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    Le Beatitudini nell’arte: un percorso “visibile” di santità


    Maria Rattà*

    (NPG 2019-05-55)

    «Le beatitudini dipingono il volto di Gesù Cristo e ne descrivono la carità; esprimono la vocazione dei fedeli associati alla gloria della sua passione e della sua risurrezione; illuminano le azioni e le disposizioni caratteristiche della vita cristiana; sono le promesse paradossali che, nelle tribolazioni, sorreggono la speranza; annunziano le benedizioni e le ricompense già oscuramente anticipate ai discepoli; sono inaugurate nella vita della Vergine Maria e di tutti i santi». Il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1717) lega intimamente le Beatitudini alla santità piena in Cielo, ma anche alla vita di ogni giorno. Perché santi si diventa mettendole in pratica, vivendole quotidianamente, come anche papa Francesco ha sottolineato nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate (cfr. nn. 63; 109).
    A livello biblico le Beatitudini sono inserite nel cosiddetto “Discorso della montagna” riportato, pur se con delle variazioni, dagli evangelisti Luca e Matteo (Lc 6,20-23; Mt 5,1-12). Le rappresentazioni artistiche normalmente prediligono la versione di quest’ultimo, secondo cui l’avvenimento ha luogo su una montagna e le Beatitudini elencate sono otto. Si tratta di un tema che permette agli artisti, soprattutto nella prima fase dell’arte cristiana, di rifarsi a una tipologia iconografica ben precisa, presa in prestito dal mondo pagano: quella del Cristo filosofo, abbigliato alla maniera del mondo classico, con un rotolo in mano, colto nel gesto dell’oratore e circondato dai discepoli e/o da una folla di ascoltatori. Il rotolo, già a partire dall’epoca paleocristiana, se tenuto in mano da Gesù allude alla Nuova Legge, e con tale attributo lo rappresenterà in seguito anche il Beato Angelico, negli anni 1438-40, per il convento domenicano di san Marco (oggi museo) a Firenze (p. 6). Gesù – lo vuole probabilmente sottintendere Marco collocando l’episodio sul monte – è il nuovo Mosè, e come quest’ultimo aveva ricevuto le tavole della Legge sul Monte Sinai anche Cristo proclama la Nuova Legge dall’alto di un monte, che nel linguaggio biblico è il luogo della rivelazione di Dio. Ma il cammino delle Beatitudini coinvolge la libertà dell’uomo, e in tal senso è interessante la scelta effettuata per una vetrata ottocentesca realizzata su disegno di Dante Gabriel Rossetti (p. 8). L’artista, infatti, accanto a Gesù non colloca il classico gruppetto dei dodici e/o della folla, bensì Pietro, Giacomo, Giovanni, Giuda, la Maddalena e la Vergine Maria: così si dispiega dinanzi all’osservatore una rosa scelta dei comportamenti umani e delle reazioni interiori di fronte alla “Magna Charta” rappresentata dalle Beatitudini. Si può optare per la sequela lineare; la si può comprendere a fatica, progressivamente, percorrendo così una strada fatta di alti e bassi, di fedeltà e tradimenti; si può scegliere di cambiare radicalmente vita, voltando pagina rispetto al passato; si può chiudere in faccia la porta a Cristo e alla novità che Egli viene a presentare.
    Un monito, dunque, per chi osserva, perché chiamato in un certo senso a rispecchiarsi in questi personaggi e nelle loro decisioni, per valutare a che punto ci si trovi nel cammino del discepolato. Il discorso “sulle” Beatitudini, infatti, non è finito con Gesù e con i suoi primi discepoli. Esso è sempre attuale, e l’arte non manca di rendere tangibile questo concetto attraverso una rottura nella contestualizzazione dell’evento, a volte collocato nell’epoca contemporanea al pittore, come fa per esempio Robin Guthrie che, nel 1922, dipinge una tela in cui solo Cristo indossa gli abiti propri del suo tempo mentre tutti gli altri personaggi sono abbigliati alla maniera moderna (p. 13), o come fa Annigoni che addirittura “confonde” tra le tante figure presenti quella di Gesù: è l’osservatore, è il credente a doversi lasciare illuminare dalla luce della coscienza per percepire la presenza del Maestro e ascoltarne la parola (p. 16). Accanto alle rappresentazioni del Discorso della montagna non mancano neanche quelle delle singole Beatitudini, pur se il tema, per la difficoltà di trasposizione in immagini, non è ricorrente in pari grado. La modalità è spesso quella dell’allegoria, attraverso personificazioni singole, magari in forma di figure femminili con in mano una pergamena su cui è scritta la singola Beatitudine (p. 18); altre volte in associazione alle Virtù (come accade nella cupola dell’ascensione della basilica di san Marco a Venezia, p. 20); altre volte ancora in forma di teste coronate, quasi a simboleggiare il “coronamento” del cammino intrapreso sulla terra col premio finale che aspetta i beati nel Regno dei Cieli: così esse appaiono nel Duke Albrecht’s Table of Christian Faith, del 1400-1404 (p. 20). Anche nel caso in cui l’arte medievale ricorra a diagrammi e alla figura dell’albero (simbologia molto frequente a quel tempo) si tratta però, in fin dei conti, di immagini (pp. 21-22) piuttosto semplici (pur nella ricchezza simbologica a esse sottesa) rispetto ad altre raffigurazioni che rappresentano dei veri e propri “percorsi” articolati, animati da ambiziosi e interessanti intenti pedagogici. Un trittico fiammingo del XVI secolo, conservato nel Ghent Museum of Fine Arts (pp. 24-30), traccia per esempio un vero e proprio “itinerario” in 9 scene, di cui una (più grande) con il Discorso della montagna, e altre 8 più piccole con allegorie delle singole Beatitudini in cui interagiscono diverse personificazioni e compaiono molteplici simboli. L’opera non sembra tuttavia voler essere accessibile a pochi, perché l’artista accompagna ogni personificazione o simbolo a varie scritte “esplicative”, e correda la scena del Discorso sul monte con quelle che potremmo definire le antenate delle nuvolette dei fumetti moderni. In più, diverse citazioni bibliche si ritrovano alla base di ogni singolo “quadro”. Le scene sono strutturate secondo uno schema preciso, con due registri: uno per il Cielo (in cui compare Cristo o sono rappresentati degli angeli) e uno per la Terra, con vari personaggi che diventano, in un certo senso, l’emblema stesso delle Beatitudini (che conducono in Cielo) e delle anti-Beatitudini.
    Sempre nel XVI sec., Hendrick Goltzius, nelle sue Otto Beatitudini, realizza un’incisione ripartita in varie scene (p. 32): quella più grande e centrale contiene il Discorso della montagna mentre tutt’attorno a essa, in piccoli tondi, attraverso episodi biblici sono “illustrate” le singole Beatitudini: l’Annunciazione diviene, per esempio, “immagine” della Beatitudine dei puri di cuore. Hans Collaert I, ne Le otto Beatitudini con la Santa Trinità (si tratta di una copia da Jan Snellinck, p. 33), offre uno spaccato diverso, dal sapore “escatologico”, come valore escatologico hanno anche le Beatitudini, rimandando a una promessa di felicità perfetta che si compirà in Cielo. Per tale motivo la scena centrale non è qui il Discorso della montagna, bensì il Giudizio universale, ed è corredata dai versetti della prima lettera ai Corinzi (1Cor 3,8) e di quella ai Galati (Gal 6,8): “Ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro” e “Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna”.
    Insomma, la santità in Cielo è questione di come si agisce sulla terra. E per Estauche Le Sueur... ecco che allora le Beatitudini diventano quasi delle Virtù: nel 1644-45 l’artista realizza una serie di Beatitudini per Guillaume Brissonnet (p. 34) e non intitola le opere con i corrispondenti versetti biblici, ma come se si trattasse di vere e proprie personificazioni anche nel nome (La Mitezza e La Giustizia sono le uniche attualmente conservate), indicando sottilmente che esse devono “informare” la vita del cristiano. Interessante è anche una vetrata realizzata da Hardman per la Cattedrale di Saint Andrews a Inverness (Scozia) nel XIX secolo. Intitolata Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (p. 35), l’opera presenta sul lato sinistro il Discorso della montagna e su quello destro la trasfigurazione di Cristo: oltre a rimandare alla correlazione Mosè-Gesù / Antica Legge-Nuova Legge, la vetrata esprime in tal modo una sorta di “attualità” delle Beatitudini, perché vivere la purezza del cuore permette già su questa terra di accedere in qualche modo a Dio, contemplandolo.
    Altrettanto interessante e “studiata” è anche la produzione artistica su questo tema di Maurice Denis (pp. 41-51). Essa è frutto di un processo lungo, in varie tappe creative (dal 1914 al 1933), ma dal messaggio unico: le Beatitudini sono un ideale alla portata di tutti i cristiani (infatti i personaggi che rappresentano ciascuna di esse sono ora personaggi noti, come i santi, ora ignoti e “comuni”) e in questo pellegrinaggio verso la santità (verso il Paradiso) gli uomini sono accompagnati e guidati dagli angeli e da Cristo. Il vero “fulcro”, la sintesi della produzione di questo artista francese sarà la decorazione del catino absidale della chiesa del Sacro Cuore di Saint-Ouen. Qui egli metterà in scena l’esito di una vita vissuta secondo le Beatitudini: in alto, su una nuvola, campeggiano Gesù e santa Margherita Maria Alacoque, la santa a cui il Cristo rivela: “Ecco il cuore che ha tanto amato gli uomini”. In basso, le Beatitudini formano un vero e proprio fregio e si compongono di un angelo e di una figura umana (tranne che per i misericordiosi). Ciò che Denis vuole mostrare è un’immagine celestiale, ma di un Cielo “vicino”, che si è finalmente aperto anche per i beati. Essi sono giunti al termine del loro pellegrinaggio terreno e contemplano Dio accompagnati dagli angeli che, pur avendo concluso la loro missione non abbandonano coloro che gli erano stati affidati. In questo Cielo i santi sono totalmente immersi nell’amore di Dio.
    È la Beatitudine eterna e perfetta resa attraverso un dettaglio cromatico: il cielo vermiglio. È il colore dell’amore divino, il colore, nell’iconografia, della terza virtù teologale, cioè della carità che, come dice san Paolo, non avrà mai fine (1Cor 13,8), ma continuerà ad alimentare per sempre il cuore dei santi e il Cuore di Dio.


    * Le pagine indicate nell’articolo si riferiscono al pdf preparato per la Newsletter estiva di NPG (http://notedipastoralegiovanile.it/images/ARTE/beatitudini.pdf). 



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