Capitolo 10

Proposte di intervento

per ragazzi

in particolari difficoltà

Piero Braido

 

Per don Bosco tutti i giovani, solo per il fatto di essere tali, sono virtualmente "pericolanti"; ancor più se si pensa alle occulte forze del male di cui sono inconsapevole obiettivo. Però, egli tende anche a distinguere e a classificare. Esiste, per lui, una massa, costituita dalla stragrande maggioranza, che comprende, oltre la minoranza dei ragazzi di élite per vocazione e qualità morali, la fascia de i più, cioè "coloro che hanno carattere ed indole ordinaria". Con essi vive una "terza categoria che è quella dei discepoli difficili ed anche discoli". Nel Regolamento per le case del 1877 li calcola "uno su quindici", sul 6-7%1. Ai margini inferiori di questa e nella zona immediatamente contigua si trovano giovani in particolari difficoltà, i "pericolati" secondo la terminologia del tempo, mai da lui usata: delinquenti, soggetti coinvolti in misure di polizia o in procedimenti giudiziari, individui affidati a istituti "correzionali".

Questa quarta categoria non è mai stata da lui inserita in modo continuato e sistematico nel quadro educativo-istituzionale predisposto per i più. Non ne ha, però, ignorato l’esistenza e non l’ha esclusa dal suo interesse di sacerdote e di educatore né dall’ambito del "sistema preventivo". Il suo coinvolgimento può essere accertato in quattro fondamentali situazioni:

1) un’ esperienza diretta, seppure marginale, tra carcerati e corrigendi (1841-1855);

2) l’incontro con i "discoli" all’interno o in prossimità delle proprie istituzioni;

3) il confronto problematico con l’ipotesi del riformatorio;

4) la proposta di un’applicazione universale, seppure differenziata e integrata, del sistema preventivo.

  1. Don Bosco, i giovani carcerati e i corrigendi della "Generala"

"Non solo per i suoi giovani D. Bosco in questi anni prendevasi tanta premura" - testimoniava al processo diocesano per la causa di beatificazione e canonizzazione il 2 maggio 1892 l’amico e confessore don Francesco Giacomelli -. "La sua carità non si restringeva ai giovani del suo Oratorio, ma si estendeva ancora altrove, infatti io lo accompagnai alle prigioni, ove faceva i catechismi e confessava (...). L’accompagnai pure all’ Albergo di virtù, in cui v’ era più d’ un centinajo di giovani"2. Questo lavoro era stato da lui iniziato per impulso di don Cafasso già negli anni del Convitto (1841-1844) ed era continuato in seguito, a titolo personale o in connessione con l’opera degli oratori, come risulta da diverse fonti convergenti e interdipendenti3.

Oltre ciò, si può completare con altre informazioni quanto si è detto dei legami di don Bosco con il carcere minorile e casa di lavoro de "La Generala" di Torino4. "Fin da quando il Governo aperse quel Penitenziario - scrive Giovanni Bonetti nella Storia dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales -, e ne affidò la direzione alla Società di s. Pietro in Vincoli, D. Bosco ottenne di potersi recare di quando in quando in mezzo a quei poveri giovani, degni della più alta compassione. Egli col permesso del Direttore delle carceri li istruiva nel catechismo, faceva loro delle prediche, li confessava, e molte volte s’intratteneva con essi amichevolmente in ricreazione, come praticava coi suoi figliuoli dell’Oratorio"5. In questo contesto s’inquadrerebbe la leggendaria escursione a Stupinigi di tutti i corrigendi nella primavera del 1855, organizzata dal solo don Bosco, col consenso del ministro degli interni Urbano Rattazzi, senza guardie, basata soltanto sulla reciproca fiducia, su un impegno di coscienza e sul fascino dell’educatore6. Un fatto del genere, più contenuto e realistico, poteva avvenire, a norma del regolamento dell’ istituto correzionale. Esso, infatti, prevedeva passeggiate-premio per i giovani appartenenti alla "classe d’ onore". Da una lettera del can. Fissiaux al ministro degli interni del 22 aprile 1846 si ricava che un drappello di corrigendi meritevoli, intorno a Pasqua, era stato accompagnato a fare una scampagnata a Stupinigi. "I giovani - informava il canonico - si divertirono assai e dopo aver pranzato in un boschetto ritornammo a casa senza che io abbia avuto perfino l’ ombra di dispiacere"7.

Ma al di là di queste sporadiche forme di assistenza, continuata o eccezionale, ci sono testimonianze personali di don Bosco stesso, consegnate alle Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales e, ancor prima fissate in apertura ai citati Cenni storici intorno all’ Oratorio di S. Francesco di Sales, che stabiliscono un rapporto immediato tra l’attività in mezzo ai giovani carcerati e la genesi e lo sviluppo dell’ opera degli oratori. Sussiste, tuttavia, il legittimo sospetto di sovrapposizioni di ricordi e di date, con aggiunte le consuete amplificazioni8.

Resta, comunque, la constatazione che per un certo periodo di tempo l’Oratorio è rimasto sensibile al problema di coloro, soprattutto giovani, che venivano dimessi dal luogo di pena o di correzione. "Fu allora che io toccai con mano, che i giovanetti usciti dal luogo di punizione, se trovano una mano benevola, che di loro si prenda cura, li assista nei giorni festivi, studi di collocarli a lavorare presso di qualche onesto padrone, e andandoli qualche volta a visitare lungo la settimana, questi giovanetti si davano ad una vita onorata, dimenticavano il passato, divenivano buoni cristiani ed onesti cittadini"9.

