Perché l'unità prevalga sul conflitto

Inserito in NPG annata 2016.

Criteri pastorali dalla EG /3

Domenico Cravero

(NPG 2016-01-54)


Il secondo dei quattro principi proposti da papa Francesco nell’Evangelii Gaudium (n. 217-237) riguarda la gestione del conflitto: “L’unità è superiore al conflitto”. La prevalenza dell'unità è presentata come un criterio indispensabile per lo sviluppo dell’amicizia sociale. Il percorso da intraprendere per l’unità non è l’indifferenza che relativizza le verità. Non sono i compromessi che dissolvono le diversità. Consiste piuttosto in una nuova sintesi che accoglie e armonizza le differenze. “La diversità è bella quando accetta di entrare costantemente in un processo di riconciliazione, fino a sigillare una specie di patto culturale che faccia emergere una “diversità riconciliata” (n. 230). È una proposta coraggiosa e innovativa quella avanzata da papa Francesco, ma è al passo con la complessità e il pluralismo di oggi. Essa provoca la pastorale giovanile a cercare non solo nuove idee ma anche a sperimentare metodi educativi più efficaci e a proporre vie spirituali più aderenti al vangelo.

Le nuove generazioni, quando la loro socializzazione rimane aperta e democratica e non si corrompe nel bullismo o nelle bande delinquenziali, non amano il conflitto. Lo temono, anzi, e lo evitano se possono.
Nella crisi delle proposte e dei processi educativi della società ipermoderna, ha prevalso una tendenza a ridurre al minimo gli orientamenti direttivi, educativi ed etici. Ci sono meno conflitti anche perché nella famiglia e nella società ci sono meno regole. La riflessione sul conflitto però rimane quanto mai attuale. La conduzione quotidiana delle famiglie è un’esperienza spesso faticosa e travagliata. Oggi è molto difficile, quasi impopolare, educare. I genitori con figli adolescenti danno a volte l'impressione di non riuscire più a farsi ascoltare e di cedere, soprattutto di fronte al continuo confronto che i figli fanno con le famiglie dei loro amici. Il dialogo e la relazione tendono così a fermarsi all’esteriorità, quando non intervengono la chiusura e il mutismo. I genitori si vedono così costretti a discutere e giustificare ogni cosa, a improvvisare e ricostruire risposte e direttive, a volte con fatiche spropositate e risultati irrilevanti. La trattativa (il compromesso) diventa il tema dominante, con la delusione che, ai grandi conflitti tra genitori e figli di un tempo, sembrano oggi subentrare negoziati inconcludenti, ridicoli, su questioni marginali, di puro interesse (orari, soldi, comodità, acquisti...) in cui sono i figli a stabilire le regole e a “comandare” i genitori. Gradualmente sembra imporsi in molte famiglie, la regola del lasciar correre, del non intromettersi nel mondo dei figli, per non crearsi guai. Si passa così al permissivismo incondizionato, rinunciando a qualsiasi pretesa di educazione che faccia riferimento a obblighi o regole di condotta. I figli sembrano crescere improntati a una sostanziale serenità, dovuta forse ai rapporti non conflittuali con la famiglia che pare compiacente e disponibile a ogni libertà. Sembra che l'intero comportamento rientri in un unico copione: sentirsi liberi e indipendenti, stare bene con gli amici, vivere sereni e tranquilli, con pochi obblighi e molte pretese.

