L'enciclica di papa Francesco sull'ambiente /4

Inserito in NPG annata 2016.

ECOLOGICA

Mario Toso

(NPG 2016-6-67)

L’«agire», ovvero alcune linee di orientamento e di azione

Dopo aver analizzato la situazione esistente ed enucleato principi di riflessione e criteri di giudizio funzionali al discernimento sulla questione ecologica, papa Francesco offre alcune linee di orientamento e di azione, per risolvere la crisi ecologica ai fini di un’ecologia integrale. Egli propone orientamenti pratici per vari livelli di azione, che debbono essere tutti caratterizzati dal dialogo.

Sul piano internazionale

a) occorre fare in modo che le soluzioni siano proposte a partire da una prospettiva globale, pensando a un solo mondo, ad un progetto comune, muovendo dalla consapevolezza dell’interdipendenza generale;
b) si rende indispensabile un consenso mondiale, che porti, ad esempio, a programmare un’agricoltura sostenibile e diversificata; a sviluppare forme rinnovabili e poco inquinanti di energia; a incentivare una maggior efficienza energetica; a promuovere una gestione più adeguata delle risorse forestali e marine; ad assicurare a tutti l’accesso all’acqua potabile (Cf LS n. 164);
c) si avverte la necessità di Vertici mondiali sull’ambiente meno inconcludenti per quanto concerne: 1) la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili; 2) la responsabilità di coloro che debbono sopportare i costi maggiori della transizione; 3) gli indispensabili e adeguati meccanismi di controllo, di verifica periodica delle decisioni prese, nonché di sanzione delle inadempienze.[1]
La strategia di compravendita di «crediti di emissione», a giudizio di papa Francesco, sebbene possa sembrare una soluzione rapida e facile, pur presentandosi con l’apparenza di un certo impegno per l’ambiente, non implica un cambiamento all’altezza delle circostanze. Anzi, può diventare un espediente che consente di sostenere il super-consumo di alcuni settori e di alcuni Paesi. Infatti, così come è concepita: a) può dar luogo a una nuova forma di speculazione; b) non è in grado di ridurre l’emissione globale di gas inquinanti; c) nemmeno potrebbe contribuire a far cambiare gli stili di produzione dei Paesi più ricchi (Cf LS n. 171).
I Paesi meno sviluppati, che devono anzitutto sradicare la miseria e avere come priorità lo sviluppo sociale della loro popolazione, debbono essere aiutati in una maniera meno interessata nel loro sforzo di incrementare forme meno inquinanti di produzione di energia, come lo sfruttamento diretto dell’abbandonate energia solare. Ciò potrebbe avvenire, ad esempio, mediante meccanismi e sussidi che consentano di aver accesso a trasferimento di tecnologie, ad assistenza tecnica e a risorse finanziarie, con una particolare attenzione alle condizioni concrete (Cf LS n. 172).
Non va assolutamente dimenticato che, con l’internazionalizzazione dei costi ambientali, si corre il rischio di imporre ai Paesi con minori risorse, pesanti impegni per ridurre le emissioni, ai livelli stabiliti per i Paesi più industrializzati. Occorre uscire dalla menzogna e dallo status quo. Dev’essere chiaro che, se vi sono responsabilità comuni, esse sono differenziate, variando da Paese a Paese. Quelli che hanno tratto beneficio da un alto livello di industrializzazione, a costo di forti emissioni di gas serra, hanno maggior responsabilità nella soluzione dei problemi da loro stessi causati.
In ultima analisi, a livello internazionale, come ribadisce papa Francesco, urgono: a) accordi che vengano effettivamente attuati;[2] b) quadri regolatori globali, che impongano obblighi; c) accordi sui regimi di governance per tutta la gamma dei beni comuni globali; d) una governance composta da istituzioni internazionali forti e più efficacemente organizzate di quelle attualmente in essere. Tale governante dovrà far riferimento ad un’Autorità politica mondiale (Cf LS nn. 173-175).
È senza dubbio interessante notare qui come, anche in questa enciclica, a proposito dell’architettura delle istituzioni internazionali, si abbia come punto di riferimento la prospettiva di un’autorità politica mondiale, già prospettata da Benedetto XVI. Permane così una continuità col precedente magistero sociale, che alcuni studiosi di dottrina sociale e anche alcuni economisti cattolici hanno tentato di indebolire o addirittura di negare, sostenendo che il concetto di un’autorità politica mondiale non appartiene alla Dottrina sociale della Chiesa, perché equivarrebbe alla visione di un’autorità totalitaria e totalizzante, ad un Leviatano. In realtà, la proposta dei pontefici è sempre stata fatta in concomitanza con l’affermazione del principio di sussidiarietà e di un processo democratico di costituzione dal basso. In definitiva, il concetto di autorità politica mondiale corrisponde alla logica conclusione di un processo di dotazione, da parte della comunità dei popoli della terra, di istituzioni internazionali commisurate ai contenuti del bene comune mondiale. A tutto questo deve corrispondere un’istituzione adeguata, pena la sua non realizzazione, a motivo della carenza di orientamento, di controlli e di sanzioni efficaci.