In una lettera agli amministratori della "Mendicità Istruita" del 20 febbraio 1850, riferendosi a coloro che frequentavano l’ Oratorio verso il 1846, con evidente esagerazione don Bosco parla di "sei a settecento giovani dai dodici ai venti anni, di cui gran parte usciva dalle carceri od era in pericolo di andarvi"10.

Nel 1854, però, in un manoscritto rimasto a lungo inedito, faceva un discorso più normalmente "preventivo". Era più urgente e produttivo educare giovani immigrati "abbandonati" che rieducare ex-carcerati. "In questo frattempo, frequentando le carceri di Torino ho potuto scorgere che gli sgraziati che trovansi condotti in quel luogo di punizione, per la maggior parte sono poveri giovani che vengono di lontano in città o pel bisogno di cercarsi lavoro o allettati da qualche discolo. I quali soprattutto ne’ giorni festivi abbandonati a se stessi spendono in giuochi o ghiottonerie i pochi soldi guadagnati nella settimana. Il che è sorgente di molti vizi; e que’ giovani che erano buoni, diventano ben tosto pericolanti per sé e pericolosi per gli altri. Né le carceri producono sopra costoro alcun miglioramento, perciocché colà dimorando apprendono più raffinate maniere per far male, e perciò uscendo diventano peggiori. Mi volsi pertanto a questa classe di giovani come più abbandonati e pericolanti e nel decorso della settimana o con promesse, o con regaluzzi procurava di acquistarmi allievi"11.

Esistono, pure, prove documentate che don Bosco è stato "socio operante" della Società reale di patrocinio dei giovani liberati dalla Generala12. Era stata fortemente propugnata dal Petitti di Roreto, insieme all’ amico Giovenale Vegezzi Ruscalla.

Di un Patronato dei ditenuti liberati il Petitti aveva già scritto nel Saggio sul buon governo della mendicità13.

Sull’ argomento era ritornato con accresciuta persuasione nel più specifico scritto Della condizione attuale delle carceri. Sarebbe stato vano, infatti, discettare di "educazione correttiva" dei carcerati, se non si fosse pensato a qualche istituzione privatistica di volontariato rivolta a facilitarne il reinserimento nella società. Egli citava ad esempio la Francia, che aveva già da anni provveduto a istituti carcerari destinati all’ "educazione dei giovani detenuti" e alla costituzione di varie "Società di patronato dei detenuti dimessi dal carcere"14. Per l’ arretrata situazione carceraria italiana egli prospettava più soluzioni: Società di patronato interno dei detenuti ed esterno dei liberatiIstituti religiosi e caritativi i quali suppliscono alle società di patronato o che le secondanoCase di rifugio per liberati, ecc.15

La Società reale di patrocinio dei giovani liberati era autorizzata da Carlo Alberto con Regio Brevetto del 21 novembre 1846, con l’approvazione degli statuti. I soci erano distinti in tre categorie:operanti, che assumevano l’ ufficio di tutoripagantipaganti e operanti. Don Bosco figura tra i primi cinquantasette sottoscrittori, tra cui comparivano personalità di rilievo quali Cesare Alfieri, Cesare Balbo, Roberto d’ Azeglio, Gustavo e Camillo Cavour, Carlo Bon Compagni. Vario tempo passò per raccogliere i fondi necessari e un numero rassicurante di adesioni. In una lettera a Vincenzo Gioberti del 10 agosto 1847, il Petitti, scriveva di 1200 soci e 30 mila lire di fondo. La Società entrava in azione nel 184916.

Testimonianza scritta del coinvolgimento effettivo di don Bosco resta una lettera dell’8 agosto 1855. Con essa il vice-presidente della Società gli affidava un giovane dimesso, con l’obbligo, secondo quanto prescrivevano le Istruzioni pei Patroni dei giovani liberati, di collocarlo, assisterlo e soccorrerlo, controllandolo lungo il triennio di "apprendisaggio". Don Bosco assumeva l’ affidamento e gli oneri relativi con una lettera del 14 agosto 1855 del suo collaboratore don Vittorio Alasonatti. Il biografo aggiunge che don Bosco ne accettò altri, ma con risultati sconfortanti, che lo indussero a riaffermare ai dirigenti della Società che la sua preferenza andava a ragazzi da ricoverare nel suo ospizio, prevenendo qualsiasi misura "correzionale"17.

  1. Interessamento di don Bosco per giovani in difficoltà

L’ interesse più sistematico per i giovani in difficoltà, attualmente o virtualmente seriamente "pericolanti", è trasferito da don Bosco nella totalità delle sue istituzioni educative, a cominciare dalla forma primigenia ed esemplare, l’oratorio. Prevenire da cadute e ricadute ne è il fine essenziale, come dichiara al marchese Michele di Cavour, padre di Gustavo e Camillo, preoccupato dell’ordine pubblico di fronte alla numerosa e imprevedibile vita oratoriana negli anni critici a ridosso del 1848: "Io non ho altro di mira che migliorare la sorte di questi poveri figli, che se il municipio mi vuole solo assegnare un locale, ho fondata speranza di poter diminuire assai il numero dei discoli, e nel tempo stesso il numero di quelli che vanno in prigione"18.

