie ai nostri cari figli, dirai loro che li ringrazio tutti, ma di cuore, delle preghiere fatte per me, ringrazio tutti quelli che mi hanno scritto, e particolarmente coloro che fecero a Dio offerta della loro vita in vece mia. Ne so i nomi e non li dimenticherò"120. "Dirai ai nostri giovani che mi sembra un mezzo secolo da che non li ho più veduti. Desidero tanto di far loro una visita per dir loro tante cose"121. "Siamo alla fine dell’anno; mi trovo dolorosamente lontano dai nostri cari figli. Tu li saluterai tutti da parte mia"122. "Fa’ un cordialissimo saluto a tutti i nostri cari giovani e di’ loro che loro voglio tanto bene, che li amo nel Signore, li benedico"123. "Dirai ai nostri cari giovani e confratelli che lavoro per loro e fino l’ ultimo respiro sarà per loro ed essi preghino per me, siano buoni, fuggano il peccato affinché tutti possiamo salvarci in eterno. Tutti."124.

È un amore, come si vede, equamente distribuito tra i giovani e i loro educatori, suoi "figli" anche questi. Ci sono riferimenti frequenti e affettuosi anche a loro. "Ieri (13) si fece teatrino e si rappresentò la famosa Disputa tra un avvocato ed un ministro protestante, e riuscì brillante. Mino cantò il Figlio dell’esule con un ottimo successo, ma il pensiero che l’autore della musica era cotanto lontano, mi ha profondamente commosso; e quindi in tutto il tempo del canto e della stessa rappresentazione, non ho fatto altro che pensare ai miei cari Salesiani di America"125. "Voi siete partiti, ma mi avete veramente straziato il cuore. Mi son fatto coraggio, ma ho sofferto e non mi fu possibile prendere sonno tutta la notte. Oggi sono più calmo. Dio sia benedetto"126.

Il pensiero è quasi sempre accompagnato da quella nota che costituisce il timbro particolare dell’amore educativo di don Bosco, l’allegria, sottolineata, per giovani che venivano da famiglie povere e, spesso, sottoalimentate, da una promessa di festa esterna, in refettorio, in teatro, nel cortile. Basti un esempio tra innumerevoli: "Di’ così ai tuoi figli: Don Bosco vi ama di tutto cuore nel Signore. Nel giorno di S. Gioanni vi raccomanderà in modo particolare nella Santa Messa. Non potendo quel giorno venire tra voi vi prometto un festino la prima volta che andrò a farvi una visita"127.

  1. Tutto di Dio

È ovvio, che l’ immenso operare di don Bosco ha radici e motivazioni cristiane e sacerdotali, radicate nelle grandi virtù teologali di fede, speranza e carità, con tutto ciò che esse comportavano nel suo costante riferirsi a Dio, fine ultimo, e al prossimo, amato perché Dio e come Dio lo ama. Il discorso non può che approdare alla sua vita interiore, infine, alla sua autentica santità128. Il motto che forse esprime meglio in sintesi il nocciolo della ispirazione profonda della personalità e dell’ azione di don Bosco è il più volte ripetuto: "Ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia"; tradotto in diverse formule, Dio amato e servito, "salvezza", felicità eterna, paradiso. L’ ibi-ubi è sentito e vissuto come "fine" e, insieme, come sorgente, donde traggono origine tutte le ispirazioni e le energie di grazia. In regime cristiano sono tutti beni che il credente spera e consegue per la mediazione di Gesù Cristo Salvatore, prolungato nella Chiesa, annunciatrice della Parola ed elargitrice della Grazia salvifica, invocata incessantemente nella preghiera.

In fondo, don Bosco resta fedele al messaggio sul significato ultimo della vita, proclamato ai giovani nel Giovane provveduto: "servire Dio in santa allegria", farsi "buoni cittadini in terra per essere poi un giorno fortunati abitatori del cielo"129.

