Capitolo 9

La scelta dei giovani:

tipologia sociale

e psico-pedagogica

Pietro Braido

 

I primi contatti di don Bosco a Torino con isolati gruppi di giovani negli anni del Convitto ecclesiastico coincidono con l’inizio dell’espansione industriale, demografica e edilizia della città, che si accentuerà nei decenni successivi, con l’inevitabile fenomeno degli immigrati, degli sradicati e degli "abbandonati"1.

Secondo quanto attesta Giovanni Lemoyne, don Bosco sentì fortemente il primo impatto con la città di Torino e le tante miserie spesso occulte, le più gravi note alle autorità preposte all’ordine pubblico nell’ ottica della loro pericolosità sociale2.

Naturalmente, il giovane sacerdote, proveniente da mondi in gran parte lontani dai problemi della realtà urbana, ne restò profondamente impressionato e volle approfondire soprattutto gli aspetti religiosi e morali delle svariate forme del disagio e dei bisogni. Percorse vie e piazze, visitò carceri e ospedali, entrò nei tuguri e salì sulle soffitte, estremo rifugio soprattutto dei giovani immigrati3.

Negli anni ‘70 e ‘80 del secolo lo scenario della "gioventù povera e abbandonata" è visto da don Bosco, quanto al lessico, in termini sostanzialmente immutati. Però, esso gli appare quantitativamente ampliato e aggravato qualitativamente. Dalla città di Torino e da qualche esperienza regionale il suo sguardo si apre, per conoscenza diretta o grazie ad informazioni provenienti da collaboratori, giornali, autorità civili ed ecclesiastiche, ecc. su orizzonti nazionali, internazionali e intercontinentali, fino ad abbracciare, nella tensione e nelle prospettive di impegno, i "sogni", l’ intero "pianeta giovani", in quanto tale bisognoso di "salvezza" e di "assistenza". Sono in gioco le sorti individuali, ma anche il futuro della società. Infatti, secondo il suo modo di vedere, più che sugli adulti, oggetto ormai di una limitata opera di contenimento e di conservazione, sui giovani si dovrà contare se si vuol garantire l’ ordine sociale e rigenerare la società.

È il motivo dominante di parole, discorsi familiari, lettere individuali e circolari, e delle tante conferenze tenute nell’ ultimo periodo della vita a benefattori e cooperatori.

"Voi dovete supplire secondo le vostre forze - esortava -, voi dovete venire in aiuto di D. Bosco, a fine di conseguire più facilmente e più largamente il nobile scopo, che si è proposto, il vantaggio cioè della Religione, il benessere della civile società, mediante la coltura della povera gioventù. Non dovete certamente trascurare gli adulti; ma voi non ignorate come questi, fatte poche eccezioni, non corrispondono oggimai alle nostre cure. Perciò attacchiamoci ai piccoli, allontaniamoli dai pericoli, tiriamoli al Catechismo, invitiamoli ai Sacramenti, conserviamoli, o riconduciamoli alla virtù. Così facendo, vedrete fruttificare il vostro ministero, coopererete a formare buoni cristiani, buone famiglie, buone popolazioni; e costruirete pel presente e per l’avvenire un argine, una diga alla irreligione, al vizio irrompente"4.

Il sistema di don Bosco è sorto, precisamente, e si è configurato concettualmente al contatto, reale o conoscitivo, con questa sconfinata realtà giovanile. È necessario, quindi, per individuarne le strutture e le caratteristiche, precisare il "volto" dei giovani da lui "incontrati": sia nell’ immediato impegno concreto sia tramite le immagini che di essi si è formato5.

Non è compito facile, poiché se non è dottrinale e sistematica la sua "pedagogia", tanto meno è scientificamente elaborata l’esperienza dei giovani, che le ha dato origine. Non è, tuttavia, impossibile, perché anche in questo caso all’azione lineare e realistica, in espansione, si è costantemente accompagnata sostanziale chiarezza di intuizioni e di formulazioni. In realtà, i fatti realizzati e le intenzioni espresse - per ottenere i necessari consensi, per sollecitare la beneficenza, per conferire unità all’impegno dei numerosi collaboratori - permettono di cogliere con buona approssimazione le sue idee fondamentali sulla "condizione giovanile" dal triplice punto di vista: sociologicopsicologicoteologico-antropologico.

  1. Elementi di sociologia della gioventù

Ciò che colpisce fin dall’inizio l’opinione pubblica è, indubbiamente, l’intenzionale interesse programmatico di don Bosco per i giovani "poveri e abbandonati", "i giovanetti più poveri e abbandonati", la "gioventù povera e derelitta", "i fanciulli più bisognosi e pericolanti". Egli stesso, rievocando a distanza di trent’anni, nelle Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, la vita del "piccolo Oratorio" iniziale, amava ricondurne lo scopo al "raccogliere soltanto i più pericolanti fanciulli, e di preferenza quelli usciti dalle carceri"6. In realtà, però, emerge gradatamente la preferenza per i giovani, "che si trovano lontani dalle proprie famiglie, perché forestieri in Torino", "scalpellini, muratori, stuccatori, selciatori, quadratori e altri che venivano di lontani paesi"7, o viene espressa la generica intenzione "di poter diminuire il numero dei discoli, e di quelli che vanno ad abitare le prigioni"8.

Don Bosco non inizia con questo un corso nuovo, ma riprende con rinnovato fervore e crescente vigore organizzativo, secondo i bisogni dei tempi, esperienze antiche e contemporane9. Il problema non era rimasto inavvertito nemmeno a Torino. Già nei secoli precedenti erano sorte iniziative per l’assistenza, mediante la catechesi e l’avviamento al lavoro qualificato, dei "fanciulli e giovinetti infelici, ai quali i poveri genitori non possono, o non si curano di provvedere". Persone benefiche, mosse dalla "sola carità cristiana", "con amorevolezza li cercano e quanti più possono ne radunano, con pazienza ammirabile li istruiscono nella dottrina di Cristo, e provvedendo come meglio essi possono ai maggiori bisogni loro, a qualche civile coltura alcuni ne avviano". È quanto si proponevano fin dal 1850 i promotori dell’Albergo di Virtù, stabilito con R. Patente del 24 luglio 1587. Sono avviati laboratori per la formazione di tessili, cappellieri, tornitori e tappezzieri di mobili, fabbri-ferrai, falegnami, mobilieri ed ebanisti, fonditori di metalli, sarti e calzolai, con crescenti arricchimenti culturali. Goffredo Casalis, addirittura, considera l’ Albergo di Virtù, "per così dire, l’aurora dell’ industria piemontese"10.

Con più vasto raggio d’ azione era stata costituita nel 1771 l’Opera della Mendicità Istruita per i catechismi domenicali ai poveri e forme elementari di soccorso. In seguito essa allargava la sua azione ad altre forme di assistenza, la formazione artigianale, l’apertura di scuole nei vari rioni della città, chiamandovi nel terzo decennio dell’ ‘800 i Fratelli delle scuole cristiane11.

Non vanno dimenticate, naturalmente, le varie opere promosse dai marchesi di Barolo12.

Alla causa della gioventù "povera e abbandonata" don Bosco dedica le sue giovani energie fin dai primi anni ‘40, coinvolgendo operativamente le più svariate categorie di persone, con i contatti personali, le lettere individuali e circolari, gli appelli, la pubblicità e il linguaggio alternativamente realistico e retorico. La formula, affiancata ad altre simili ("pericolanti e pericolosi", orfani, orfanelli...), è ripetuta immutata nei decenni, riferita ai più diversi ospiti delle sue istituzioni: oratori, ospizi, collegi studenteschi e artigiani, colonie agricole; in conclusione, a giovani dei più eterogenei strati sociali, compresi quelli provenienti da buone famiglie popolane, borghesi, nobili.

Nel 1857, in un Invito ad una lotteria d’ oggetti in favore dei tre oratori maschili torinesi, egli spiega che è loro scopo raccogliere nei giorni festivi, "nel maggior numero che si può, quei giovani pericolanti della città e de’ paesi di provincia che intervengono a questa capitale"; mentre la "casa annessa all’Oratorio di Valdocco" offre indispensabile "alloggio, vitto e vestito" a quei giovani "siano della città, siano dei paesi di provincia (...) i quali sono talmente poveri ed abbandonati, che non si potrebbero avviare ad un’arte o mestiere"13. In analoghi "inviti" di anni successivi (1862, 1865, 1866) non si tien presente solo l’ospizio per gli artigiani, ma anche quello per gli studenti, "imperciocché i giovanetti che ivi intervengono in parte sono di Torino, ma il maggior numero proviene dalle città e dai diversi paesi, donde recansi in questa città per cercare lavoro o per attendere allo studio"14.

Identico sarà il discorso nel decennio successivo in riferimento a situazioni simili in Italia, in Europa e in Argentina: il Patronage Saint-Pierre di Nizza, aperto "in favore dei fanciulli pericolanti"15; "l’ospizio dei poveri fanciulli per arti e mestieri" a Buenos Aires16; le scuole per "i poveri figli del popolo" a La Spezia17; l’ospizio del S. Cuore a Roma in favore della "bassa classe del popolo"18.