Come si è illustrato nel capitolo precedente, è il motivo dominante dell’intera sua attività. Esso viene più esplicitamente dichiarato negli ultimi anni, quando la visione della gioventù in difficoltà, nel senso più ampio del termine, non è più conchiusa in un’ottica locale, ma ha come cornice città industriali in espansione, i massicci fenomeni dell’emigrazione e dell’immigrazione, le profonde trasformazioni sociali e culturali, la crisi nei rapporti tra "progresso" e fede religiosa.

Sono scarse le informazioni circa il trattamento riservato da don Bosco ai casi di ragazzi difficili inseriti nelle sue istituzioni. Alcune, poi, non riguardano giovani in difficoltà in senso vero e proprio, ma semplicemente tali relativamente ad istituti con finalità speciali. Esse, infatti, si riferiscono all’ Oratorio di Torino-Valdocco, l’unico diretto personalmente da don Bosco e da lui coltivato con sollecitudine preferenziale, e in particolare alla sezione studenti, che tendeva a raccogliere in misura crescente aspiranti alla vita ecclesiastica. Vanno, quindi, inquadrate in tale contesto, e non generalizzate, certe rigidità di giudizio sulla irrecuperabilità, che è soltanto relativa, di determinati soggetti e la drastica risolutezza di certe espulsioni, per grave insubordinazione, corruzione di costumi o "immoralità", scandalo, furto, disprezzo delle pratiche religiose19.

Un tipico contatto con giovani adulti rissosi, violenti, ai limiti della delinquenza, don Bosco ha intorno agli anni ‘46-50, ai margini dell’attività oratoriana. Sono gli scontri-incontri con le cocche, bande o gruppi di quartiere in permanente conflitto, e con i loro caporioni, che don Bosco riesce spesso ad affrontare ed ammansire, adoperando - annota Giovanni Battista Lemoyne - "tutte le arti della più fina carità per acquetarli, soccorrerli e distaccarli da quelle maledette associazioni"20.

Su soggetti di questo tipo offre un’ interessante informazione un giovane cronista, studente di teologia, Domenico Ruffino. Egli scrive dell’ accettazione nell’ Oratorio di "alcuni giovani artisti [ = artigiani], scapestrati quanto mai si possa dire", che "per la città formavano la così detta cocca". Tra l’ altro, talora andavano "a turbare la pace della casa". Entrati come interni nell’ Oratorio "non si potevano disporre ad alcun bene". Un assistente li prende particolarmente a cuore, ottenendo da essi qualche frutto; uno, addirittura, gli chiede di "insegnargli il modo di mutar vita"21.

Viene pure riferito, di parecchi anni prima, il caso di un quattordicenne, figlio di un padre ubriacone e anticlericale, che, capitato per caso all’Oratorio, si era gettato a capofitto nelle varie attività ricreative, ma si rifiutava di partecipare alle funzioni religiose, perché, secondo gli insegnamenti paterni, non intendeva divenire "muffito e cretino". Don Bosco ne aveva guadagnato la confidenza con la tolleranza e la pazienza, tanto che "in poche settimane il birichino aveva mutati pensieri e costumi". Il biografo commenta: "In quel tempo e in molti anni successivi quante volte si rinnovarono tali scene, vincendo D. Bosco colla sua paziente e prudente carità moltissimi cuori riluttanti e direi brutali, rimettendoli in grazia di Dio, e così rendendoli felici!"22.

Il comportamento rispecchia in particolare il clima degli inizi dell’ospizio, piccola famiglia. Ben più complessi e difficili si presenteranno i problemi di ordine e disciplina, quando l’ Oratorio di Valdocco avrà una popolazione di ottocento e più abitanti. I custodi del sistema preventivo, fondato sulla ragione, sulla religione e sull’ amorevolezza, troveranno arduo conciliare i tre termini. Perfino don Bosco arriverà a prendere in considerazione la proposta dei suoi collaboratori di riservare ai più riottosi e "discoli", addirittura, la "prigione" o "camera di riflessione". La proposta era maturata nel corso di ripetute discussioni sulla disciplina e sui castighi. È rimasta la documentazione della riunione del 12 agosto 1866 e delle "conferenze" del 28 marzo e 24 aprile 1869. "Se ne parlò a D. Bosco - scrive l’estensore dei verbali, don Michele Rua - ed approvò; solo che si trattava di dividere la detta camera in due, e D. Bosco dispose di lasciarne una sola"23. Non si hanno dati sull’ eventuale attuazione delle decisioni prese.

È, comunque, significativo che, all’ interno del preventivo, don Bosco ammetta anche la "repressione", in forme più miti di "castigo" per i casi comuni, più severe per i "discoli"24. Di essi scriveva già nei Cenni storici, distinguendo, tra i giovani degli oratori torinesi e della casa di Valdocco, i "discoli, dissipati, e buoni". Dei primi diceva che "danno molto da fare" e per essi, come si vedrà più avanti, mirava a traguardi minimi25.