La formula "gloria di Dio e salute delle anime" riempie la sua vita come i suoi scritti, espressione dell’unica passione di grande operatore. Il suo atteggiamento più comune e visibile finisce con l’essere quello dell’ "orante", che loda, invoca, ringrazia, attende, in definitiva, tutto dall’ alto, in carità collaborante.

"Il nostro silenzio e le preghiere faranno quanto sarà della maggior gloria di Dio. Io però non istò inoperoso. Benevolenza presso di tutti. Da fare immenso"130. "Le cose nostre procedono bene. Pasticci, disturbi lunghi, ma pur molto utili. Silenzio, preghiera, niun rumore, scrivimi quel che sai"131. "Le prove ci ammaestrano sul modo di dividere e separare l’oro dalla scoria. Noi siamo in continua prova; ma l’aiuto divino non ci mancò mai. Speriamo che non ce ne renderemo indegni per l’avvenire"132. "So che ha molto da fare, ma so parimenti che Dio ha molti mezzi per ricompensarci, soprattutto nel caso nostro che il lavoro è tutto della maggior gloria di Dio"133. "Dio lo vuole e questo basta"134.

Veramente, prima di essere precetto, "teoria", e in qualche modo "sistema", la pedagogia di don Bosco è vita vissuta, esemplarità, trasparenza personale. Ogni esposizione organica della sua visione pedagogica acquista rilievo e significato soltanto se viene costantemente riferita a questa sorgente vivace e limpida.


NOTE

1 Cfr. A. Caviglia, "Don Bosco". Profilo storico, 2a edizione rifusa. Torino, SEI 1934, 215 p.; E. Ceria, San Giovanni Bosco nella vita e nelle opere. Torino, SEI 1938, 442 p., P. Brocardo, Uomo e santo. Don Bosco ricordo vivo. Roma, LAS 1990, 235 p.; I ediz. Don Bosco profondamente uomo - profondamente santo. Roma, LAS 1985, 149 p.

2 MO (1991) 121-122. Nelle Cronache dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales, N˚ 1˚, 1860, redatte da Domenico Ruffino, si parla di "un giovane sui 17 o 18 anni", ma non si precisa né l’ anno né il nome (p. 28).

3 Cfr. P. Braido, Don Bosco per la gioventù povera e abbandonata in due inediti del 1854 e del 1862, in P. Braido (Ed.), Don Bosco nella Chiesa…, pp. 38-39 e pp. 60-62.

4 Em I 67.

5 "Havvi pure un ospizio - scriveva nel 1850 agli amministratori dell’ "Opera della Mendicità istruita" - per ricevere da venti a trenta individui e questo per li casi particolari di estremo bisogno in cui spesso taluno si trova" (lett. del 20 febbr. 1850, Em I 96).

6 Lett. del 5 gennaio 1854, Em I 212.

7 Cfr. Em I 96-97, 139-141, 172-173, 270-272; MO (1991) 122-123, 128, 132, 142-143, 148-149.

8 MO (1991) 123.

9 MO (1991) 176.

10 MO (1991) 190-191.

11 Cfr. lett. al sindaco di Torino, 26 agosto 1872, E II 224-225.

12 Cfr. F. Motto, Le conferenze "annesse" di S. Vincenzo de’ Paoli negli Oratori di don Bosco. Ruolo storico di un’esperienza educativa, nel vol. L’ impegno dell’ educare, a cura di J. M. Prellezo. Roma, LAS 1991, pp. 467-492.

13 Il processo aveva avuto inizio a Valdocco: nel quinquennio 1855-1859 si attua a Valdocco l’internato per studenti delle classi ginnasiali, mentre i laboratori classici (calzoleria, sartoria, falegnameria, legatoria, meccanica e tipografia) si costituiscono tutti entro il decennio 1853-1862.

14Sul fenomeno della "collegializzazione" in don Bosco e tra i salesiani e le figlie di Maria Ausiliatrice, cfr. P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. I, pp. 121-127.