È quanto ripete, con formule spesso stereotipe, in riferimento alle iniziative nelle quali egli vuole coinvolgere l’associazione dei cooperatori, che "ha per fine principale la vita attiva nell’esercizio della carità del prossimo e specialmente della gioventù pericolante"19.

Ne consegue che nel succedersi dei decenni, nei fatti, ma molto più nella descrizione delle situazioni e nella proposizione dei rimedi, l’ interesse per la "gioventù povera e abbandonata" si dilata e intensifica, conferendo alla formula, apparentemente convenzionale, significati sempre più articolati, in conformità a realtà e istituzioni differenti. Del resto, la diversità delle situazioni e dei provvedimenti, è da don Bosco stesso sottolineata in relazione agli inizi dell’ oratorio festivo: "Sebbene mio scopo fosse di raccogliere soltanto i più pericolanti fanciulli, e di preferenza quelli usciti dalle carceri; tuttavia per avere qualche fondamento sopra cui basare la disciplina e la moralità, ho invitato alcuni altri di buona condotta e già istruiti"20. Il Regolamento per gli esterni finiva col sancire una prassi già consolidata, che faceva di tale opera l’istituzione meno selettiva e più aperta: "Si hanno specialmente di mira i giovanetti operai (...); non sono però esclusi gli studenti, che nei giorni festivi o nei giorni di vacanza vi volessero intervenire"21.

Poco più avanti sopravvenivano situazioni nuove: il proselitismo protestante, il pericolo dell’ indifferentismo religioso, il laicismo anticlericale nella scuola e nella stampa22.

Logicamente l’immagine della gioventù "povera", abbandonata e pericolante, assumeva significati profondamente nuovi. Il pericolo, più che sul piano della povertà economica e giuridico, era visto in prospettiva essenzialmente religiosa e morale, che superava le altre differenze. Infatti, prima di qualsiasi pur legittima "redenzione" culturale e professionale, si rivelavano urgenti per tutti la preservazione e la fermezza della fede.

Quanto al pericolo ereticale esiste una lucida sintesi contenuta in una breve memoria storica del 12 marzo 1879, presentata al cardinal Lorenzo Nina, segretario di stato. Ricordate le battaglieantiprotestantiche intraprese a partire dal 1848, in seguito allo Statuto e la conseguente legislazione liberale, "colla stampa, colla diffusione dei buoni libri, con catechismi, predicazione, con Oratori festivi ed Ospizi di carità", egli riaffermava la specifica vocazione salesiana ad operare per "liberare dalle insidie protestantistiche [sic] la classe più bisognosa, quale si è la povera gioventù"; e segnalava un’ ampia gamma di opere: l’Oratorio S. Luigi a Torino, l’Ospizio S. Paolo a La Spezia, la chiesa e le scuole elementari a Vallecrosia presso Ventimiglia, l’Ospizio S. Leone in Marsiglia, le colonie agricole di St.-Cyr e quella della Navarre presso Tolone, l’Ospizio S. Pietro in Nizza Marittima, l’Ospizio S. Vincenzo a S. Pierdarena, l’Oratorio S. Croce in Lucca, gli Ospizi di Montevideo e di Buenos Aires23.

Opere non dissimili di risveglio cattolico vengono aperte in Uruguay e in Argentina. Erano concepite anche come ponte di lancio, più o meno remoto, verso un diverso modo di evangelizzazione missionaria. La strategia viene illustrata in numerosi documenti, che prefigurano un disegno piuttosto ambizioso, manifestato al cardinal Franchi già nel 1877: "(...) Si giudicò di venire ad un nuovo esperimento. Non più mandare missionari in mezzo ai selvaggi, ma recarsi ai confini dei paesi civilizzati e colà fondare chiese, scuole ed ospizi, con due fini: 1˚ Cooperare a conservare nella fede quelli che l’ avessero già ricevuta; 2˚ Istruire, ricoverare quegli Indi che la religione o la necessità avesse mossi a cercare asilo presso ai cristiani. Lo scopo era di contrarre relazioni coi genitori per mezzo dei figli, affinché i selvaggi diventassero evangelizzatori degli stessi selvaggi"24.

Esiste un ulteriore interesse giovanile, particolarmente caro a don Bosco, che vi si impegna lungo l’ intero arco della vita: i chiamati allo stato ecclesiastico e religioso. Ovviamente, essi non si possono definire "pericolanti" e "abbandonati", anche se, talvolta, provenienti da famiglie di modeste condizioni economiche. Sono "giovanetti di buona indole, amanti delle pratiche di pietà, e che lasciano qualche speranza di essere chiamati allo stato ecclesiastico"25. Il pericolo che può incombere su di loro non è la strada o l’ abbandono, ma di "perdere la vocazione" per mancanza di mezzi materiali o di cure adeguate. È uno degli scopi primari della Società salesiana: "Essendo poi molti e gravi i pericoli che corre la gioventù, che aspira allo stato ecclesiastico, questa società si darà massima cura di coltivare nella pietà quelli che mostrassero speciale attitudine allo studio, e fossero commendevoli per buoni costumi"26. Vi si affianca, a norma di regolamento, a sostegno apostolico, spirituale e finanziario, l’ associazione dei Cooperatori27.

L’esperienza ha inizio nel 1849 e don Bosco scrive, pure con evidente esagerazione: "Si può dire che la casa dell’Oratorio per quasi 20 anni divenne il Seminario diocesano"28. Analoga funzione è attribuita ai successivi ospizi, collegi e colonie agricole, tutti "a modica pensione". Essi hanno, precisamente, lo scopo di "dare ad un maggior numero di giovani di eletto ingegno comodità di ricevere un’istruzione non disgiunta da una cristiana educazione, onde riescano col tempo o buoni Sacerdoti, o coraggiosi Missionarii, o savii padri di famiglia"29.

Nel 1877 fisserà in forma normativa le svariate esperienze via via sviluppate nel Regolamento per le case, integrato dal parallelo Regolamento per gli esterni. Per quanto era possibile, infatti, ad ogni casa doveva essere annesso l’ oratorio: "Scopo generale delle Case della Congregazione è soccorrere, beneficare il prossimo, specialmente coll’educazione della gioventù allevandola negli anni più pericolosi, istruendola nelle scienze e nelle arti, ed avviandola alla pratica della Religione e della virtù. La Congregazione non si rifiuta per qualsiasi ceto di persone, ma preferisce di occuparsi del ceto medio e della classe povera, come quelli che maggiormente abbisognano di soccorso e di assistenza"30.

Le formulazioni sempre più impegnative e sicure di don Bosco, ambasciatore della propria opera negli ultimi anni di vita, durante gli storici viaggi in Francia e in Spagna, nei numerosi discorsi e le frequenti conferenze, non faranno che confermare e illustrare la prescrizione. Nella lettera ai cooperatori del gennaio 1880 presentava la gamma delle istituzioni "a favore della gioventù pericolante": "I Giardini di ricreazione, gli Oratorii e le scuole festive, le scuole serali e diurne, gli Ospizi, i Collegi e gli Educatorii continuarono ad essere aperti a pubblico vantaggio in Italia, in Francia e nell’America"31. A Lucca, nell’aprile del 1882 spiegava: "Molte migliaia di giovani, in ben più di 100 Case, ricevono una cristiana educazione, vengono istruiti, avviati ad un’arte, ad un mestiere, che loro servirà per guadagnarsi onestamente il pane (...). Queste oblazioni vanno ad allevare questi giovanetti alla civile società, ad essere o operai cristiani, o soldati fedeli, o maestri ed insegnanti esemplari, o sacerdoti od anche missionarii, che portino la religione e la civiltà tra le barbare genti"32. A Torino, nella consueta conferenza ai Cooperatori e Cooperatrici del 1 giugno 1885 - "il suo aspetto era d’uomo molto stanco e la sua voce alquanto fioca" -, parlando dell’opera salesiana, sottolineava i motivi per sostenerla: "perché educa i giovanetti alla virtù, alla via del Santuario, perché ha per fine principale d’istruire la gioventù che oggidì è divenuta il bersaglio dei cattivi, perché promuove in mezzo al mondo, nei collegi, negli ospizi, negli oratorii festivi, nelle famiglie, promuove, dico, l’amore alla religione, il buon costume, le preghiere, la frequenza ai Sacramenti"33.

Non è, dunque, possibile ricondurre a una categoria unica la "gioventù povera e abbandonata", di cui don Bosco s’interessa operativamente. Essa abbraccia complessivamente una fascia di giovani piuttosto ampia, i cui margini inferiori confinano con il mondo "diverso" dei "delinquenti" e degli stessi "corrigendi" che hanno avuto a che fare con la giustizia, ed anche con un tipo imprecisato di ragazzi ritenuti pressoché irrecuperabili con la sola disciplina preventiva, anzi positivamente dannosi ai "più", di cui egli intende principalmente occuparsi. Ai livelli superiori vengono lasciati fuori in linea di principio, almeno per quanto riguarda collegi e ospizi, i ragazzi delle classi elevate per nobiltà e censo: essi, del resto, si sarebbero trovati a disagio in istituzioni relativamente modeste per edilizia, attrezzature, vitto, attività culturali e il tono generale di vita34.