Nel lessico della lingua italiana il termine discolo può essere inteso secondo tre principali accezioni, la seconda e la terza alquanto mitigate rispetto alla prima: chi "agisce senza rispetto delle norme etiche e sociali, ribelle ad ogni disciplina, scioperato, scapestrato"; oppure, con accezione vicina al sentire di don Bosco, "con valore attenuato: eccessivamente vivace, abitualmente indisciplinato, insofferente di ordini, di disciplina (un ragazzo)"; od anche, soggetto "intrattabile, litigioso; riottoso"26.

  1. Trattative di Don Bosco per la gestione di istituzioni "correzionali"

Don Bosco fu anche interessato, talora, ad assumere la gestione di istituzioni di carattere rieducativo e correzionale.

Si può lasciare cadere una notizia, riferibile all’estate 1871, inserita quasi casualmente da Angelo Amadei nel volume decimo delle Memorie biografiche: "In una delle accennate udienze, non sappiamo se a Firenze o a Roma, Lanza gli chiese notizie dell’Oratorio di Valdocco e gli proponeva di aprir una casa di correzione per giovani discoli e abbandonati, in questa o quella casa religiosa"27. Giovanni Lanza, allora presidente del consiglio dei ministri, poteva aver voluto assecondare il desiderio di don Bosco di avere un’opera giovanile a Roma: più dimostrazione di velleitaria benevolenza che concreto progetto. Ben più gravi problemi pesavano allora sul governo in procinto di stabilirsi in una città "rapinata" nelle sue stesse case religiose.

Pochi anni prima (1867-1868) era stata, invece, seria e positiva la proposta avanzata dal duca Scipione Salviati Borghese, perché don Bosco accettasse la direzione della colonia agricola romana di Vigna Pia, però correzionale in limitata misura. Fondata per volere di Pio IX nel 1850, si trovava in prossimità del Tevere a due miglia da Porta Portuense (Porta Portese). Don Bosco si dimostrò chiaramente favorevole28. Egli si adoperò subito per stendere il testo di una convenzione che garantisse l’ autonomia della gestione, soprattutto educativa. Non si trova in esso alcun cenno a una qualche incompatibilità col sistema educativo praticato a Valdocco. Erano, invece, precarie e problematiche le condizioni materiali della colonia, secondo il cav. Federico Oreglia, misera e malsana. Il parere era condiviso dal fratello, gesuita della "Civiltà Cattolica", che vedeva in una eventuale accettazione da parte di don Bosco un gesto "eroico e meritorio", non, certo, invidiato a Roma29. Non ne seguì alcun risultato concreto. Il 1° agosto del 1868, dopo una visita personale, Pio IX affidava la gestione dell’ Istituto ai Fratelli della Misericordia del Belgio30.

Più complesse furono le trattative e, soprattutto, le motivazioni pro e contro l’accettazione, seguite alla proposta di assunzione di una grande casa correzionale a Madrid (1885-1886). Tra quanti ritenevano don Bosco apostolo dei giovani poveri e abbandonati, anche nelle forme più gravi, ci furono pure i membri di una Commissione che a Madrid aveva ottenuto l’autorizzazione a fondare una Escuela de reforma para jóvenes y asilo de corrección paternal sotto il titolo di Santa Rita. Don Bosco e i suoi finiranno con lo smentire una persuasione di questo tipo, almeno intesa nel senso più rigoroso.

Le perplessità di don Bosco e dei collaboratori emergono fin dalla prima riunione del "capitolo superiore" o consiglio generale del 22 settembre 1885. In essa i membri del consiglio ascoltano la relazione del salesiano don Branda, direttore dell’ ospizio di Sarriá (Barcellona), discutono a fondo il problema, concludono con un consenso condizionato.

Come riferiva don Branda, nel corso della costruzione dell’ edificio per la progettata Escuela de reforma, i madrileni avevano avuto notizia dell’ospizio e dei Talleres, recentemente iniziati dai salesiani nella Catalogna. Vi si era portato il deputato Lastres per informarsi sul sistema educativo seguito. Don Branda aveva dato da leggere il libro del d’ Espiney. Don Bosco lo interrompe dicendo che sarebbe stato preferibile il lavoro del Du Boÿs: questi - spiegava - "fa conoscere il nostro sistema e ha indovinato lo spirito della nostra Società". I madrileni - proseguiva don Branda - avevano continuato a parlare di Riformatorio, mentre egli aveva insistito nel dire loro "non essere questo il nostro scopo", "se si tratta di correzione non è nostro scopo". Poi - raccontava - "ritornano; un giorno intiero stanno nell’Ospizio per esaminare l’andamento, le regole, le costumanze della casa e concludono che bisogna scrivere a D. Bosco". Dopo un mese era stato invitato a Madrid e, su insistenza del nunzio pontificio, mons. Mariano Rampolla, vi si era portato, atteso alla stazione - dice - dal deputato Lastres31 e dal ministro Francisco Silvela (1845-1905) o più esattamente dal fratello senatore Manuel Silvela, che avrebbe firmato le lettere di richiesta32. Il giorno successivo don Branda aveva presenziato a una seduta dei membri della Commissione, riuniti per discutere l’affidamento dell’opera a don Bosco. All’obiezione che le loro idee non collimavano con quello che don Branda definiva "il nostro sistema", essi avevano dichiarato: "purché si raggiunga lo scopo essi lasciano libera azione": "loro intenzione si è che la gioventù venga salvata". In questo senso avrebbero scritto a don Bosco.