15 MO (1991) 180 e 182. "L’esperienza - scriverà ancora nel 1877, riferendosi all’ "Ospizio dei poveri fanciulli" a Buenos Aires - ci fa persuasi che questo è l’unico mezzo per sostenere la civile società: aver cura dei poveri fanciulli (...). Coloro che forse andrebbero a popolare le prigioni, e che sarebbero per sempre il flagello della civile società, diventano buoni cristiani, onesti cittadini, gloria dei paesi ove dimorano, decoro della famiglia cui appartengono, guadagnandosi col sudore e col lavoro onestamente il pane della vita" (lett. del 30 sett. al dott. Carranza, presidente della locale conferenza di san Vincenzo de’ Paoli, E III 221).

16 Cenni storici..., in P. Braido (Ed.), Don Bosco nella Chiesa..., pp. 76-77.

17 Cfr. P. Stella, Don Bosco nella storia economica e sociale (1815-1870). Roma, LAS 1980, pp. 123-157, cap. VI Collegi e ospizi in Piemonte e in Liguria (1860-1870).

18 "Quest’anno [1849] è assai memorando. La guerra del Piemonte contro l’Austria, cominciata l’anno antecedente, aveva scosso tutta l’Italia. Le pubbliche scuole rimasero sospese, i seminarii, specialmente quello di Chieri e di Torino, furono chiusi ed occupati dai militari; e per conseguenza i cherici della nostra diocesi rimasero senza maestri e senza luogo, dove raccogliersi" (MO (1991) 194.

19 Cfr. Opera di Maria Ausiliatrice per le vocazioni allo stato ecclesiastico. Messis multa, operarii autem pauci; rogate ergo Dominum messis ut mittat operarios in vineam suam...Torino, tip. dell’ Orat. di S. Franc. di Sales 1875, 8 p.; altra edizione, Fossano, tip. Saccone 1875, 8 p., OE XXVII 1-8.

20 Cfr. P. Stella, don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. I, pp. 229-249, Don Bosco scrittore ed editore; Id., Don Bosco nella storia economica..., pp. 327-368, Imprese editoriali 1844-1870.

21 Cfr. P. Braido, L’educazione religiosa popolare e giovanile nelle Letture Cattoliche di Don Bosco, in "Salesianum" 15 (1953) 648-672: L. Giovannini, Le "Letture Cattoliche" esempio di "stampa cattolica" nel secolo XIX. Napoli, Liguori 1984, 280 p.

22 Cfr. G. Proverbio, La scuola di don Bosco e l’ insegnamento del latino (1850-1900), nel vol. Don Bosco nella storia popolare, a cura di F. Traniello. Torino, SEI 1987, pp. 143-185.

23 Lett. alla signora C. Cataldi, 3 luglio 1869, E II 35-36.

24 Cfr. primo appello per la chiesa di san Giovanni Evangelista, 12 ott. 1870, E II 121-123; lett. al sindaco di Torino, 3 giugno 1871, E II 162-163: riguarda i primi passi per la costruzione della chiesa di san Secondo, da lui poi forzatamente lasciata; promemoria al card. Vicario, riguardante la chiesa del Sacro Cuore a Roma, 10 aprile 1880, E III 565.

25 Cfr. F. Motto, Don Bosco mediatore tra Cavour ed Antonelli nel 1858, RSS 5 (1986) 3-20; Id., La mediazione di don Bosco fra Santa Sede e Governo per la concessione degli "Exequatur" ai vescovi d’ Italia (1872-1874), RSS 6 (1987) 3-79; Id., L’azione mediatrice di don Bosco nella questione delle sedi vescovili vacanti in Italia dal 1858 alla morte di Pio IX (1878), nel vol. P. Braido (Ed.), Don Bosco nella Chiesa..., pp. 251-328.