Più vasta è la prospettiva, quando don Bosco parla e scrive, tenendo presenti le più svariate "condizioni" giovanili e, in genere, umane. Sia che scriva libri a preservazione della fede, sia che indichi necessità di interventi assistenziali ed educativi al di fuori delle proprie opere giovanili, egli non esclude la più ampia applicabilità del sistema preventivo, probabilmente integrato da misure inevitabilmente "repressive". A Urbano Rattazzi, ad esempio, lo propone per le carceri, a Francesco Crispi per ragazzi anche gravemente pericolanti, tra cui "vagabondi che cadono nelle mani della pubblica sicurezza"35.

È chiaro, tuttavia, che le intenzioni di don Bosco, espresse con le istituzioni messe in opera, e le sue ansie più vive riguardano, fino al termine della vita, i giovani che si trovano più vicini ai margini inferiori e in più grave pericolo. È una consegna affidata alle Memorie dal 1841 al 1884-5-6 pel Sac. Gio. Bosco a’ suoi figliuoli Salesiani, quasi un testamento: "Il mondo ci riceverà sempre con piacere fino a tanto che le nostre sollecitudini saranno dirette ai selvaggi, ai fanciulli più poveri, più pericolanti della Società. Questa è per noi la vera agiatezza che niuno invidierà e niuno verrà a rapirci"36.

È orientamento ripetutamente rivelato a salesiani, cooperatori e benefattori nelle conferenze di propaganda dell’ ultimo decennio, non senza esplicito riferimento alla pericolosità sociale dei giovani non adeguatamente "assistiti". Era motivo che poteva risultare sensibile a uditori spesso abbienti e apprensivi, attirando, oltre tutto, più copiosa beneficenza37. Nel 1878, a Roma, don Bosco esortava "a coadiuvare i Salesiani a far fronte e porre un argine all’ irreligione e al mal costume ognor crescenti, che nelle città e paesi travolgono alla eterna rovina tanta povera ed inesperta gioventù", a "diminuire il numero dei discoli, che abbandonati a se stessi corrono grande pericolo di andare a popolare le prigioni"38. "Noi li vediamo - dice a Genova il 30 marzo 1882 - a scorazzare di piazza in contrada, di spiaggia in ispiaggia, a crescere nell’ ozio e nel giuoco, ad imparare oscenità e bestemmie; più tardi li vediamo a divenire furfanti e malfattori; in fine, e il più delle volte sul fior dell’ età, li vediamo a cadere in una prigione"39. Ad aggravare le condizioni dei giovani sembra si stia organizzando una congiura, a cui è urgente contrapporre opere di prevenzione e difesa. "In questi tempi - diceva ai cooperatori di Torino il 1˚ giugno 1885 - i malvagi cercano di spargere l’ empietà e il mal costume, cercano di rovinare specialmente l’ incauta gioventù con società, con pubbliche stampe, con riunioni, che hanno per iscopo più o meno aperto di allontanarla dalla religione, dalla Chiesa, dalla sana morale"40.

A toccare il cuore e la borsa dei suoi facoltosi uditori don Bosco non esita talora a prospettare il pericolo di giovani abbandonati, candidati a diventare vagabondi "tiraborse" o addirittura malviventi che un giorno forse si sarebbero potuti presentare "domandando il danaro col coltello alla gola" o "col revolver alla mano"41.

  1. Elementi di "psicologia giovanile"

Per comprendere il sistema preventivo di don Bosco è, pure, necessario tener presente la fascia di età dei giovani, tra i quali fu di preferenza praticato sotto la sua direzione immediata o mediata: gli oratori festivi di Torino, il complesso dell’ Oratorio di Valdocco, i collegi di Mirabello Monferrato, trasferito poi a Borgo San Martino e di Lanzo Torinese, poi di Alassio, Varazze, Genova-Sampierdarena, Nizza, Marsiglia.

2.1 L’età che cresce

Di norma, nella maggioranza delle opere da lui fondate, l’ interesse prevalente è per l’ età adolescenziale, con largo spazio dato in oratori, scuole e collegi anche agli ultimi anni della fanciullezza. Fanno eccezione, lui vivente, gli studenti del liceo di Alassio e di Valsalice, oltre l’ istituto preuniversitario eretto da don Lasagna a Villa Colón (Montevideo). Più vasta e indefinibile è la gamma d’ età dei giovani artigiani42. In sintesi, quella di don Bosco è pedagogia "giovanile", dando ai termini "giovane", "gioventù", un significato piuttosto ampio, con prevalenza numerica e di attenzione del l’"adolescenza". A giovani dagli 11/12 anni ai 15/16 si riferiscono le varie biografie o racconti biografici di ragazzi, che furono strumento fondamentale nella trasmissione della sua esperienza educativa e della riflessione "pedagogica"43.

Nel Regolamento per gli esterni è data la seguente norma, generalmente praticata: "Si ricerca l’età di otto anni, perciò sono esclusi i ragazzini, come quelli che cagionano disturbo, e sono incapaci di capire quello che ivi s’insegna"44. Il Regolamento per le case restringe notevolmente i limiti di età, quando fissa come condizione di accettazione che l’alunno abbia "compiuto il corso elementare"45. Di fatto, però, nella maggior parte dei collegi per studenti era attivato anche il corso elementare completo o, almeno, le ultime classi di esso. In definitiva, la gran parte delle istituzioni (oratori, ospizi, collegi) era aperta a ragazzi, la cui età andava dalla fanciullezza all’adolescenza e alla giovinezza, quindi approssimativamente dagli 8 ai 18 anni, con probabile prevalenza dell’età dai 12 ai 16 anni.

Quanto alla terminologia, sia nelle parole che negli scritti si avverte una inevitabile fluttuazione. Le denominazioni, in italiano e in latino - fanciullini, fanciulli, giovani, giovanetti, giovinetti; pueriadolescentes,adolescentuliiuvenes - appaiono generalmente intercambiabili. Soltanto "fanciullo" e "giovanetto" sembrano distinti, designando ragazzi rispettivamente dagli 8 agli 11 anni e dai 12 ai 16. Un abbozzo di distinzione tra giovani adulti o grandicelli o più grandicelli - dai 16 ai 30 anni - e fanciulli, piccolini, giovanetti, si riscontra nel fascicolo Opera di Maria Ausiliatrice per le vocazioni allo stato ecclesiastico eretta nell’ Ospizio di S. Vincenzo de’ Paoli in San Pier d’ Arena46.

2.2 Tratti di psicologia giovanile

Non c’è da attendersi da don Bosco uno studio scientifico di un così ampio arco di età, che permetta di distinguere con chiarezza i vari momenti dello sviluppo. Tuttavia, talora alcune caratterizzazioni da lui date si possono attribuire più a un livello che ad un altro.

Comunque, è soprattutto importante notare che la percezione di don Bosco della "psicologia" dei ragazzi di cui si occupa è strettamente connessa con l’ insieme della sua concezione e azione pastorale ed educativa. Nel definire i tratti propri dell’età giovane egli finiva coll’ usare termini che descrivevano la realtà effettiva e, insieme, la valutavano, positivamente o negativamente, in ordine alle disponibilità educative e alle esigenze della salvezza cristiana.

Inoltre, a tale colorazione morale e religiosa delle caratterizzazioni sembra legato un giudizio spesso più negativo che positivo, tratti da correggere più che da utilizzare. Non raramente l’età giovane è, più o meno implicitamente confrontata con l’ età adulta, come l’ incompiutezza alla compiutezza, la mobilità alla posatezza, l’ irriflessione alla saggezza, la labilità emotiva alla stabilità47. Non mancano, naturalmente, altri termini, che prefigurano disponibilità e potenzialità positive, quali la sensibilità, l’ impressionabilità, il "cuore".

Le notazioni più numerose e riflesse ricorrono nelle pagine sul sistema preventivo del 1877, precedute da simili ed altre già presenti fin dagli scritti degli anni ‘40, in particolare il Giovane provveduto, ripetute e arricchite nelle biografie degli anni ‘50 e ‘60.

Nelle pagine del 1877 viene in primo luogo quello che a don Bosco doveva apparire il tratto dominante dell’età in crescita, il motivo più decisivo per l’adozione del "sistema preventivo": "La ragione più essenziale è la mobilità giovanile, che in un momento dimentica le regole disciplinari, i castighi che quelle minacciano: perciò spesso un fanciullo si rende colpevole e meritevole di una pena, cui egli non ha mai badato, che niente affatto ricordava nell’atto del fallo commesso e che avrebbe per certo evitato se una voce amica l’ avesse ammonito"48.