Sul piano delle politiche nazionali e locali: la decisività di una democrazia dal basso e di una cittadinanza attiva


Le questioni relative all’ambiente e allo sviluppo economico chiedono di porre attenzione alle politiche nazionali e locali. Rispetto alla soluzione di una crisi ecologica globale e planetaria, secondo papa Francesco, non si possono trascurare le funzioni improrogabili di ogni Stato: pianificare, coordinare, vigilare, sanzionare all’interno del proprio territorio. La società ordina e custodisce il proprio divenire attraverso uno Stato di diritto facendo sì che la politica incoraggi le buone pratiche e stimoli la creatività. Non si dimentichi che è cresciuta tutta una nuova giurisprudenza sulla riduzione degli effetti inquinanti. Si deve vigilare, affinché la politica non sia asservita al profitto, ad una crescita a breve, a risultati immediati. Bisogna accertarsi che nell’agenda dei governi sia inserito un Ordine del giorno ambientale lungimirante, con proiezione a lungo termine, non debitore della logica dell’occupazione del potere.

È importante tener sempre presente che, quando l’ordine mondiale e le stesse politiche nazionali appaiano statiche e impotenti, l’istanza locale può fare la differenza. Occorre organizzare la pressione della popolazione. La società civile, prima responsabile della salvaguardia dell’ambiente, deve obbligare governanti e governi a sviluppare normative, procedure e controlli più rigorosi. Detto altrimenti, con riferimento alla realizzazione di un’ecologia integrale, papa Francesco sollecita una democrazia dal basso, partecipativa (Cf LS n. 179). La società civile deve esercitare il proprio primato sulla politica. Una società sana, matura e sovrana, deve imporre limiti cautelativi attinenti alle previsioni, invocando regolamenti adeguati e vigilanza sull’applicazione delle norme, lotta alla corruzione, azioni di controllo operativo sull’emergenza di effetti non desiderati dei processi produttivi, e interventi opportuni di fronte a rischi indeterminati o potenziali. Ciò equivale, da parte della società civile, a promuovere e a vivere una cittadinanza attiva con riferimento all’ecologia integrale.
Per quanto concerne, invece, una sana politica ecologica, papa Francesco, sottolinea che, se questa non può pensare a ricette uniformi, perché vi sono problemi e limiti specifici per ogni Paese o regione, tuttavia è necessario un minimo di continuità. Non si può immaginare di essere efficaci relativamente ai cambiamenti climatici e alla protezione dell’ambiente, quando vi sia discontinuità nelle politiche dovuta all’avvicendamento dei governi. Per raggiungere gli obiettivi desiderati, in ambito nazionale e locale, il pontefice sollecita a:
- promuovere forme di risparmio energetico;
- favorire modalità di produzione industriale dalla massima efficienza energetica e con minor utilizzo di materie prime, togliendo dal mercato i prodotti più inquinanti o poco efficaci dal punto di vista energetico;
- programmare una buona gestione dei trasporti, e migliori tecniche di costruzione e di ristrutturazione di edifici, riducendone il consumo energetico e il livello di inquinamento;
- modificare le abitudini nel campo dei consumi;
- sviluppare un’economia di gestione dei rifiuti e del loro riciclaggio;
- proteggere determinate specie vegetali e programmare un’agricoltura diversificata, applicando la rotazione delle colture;
- favorire il miglioramento agricolo delle regioni più povere, mediante investimenti nelle infrastrutture rurali, nell’organizzazione dei mercati locali o nazionali, nei sistemi di irrigazione, nello sviluppo di tecniche agricole sostenibili;
- facilitare forme di cooperazione e di organizzazione comunitaria, che difendano gli interessi dei piccoli produttori e preservino gli ecosistemi locali dalla depredazione (Cf LS nn. 180-181).