26 Lett. a don Pietro Ceccarelli, parroco di S. Nicolas de los Arroyos (Argentina), dic. 1874, E II 430.

27 Cfr. Don Bosco e le sfide della modernità. Contributi di M. Guasco, P. Scoppola, F. Traniello. Torino, Centro Studi "Carlo Trabucco" 1988, 46 p.; P. Scoppola, Don Bosco e la modernità, in M. Midali (Ed.), Don Bosco nella storia..., pp. 531-540; si vedano nel medesimo volume pagine interessanti di P. Stella, Bilancio delle forme di conoscenza e degli studi su don Bosco, pp. 34-36.

28 MO (1991) 198. La sottolineatura è nostra. Più avanti, parlando di un sacerdote "patriota", invitato a "fare un sermoncino morale ai poveri giovanetti", commenta: "Ma quella volta fu veramente immorale. Libertà, emancipazione, indipendenza risuonarono in tutta la durata di quel discorso" (MO (1991) 201).

29 MO (1991) 199-200.

30 Sostanzialmente egli riconduce la sua "politica reale" all’azione assistenziale e educativa in favore della gioventù povera e abbandonata, moralmente pericolante e socialmente pericolosa. Questa politica "educazionista" egli illustra con particolare vigore nei discorsi dell’ ultimo decennio ed esplicita, in particolare, a un gruppo di ex-allievi dell’ Oratorio dopo il viaggio a Parigi, il 24 giugno 1883 (BS 7 (1883) n. 8, agosto, pp. 127-128).

31 Lett. del 19 dicembre 1853, Em I 209.

32 Lett. del 23 febbraio 1855, Em I 248. Si riferiva alla legge di soppressione degli ordini religiosi.

33 Lett. al marchese Giovanni Patrizi, 20 giugno [redazione; 24 ottobre, spedizione] 1863, Em I 586.

34 Lett. a Pio IX, 13 febbr. 1863, Em I 552.

35 Lett. al cav. Oreglia, 21 maggio 1866, Em II 241-242; cfr. lett. alla contessa Anna Bentivoglio, 30 sett. 1866, Em II 302.

36 Lett. a Pio IX, 26 giugno 1867, Em II 398.

37 Lett. alla contessa Carlotta Callori, 19 ott. 1867, Em II 442.

38 Cfr. lett. al conte Pio Galleani d’ Agliano, 14 ag. 1855, Em I 264; al can. Alessandro Vogliotti, luglio 1860, Em I 419; al barone Bianco di Barbania, dic. 1869, E II 65-66; alla contessa Alessi di Camburzano, 28 ott. 1870, E II 126.

39 Lett. al comm. Dupraz, 20 sett. 1870, E II 118-119. La notizia dell’ entrata dell’esercito italiano a Roma giunse al santo il 21 settembre: non fece alcun commento.

40 Lett. del 2 gennaio 1871, E II 144. Al conte Eugenio de Maistre, che era stato volontario tra gli zuavi pontifici, scriveva il 28 dic. 1872: "Facciamoci coraggio, abbiamo un periodo di tempo assai tristo. Speriamo che la misericordia del Signore ce lo abbrevierà" (E II 247).

41 Mt 22, 21; Mc 12, 17; Lc 20, 25.

42 Lett. al direttore di Nizza, don Ronchail, aprile 1877, E III 163.

43 Lett. a Carlo Vespignani di Lugo, 11 aprile 1877, E III 167.

44 Lettera dell’11 febbraio 1872, E II 195. Identiche espressioni userà in una lettera del 12 ottobre 1873 al ministro di grazia e giustizia, Onorato Vigliani: "Come prete io amo la religione, come cittadino desidero di fare quanto posso pel governo (...). Siccome io sono affatto estraneo alla politica ed alle cose pubbliche, così se la E. V. giudicasse di servirsi in qualche cosa della povera mia persona, non vi sarebbe alcun timore di pubblicità inopportuna" (E II 313). È la ripetizione in forma abbreviata di quella "professione di fede politica", che il 12 giugno 1860 aveva enunciato al ministro degli interni, Luigi Carlo Farini, e al ministro della pubblica istruzione, Terenzio Mamiani, in seguito a una perquisizione e a una successiva ispezione scolastica (Em I 407-410).