Questa caratteristica è strettamente collegata con un secondo tratto tipico: la mancanza di esperienza, l’immaturità e, quindi, l’inevitabile inconsideratezza e imprudenza. Per don Bosco, la gioventù, nel senso più ampio, è per definizione pericolosamente "inesperta" e, quindi, "instabile" e "incauta"49. Essa, perciò, può con facilità lasciarsi irretire da "inganni" di ogni genere e provenienza: del demonio, dei compagni cattivi, delle cose appariscenti o presentate sotto luce attraente, le tentazioni, la libertà, la stessa eresia. Proprio per questo "la gioventù è l’età dei pericoli", e questi si trovano fra tutte le condizioni sociali50. "Quali fanciulli debbano dirsi ne’ pericoli", è il titolo di un paragrafo del promemoria sul sistema preventivo presentato a Francesco Crispi nel febbraio 187851.

La radice della mobilità risiede in una nativa disorganizzazione della vita psichica, antecedente a qualsiasi forma di intervento formativo: "I giovanetti mancando di istruzione, di riflessione, eccitati dai compagni o dalla irriflessione, si lasciano spesso ciecamente strascinare al disordine pel solo motivo di essere abbandonati"52.

In connessione con questa caratteristica, "più e più volte Don Bosco ripete che la gioventù è volubile, non è tenace negli impegni, fragile, facile a stancarsi, facile agli scoraggiamenti come agli entusiasmi"53. "Egli è proprio dell’ età volubile della gioventù - scrive don Bosco nella biografia di Domenico Savio - di cangiar sovente proposito intorno a ciò che si vuole; perciò non di rado avviene che oggi si delibera una cosa, dimani un’ altra; oggi una virtù praticata in grado eminente, domani l’ opposto"54.

Naturalmente, ciò risulta più evidente di fronte a realtà serie e impegnative, quali la religione e la pietà, lo studio, il lavoro, la disciplina. "È cosa assai difficile - rincara nella biografia del Besucco - il far prender gusto alla preghiera ai giovanetti. La volubile età loro fa sembrare nauseante ed anche enorme peso qualunque cosa richieda seria attenzione di mente"55.

Tutto questo risale a una realtà più profonda, ambivalente, di significato teologico oltre che psicologico. Secondo don Bosco, infatti, la virtù, la religione, il regno della grazia sono anche fonti di felicità. NelGiovane Provveduto, sulla scia della più diffusa letteratura ascetica giovanile precedente e contemporanea, egli sottolineava un aspetto quanto mai problematico della "natura" dell’uomo e del giovane. Non si sa se sia natura sana o ferita dal peccato, poiché don Bosco qui "non pare avverta tale distinzione"56. Comunque, secondo lui, l’ uomo, e più scopertamente il giovane, appare nato per godere, per sua natura desidera la gioia, il divertimento, il piacere. Questa tendenza sembra entrare in conflitto con la felicità e le sue fonti: infatti - continua don Bosco -, "se io dico ad un figliuolo che frequenti i Sacramenti, che faccia un po’ di orazione al giorno, risponde: ho altro a fare, ho da lavorare, ho da divertirmi"57.

Di un’ altra caratteristica, invece, viene sottolineato anche e, forse, prevalentemente il versante positivo: è il bisogno di moto, di vita, di benefica liberazione delle energie fisiche, intellettuali, emotive, morali. Direttamente ad essa si riferisce il "precetto" fondamentale, che s’ispira a S. Filippo Neri, ma che assume nel linguaggio e nella pratica educativa di don Bosco un eccezionale valore costruttivo: "Si dia ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento"58.

Altre qualità native, del tutto positive, si trovano nei giovani. Don Bosco le vede e descrive con compiacimento in Michele Magone, il giovane-tipo, non solo pedagogicamente, ma anzitutto dal punto di vista della struttura psicologica di base, anteriore ad ogni serio guasto morale: la vivacità, la spontaneità e l’innata simpatia per le cose buone, inconsapevolmente proteso alla vera felicità. "D’indole vivace, ma pio, buono, divoto, stimava molto le più piccole pratiche di religione. Egli le praticava con allegria, con disinvoltura, e senza scrupoli: di modo che per pietà, studio e affabilità era amato e venerato da tutti; mentre per vivacità e belle maniere era l’idolo della ricreazione"59. Anche dopo il presentimento della morte imminente, "non fu minimamente alterata la sua allegria e la sua giovialità"60.

Vi si accompagna una vitalità interiore, che si rivela pure come spiccata impressionabilità e recettività, emotiva e percettiva. Don Bosco ne tratta esplicitamente a proposito dell’educatività e moralità del teatrino: "Si ritenga che i giovanetti ricevono nel loro cuore le impressioni di cose vivamente rappresentate, e difficilmente si riesce di farle dimenticare con ragioni o con fatti opposti"61.

L’impressionabilità può presentare lati negativi, ma è vista, soprattutto, nel suo aspetto positivo, come fa rilevare don Bosco stesso parlando della crisi benefica di Giuseppa, la protagonista dellaConversione di una valdese: "La gioventù, finché non è schiava dei vizi, si ferma solo di passaggio sopra le altre cose; ma le massime di religione, e sopratutto le massime eterne, producono la più viva impressione"62.

Seguono due dimensioni globali di psicologia giovanile, che investono l’intera personalità ed hanno un’incidenza sull’intero sistema educativo. Esse sono riferibili soprattutto a ragazzi in pieno periodo adolescenziale e avviati a una più matura giovinezza. Sono il vivissimo senso della giustizia, l’intolleranza di ogni ingiustizia, e la forte affettività, il cuore. Ambedue i caratteri sono esplicitamente sottolineati ancora nelle pagine sul sistema preventivo del 1877 e si collegano con due radicali esperienze "preventive": la ragione e l’amorevolezza.

Sul senso della giustizia don Bosco dedica agli educatori una preoccupata riflessione: "Si è osservato che i giovanetti non dimenticano i castighi subiti, e per lo più conservano amarezza con desiderio di scuotere il giogo ed anche di farne vendetta. Sembra talora che non ci badino, ma chi tiene dietro ai loro andamenti conosce che sono terribili le reminiscenze della gioventù; e che dimenticano facilmente le punizioni dei genitori, ma assai difficilmente quelle degli educatori. Vi sono fatti di alcuni che in vecchiaia vendicarono bruttamente certi castighi toccati giustamente in tempo di loro educazione"63.

Infine, l’ educazione è "cosa di cuore" perché il ragazzo normale, quasi per natura, è cuore. Per questo l’educatore potrà sempre guadagnare "il cuore del suo protetto" e "parlare col linguaggio del cuore" 64. Infatti, "in ogni giovane, anche il più disgraziato, avvi un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è di cercar questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto"65.

Qualche notazione psicologica e morale è da don Bosco riservata anche alla fase dell’infanzia, prima degli 8 anni, e della fanciullezza, dagli 8 ai 12 anni.

Circa lo stadio infantile don Bosco scrive di Domenico Savio che "anche in quell’età di naturale divagazione egli dipendeva in tutto e per tutto dalla sua genitrice", e viene a sapere dalla testimonianza dei genitori, che egli fu così "fin dalla più tenera età (...) nella quale per mancanza di riflessione i ragazzi sono un disturbo ed un cruccio continuo per le madri; età in cui tutto vogliono vedere, toccare e per lo più guastare"66. Come s’è visto, i "ragazzini" non vengono ammessi all’Oratorio, perché "cagionano disturbo, e sono incapaci di capire quello che ivi s’insegna"67.

Nei confronti della fanciullezza, dagli 8 ai 12 anni, i giudizi espressi non sono ottimistici. Don Bosco le attribuisce "nausea, o svogliatezza nel pregare", e propensione alle "bambolinaggini che son proprie di quell’ età"68. Non la scagiona nemmeno da serie responsabilità morali, come appare da riflessioni raccolte nella cronaca di don Bonetti, in data 1 marzo 1863: "Io trovo che le confessioni di molti giovani non possono reggere colle norme date dalla Teologia. Per lo più non si fa conto di quei mancamenti commessi dagli otto ai dodici anni; e se un confessore non va propriamente a cercare, ad interrogarli, essi ci passano sopra e vanno avanti fabbricando così su falso terreno"69.

  1. Teologia dell’ educabilità giovanile

Don Bosco non dispone di una sistematica antropologia teologica. Questo aspetto della formazione sacerdotale, data dall’insegnamento seminaristico, sembra ricondursi a poche, seppure importanti, acquisizioni di base.

