Preparazione

dei Salesiani

per il mondo

del lavoro

Juan E. Vecchi

 1. Alcune costatazioni

Questa relazione è stata collocata alla conclusione delle nostre giornate di studio, proprio come momento di sintesi. Dovrebbe raccogliere alcune linee di forza del Convegno e indirizzarle sul tema della qualificazione pastorale del salesiano impegnato nel mondo del lavoro.
Premettiamo alcune costatazioni. La letteratura sulla pastorale del mondo del lavoro è abbondante. Un giudizio più cauto merita la sua concretezza e la sua unità di indirizzo. Appare con una prevalenza di enunciazioni di principi con cui non sembrano collegate azioni comunitarie unificate ed efficaci. Queste sono affidate al coordinamento operativo a diversi livelli, il quale a sua volta cerca nella letteratura i punti di coagulo dell’azione, e dalla letteratura è rimandato nuovamente ai principi. Soprattutto quando dalla descrizione della pastorale si passa al pastore, all’anima e alla prassi che lo caratterizzano ci si deve appellare alle esperienze dei singoli. Non sembra esserci un itinerario di preparazione sperimentato, né un insieme di contenuti vagliati. Azione e formazione di operatori sono in deficit riguardo alla riflessione sulle generalità della pastorale del lavoro.
Tra di noi l’ultima volta che si è parlato in maniera piuttosto pressante e sistematica su una preparazione specifica dei Salesiani per operare nel mondo del lavoro è stato in occasione del Capitolo Generale XIX (anno 1965). Questo Capitolo dedicò un documento veramente generoso (17 pagine) all’azione dei salesiani tra i giovani lavoratori, riproponendo criteri, contenuti e ruoli e analizzando in quest’ottica l’Oratorio, il Pensionato e le presenze scolastiche. Una delle sezioni del documento porta come titolo: «Preparazione dei confratelli ecclesiastici e laici» ed esprime questi propositi: «Nella formazione generale di tutti i salesiani, siano essi ecclesiastici o laici si cerchi di orientarli verso entrambi i tipi di scuole, quelle per studenti e quelle per giovani lavoratori ... Venga perseguita tempestivamente anche per i chierici e i giovani sacerdoti una specifica preparazione nei compiti da svolgere nelle scuole professionali, selezionando gli idonei e mettendoli in grado di acquisire le abilità e i titoli di studio occorrenti per le varie mansioni. La preparazione culturale e professionale di tutto il personale addetto alle scuole professionali sia svolta almeno al livello richiesto nelle corrispondenti scuole della nazione in cui si opera» (Atti CG XIX, pag. 121).
Questi obiettivi di qualifica sarebbero stati assicurati da corrispondenti strutture e ruoli. Difatti si propone a livello ispettoriale «una commissione per l’educazione dei giovani lavoratori con compiti di studio, di documentazione e di consulenza» Si aggiunge un «Delegato ispettoriale per l’educazione dei giovani lavoratori … al quale si affida di mantenere rapporti con le case per quanto concerne tale educazione». E ancora si auspica «una commissione centrale per l’educazione dei giovani lavoratori sotto la presidenza del Consigliere della Pastorale Giovanile, la quale provveda allo studio e alla documentazione» (Atti CG XIX, pag. 125).
Sono interessanti anche gli accenni alla preparazione specifica dei confratelli che svolgono ruoli nelle scuole professionali: Consigliere professionale, Preside, Capo laboratori. C’è ancora d’aggiungere che nel documento sugli Apostolati Sociali, il capo V è dedicato «all’Apostolato tra i lavoratori»: «Si dia vita a tutte le forme possibili ... Parrocchie e Oratori dovrebbero m opportuna collaborazione con le opere diocesane e nazionali, religiose e sindacali ...». «Anche per questo lavoro occorrono evidentemente degli specialisti ai quali si potrà provvedere mediante gli organismi e le iniziative pastorali di cui si è parlato sopra, avviando per tempo chierici e coadiutori, cooperatori ed ex-allievi a tale tipo di apostolato» (Atti, CG XIX, pag. 152).