Sul piano dei processi decisionali: legalità e democraticità

Papa Francesco offre alcuni orientamenti anche per i processi decisionali relativi all’impatto ambientale delle varie iniziative imprenditoriali e di altri progetti. Proprio la previsione delle loro ricadute negative richiede iter politici trasparenti e sottoposti al dialogo, liberi dalla corruzione che nasconde gli effetti negativi in cambio di favori. «Uno studio di impatto ambientale non dovrebbe essere successivo all’elaborazione di un progetto produttivo o di qualsiasi politica, piano o programma. Va inserito fin dall’inizio e dev’essere elaborato in modo interdisciplinare, trasparente e indipendente da ogni pressione economica o politica. Dev’essere connesso con l’analisi delle condizioni di lavoro e dei possibili effetti sulla salute fisica e mentale delle persone, sull’economia locale, sulla sicurezza. I risultati economici si potranno così prevedere in modo più realistico, tenendo conto degli scenari possibili ed eventualmente anticipando la necessità di un investimento maggiore per risolvere effetti indesiderati che possano essere corretti» (LS n. 183).
Nei dibattiti e nelle politiche da intraprendere, è necessario acquisire il consenso dei vari attori sociali coinvolti, con particolar riguardo per gli abitanti del luogo. La partecipazione richiede che tutti siano adeguatamente informati. Quando si avverta la possibilità di eventuali rischi per l’ambiente che interessano il bene comune, le decisioni devono essere basate su un confronto tra rischi e benefici ipotizzabili per ogni possibile scelta alternativa. Ma non solo. Occorre attenersi al principio di precauzione, per proteggere i più deboli, che dispongono di pochi mezzi per difendersi. «Se l’informazione oggettiva porta a prevedere un danno grave e irreversibile, anche se non ci fosse una dimostrazione indiscutibile, qualunque progetto dovrebbe essere fermato o modificato» (LS n. 186). Questo non significa affatto opporsi a qualsiasi innovazione tecnologica che consenta di migliorare la qualità della vita di una popolazione.
In ogni caso, la redditività non può mai essere l’unico criterio da tener presente nel calcolo costi-benefici.

Sul piano del rapporto tra economia e politica: riforma del sistema finanziario e una certa decrescita