Alla sua cultura e mentalità "educativo-pastorale" si può applicare quanto Pietro Stella scrive a proposito di una ben definita diffusa "teologia dogmatica" e "morale", non universalizzabile. La teologia dogmatica "poneva ogni cosa sotto la luce della predestinazione o della libera corrispondenza alla grazia, sotto la luce del conto da rendere al giudice divino, nell’ attesa della vita o della morte eterna"; essa, quindi, "finiva per abituare a considerare ogni cosa nel valore che aveva per l’ eternità, tutto come ragione di premio o di condanna". Per parte sua, "la teologia morale, con le sue polemiche sul probabilismo e il probabiliorismo, incentrando ogni cosa nel rapporto tra legge divina e libertà, educava a considerare il proprio agire come responsabile adeguazione alla legge divina"70. Vi si aggiungevano ulteriori, forse più determinanti, apporti: i libri di formazione religiosa, gli scritti utilizzati nella composizione delle meditazioni, delle istruzioni e delle omelie per la predicazione ordinaria e straordinaria, le fonti dei libri storici, catechistici e apologetici. Infine, decisive per la visione complessiva delle disponibilità dei giovani in ordine alla "salvezza" e all’ educazione ad essa finalizzata, sono, indubbiamente, l’ "indole" di don Bosco stesso e la sua intensa "conversazione" tra i giovani.

All’ assiduo vivere tra i giovani sono da attribuirsi, anzitutto, le classificazioni che di essi ripetutamente abbozza, con termini non sempre sinonimi. In qualche caso esse hanno un preciso scopo pedagogico in ordine ad un trattamento educativo differenziato71. Però, più spesso sono riconducibili a valutazioni teologico-morali, con scopo "preventivo" o apostolico in genere: fuga dei cattivi, amicizia coi buoni e, talora, recupero al bene dei dissipati e dei meno buoni72.

Il testo più significativo di "teologia della gioventù e dell’ educazione" è, certamente, costituito dalle prime linee dell’ Introduzione a un Piano di Regolamento dei primi anni ‘50, tracciate sul tema del vangelo di Giovanni 11, 52, applicato alla gioventù "de’ nostri giorni": Gesù doveva morire "per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi". Vi compaiono i protagonisti del processo di crescita dei giovani: Dio e i mezzi di grazia, la famiglia con le sue carenze, la società con i suoi pericoli, gli educatori, i "luoghi" appropriati, i giovani stessi con le ricche risorse di cui sono naturalmente dotati.

"Questa porzione la più dilicata e la più preziosa dell’ umana Società, su cui si fondano le speranze di un felice avvenire, non è per se stessa di indole perversa. Tolta la trascuratezza dei genitori, l’ ozio, lo scontro de’ tristi compagni, cui vanno specialmente soggetti ne’ giorni festivi, riesce facilissima cosa l’ insinuare ne’ teneri loro cuori i principii di ordine, di buon costume, di rispetto, di religione; perché se accade talvolta che già siano guasti in quella età, il sono piuttosto per inconsideratezza, che non per malizia consumata. Questi giovani hanno veramente bisogno di una mano benefica, che prenda cura di loro, li coltivi, li guidi alla virtù, li allontani dal vizio. La difficoltà consiste nel trovar modo di radunarli, loro poter parlare, moralizzarli"73.

In una considerazione largamente "teologica" più analitica le forze in campo si possono ricondurre a quattro spazi: il giovane nella sua individualità, l’ ambiente, il mondo religioso, la mediazione educativa74.

Anzitutto, don Bosco parla e scrive di una generale disponibilità positiva dell’ età giovanile alla maturità morale e educativa, quando sia tempestivamente coltivata, per impegno degli educatori e del giovane stesso. Non c’è tempo da perdere. "I giovanetti sono grandemente amati da Dio" perché sono "ancora in tempo di fare molte opere buone", sono "in un’ età semplice, umile, innocente, ed in generale non ancora divenuti preda infelice del nemico infernale"75. Inoltre e per questo, "la salvezza di un figliuolo dipende ordinariamente dal tempo della gioventù"76. Don Bosco vuol dirlo con parole di Dio: "Quella strada che un figlio tiene in gioventù, si continua nella vecchiaia fino alla morte. Adolescens iuxta viam suam etiam cum senuerit non recedet ab ea. E vuol dire: se noi cominciamo una buona vita ora che siamo giovani, buoni saremo negli anni avanzati, buona la nostra morte e principio di una eterna felicità. Al contrario se i vizi prenderanno possesso di noi in gioventù, per lo più continueranno in ogni età nostra fino alla morte"77.

Soccorrono il giovane le potenzialità della natura umana e l’ indole, seppure differentemente inclinata, il più delle volte "buona" o "ordinaria", o anche "indifferente". Vengono in primo luogo l’ intelligenza, facoltà del vero, e la volontà, facoltà del bene, con la libertà dell’ agire che ne deriva: don Bosco vi dà grande importanza, se si pensa all’ insistenza sui "proponimenti" che caratterizza la sua pedagogia del sacramento della penitenza. "L’ uomo è distinto fra tutti gli altri animali specialmente perché è fornito di un’ anima, la quale pensa, ragiona e conosce ciò che è bene e ciò che è male"78. "Dio ci ha donato un’ anima, cioè ci ha donato quell’ essere invisibile che sentiamo in noi, e che tende continuamente ad elevarsi a Dio; quell’ essere intelligente che pensa e ragiona, e che non può trovare la sua felicità sopra la terra, e che perciò in mezzo alle stesse ricchezze e in mezzo a qualsiasi piacere della terra ella è sempre inquieta finché non riposi in Dio, perciocché Dio solo può renderla felice". "Dio diede all’ anima nostra la libertà, cioè la facoltà di scegliere il bene o il male, assicurandole un premio se fa bene, minacciando un castigo qualora scelga il male"79. Vi si associano, quali fattori estremamente positivi in rapporto alle realtà religiose e morali e nella relazione educativa la sensibilità, l’ affettività, il cuore: essi portano un insostituibile contributo alla percezione della "bruttezza del peccato" e della "preziosità della virtù"80.

Naturalmente, la fragilità giovanile è collegata da don Bosco, oltre che con l’ età e l’ ambiente, con la realtà del peccato originale. Esso ha sensibilmente ferito e indebolito le facoltà dell’ intendere e del volere, sconcertate, inceppate, disturbate dalle ingagliardite "passioni". Nella Maniera facile per imparare la storia sacra, egli fa menzione in questo modo delle "conseguenze del peccato originale": "sono tutte le miserie dell’ anima e del corpo"; "le miserie dell’anima sono l’ ignoranza, la concupiscenza e la esclusione dal cielo"; "l’ignoranza consiste in ciò che l’uomo non può conoscere il suo fine, né i suoi doveri senza la rivelazione"; "per concupiscenza s’ intende l’ inclinazione al peccato"; infine, "le miserie del corpo sono la povertà, le malattie e la morte"81.

Non è, probabilmente, inutile rileggere una Cronaca che riferisce i contenuti di una conversazione di martedì 11 maggio 1875, nella quale don Bosco disserta "sulle miserie dell’ uomo", riportandole al peccato originale. Possono illuminare su una certa ambivalenza nella valutazione morale dei giovani, sulla qualità e i contenuti della loro aspirazione alla felicità e sulla conseguente azione educativa: con fortunate dissonanze tra ciò che pensa e dice e ciò che fa.

"Tutto procede da quella domanda del catechismo dove dice: che effetto fa il peccato originale? Fa che veniamo al mondo in disgrazia di Dio, meritevoli dell’ inferno, inclinati al peccato, sottoposti alla morte e a molte miserie nell’ anima e nel corpo. Alcuni si credono di poter condur vita felice su questa terra e cercano ogni modo di godersela. Vita felice non si potrà mai avere per ragion di queste molte miserie nell’ anima e nel corpo. Più si ha desiderio di felicità e si cerca e più fugge da noi. E quel che sembra anche più mirabile si è che tutte le soddisfazioni che ci prendiamo non servono che a crescere le miserie prodotte dal peccato d’ Adamo". "Eh! tutte queste miserie ci fan proprio esclamare dal più profondo del cuore: quod aeternum non est, nihil est. È meglio che pensiamo ai premii eterni e ci sembreran vili le cose di questa terra".

[Poi il passaggio di un grosso carro trainato da un mulo risveglia nuove considerazioni]. "D. Bosco additando ad esso esclamò: jumentis insipientibus comparatus est et similis factus est illis (...). Ecco che cosa fa l’uomo, pensa solo a cose di questa terra e fa peccati. Che cosa fa commettendo peccati? Eh! rinunzia alla sua ragione perché se si ragiona è impossibile offender Dio, conoscendolo così grande, così buono, così giusto; se si ragiona non si cerca più di offenderlo". "E che cos’è che distingue l’uomo dal giumento? La ragione: ecco perché dalla sacra scrittura viene comparato al giumento insipiente. Davide però a queste parole premise: homo, cum in honore esset, non intellexit, jumentis insipientibus.... Dice, l’ uomo essendo in onore non capì. In che modo l’ uomo è in onore? Ecco, dice un Santo Padre, l’ uomo innocente o in grazia di Dio è amico di questo Dio, riceve da lui continui doni e benefizi; è in caso di servirsi bene della sua mente tanto spaziosa. L’ uomo in grazia possiede il più gran tesoro, il più grand’ onore che possa darsi al mondo"82.

Indubbiamente don Bosco risente di una letteratura, in particolare di Charles Gobinet, non lontana da sottolineature gianseniste. Ma è difficile precisare quanto poi in concreto egli si ispiri alle ragioni teologiche e quanto si lasci guidare da più positive considerazioni pratiche, tradotte in fiducia e speranza83.