Seguiva la discussione. Le posizioni dei membri del "capitolo superiore" risultano variegate. Ma tutti concordano nel difendere, comunque, la peculiarità del "sistema". Don Durando sollecitava a frenare le fondazioni. Don Cerruti, l’ "ideologo", invitava a riflettere sulla compatibilità del progetto col "nostro sistema", da far conoscere ai richiedenti di Madrid. Don Rua osservava che i madrileni erano disponibili a concessioni. Don Branda ricordava che "il Nunzio e il ministro Silvela aspetta[va]no risposta"33. Don Bosco prima faceva presente quanto bene imprevisto avessero prodotto, direttamente o indirettamente, opere nate quasi per caso; quindi invitava a studiare "la possibilità dell’esecuzione" e "poi mandare qualcheduno a Madrid per fermarsi, conoscere, vedere e concludere". In concreto, si decideva la formazione di una commissione, composta da don Durando, don Cerruti e don Branda, "per esaminare il progetto di Madrid e il modo di mutarlo secondo il nostro sistema". Infine, "D. Bosco dice[va]": "noi pure accondiscenderemo in tutto quello che non riguarda la sostanza e che i mezzi non saranno di ostacolo". Per parte sua, "D. Rua conclude[va] di tener ferma la nostra usanza di avere sempre le due classi di studenti e di artigiani"34.

Della seduta di due giorni dopo, 24 settembre, i Verbali registrano: "Don Cerruti dà lettura della lettera di risposta alla Commissione di Madrid per la casa Riformatorio di quella città. Il capitolo la approva e stabilisce che sia conservata nell’archivio perché serva di norma in casi simili. D. Bosco la firmerà. Come pure si fece lettera al Nunzio di Madrid e gli si manderà copia della lettera sopraccennata"35.

Nel marzo 1886 giungeva a don Bosco un rinnovato invito, firmato al 5 del mese da Manuel Silvela36, ad accettare la proposta di Madrid. Alla lettera erano allegati un memoriale in francese con la storia dell’opera, il testo della legge 4 gennaio 1883 sugli istituti correzionali e l’elenco dei patroni fondatori. Don Bosco rispondeva al Silvela con una lettera del 17 marzo, dettata a don Cerruti e da lui firmata. Era risolutamente negativa: "A parte la strettezza del personale per gli impegni già esistenti, la qualità di codesto Istituto e la forma sua disciplinare non mi permette di secondare questo desiderio reciproco. Malgrado tutta la volontà di far il bene, noi non potremmo discostarci nella pratica da quanto stabilisce il nostro Regolamento, di cui ho mandato copia nel settembre u. s. Sarebbe possibile costì per noi un Istituto sul modello dei Talleres Salesianos di Barcellona-Sarrià; ma non lo potrebbe essere ugualmente una scuola di riforma sulle basi di codesta di S. Rita". Non era l’ultima parola, poiché, prevedendo il viaggio a Barcellona in aprile, don Bosco esprimeva la speranza di incontrare in quell’occasione sia il Silvela che il Lastres37.

Effettivamente a Sarrià il 18 aprile aveva luogo un incontro tra il Lastres e don Rua, nel quale questi faceva presenti condizioni che avrebbe presentato poi al capitolo superiore nella seduta del 25 giugno38. Nel contesto di questo incontro don Bosco da Sarrià, rispondendo a un insistente intervento del nunzio39, si dimostrava più disponibile: "Parlando col Chiarissimo Sig. Lastres abbiam trovato modo di superare alcune difficoltà che in seguito avrebbero potuto sorgere. Di modo che ora non resta più che a fare una convenzione tra la nostra Pia Società e la Commissione che promuove quest’opera, e ritornando a Torino sarà questa una delle prime occupazioni, formolare un progetto di convenzione e spedirlo all’Egregio Sig. D. Manuel Silvela perché lo sottoponga all’esame della Commissione suddetta. Per ora la difficoltà veramente grave che abbiamo è quella della scarsezza del personale, ma speriamo che coll’aiuto della Provvidenza anche questa si potrà superare"40.

Il capitolo superiore si occupò della questione il 25 giugno. La seduta fu presieduta da don Bosco, ma dal verbale non si ricava nessun suo intervento. Presidente effettivo fu don Rua, già vicario con pieni poteri del rettor maggiore. Egli ricordava le tre categorie di giovani previsti dalla Commissione madrilena: i pericolanti raccolti direttamente, coloro che hanno scontato in carcere la condanna inflitta dal tribunale, quelli di famiglia benestante fatti rinchiudere come incorreggibili dai propri genitori. Poi leggeva la lettera di raccomandazione del nunzio del 17 aprile. Si concluse di accettare purché fosse salvo il principio dell’autonomia dei salesiani nella direzione ed amministrazione dell’opera. Venivano poi approvate "le condizioni di accettazione" proposte da don Rua e da lui già preannunciate al Lastres a Barcellona: 1. Si tolga a quella casa nome e apparenza di casa di correzione perché i giovani non si avviliscano. 2. Limitare per ora le nostre cure ai giovani della 1ª categoria. 3. Per ora non accettarne dalla giustizia. 4. Che i giovani accettandi non siano in maggior età di 14 anni e non inferiori ai 9. 5. Si possano [mettere a] studiare que’ giovani che a noi parrà". Don Durando suggeriva di allegare alla proposta, con alcune modifiche da lui stesso curate, il testo della convenzione formulata per l’orfanotrofio di Trento. Don Rua proponeva si fissassero le quote da pagare per ciascun giovane, per il direttore, gli insegnanti, le persone di servizio. Don Durando consigliava di lasciar in bianco la cifra precisa in modo che la indicasse la parte contraente. Tutto veniva approvato41.