Gli orientamenti, che papa Francesco intende offrire, relativamente al rapporto tra economia e politica, risentono del contesto socio-economico da cui si cerca di sollevarsi dopo la grande crisi finanziaria incominciata nel 2008. La crisi e i tentativi di soluzione hanno mostrato la sovranità del dio denaro, che ha soppiantato ogni politica orientata al bene comune. La politica e l’economia reale sono state gradualmente sottomesse alla finanza, alla logica del profitto per il profitto e all’ideologia della tecnocrazia, incurante dei danni per l’ambiente. Da qui, la proposta del pontefice. «La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana» (LS n. 189).
Proprio in questo contesto, papa Francesco denuncia nuovamente il capitalismo finanziario, che non è stato affatto riformato in radice, come richiesto da molti, compreso Benedetto XVI con la sua enciclica Caritas in veritate.[3] A causa della mancata riforma, non solo continua il vassallaggio della politica alla finanza, ma anche la debolezza dell’economia reale, che stenta a ripartire. Le parole del pontefice sono paradigmatiche e programmatiche. Meritano di essere riportate per intero, in vista di un serio impegno riformatore, che esige ben più di piccoli ritocchi: «Il salvataggio ad ogni costo delle banche – scrive il pontefice –, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo. La produzione non è sempre razionale, e spesso è legata a variabili economiche che attribuiscono ai prodotti un valore che non corrisponde al loro valore reale. Questo determina molte volte una sovrapproduzione di alcune merci, con un impatto ambientale non necessario, che al tempo stesso danneggia molte economie regionali. La bolla finanziaria di solito è anche una bolla produttiva. In definitiva, ciò che non si affronta con decisione è il problema dell’economia reale, la quale rende possibile che si diversifichi e si migliori la produzione, che le imprese funzionino adeguatamente, che le piccole e medie imprese si sviluppino e creino occupazione, e così via» (LS n. 189).
La riforma del sistema finanziario attuale dev’essere, allora, perseguita e proseguita con decisione e in profondità, non solo in vista del rilancio dell’economia, ma anche della protezione ambientale. Fra l’altro, quest’ultima non può essere assicurata solo sulla base di un calcolo finanziario di costi e benefici. L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi di mercato non sono in grado di difendere e di promuovere adeguatamente. Il mercato tende a pensare che i problemi si risolvano soltanto con la crescita dei profitti delle imprese e degli individui. In realtà, all’interno dello schema della rendita non c’è posto per pensare ai ritmi della natura, ai suoi tempi di degradazione e alla complessità degli ecosistemi.
In ultima analisi, in vista della realizzazione di un’ecologia integrale, vanno abbandonati gli schemi culturali legati al capitalismo finanziario e al paradigma tecnocratico, che assoggettano la politica e l’economia stessa alla logica di una speculazione senza limiti e ad una ragione strumentale. Bisogna ripensare il proprio modello di progresso e di sviluppo. La sudditanza ad un modello materialistico e consumistico, fondato sul principio dell’illimitatezza delle risorse, finisce per distruggere la Terra e l’Umanità intera.
Quale modello di sviluppo globale, allora?
Parlando di un nuovo modello di sviluppo, papa Francesco giunge a proporre nuove modalità di progresso sostenibile, avvicinandosi al linguaggio di quegli economisti e pensatori che, come il francese Serge Latouche, hanno anche teorizzato la necessità di una decrescita. Non si tratta di abbandonare irrazionalmente l’idea di sviluppo, bensì di convincersi che rallentare un determinato ritmo di produzione e di consumo irresponsabile e dissipatore può dar luogo ad altre modalità di progresso. Non si tratta di rinunciare, dunque, alla crescita, ma di realizzarla in maniera diversa. Si deve, cioè, aprire la strada a opportunità differenti, che non implichino il blocco della creatività umana e il suo sogno di continuo miglioramento, ma piuttosto incanalino le sue preziose energie in modo nuovo (Cf LS n. 191). «[…] Un percorso di sviluppo più creativo e meglio orientato potrebbe correggere la disparità tra l’eccessivo investimento tecnologico per il consumo e quello scarso per risolvere i problemi urgenti dell’umanità; potrebbe generare forme intelligenti e redditizie di riutilizzo, di recupero funzionale e di riciclo; potrebbe migliorare l’efficienza energetica delle città; e così via. La diversificazione produttiva offre larghissime possibilità all’intelligenza umana per creare e innovare, mentre protegge l’ambiente e crea più opportunità di lavoro» (LS n. 192). Questa sarebbe una creatività capace di far splendere la dignità dell’essere umano, perché è più nobile usare l’intelligenza con audacia e responsabilità, per trovare forme di sviluppo sostenibile ed equo entro il quadro di una concezione più ampia della qualità della vita. Viceversa, sarebbe da incoscienti insistere nel creare forme di saccheggio della natura, con l’unico scopo di offrire nuove possibilità di consumo e di rendita immediata.
Di fronte ad una crescita avida e irresponsabile, come quella odierna, si tratta, dunque, non solo di trovare nuove vie, ma anche di ritornare sui propri passi prima che sia troppo tardi. È rispetto ad uno sviluppo siffatto che papa Francesco, usando lo stesso linguaggio di Serge Latouche, giunge a parlare dell’urgenza di «accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti (Cf LS n. 193). L’aveva già suggerito Benedetto XVI, affermando che «è necessario che le società tecnologicamente avanzate siano disposte a favorire comportamenti caratterizzati dalla sobrietà, diminuendo il proprio consumo di energia e migliorando le condizioni del suo uso».[4]
Papa Francesco, è vero, adopera termini simili a quelli di Serge Latouche, che ha pubblicato diversi studi sulla decrescita felice e sull'abbondanza frugale.[5] Qualcuno potrebbe prendere spunto da questo fatto, per accusarlo, per l’ennesima volta, di marxismo. Va osservato, a questo proposito, che la proposta di Papa Francesco non si oppone al capitalismo in senso, diremmo, totalitario, come sembra fare Latouche, ispirandosi all’ideologia marxista. Papa Francesco distingue capitalismo da capitalismo: c'è un capitalismo finanziario, il quale, all'insegna del dio denaro, distrugge, ma c'è anche un capitalismo o, meglio, un’economia di mercato, che costruisce opportunità e lavoro per tutti, quando è ben guidata e finalizzata al bene comune. Mentre Latouche presenta un concetto di capitalismo univoco, poiché ritiene che ogni sua forma è essenzialmente guerrafondaia, non potendo esistere un capitalismo «buono», non è così per papa Francesco. Se ci si riferisce solo al capitalismo finanziario il pontefice potrebbe essere senz’altro d'accordo con Latouche. Ma, sul capitalismo in genere, il suo pensiero è più articolato e rimane in continuità con il precedente magistero, specie della Centesimus annus,[6] la quale ne distingue diverse modalità, a seconda delle culture che lo animano.
In breve, un modello di sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, per obbedire unicamente al principio della massimizzazione del profitto, non può considerarsi progresso. Parimenti, l’aumento della produzione col taglio, ad esempio, di una foresta – senza calcolare i danni provocati dalla conseguente desertificazione, dalla diminuzione della biodiversità, dalla crescita dell’inquinamento e dell’effetto serra – non è né etico né giusto. Si ha un comportamento etico, quando anche i costi economici e sociali, derivanti dall’uso di risorse ambientali comuni, sono trasparenti, supportati da coloro che ne usufruiscono e non da altre popolazioni o da generazioni future.
Un nuovo modello di sviluppo si associa ad una politica fedele al principio della sussidiarietà, che riconosce l’autonomia dell’economia. E tuttavia, non ci può essere un’economia senza politica, ma neppure un’economia che detti gli Ordini del giorno ai Parlamenti, sussistendo il rischio che una logica economica utilitarista prevalga e distrugga l’ambiente. L’azione politica ha il compito di mantenere l’economia aperta alle esigenze del bene comune e dei soggetti più fragili. L’importante, dunque, è che essa non sia preda della corruzione o della brama del potere, finendo per divenire schiava di un’economia centrata sull’utile e su un consumismo ossessivo.
Ecco perché la politica e l’economia debbono trovare forme di interazione orientate al bene comune, alla preservazione dell’ambiente e della cura dei più deboli (Cf LS n. 198).