Comunque, è vigorosamente affermata la necessità e la possibilità di una effettiva collaborazione alla grazia. "Gesù predica" e "annunzia una vita felice ed eterna, cioè il cielo; ma questa felicità vuole che sia da noi guadagnata coi nostri sforzi, colla pratica della virtù, colla fuga del vizio"84.

Più vicine all’ esperienza sono le convinzioni, più volte formulate, circa l’ ambiente familiare, in cui i giovani si muovono. Non manca, certo, il riferimento ai tanti influssi positivi dei genitori nella crescita dei giovani. Spesso nelle biografie giovanili don Bosco mette in luce la diversa qualità degli apporti della madre e del padre. Basti pensare ai genitori esemplari di Domenico Savio e di Francesco Besucco; alle madri religiose e attente di Pietro nella Forza della buona educazione (1855) e di Valentino (1866); al padre di Severino (1868). Innumerevoli sono le figure materne e paterne ricorrenti nelle biografie di santi e nelle varie "storie": sacra, ecclesiastica, d’ Italia, dei papi. Ma, dovendo perorare la causa dei giovani "poveri e abbandonati", "pericolanti e pericolosi", don Bosco non manca di sottolineare le responsabilità di genitori impossibilitati o incapaci o "snaturati".

Quanto all’ ambiente sociale i giudizi sono prevalentemente negativi. Lo rendono pericoloso gli adulti, che diventano agenti di corruzione con libri, giornali, spettacoli immorali ed esempi di irreligiosità e disonestà. Ma non minore causa di male e di scandalo sono i "cattivi compagni", soprattutto se arrivati al più basso gradino della "malizia consumata". Nei loro confronti, veri alleati del demonio, non resta altra difesa che la fuga e la denuncia.

Nel mondo dell’ invisibile è costantemente segnalato in piena attività il tentatore, il demonio. Della sua esistenza non inoperosa don Bosco è certo per fede e ne ha esperienza sia nelle vessazioni che in certe epoche lo tormentano85 sia, soprattutto, nei diversi momenti della vita dei giovani. Ne sono particolarmente popolate le tante narrazioni di sogni e i discorsi vicini ai tempi di esercizi spirituali e intorno all’ esercizio mensile della buona morte. Il demonio e la sua corte si presentano sotto le figure di mostri proteiformi e di animali: gattoni che alle spalle dei penitenti impediscono una confessione sincera, maiali, cani furiosi, leoni, tigri, elefante che schiaccia, serpente che avviluppa e paralizza. Dovunque il demonio trova "servitori", "aiutanti", "amici" negli scandalosi, nei corruttori, nei maestri di malizia. Del demonio sono gli "inganni", di cui scrive nella presentazione del Giovane provveduto. I "lacci" tesi dal "nemico dell’ uman genere" per "far cadere" i giovani rivelano un’ astuzia creativa senza limiti.

Il giovane, però, non è in balìa del male. È piuttosto amorevolmente "assediato" dalle inesauribili risorse del mondo trascendente del divino e della grazia, che offre la fede cattolica: Dio, Cristo, la Chiesa, i sacramenti, la Vergine Madre, gli innumerevoli intercessori, la parola di Dio. La "religione" è il fondamento, la sorgente, l’anima della vita dei giovani e del loro processo di crescita. È ricorso divino assolutamente necessario, che esige, naturalmente, l’attiva collaborazione umana: la preghiera, la fuga del peccato, la richiesta di perdono e la pratica dei proponimenti presi nella confessione, l’ esercizio della carità fraterna: in poche essenziali parole, "il servizio di Dio", "le opere buone", il "dovere". "Miei cari - chiedeva don Bosco ai possibili renitenti -, vogliamo forse andare in Paradiso in carrozza?", la "fuoriserie" del tempo86.

Ma il cardine di questa divino-umana sinergia, affatto determinante, è la mediazione educativa. Per questo, è naturale che la virtù primaria di un giovane sia l’ obbedienza. Ad un temuto naufragio dei giovani non sono ultimamente decisivi né "l’ incontro di perversi compagni" o "la trascuratezza dei genitori", ma l’ eventuale "loro indole infedele alla buona educazione"87; e, ancor prima, il nulla dell’ educazione.

La presenza e l’opera di educatori competenti e totalmente "consacrati" alla gioventù è assolutamente necessaria alla sua "salvezza". Letteralmente, "Dio ha bisogno degli uomini". A questa primaria iniziativa, sarà poi indispensabile la risposta dei giovani, la loro sottomissione e collaborazione volonterosa e fattiva. È il messaggio che don Bosco indirizza ai giovani nel primo libro scritto tutto per loro: "Siccome una tenera pianta sebbene posta in un buon terreno dentro un giardino, tuttavia prende cattiva piega e finisce male, se non è coltivata, e per dir così guidata fino a certa grossezza; così voi, miei cari figliuoli, piegherete sicuramente al male se non vi lasciate piegare da chi ha cura d’ indirizzarvi": prima di tutto i genitori, i "superiori", i "maggiori"88.

Il secondo grande "manifesto" è destinato agli educatori. Il "sistema preventivo", esperienza variegata prima che formula, è tutto per loro: a orientare e sollecitare l’ esercizio di una responsabilità dalle incommensurabili implicazioni, personali e sociali, temporali ed eterne.

Era il messaggio che don Bosco lanciava, ancora una volta, vicino al declinare della sua esistenza terrena: "Lavorate intorno alla buona educazione della gioventù, di quella specialmente più povera ed abbandonata, che è in maggior numero, e voi riuscirete agevolmente a dare gloria a Dio, a procurare il bene della Religione, a salvare molte anime e a cooperare efficacemente alla riforma, al benessere della civile società; imperocché la ragione, la Religione, la storia, l’esperienza dimostrano che la società religiosa e civile sarà buona o cattiva, secondo che buona o cattiva è la gioventù"89.


NOTE

1 Cfr. cap. 1, § 3; inoltre, P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. I, pp 103-119; P. Spriano, Storia di Torino operaia e socialista da De Amicis a Gramsci. Torino, Einaudi 1972, pp. 3-17.

2 Sulla situazione dà informazioni documentate U. Levra, Il bisogno, il castigo, la pietà. Torino 1814-1848, in Torino e Don Bosco a cura di G. Bracco, vol. I Saggi. Torino, Archivio Storico della Città 1988, pp. 13-97; Id., L’altro volto di Torino risorgimentale 1814-1848. Torino, Istituto per la storia del Risorgimento italiano 1988, 204 p.; C. Felloni e R. Audisio, I giovani discoli, in Torino e Don Bosco..., vol. I Saggi, pp. 99-119. Per gli anni ‘60, P. Spriano Storia di Torino operaia e socialista, pp. 3-36.

3 Cfr. G. B. Lemoyne, Vita del venerabile servo di Dio Giovanni Bosco..., vol. I. Torino, Libreria Editrice Società Internazionale "Buona Stampa" 1913 [la prima edizione è del 1911], pp. 233-234. Più dilatata è la ricostruzione in MB II 59-67.

4 Discorso conviviale a sacerdoti ex-alunni dell’ Oratorio di Valdocco del 29 luglio 1880, BS 4 (1880) n. 9, sett., p. 11; similmente, ancora a ex-alunni sacerdoti, parlava il 19 luglio 1883: "prendetevi specialmente cura della gioventù dei vostri paesi, nella quale sta la speranza della società", BS 7 (1883) n. 8, agosto, p. 129.

5 Cfr. P. Stella, Don Bosco nella storia economica e sociale, pp. 123-157 (Collegi e ospizi in Piemonte e in Liguria 1860-1870), 159-174 (I giovani degli oratori festivi a Torino 1841-1870), 175-199 (Giovani e adulti convittori a Valdocco 1847-1870), 289-294 (La popolazione giovanile degli altri collegi).

6 MO (1991) 123; "soprattutto per quelli che uscivano dalle carceri" (p. 122). È, però, significativo che nella Storia dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales, scritta da don Bonetti, che utilizza il manoscritto delle Memorie dell’ Oratorio, e che esce a puntate nel "Bollettino Salesiano" da gennaio 1879 a ottobre 1887, da tutti i passi desunti dal manoscritto Memorie dell’ Oratorio di don Bosco, viene sistematicamente espunto il riferimento ai carcerati o agli ex-carcerati: cfr MO (1991) 122, 123, 125, 126, 128 e i passi paralleli del "Bollettino Salesiano" 3 (1879) n. 2, febbr., p. 8; n. 3, marzo, p. 6; n. 4, aprile, p. 9.