Abitare la complessità

La società oggi è vissuta e descritta come complessa, pluralista, secolarizzata. Non esiste un ordine simbolico condiviso che la fondi in unità. Con la diffusione dell’attesa di benessere e la persistenza della crisi economica, delle preoccupazioni ecologiche, dell'inettitudine e corruzione della politica, in un mondo trasformato da cambiamenti imponenti e radicali, si è rapidamente passati dalla speranza di costruire la storia, alla sensazione di una totale impotenza. Gli ideali di progresso e di civiltà hanno lasciato il posto alla convinzione di un presente pieno di rischi e di pericoli, che lascia poco spazio all’ottimismo. Al sogno di un mondo migliore e all’intraprendenza collettiva per realizzarlo, si è sostituita una sensazione generalizzata di precarietà senza fine, la percezione di uno stato irrisolto d’emergenza.
Venendo meno la speranza e l'impegno nella “causa comune” di una società più civile e solidale, prevale la ricerca della gratificazione e della realizzazione individuale. Si moltiplica così, in termini non ideologici ma concreti, il fascino della materialità e del denaro, la ricerca di risultati immediati.
Il conflitto è dissimulato. Prevalgono la rassegnazione e il compromesso di chi, intento a perseguire i propri relativi vantaggi, cerca il quieto vivere, senza passioni e senza conflitti. In realtà, la descrizione dell’adolescenza spensierata e superficiale non corrisponde al vissuto dei ragazzi, come emerge dai loro racconti e dalle inchieste sociologiche (Cfr. “Chi ci ha rubato la felicità?” Espresso 19-11-2015). La condizione giovanile è piuttosto quella di una generazione che ha perso la bell’età, il sogno di un futuro da attendere e costruire.
La beatitudine evangelica degli operatori di pace (Mt 5,9), applicata alla situazione che i giovani oggi vivono, si può tradurre nell’invito della Evangelii Gaudium a non perdere “il senso dell’unità profonda della realtà” a non fermarsi alla descrizione sconsolata della realtà, a dare parola al conflitto per affrontarlo e trasformarlo in “un anello di collegamento di un nuovo processo”.

Il dono della parola

Le nuove generazioni, a causa dei loro stili di vita e della pressione multimediale, sembrano perdere la capacità di contestualizzare i saperi e di integrarli, per comprendere i fenomeni complessi. Possiedono una minore competenza nel leggere (comprendere e riportare con proprie parole un testo scritto) e nello scrivere (trasferire nello scritto i propri pensieri e sentimenti). Aumenta il sapere enciclopedico, facilmente accessibile sulla rete, ma diminuisce la competenza nell’applicazione del metodo di studio; si è meno capaci a lavorare in gruppo.
Adolescenti e giovani possiedono valori, hanno idee, fanno riflessioni ma appaiono come generazioni silenti, invisibili. Il primo compito della società (della pastorale giovanile e dell’oratorio) è dare loro parola. Il linguaggio è, infatti, la prima istituzione umana, la mediazione necessaria, per rappresentare il mondo e introdursi nella società. Il mondo è diventato più complesso ed esigente: chiede a ogni persona di maturare le convinzioni, di motivare le scelte. Per “sviluppare una comunione nelle differenze, avere il coraggio di andare oltre la superficie conflittuale e considerare gli altri nella loro dignità più profonda” (n. 229) bisogna parlarsi.
Questa abilità, essenziale per affrontare creativamente il conflitto, s’impara in gruppo e i ragazzi la apprendono sistematicamente negli incontri di formazione. Nei processi d'apprendimento è centrale il concetto e l’esperienza di cambiamento: imparare cose nuove, quando si tratta di argomenti e di aspetti vitali e non solo di nozioni teoriche, è una reale modificazione di sé. Avviene come una rinascita. Si approda verso un’unità nuova (la formazione: “Cambiare forma”) passando attraverso il conflitto dei pensieri, delle “verità” e delle interpretazioni. Nel confronto di gruppo prende forma e s’innesca un percorso che prepara e "obbliga" a un passaggio: le idee di ognuno si articolano con quelle dell’altro, le contraddizioni possono convergere, i diversi punti di vista integrarsi. Non si tratta solo del racconto delle esperienze, dell'accettazione di idee nuove o dell'accostamento di modi di fare osservati negli altri. La comunicazione che si compie in gruppo non è descrivibile semplicemente come “scambio di informazioni”, quanto piuttosto come “perturbazione” reciproca. Di quale sia la direzione precisa del cambiamento, nessuno può avere un'idea chiara in partenza o stabilirla in teoria. Rimane imprevedibile: in gruppo ognuno reagisce agli interventi degli altri in misura delle proprie caratteristiche. E creativa: i punti di vista con cui considerare se stessi e il mondo sono rimessi davvero in discussione. Il coinvolgimento di tutti (perché ognuno è "perturbato" dalle comunicazioni dell'altro) sollecita pensieri nuovi che nascono dall'integrazione di quelli degli altri e che sostituiscono quelli appresi in precedenza. Nella condivisione in gruppo avviene un’autonoma produzione di nuovi significati, che esclude il plagio e sviluppa le capacità emotive e affettive, producendo un cambiamento reale delle persone e delle situazioni.