L’apertura della Congregazione a campi pastorali notevolmente diversificati dal punto di vista dei contenuti, dei fenomeni caratterizzanti e delle tecniche da adoperarsi, tali come i mezzi di comunicazione sociale, le parrocchie, gli ambienti scolastici, ha moltiplicato le richieste di formazione specifica almeno per alcuni settori. In proposito si possono leggere le direttive del CGS riguardanti la preparazione del personale che lavorerà nelle parrocchie con gli accenni ai tre tempi: la formazione iniziale, la preparazione immediata, la formazione permanente (cfr. n. 440), direttive ribadite dal CG XXI: «I confratelli destinati alla parrocchia ricevano una formazione specifica che sottolinei e sviluppi anche i valori dello stile salesiano nella vita e nell’azione (cfr. n. 142 d). Simili raccomandazioni sono espresse e ripetute nei due capitoli riguardo agli operatori nel settore della comunicazione sociale (cfr. CGS nn. 454-455 e CG XXI n. 152) e riguardo a coloro che si preparano per inserire il carisma salesiano nelle Chiese nuove (cfr. CGS 473, 479).
La pastorale scolastica è emersa anche come un campo specializzato che richiedeva una qualifica particolare. Il CG XXI si esprime: «Preparare persone che operino nell’area scolastica. Si tratta di un lavoro specializzato con compiti e possibilità che richiedono lunga formazione culturale e conoscenze pastorali specifiche» (n. 13 3).
Coloro che operano a tempo pieno nell’area del lavoro attraverso programmi, non hanno avuto ultimamente una considerazione simile.
Qualche vuoto è stato salvato dalla riflessione sulla figura del salesiano coadiutore. Questa figura difatti è stata determinante nello sviluppo delle nostre presenze educative per il mondo del lavoro. Però è evidente che l’asse della riflessione varia notevolmente se la si imposta sulla identità e possibilità di una figura di salesiano, oppure sulle esigenze globali che emergono dalla pastorale del lavoro; esigenze che includono azioni e programmi che impegnano la comunità con tutte le sue vocazioni e richiedono scelte di campo a diversi livelli.
Davanti a siffatta costatazione è legittima la domanda: sarà stata avvertita la rilevanza che il lavoro e i fenomeni personali, culturali, sociali e politici ad esso collegati hanno sulla prassi educativa e pastorale?
Una manciata di stimoli alla preparazione per affrontare con più attrezzatura culturale e più addestramento pratico il mondo del lavoro ci vengono dai Regolamenti, dalla Ratio e dai Capitoli. Stimoli che hanno bisogno di sviluppo e attuazione pratica.
I Regolamenti Salesiani stabiliscono un principio di specializzazione pastorale quando dicono all’articolo 82: «assicurata la formazione generale, ogni confratello studierà con i superiori il campo di qualificazione più confacente alle sue capacità personali e alle necessità dell’Ispettoria».
Il CGS, sebbene non propose come tema di studio la pastorale salesiana nel mondo del lavoro attraverso opere, presenze e attività totalmente dedicate ad essa, tuttavia rilevò questa componente nell’azione di insieme di alcune presenze. Riferendosi al lavoro nelle parrocchie dice: «L’azione pastorale e di testimonianza tra i lavoratori è uno degli impegni che caratterizzano la nostra vocazione di servizio delle classi bisognose. Sacerdoti e coadiutori, chiamati a questa missione, dovranno prima di tutto approfondire l’ascolto e la conoscenza delle masse operaie, dei loro problemi, ansie e aspirazioni, delle cause del loro atteggiamento nei confronti della Chiesa e della fede» (n. 413).
La Ratio della Formazione Salesiana indica come speciale manifestazione della capacità pastorale del salesiano «una vigile sensibilità verso il mondo del lavoro, particolarmente verso le masse operaie e la gioventù bisognosa in un tempo in cui l’accentuazione tecnica ha portato questo mondo, la sua organizzazione e il suo sviluppo a prescindere praticamente dai valori religiosi» (n. 133).
E anche come conclusione di questi rilievi sorgono delle domande. C’è bisogno oggi di una preparazione differenziata per affrontare il complesso mondo del lavoro? Basta la formazione generale sacerdotale e religiosa e un movimento personale di «carità pastorale»? Deve concepirsi questa preparazione soltanto come qualifica tecnica o, come asseriva il CG XXI, anche come qualifica pastorale?