7 BS 3 (1879) n. 2, febbr., p. 8 = MO (1991) 122; MO (1991) 124 = BS 3 (1879) n. 3, marzo, p. 6.

8 MO (1991) 147 = BS 3 (1879) n. 7, luglio, p. 16.

9 Cfr. R. Chartier, M. M. Compère, D. Julia, L’ éducation en France du XVIe au XVIIIe siècle. Paris, Sedes 1976, pp. 57-58; L. Chevalier Classes laborieuses et classes dangereuses à Paris pendant la première moitié du XIXe siècle. Paris, Librairie Plon 1958 (traduz. ital., Classi lavoratrici e classi pericolose nella Rivoluzione industriale, Bari, Laterza 1976, pp. 147-156); P. Pierrard, Enfants et jeunes ouvriers en France (XIXe-XXe siècle). Paris, Les Éditions Ouvrières 1987, 225 p.

Però, Torino negli anni ‘40 non è, certamente, Parigi.

10 G. Casalis, Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli stati di S. M. il re di Sardegna, vol. XXI [v. Torino]. Torino, presso G. Maspero e G. Marzorati 1851, v. Albergo di Virtù, pp. 690-692; G. Ponzo, Stato e pauperismo in Italia: L’Albergo di Virtù di Torino (1580-1836). Roma, La Cultura 1974, 150 p.

11 G. Casalis, Dizionario..., vol. XXIX, v. Regia Opera della mendicità istruita, pp. 700-709; G. Chiosso, La gioventù "povera e abbandonata" a Torino nell’ Ottocento. Il caso degli allievi-artigiani della Mendicità Istruita (1818-1861), in J. M. Prellezo (Ed.), L’ impegno dell’ educare..., pp. 375-402.

12 Cfr. R. M. Borsarelli, La marchesa Giulia di Barolo e le opere assistenziali in Piemonte e nel Risorgimento. Torino, Chiantore 1933, XI-243 p.

13 Catalogo degli oggetti esposti in lotteria a favore dei giovani dei tre oratorii.... Torino, tip. di G. B. Paravia e comp. 1857, pp. 1-2, OE IX 3-4; cfr. pp. 1-4, OE IX 3-6.

14 Elenco degli oggetti graziosamente donati.... Torino, tip. dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales 1866, p. 3, OE XVII 5; cfr. Elenco degli oggetti... Torino, Speirani 1862, p. 2, OE XIV 198; Lotteria d’ oggetti... Torino, tip. dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales 1865, p. 2, OE XVI 248: "i giovanetti accolti in questa casa sono divisi in due categorie, studenti ed artigiani".

15 Inaugurazione del patronato di S. Pietro in Nizza a Mare...Torino, tip. dell’Oratorio di S. Francesco di Sales 1877, p. 4, OE XXVIII 382.

16 Lett. al dott. Edoardo Carranza, presidente della conferenza di san Vincenzo de’ Paoli a Buenos Aires, 30 sett. 1877, E III 221.

17 Circolare per l’ incipiente opera a La Spezia, 11 ott. 1880, E III 627.

18 Lett. a Leone XIII del marzo 1878, E III 317.

19 Associazione di buone opere. Torino, tip. di S. Francesco di Sales 1875, p. 6, OE XXV 486; Cooperatori salesiani ossia un modo pratico per giovare al buon costume ed alla civile società. Torino, tip. salesiana 1876, p. 6, OE XXVIII 260: ultima edizione a San Pier d’ Arena, tip. e libr. di S. Vincenzo de’ Paoli 1877, p. 30, OE XXVIII 368.

20 MO (1991) 123 = BS 3 (1879) n. 3, marzo, p. 6.

21 Regolamento dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales per gli esterni. Torino, tip. salesiana 1877, parte prima, Scopo di quest’ opera, p. 3, OEXXIX 33.

22 Don Bosco ne scrive più volte a vescovi amici e al papa stesso: lett. a Pio IX, 9 nov. 1859, Em I 386-387; 13 aprile 1860, Em I 400-401; 10 marzo 1861, Em I 441-442; 27 dic. 1861, Em I 471-473.

23 E III 455-456; concetti analoghi sono ripresi in un memoriale a Leone XIII pure del marzo 1879, E III 462-464.

24 Lett. del 31 dic. 1877, E III 257-259. Identiche idee esporrà al nuovo prefetto di Propaganda Fide, card. Simeoni, nel marzo 1877, E III 320-321; a Leone XIII il 13 aprile 1880, E III 568-575: il Memoriale intorno alle Missioni salesianepresenta un prospetto analitico delle opere salesiane oltreoceano, sostanzialmente uguale a quello esistente in Europa, con l’ aggiunta di alcune concrete previsioni missionarie; all’ Opera della Propagazione della Fede di Lione nel marzo 1882, E IV 123-127.

25 Conferenza alle Cooperatrici di Torino-Valdocco del 23 maggio 1879, BS 3 (1879) n. 6, giugno, p. 3.

26 Regole o Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales. Torino, tip. e libr. salesiana 1875, cap. I, art. 5, p. 4, OE XXVII 54.

27 Cooperatori salesiani ossia un modo pratico..., 1876, p. 7, OE XXVIII 261.

28 MO (1991) 195.

29 Conferenza ai Cooperatori e Cooperatrici a Casale Monferrato, 17 nov. 1881, BS 5 (1881) n. 12, dic., p. 5.

30 Regolamento per le case della Società di S. Francesco di Sales. Torino, tip. salesiana 1877, parte II, cap. I Scopo delle case della Congregazione di S. Francesco di Sales, p. 59, OE XXIX 155.

31 BS 4 (1880) n. 1, genn., p. 1; seguono informazioni su opere di varia natura e indirizzo in Italia, Francia, Argentina, comprese le missioni patagoniche (pp. 1-3).

32 BS 6 (1882) n. 5, maggio, p. 81.

33 BS 9 (1885) n. 7, luglio, p. 94.

34 Sarebbe necessaria una più puntuale ricerca che, per le singole istituzioni, precisasse gli scopi e i destinatari, la collocazione ambientale, il livello e le richieste delle famiglie, le aspettative delle autorità religiose e civili, l’ evoluzione storica, le qualità del personale dirigente e educativo. Delle monografie sono state effettuate, alcune ottime, altre approssimative. Tra le più importanti su opere promosse e animate da don Bosco si ricordano: P. Stella, Don Bosco nella storia economica e sociale (1815-1870), già citata; F. Desramaut, Don-Bosco à Nice. La vie d’ une école professionnelle catholique entre 1875 et 1919. Paris, Apostolat des Éditions 1980, 397 p.

35 Cfr. alcuni testi raccolti in P. Braido, Don Bosco educatore. Scritti e testimonianze. Roma, LAS 1997, pp. 85-87, 291-294.

36 F. Motto, Memorie dal 1841 al 1884-5-6 pel sac. Gio. Bosco a’ suoi figliuoli Salesiani, RSS 4 (1985) 127.

37 Soprattutto negli ultimi anni non è da escludere che i discorsi di don Bosco vengano dilatati nella relazione che ne fa il redattore del "Bollettino Salesiano", don Giovanni Bonetti.

38 BS 2 (1878) n. 3, marzo, pp. 12-13. "Si tratta di liberarli dai pericoli che loro sono imminenti, dal mal fare, dalle medesime carceri", scriveva nel 1879, BS 3 (1879) n. 1, genn., p. 2; "imperocché - ribadisce nell’ anno seguente - più migliaia di ragazzi, che dispersi, privi di educazione e di religione, sarebbero divenuti la maggior parte il flagello della società, e forse non pochi andati a bestemmiare il Creatore nelle carceri (...) si ritrassero al contrario dalla mala via": BS 4 (1880) n. 1, genn., p. 3.

39 BS 6 (1882) n. 4, aprile, p. 70. Analoga è la rappresentazione della gioventù, soprattutto immigrata a Roma: BS 8 (1884) n. 1, genn., p. 2; conferenza ai cooperatori romani dell’ 8 maggio, BS 8 (1884) n. 6, giugno, p. 88; a tinte più fosche è descritta nella conferenza torinese del 1˚ giugno 1885 la gioventù di Parigi, "vasta capitale della Francia, che conta quasi 2 milioni di abitanti": BS 9 (1885) n. 7, luglio, p. 95.

40 BS 9 (1885) n. 7, luglio, p. 95.

41 Cfr. lett. al dott. Carranza di Buenos Aires, 30 sett. 1877, E III 221; conf. ai cooperatori di Lucca, 8 aprile 1882, BS 6 (1882) n. 5, maggio, p. 81; discorso all’Associazione Cattolica a Barcellona, 15 aprile 1886, C. Viglietti, Cronaca dal 15 aprile al 16 maggio 1886, p. 5.

42 All’ Oratorio di Torino-Valdocco l’ età media degli studenti è di 13-14 anni, quella degli artigiani di 14-15: cfr. P. Stella, Don Bosco nella storia economica e sociale..., pp. 183-184.