Don Rua si assumeva l’onere di raccogliere le diverse indicazioni in una lettera da inviarsi al presidente della Commissione madrilena. Articolata e precisa, veniva firmata da don Bosco in data 8 luglio 1886. In essa venivano poste in primo piano considerazioni di carattere educativo, tali da non incoraggiare a proseguire nella trattativa. Don Rua stesso riconosceva che il progetto avrebbe potuto trovare qualche difficoltà presso la Commissione, a cominciare dalla condizione inclusa nella seconda parte del 2° articolo della Convenzione, di non accettare chi "sia stato colpito da condanna". Aggiungeva: "Le darò alcune spiegazioni: nostro desiderio sarebbe che i giovani che usciranno da cotesto novello Istituto, che è destinato alla loro civile e cristiana educazione, non abbiano a portare con sé alcun marchio d’infamia. Se si dicesse che escono da una casa di correzione, da un riformatorio, sarebbe una macchia forse per tutta la loro vita. Noi desideriamo che sia tolta ogni traccia che potesse nel pubblico lasciar credere che sia una casa di correzione. A tal fine siamo di parere che porti il nome di Ospizio o Istituto, e non quello di Riformatorio o Patronato ecc.; desideriamo pure che almeno per cinque anni non siavi ammesso nessuno colpito da condanna, appunto per avvezzare il popolo a non considerarlo come casa di correzione. Questo si desidera pure per avere maggior comodità a procurare un buon fondo di giovani ben avviati, che serviranno ad istradare più facilmente al lavoro ed alla virtù gli altri che entreranno in seguito. Dopo il primo quinquennio speriamo poter anche ammettere poco alla volta giovani già colpiti da condanna; ma converrà che anche allora si faccia il possibile affinché la cosa non trapeli nel pubblico". Per l’aspetto finanziario si attendevano le proposte della Commissione. Invece, quanto alla denominazione dell’Istituto, si proponeva di dargli il nome di un Santo, per esempio S. Isidoro.

Doveva aggravare ulteriormente le probabili negative impressioni della Commissione l’ultima cosa detta, sia pure "con grande rincrescimento": "ed è che stante la ristrettezza del mio personale per qualche anno non mi sarà possibile aderire al Vostro e mio desiderio. Bisognerà attendere forse fino al 1888 od all’89 prima che io possa avere personale disponibile a codesta impresa"42.

La posizione ufficiale salesiana era talmente chiara da risultare quasi brutale. Forse non è da stupire che non si trovi traccia di un qualsiasi proseguimento delle trattative. Comunque, di ciò don Bosco deve aver fatto cenno al nunzio a Madrid, se questi in una sua lettera scriveva: "io non saprei dirle per qual motivo non siasi data risposta alla comunicazione con cui Ella rimise al Senatore Silvela il progetto richiestole; credo che in questi giorni avrò occasione di abboccarmi con alcun membro della famiglia dell’indicato signore, ed Ella può essere ben sicuro che io non mi lascierò sfuggire l’occasione di confermare la mia particolare benevolenza verso la Congregazione Salesiana"43.

Il Riformatorio fu accettato e gestito dal Terz’Ordine Regolare di S. Francesco d’Assisi.

  1. Un "progetto preventivo" per "giovani pericolanti"

Pochi mesi dopo la pubblicazione dell’ opuscolo sul sistema preventivo, don Bosco inviava al ministro degli interni, Francesco Crispi, una memoria del medesimo titolo, con l’ intenzione di "presentare le basi sopra cui si può regolare il sistema preventivo applicato tra i giovanetti pericolanti nelle pubbliche vie e nelle case ed ospizi di educazione"44. Secondo una lettera del 23 luglio successivo al nuovo ministro degli interni, Giuseppe Zanardelli, era stato Crispi stesso a chiedere il suo "pensiero intorno al sistema preventivo e sulla possibilità di provvedere ai fanciulli che non sono perversi, ma solamente abbandonati e perciò pericolanti, nelle varie città d’ Italia e specialmente di Roma"45.

Tra l’opuscolo del 1877 e quello del 1878 esiste una radicale differenza per l’ispirazione di base e i contenuti. Il primo è l’espressione matura del modo di educare di don Bosco nelle sue istituzioni. Il secondo ha un’ impostazione piuttosto socio-politica. In esso vengono messi in rilievo soprattutto i massicci fenomeni di trasformazione sociale che rendono più acuto e allarmante il problema dei giovani "abbandonati", con tasso di generalizzata emarginazione, più grave di quello che fosse negli anni ‘50. Perciò, invece di parlare di "pedagogia", egli pone il problema delle strutture educative e rieducative e del loro funzionamento in un accordo armonico di iniziativa privata e sostegno pubblico.