Sull’ evoluzione delle idee politiche di don Bosco, cfr. P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. II, pp. 75-96.

45 Circ. per una lotteria, 20 dic. 1851, Em I 139. Il vescovo di Biella, mons. Losana, aveva promosso una colletta per l’ Oratorio. Don Bosco rispondeva ringraziando del "benefizio" fatto "alla gioventù torinese" e aggiungeva: "si rallegri, perché esso ridonda pure a vantaggio di moltissimi giovani di sua diocesi, i quali dovendo passare una notevole parte dell’anno nella capitale per ragione di loro mestiere, in numero considerevole esemplarmente intervengono a quest’Oratorio per ricrearsi, istruirsi, e santificare i giorni dedicati al Signore" (lett. del 4 maggio 1852, Em I 155).

46 Appello per una lotteria, 21 febbr. 1857, Em I 318.

47 Cfr. richiesta alla "Mendicità istruita", 13 nov. 1854, Em I 96-97; al sindaco di Torino, 25 genn. 1855, Em I 243-244; all’ intendente di finanza, 22 marzo 1855, Em I 251; circ. dell’ 8 maggio 1855, Em I 253-254; lettere alla "Mendicità istruita", 21 nov. 1855, Em I 270-272.

48 Em I 222.

49 Circ. dell’ estate 1872, E II 220; cfr. altra circolare dell’ autunno 1872, con analoga descrizione, E II 241-242.

50 Lett. al ministro della marina, Benedetto Brin, 16 genn. 1877, E III 273.

51 Circ. dell’ 11 ott. 1880, E III 627.

52 Suppplica a Leone XIII, marzo 1878, E III 317.

53 Lett. al ministro della P.I., Carlo Matteucci, 11 novembre 1862, Em I 538; e al provveditore agli studi di Torino, Francesco Selmi, ottobre 1863, Em I 610; cfr. già Em I 542 e 558-559.

54 Lett. a don Giovanni Bonetti, 6 giugno 1870, E II 96. "Il bene doveva farsi bene", insisteva già don Cafasso, a cui don Bosco obiettava che tra tante difficoltà talvolta bastava fare il bene possibile: cfr. P. Braido, Un "nuovo prete" e la sua formazione culturale secondo don Bosco, RSS 8 (1989) 14.

55 Lett. del 15 aprile 1850, Em I 101.

56 Lett. al cav. Marco Gonella, 20 maggio 1867, Em II 370.

57 Lett. a mons. Cagliero, 10 febbr. 1885, E IV 313.

58 Lett. all’ arch. Francesco Vespignani, 9 maggio 1882, E IV 134.

59 Lett. a don Costamagna, 1 ott. 1881, E IV 83.

60 Lett. a p. Giuseppe Oreglia s.i., 7 ag. 1868, Em II 556.

61 Lett. a don Lemoyne, direttore a Lanzo Torinese, 19 ott. 1874, E II 413.

62 Lett. a don Dalmazzo, suo procuratore a Roma, 28 giugno 1882, E IV 147. Si riferisce alla Concordia, che chiudeva una lunga vertenza con l’ Ordinario diocesano.

63 Lett. al card. Vicario, 5 luglio 1882, E IV 149-150; cfr. anche lett. a don Savio a Roma, 6 luglio 1882, E IV 150; a don Dalmazzo, 29 luglio 1882, E IV 157.

64 Lett. a don Dalmazzo, 27 ag. 1882, E IV 165.

65 Lett. a don Dalmazzo, 26 nov. 1882, E IV 186.

66 Lett. a don Dalmazzo, 19 marzo 1883, E IV 215.

67 Lett. a don Dalmazzo, 19 giugno 1882, E IV 144. Il Sun era un tabacco da fiuto molto pregiato.

68 Lett. del marzo 1869, E II 15.

69 Lett. del 10 dic. 1870, E II 135; cfr. lett. alla contessa Uguccioni di Firenze del 2 dicembre 1871, E II 189, e del 28 marzo 1872, E II 203; a don Rua e a don Lazzero del 25 aprile 1876, E III 50; a don Cagliero del 27 aprile 1876, E III 52; a don Rua dell’aprile-maggio 1876, E III 53-55.