43 È, però, eccessivo quanto scrive Alberto Caviglia: "La maggior parte dei pedagogisti e degli scrittori educativi ebbero l’attenzione rivolta verso i fanciulli tra i sei e i dodici anni. Il problema del progresso era quello delle scuole primarie ed elementari (per non dir delle infantili, ed è il caso dell’Aporti); nel che in Italia s’era in forte ritardo. Ora l’elemento a cui il Nostro si rivolge e di cui si occupa, quello ch’Egli chiama la gioventù, i giovanetti, non è quello dei fanciulli, ma precisamente quello che prende Egli a lavorare, dai dodici anni in sù (...). Ed è in questo un altro merito tra i maggiori di Don Bosco, d’aver trovata, anche letterariamente, la buona strada dell’educazione dell’adolescenza" (A. Caviglia, La "Storia d’ Italia" capolavoro di Don Bosco. Discorso introduttivo, in Opere e scritti editi e inediti di "Don Bosco", vol. III La Storia d’ Italia. Torino, Sei 1935, pp. XLII-XLIII); "Don Bosco anche letterariamente ha risolto il problema della pedagogia dell’ adolescente" (p. XLIV).

44 Regolamento dell’ Oratorio...per gli esterni, parte II, cap. II, art. 3, p. 30, OE XXIX 60.

45 Regolamento per le case..., parte II, cap. II, art. 9, p. 62, OE XXIX 158.

46 S. Pier d’ Arena, tip. e libr. di S. Vincenzo de’ Paoli 1877, p. 4, 5, 25, OE XXIX 4, 5, 25. Cfr. pure Opera di Maria Ausiliatrice per le vocazioni allo stato ecclesiastico. Fossano, tip. Saccone, s. d. [= 1875]: "Scopo di quest’ Opera è di raccogliere Giovani grandicelli (...). Ogni allievo deve appartenere ad onesta famiglia, essere sano, robusto, di buon carattere, nell’ età dai 16 ai 30 anni"; anche in questa edizione, ai giovani grandicelli erano contrapposti i fanciulli e ipiccolini: pp. 2-5, OE XXVII 2-5.

47 Cfr. J. Schepens, Les structures de pensée, notamment théologiques, sous-jacentes à la pratique pédagogique de don Bosco, nel vol. Éducation et pédagogie chez don Bosco. Paris, Éditions Fleurus 1989, pp. 148-155. "Jean Bosco définit donc lui aussi les jeunes comme des êtres faibles et inconstants, marqués par la fragilité morale et la versatilité" (p. 150).

48 Il sistema preventivo (1877), p. 48, OE XXVIII 426. Le sottolineature sono nostre.

49 Cfr. Fatti contemporanei esposti in forma di dialogo. Torino, De-Agostini 1853, p. 3, OE V 53; Lo spazzacamino. Torino, tip. dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales 1866, p. 62, OE XVII 174; Il Galantuomo. Almanacco per il 1873. Torino, tip. dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales 1872, p. 5, OE XXV 5: "allontanare dal peccato l’ incauta ed instabile gioventù"; G. Bosco, Severino ossia avventure di un giovane alpigiano. Torino, tip. dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales 1868, p. 4, OE XX 4: "Le mie sciagure servano ad altri d’avviso per evitare gli scogli che conducono alla rovina tanta inesperta gioventù"; BS 2 (1878) n. 3, marzo, p. 12 e 13.

50 G. Bosco, La forza della buona educazione..., p. 55, OE VI 329.

51 Cfr. Il sistema preventivo (1878), RSS 4 (1985) 301-302.

52 Il sistema preventivo (1878), RSS 9 (1985) 300; nel frequentare le carceri don Bosco aveva avvertito che "un gran numero di fanciulli scontavano la pena di delitti ai quali piuttosto l’ abbandono, e l’ inconsideratezza, che non la malizia li aveva trascinati" (G. Bosco, L’ Oratorio di S. Francesco di Sales ospizio di beneficenza. Torino, tip. salesiana 1879, p. 3, OE XXI 259).

53 P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. II, p. 190.

54 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico allievo dell’ Oratorio di San Francesco di Sales. Torino, tip. G. B. Paravia e comp. 1859, p. 37, OE XI 187.

55 G. Bosco, Il pastorello delle Alpi ovvero Vita del giovane Besucco Francesco d’ Argentera. Torino, tip. dell’ Orat. di S. Franc. di Sales 1864, pp. 113-114, OE XV 355-356.

56 P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. II, p. 188.

57 G. Bosco, Il giovane provveduto..., p. 33, OE II 213.

58 Il sistema preventivo (1877), p. 54, OE XXVIII 432. È un ritratto a cui risponde una vera "pedagogia della gioia e della festa": si vedrà nel cap. 16.

59 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele allievo dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales. Torino, tip. G. B. Paravia e comp. 1861, p. 66, OE XIII 220.

60 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., p. 68, OE XIII 222.

61 Regolamento per le case..., parte I, cap. XVI Del teatrino, p. 50, OE XXIX 146.

62 G. Bosco, Conversione di una valdese. Fatto contemporaneo. Torino, tip. dir. da P. De-Agostini 1854, p. 27, OE V 285.

63 Il sistema preventivo (1877), pp. 48, 50, OE XXVIII 426, 428.

64 Il sistema preventivo (1877), p. 48, 50, OE XXVIII 426 e 428.

65 Cit. in MB V 367.

66 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., pp. 12-13, OE XI 162-163.

67 Regolamento dell’ Oratorio... per gli esterni, parte II, cap. II, art. 3, p. 30, OE XXIX 60.

68 [G. Bosco], Cenni storici sulla vita del chierico Luigi Comollo morto nel seminario di Chieri ammirato da tutti per le sue singolari virtù scritti da un suo Collega. Torino, tip. Speirani e Ferrero 1844, p. 5 e 11, OE I 5 e 11.

69 Cit. in MB VII 404. Giovanni Battista Lemoyne afferma di riportare da una Cronaca di don Bonetti. Non si è riusciti a trovare un riscontro nelle Cronache superstiti.

70 P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. I, p. 61; cfr. anche p. 63.

71 Si trovano, come si vedrà, nei Cenni storici intorno all’ Oratorio di S. Francesco di Sales e negli Articoli generali, posti in capo al Regolamento per le case. Su questi si veda P. Braido, Il "sistema preventivo" in un "decalogo" per educatori, RSS 4 (1985) 143-144.

Dell’ aspetto pedagogico-differenzale delle classificazioni si dirà più avanti.

72 Cfr. Cenni sul Comollo (1844), p. 63-64, OE I 63-64; Il giovane provveduto (1847), pp. 21-22, OE 201-202; Vita di Domenico Savio (1859), pp. 26-27, OE XI 176-177; MO (1991) 59.

73 Introduzione a un Piano di Regolamento..., in P. Braido (Ed.), Don Bosco nella Chiesa..., pp. 34-35.

Uno dei luoghi privilegiati, in una nuova stagione della Chiesa, è, ovviamente per don Bosco, l’ oratorio inteso nel senso più ampio, la "casa dei giovani" (Ibid., pp. 35-36).

74 Per l’ approfondita analisi degli aspetti antropologici, cfr. J. Schepens, Human nature in the educational outlook of John Bosco, RSS 8 (1989) 263-287.

75 G. Bosco, Il giovane provveduto..., pp. 10-11, OE II 190-191.

76 G. Bosco, Il giovane provveduto..., pp. 12-13, OE II 192-193.

77 G. Bosco, Il giovane provveduto..., pp. 6-7, OE II 186-187; cfr. anche G. Bosco, La forza della buona educazione..., pp. 62-63, OE VI 336-337. È uno dei "temi quasi di obbligo nella letteratura ascetica per la gioventù" (P. Stella, Valori spirituali nel "Giovane provveduto"..., p. 52).

78 G. Bosco, Il giovane provveduto..., p. 10, OE II 190.

79 G. Bosco, Il mese di maggio consacrato a Maria SS. Immacolata ad uso del popolo. Torino, tip. G. B. Paravia e comp. 1858, pp. 23-25, OE X 317-319.

80 MO (1991) 35.

81 G. Bosco, Maniera facile per imparare la storia sacra ad uso del popolo cristiano. Torino, tip. Paravia e comp. 1855, pp. 12-13, OE VI 60-61.

82 G. Barberis, Cronichetta, quad. 1, pp. 4-6.

83 Cfr. P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. II, pp. 232-236; J. Schepens, Human nature..., pp. 278-281.

84 G. Bosco, Il mese di maggio..., p. 30, OE X 324.

85 Nelle prime fasi, secondo le cronache di Bonetti sembrano raggiungere l’acme nel 1862 (cfr. Annali II 1861-1862, pp. 17-22 e ss.). A settembre egli farà uscire nelle "Letture Cattoliche" un opuscolo dal titolo La podestà delle tenebre ossia Osservazioni dommatico-morali sopra gli spiriti maledici.

86 Circ. ai salesiani del 6 genn. 1884, E IV 250.

87 G. Bosco, Biografia del sacerdote Giuseppe Caffasso..., p. 12, OE II 362.

88 G. Bosco, Il giovane provveduto..., pp, 13-16, OE II 193-196.

89 Conferenza ai cooperatori di Torino, 31 maggio 1883, BS 7 (1883) n. 7, luglio, p. 104.