Sul piano del dialogo delle religioni con le scienze

Le scienze empiriche non sono in grado da sole di spiegare a fondo la vita. Se si guarda alla realtà e all’ambiente con il loro sguardo settoriale verremmo privati della sensibilità estetica, della poesia, dell’etica, del senso e del fine delle cose. Una conoscenza più intima della realtà è possibile grazie al contributo dell’esperienza religiosa, nel cui grembo risiedono quei principi etici che danno senso alla vita e guidano la condotta delle persone, unificandole attorno ad una comune ricerca della verità, del bene e di Dio. La fede religiosa consente di attingere ad una sapienza profonda, che garantisce la rotta durante la navigazione. Per superare gli abusi sulla natura o il dominio dispotico sul creato, occorre recuperare quel contatto con Dio, che consentirà di attingere le profondità delle convinzioni sull’amore, sulla giustizia e sulla pace.
In vista della soluzione dei problemi dell’ambiente, il proprio patrimonio etico e spirituale potrà essere condiviso attraverso il dialogo delle religioni di appartenenza. È altrettanto indispensabile il dialogo tra le diverse branche della scienza, al fine di superare i settorialismi tra i vari saperi, integrandoli in una proficua sintesi culturale. Ugualmente, urge un dialogo aperto e rispettoso tra i diversi movimenti ecologisti, fra i quali sussistono lotte ideologiche.


NOTE

[1] Rispetto all’importante Vertice della Terra, celebrato nel 1992 a Rio de Janeiro, per certi versi innovativo ma poco efficace nella statuizione di meccanismi di controllo, di verifica e di sanzione, fortunatamente sono esemplari e in controtendenza: la Convenzione di Basilea sui rifiuti pericolosi, con un sistema di notificazione, di livelli stabiliti e di controlli; la Convenzione vincolante sul commercio internazionale di specie di fauna e flora selvatica minacciate di estinzione, che prevede missioni di verifica dell’attuazione effettiva (cf LS n. 168). Al contrario, per l’assottigliamento dello strato dell’ozono, sembra ci si sia avviati a soluzione, non si può dire altrettanto per la cura delle diversità biologiche, la prevenzione della desertificazione, l’azione preventiva riguardante i cambiamenti climatici con la riduzione di gas serra, perché sono problemi che richiedono onestà, coraggio e responsabilità da parte dei Paesi più potenti e più inquinanti. La Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile, denominata Rio+20, ha emesso una Dichiarazione finale tanto ampia quanto inefficace.
[2] Su questo aspetto papa Francesco è ritornato anche nel suo Discorso alla settantesima assemblea generale delle Nazioni Unite (25 settembre 2015).
[3] Tra coloro che hanno chiesto la riforma del sistema monetario e finanziario internazionale c’è stato anche il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, con la pubblicazione di alcune riflessioni che rimangono ancora attuali. Si veda in proposito Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2011 (terza ristampa 2013)..
[4] Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2010, n. 9, in AAS 102 (2010), 46.
[5] Cf S. Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano 2009; Id., Mondializzazione e decrescita. L’alternativa africana, Edizioni Dedalo, Bari 2009; Id., L’economia è una menzogna, Bollati Boringhieri, Torino 2014; Id., Breve trattato sulla Decrescita serena e come sopravvivere allo sviluppo, Bollati Boringhieri, Torino 2015.
[6] Cf Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n. 42.

L’enciclica di papa Francesco sull'ambiente
Mario Toso

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