70 Lettere a don Cagliero di giugno e luglio 1876, E III 68 e 72; cfr. anche lett. del 16 nov. 1876, E III 114.

71 Lett. al dott. Peverotti di Cassine (Alessandria), 6 sett. 1876, E III 93.

72 Lett. a Carlo Vespignani, 11 aprile 1877, E III 166.

73 Lett. alla contessa di Camburzano, 28 luglio 1878, E III 370.

74 Lett. alla contessa Uguccioni, 18 nov. 1878, E III 417.

75 Lett. a don Rua dell’ 11 genn. 1879, E III 436; "le nostre imprese qui procedono in modo favoloso, direbbe il mondo, ma noi diciamo in modo prodigioso" (lett. a don Rua da Marsiglia, 17 genn. 1879, E III 442).

76 Lett. a don Taddeo Remotti, 31 genn. 1881, E IV 9; cfr. lett. a don Giuseppe Fagnano, 31 genn. 1881, E IV 13-14.

77 Lett. al can. De Gaudenzi, 17 dic. 1855, Em I 276; cfr. già lett. del 19 genn. 1854, Em I 215.

78 Lett. al barone Feliciano Ricci des Ferres, 7 maggio 1856, Em I 288.

79 Lett. al cav. Oreglia, 7 dic. 1867, Em II 456.

80 Lett. al cav. Oreglia, 10 apr. 1868, Em II 522.

81 Lett. a don Rua, luglio 1876, E III 77.

82 Lett. a don Rua, 13 ott. 1876, E III 104.

83 Lett. a don Rua, genn. 1878, E III 285.

84 Lett. alla signora Zavaglia-Manica, 7 nov. 1887, E IV 384.

85 Lett. a don Rua, 24 genn. 1869, E II 7.

86 Lett. a don Dalmazzo, 9 dic. 1880, E III 639.

87 Cfr. Appello per una lotteria, 20 dic. 1851, Em I 139-141; Em I 141-140, 186, 222, 314, 317-319, 476-478, 478-480; Em II 130-131; E III 94-95, 99-100, ecc.

88 Lett. alla signora Broquier, 27 nov. 1887, E IV 386.

89 Ad esempio, la contessa Carlotta Callori, E II 183 [chiamata "mamma" la prima volta il 3 ottobre 1871], 191, 192, 225, 227, 230, 252, 259, 290, 306, 318, 487, 513, 523; la contessa Girolama Uguccioni, E II 84 [detta "mamma", per la prima volta, il 13 aprile 1870], 158, 188, 197, 203, 228, 243, 280, 324, 377, 488; E IV 63 ["Nostra Buona Mamma in G. C."]; la contessa Luigia di Viancino, E II 192; la marchesa Nina Durazzo Pallavicino, E II 201 ["madre misericordiosa dei poveri"]; la contessa Gabriella Corsi, E II 263, 264; E III 218, 397, 398, 512.