Egli articola il suo discorso su quattro punti tali da attirare l’ attenzione di ministri preposti all’ ordine pubblico e chiamati a non limitarsi a pure azioni repressive. Del resto, come si è accennato46, i due ministri erano familiarizzati con l’ antitesi repressivo-preventivo in senso socio-politico.

Egli determinava, anzitutto, "quali fanciulli debbono dirsi ne’ pericoli": gli immigrati in città in cerca di lavoro, in pericolo di rimanere disoccupati e di "darsi al ladroneccio"; orfani "abbandonati al vagabondaggio e alla compagnia dei discoli"; ragazzi trascurati dai genitori, quando non addirittura "cacciati dalla famiglia"; "i vagabondi che cadono nelle mani della pubblica sicurezza, ma che non sono ancora discoli".

Passava poi a ipotizzare i provvedimenti più opportuni, che, in realtà, si ispiravano alle opere da lui intraprese: i "giardini di ricreazione" festiva, il collocamento al lavoro e l’ assistenza lungo la settimana a quanti l’ avevano conseguito, "ospizi e case di preservazione, con arti, mestieri ed anche colonie agricole". Non appaiono istituzioni formalmente deputate alla tradizionale "correzione".

Quanto alla gestione delle diverse istituzioni prevedeva l’azione diretta dei privati, affiancata dal sostegno pubblico in edifici, attrezzature e sussidi finanziari.

Concludeva con un quarto paragrafo destinato ad offrire un prospetto dei risultati prevedibili, basato sull’esperienza di trentacinque anni di dedizione alla causa dei giovani "abbandonati e pericolanti".

Scrivendo a ministri laici don Bosco è volutamente reticente sui contenuti del suo sistema educativo, soprattutto quanto alla religione. L’ unico termine chiesastico, presente nel documento, è la parola "catechismo", citato peraltro esclusivamente come strumento per dare "l’ alimento morale proporzionato a questi poveri figli del popolo"47. Ovviamente, nella sua mente, al catechismo si associavano tutti quei valori anche terreni, polarizzati intorno alla ragione e all’ amorevolezza, che, insieme alla religione, evidentemente cattolica, potevano contribuire alla graduale redenzione umana e cristiana dei giovani "ne’ pericoli": il ritrovato significato dell’ esistenza, la fede nella forza dell’ amore, l’ affezione al lavoro, la riscoperta della gioia, il proposito e la capacità di ispirare atteggiamenti e comportamenti a principi di dignità morale e di solidarietà sociale.

Secondo l’usatissima formula, lo scopo era di trasformarli da "pericolanti e pericolosi" in "onesti cittadini e buoni cristiani".


NOTE

1 Conferenza ai cooperatori di Torino, 31 maggio 1883, BS 7 (1883) n. 7, luglio, p. 104.

2 Copia Publica Transumpti Processus ordinaria Auctoritate constructi in Curia Ecclesiastica Taurinensi, vol. II, fol. 671v.

3 Cfr. G. Colombero, Vita del servo di Dio D. Giuseppe Cafasso con cenni storici sul Convitto Ecclesiastico. Torino, Canonica 1895, pp. 200-202; L. Nicolis di Robilant, Vita del venerabile Giuseppe Cafasso Confondatore del Convitto Ecclesiastico di Torino, vol. II, pp. 88-89, 94-96; MB II 61-63, 105, 109, 172-184, 273-277, 364-371; VI 531.

4 Sulla "Generala", si veda quanto già detto al cap. 5, § 6.

5 BS 6 (1882) n. 11, nov., pp. 180-181.

6 BS 6 (1882) n. 11, nov., pp. 180-182; MB V 217-238.

7 Cfr. C. Felloni e R. Audisio, I giovani discoli..., in G. Bracco (Ed.), Torino e Don Bosco, vol. I, p. 118.

La prima pubblicazione, in ordine di tempo, che informa sull’ escursione a Stupinigi è l’ opuscolo Opere religiose e sociali in Italia. Memoria del conte Carlo Conestabile. Traduzione dal testo francese. Padova, tip. del Seminario 1878. Da questa fonte dipendono gli autori che evocano l’episodio: L. Mendre (1879), C. d’ Espiney (1881), don Bonetti nel "Bollettino Salesiano" (1882), Du Boÿs (1883). Dal tono generale con il quale il conte Conestabile descrive la figura e l’ opera dell’ Abate Bosco a Torino (pp. 4-39) e dalle ripetute approssimazioni si potrebbe legittimamente indurre che le modalità del fatto (pp. 23-26) possano essere state notevolmente amplificate fino al limite della leggenda.

Senza legittimare la leggenda può confermare il fatto nelle sue reali dimensioni la testimonianza riportata da Eugenio Ceria nella Prefazione a MB XV 7-8.

8 Si è già sottolineata la significativa discrepanza sull’ argomento tra le Memorie dell’ Oratorio e la più controllata Storia dell’ Oratorio, compilata per il "Bollettino Salesiano" da don Giovanni Bonetti, che pure delle Memorie ha tra mano il manoscritto. Egli, si è visto, attenua sensibilmente i legami tra l’ Oratorio e la sollecitudine per gli ex-carcerati.