Un metodo per la pastorale giovanile: il laboratorio della fede

La crisi aperta dalla secolarizzazione può rappresentare un’opportunità per mettere a disposizione di tutti l'eccellenza della fede. L’ambiente culturale non offre solo disorientamento e secolarizzazione, produce anche delusioni dolorose. Vivere è sempre più una fatica, l'"onore" di sentirsi liberi e svincolati da regole e limiti diventa, presto, un “onere” insopportabile: sempre più difficile essere all'altezza di sé, delle attese degli altri. Si è sempre più soli. Questa fatica del vivere alimenta nuove domande di senso, produce forme spontanee di disgusto del vivere materiale e attese diffuse di spiritualità. Suscita un'imprevista disponibilità al cammino religioso.
La fede va però presentata come esperienza di vita piuttosto che come dichiarazioni dottrinali. L'evangelizzazione è ridefinita come “conversazione” e dialogo. Deve essere pensata in termini di legami, di feeling, di comunione, di simpatia. Occorre prestare molta attenzione alla pastorale dell'aggancio, delle affinità, delle sinergie. È anche pastorale delle SMS, di facebook, delle relazioni virtuali. Il dono del vangelo si porta attraverso il dono della parola, passando dalla proclamazione alla conversazione (cum versus: sentirsi coinvolti verso una medesima direzione), dalla conversazione all'offerta dell'amicizia.
I laboratori della fede sono una proposta formativa per chi desidera vivere un’esperienza di ricerca delle ragioni profonde del vivere e del credere. Hanno lo scopo di offrire ad adolescenti e giovani luoghi d’incontro e di dialogo, in cui essi possano confrontarsi apertamente su temi della fede e delle scelte morali, sui problemi della vita quotidiana, per chiarire i dubbi e maturare in modo graduale una maggiore consapevolezza della trascendenza e della fede. Le parrocchie possono in questo modo presentarsi nella pluralità della società complessa come porte aperte, variando le proposte, avvicinandosi alla mobilità e ai nuovi ritmi della vita dei giovani, presentandosi nel cuore della città come un polo di visibilità e di richiamo ai valori religiosi.
La forma del laboratorio aiuta la pastorale giovanile a offrire non solo percorsi formativi sistematici (spesso poco frequentati e tentati dalla chiusura) ma permette di presentarsi agli adolescenti in modo più flessibile e aperto, offrendo proposte in cui si possa entrare da “qualsiasi parte”, in e per “qualsiasi tempo”.
I laboratori non sono lezioni di catechesi ma esperienze di condivisione e occasioni di pensiero. Vogliono contrastare l'analfabetismo biblico e catechistico delle nuove generazioni, accostando la Bibbia anche come uno dei grandi codici di senso dell’umanità. Cercano di favorire l’incontro con il Mistero, insegnando e praticando l’arte della preghiera e dell’adorazione. S’ispirano alla pratica della mistagogia, realizzando gradualmente il passaggio dal paradigma intellettuale della formazione a quello relazionale della generazione (Ch. Theobald), che appare più completo e capace di accompagnare alla pratica della fede.