90 Lett. del 6 marzo 1853, Em I 193.

91 Em II 152.

92 Lett. del 18 marzo 1872, E II 200.

93 Lett. del 22 luglio 1873, E II 294.

94 Lett. a don Rua, luglio 1877, E III 198.

95 Lett. a don Rua, luglio 1877, E III 201.

96 Lett. a don Bodrato, maggio 1877, E III 172.

97 Lett. a don Fagnano, 14 nov. 1877, E III 236.

98 Lett. alla contessa Corsi, 22 ott. 1878, E III 397.

99 Lett. alla contessa Callori, 14 nov. 1873, E II 318.

100 Lett. al vescovo di Vigevano, mons. De Gaudenzi, 1 dic. 1878, E III 420.

101 Lett. alla signora Saettone, 20 dic. 1878, E III 423.

102 Lett. al can. Guiol, 29 marzo 1879, E III 462.

103 Lett. a don De Agostini, 4 genn. 1884, E IV 248.

104 Lett. alla contessa Bonmartini, 4 febbr. 1884, E IV 253.

105 Lett. al card. G. Alimonda, 3 maggio 1884, E IV 259.

106 Lett. a don De Agostini, 2 sett. 1885, E IV 338.

107 Lett. alla signora Maggi Fannio, 15 sett. 1885, E IV 339.

108 Lett. a don Allavena, 24 sett. 1885, E IV 340.

109 Lett. a don Lasagna, 30 sett. 1885, E IV 340.

110 Lett. a un giovane chierico, 5 ott. 1885, E IV 343.

111 Lett. alla baronessa Azelia Fassati Ricci, 24 luglio 1887, E IV 382.

112 Lett. alla signora Pilati, 26 luglio 1887, E IV 382.

113 Lett. alla signora Zavaglia-Manica, 7 nov. 1887, E IV 385.

114 Lett. alla signora Broquier, 27 nov. 1887, E IV 386.

115 P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. II, pp. 37-38.

116 Lett. del 30 sett. 1850, Em I 114.

117 Lett. al teol. Borel, 31 agosto 1846, Em I 71.

118 Lett. a don Rua, 13 dic. 1865, Em II 189.

119 Lett. a don Rua, tra genn. e febbr. 1870, E II 70-71.

120 Lett. a don Rua, 9 febbr. 1872, E II 193.

121 Lett. a don Rua, 5 marzo 1877, E III 155.

122 Lett. a don Rua, 27 dic. 1877, E III 254.

123 Lett. a don Rua, 25 febbr. 1879, E III 447.

124 Lett. a don Francesia, 12 apr. 1885, E IV 323.

125 Lett. a don Cagliero, 14 febbr. 1876, E III 19.

126 Lett. a don Costamagna, 12 nov. 1883, E IV 240.

127 Lett. a don Bonetti, 16 giugno 1870, E II 97; cfr. ancora: lett. a don Ruffino, direttore a Lanzo, 22 marzo 1865, Em II, 117; a don Rua da Roma tra genn. e febbr. 1870, E II 71-72 ("io procurerò di farvi stare allegri. La domenica seguente al mio arrivo spero che faremo un gran festino in onore di S. Francesco di Sales"); a don Bonetti, direttore a Mirabello Monferrato, 9 febbr. 1870, E II 74; a don Francesia, direttore a Cherasco, 10 febbr. 1870, E II 75; a don Ronchail, direttore a Nizza Marittima, 12 genn. 1878, E III 270-271; a don Rua, 21 genn. e 25 febbr. 1879, E III 440 e 447.

128 Cfr. il profilo di E. Ceria, Don Bosco con Dio. Torino, SEI 1929, 221 p. (II ediz. ampliata. Colle Don Bosco (Asti), LDC 1946, 392 p.); P. Brocardo, Don Bosco "profeta di santità" per la nuova cultura, nel vol. di M. Midali (Ed.),Spiritualità dell’ azione. Contributo per un approfondimento. Roma, LAS 1977, pp. 179-206.

129 G. Bosco, Il giovane provveduto..., pp. 5-8, OE II 185-188.

130 Lett. a don Rua, 3 genn. 1878, E III 263. La "maggior gloria di Dio" è motivo che attraversa, visibilmente, l’ intero epistolario di don Bosco, insieme a quello della "salute delle anime": "manifesto" di una vita e di una ininterrotta conversazione.

131 Lett. a don Rua, genn. 1878, E III 267.

132 Lett. a don Francesia, 13 genn. 1878, E III 272.

133 Lett. al conte Carlo Cays, 14 marzo 1878, E III 315.

134 Lett. a don Giuseppe Ronchail, 20 luglio 1876, E III 75.