9 MO (1991) 122-123.

10 Em I 96.

11 Cenno storico..., in P. Braido (Ed.), Don Bosco nella Chiesa..., pp. 39-40.

12 Cfr. cap. 5, § 6.

13 C. I. Petitti di Roreto, Saggio sul buon governo..., vol. II, pp. 495-503.

14 C. I. Petitti di Roreto, Della condizione attuale delle carceri...,in Opere scelte, vol. I, pp. 382-391.

15 C. I. Petitti di Roreto, Della condizione attuale delle carceri...,in Opere scelte, vol. I, pp. 563-566, 582-584.

16 Cfr. R. Audisio, La "Generala" di Torino..., pp. 205-229, La Società di patrocinio dei giovani liberati; sull’ adesione di don Bosco, p. 210; cfr. pure C. Felloni e R. Audisio, I giovani discoli, in G. Bracco (Ed.), Torino e Don Bosco, vol. I, p. 119.

17 Cfr. MB V 228-231. Sembra che più stretti siano stati i vincoli della Società con don Giovanni Cocchi e il "Collegio degli Artigianelli", fondato nel 1849 (cfr. R. Audisio, La "Generala" di Torino..., pp. 226-227).

18 Cenno storico..., in P. Braido (Ed.), Don Bosco nella Chiesa..., pp. 46-47.

19 Vi si accennerà nel cap. 17.

20 MB III 329; cfr. MB III 326-333. In una delle sue cronache, in data 20 febbraio 1863, Giovanni Bonetti registra il racconto fatto da don Bosco di un suo intervento in una violenta rissa tra due "cocche": non fu l’unico caso e - aggiunge - per "impedire l’ offesa di Dio" valeva la spesa di affrontare anche un reale pericolo (G. Bonetti, Annali III 1862 1863, pp. 63-64).

21 D. Ruffino, Cronache dell’ Oratorio di S. Francesco di Sales N° 1° 1860, pp. 10-11.

22 MB II 565-568.

23 Cfr. J. M. Prellezo, Valdocco nell’ Ottocento..., p. 155; sui vari riferimenti, cfr. pp. 147-148, 154-155.

24 Se ne tratterà nel cap. 17.

25 Cenni storici..., in P. Braido, Don Bosco nella Chiesa..., pp. 78-79.

26 S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. IV. Torino, Utet 1971, p. 611.

27 MB X 436.

28 Cfr. lettere del 18 nov. 1867, 3 e 21 genn. e 11 febbr. 1868, Em II 452, 475, 487 e 498.

29 Lett. di p. Giuseppe Oreglia a don Bosco, 15 genn. 1868, MB IX 48-49.

30 Per alcune documentazioni, cfr. MB VIII 606-607; IX 48-49, 51, 73, 114.

31 Francisco Lastres y Juiz (1848-1918), discepolo di Manuel Silvela, deputato dal 1884 al 1896, poi senatore dal 1896 al 1903, dal 1903 senatore a vita: "Alla sua attivissima e prolungata attività si deve lo stabilimento a Carabanchel (Madrid) della prima scuola di riforma per la gioventù oziosa e ospizio di correzione paterna" (Enciclopedia Espasa, t. XXIX 958), precisamente quella di Santa Rita.

32 Manuel Silvela (1830-1892) fu deputato delle Cortes dal 1863 al 1883 e dal 1883 senatore a vita.

33 In data 11 ottobre 1885, il Nunzio invierà a don Bosco una lettera di raccomandazione, riportata in MB XVII 828.

34 Verbali del capitolo superiore, quad. I, fol. 79r-81r.

I verbali sono redatti da don G. B. Lemoyne, segretario del "capitolo superiore".

35 Verbali del capitolo superiore, quad. I, fol. 82v.

36 Testo in MB XVII 828-829.

37 Lett. da Alassio al sen. Manuel Silvela, 17 marzo 1886, E IV 353-354.

38 Nella sua cronaca barcellonese il giovane segretario di don Bosco, Carlo Viglietti, in data 20 aprile scrive: "Si è letta al vescovo e a tutti i radunati la lettera che l’ arcivescovo Nunzio Apostolico a Madrid scrisse a D. Bosco in favore del Ministro Silvela il quale insta sempre perché D. Bosco ponga una casa a Madrid, che è pronto un gran fabbricato. Il Silvela ha inviato il suo Segretario, che è un deputato, perché si convenisse e si decidesse. D. Bosco pare deciso affatto di accettare, tanto più che là a Madrid accettano tutte le condizioni di D. Bosco" (C. Viglietti, Cronaca dal 15 Aprile 1886 al 16 Maggio 1886, p. 11).

39 Lett. del 17 aprile 1886, in MB XVII 829-830.

40 Lett. da Barcellona-Sarrià al nunzio mons. Mariano Rampolla, 22 aprile 1886, E IV 354-355.

41 Verbali del capitolo superiore, quad. I, fol. 92v.

42 Lett. dell’ 8 luglio 1886, riportata in MB XVII 604-605.

43 Lett. di mons. Rampolla a don Bosco, 5 genn. 1887, in MB XVII 832.

44 Lett. a F. Crispi, 21 febbr. 1878, E III 298.

45 Lett. a G. Zanardelli, 23 luglio 1878, E III 366; l’ aveva preceduta altra lettera al segretario generale del ministero, comm. Giovanni Battista Aluffi, 25 aprile 1878, E III 335.

46 Cfr. cap. 2, §1.

47 Il sistema preventivo (1878), RSS 4 (1985) 302.