A supporto della legittimità di tutte le domande precedenti mi si consenta un rilievo di attualità e una meditazione storica. All’uscita del catechismo italiano dei giovani, non pochi rilevarono che il suo linguaggio e la sua impostazione esistenziale rispondeva ad una ipotetica problematica della numerosa gioventù di scuola media superiore. Lo si trovava piuttosto lontano dal mondo, dalle preoccupazioni, dal linguaggio e dalla forma in cui i giovani lavoratori si pongono i problemi. Sulla scorta di simile osservazione negli ambienti di lavoro alcuni catechisti hanno percepito la necessità di collegare il messaggio evangelico alle esperienze significative e connaturali dei giovani che si avviano al lavoro e ne vivono già le caratteristiche e le tensioni, e di produrre testi differenti a cui hanno dovuto dedicare anni di studio e di applicazione in équipe.
Questo ci indica che non si tratta di differenze superficiali. Il contenuto dell’evangelizzazione non è una sintesi concettuale, ma la vita di persone in situazione, salvate da Dio. Non si trattava, dunque, di un «adattamento», ma di una vera traduzione e incarnazione. E hanno avvertito che non sarebbe stata possibile tale incarnazione senza piantare la propria tenda e la propria riflessione tra i giovani operai.
Forse il fenomeno che ci insidia per essere evangelizzatori efficaci nel mondo del lavoro è l’allontanamento di sensibilità e di cultura riguardo al sistema di rapporti, agli interessi, ai problemi e modelli di vita di coloro che vivono in questo mondo.
E qui si inserisce la «meditazione storica». Per molto tempo i laboratori e le susseguenti scuole professionali salesiane cercarono di rappresentare in piccolo l’ambiente e la struttura di lavoro in cui il ragazzo si sarebbe inserito. I salesiani per origine appartenevano ed erano vissuti nello stesso ambiente contadino-artigianale dei giovani lavoratori. Le grandi convinzioni trasmesse con parole e immagini rivelano identità di humus umano, sociale e religioso, oggi diremmo culturale. Rendersi simili ai giovani era possibile perché gli educatori erano nati nello stesso ambiente, avevano avuto una giovinezza per tanti aspetti simile, convivevano quotidianamente, parlavano lo stesso linguaggio di immagini e di terminologia addirittura dialettale.
La definizione della missione e dello stile pastorale conserva ancora nei nostri testi la chiarezza delle intuizioni e degli slanci degli inizi. «I giovani di ceti popolari che si avviano al lavoro trovano spesso difficile inserirsi nella società e nella Chiesa». I salesiani intendono guidarli «a prendere i! loro posto nella vita sociale, culturale e religiosa del loro ambiente» (Costituzioni Salesiane 11), guidati da un atteggiamento di fondo, «la simpatia, la volontà di contatto, la conoscenza del mondo giovanile e popolate, la solidarietà in tutti gli aspetti legittimi del loro dinamismo» (Costituzioni Salesiane 16).
Dove gli ambienti pur difficili sono meno dissimili rispetto alle esperienze degli inizi, si trovano realizzazioni e sviluppi impressionanti. Comunità e confratelli offrono, come vuole l’articolo 18 delle Costituzioni Salesiane, «il pane del corpo, la competenza in una professione, la cultura intellettuale». In situazioni differenziate, sempre con qualche somiglianza con il primo Valdocco, prepararsi per intervenire nel mondo del lavoro vuoi dire portare un’esperienza e un messaggio religioso, arricchirsi di tecniche e conoscenze da trasmettere, munirsi di capacità di comunicazione, affinarsi in sensibilità e umanità per cogliere fenomeni umani ancora non interpretati né curati da altre forze.
Ma proprio questi risultati ci interpellano per contrasto sulla nostra preparazione, dove il contesto socio-economico-culturale impone una diversa presenza ecclesiale ed educativa. Si impone una preparazione diversa, difficile anche da ipotizzare perché non fondata su una esperienza precedente, in quanto questa realtà storica in cui ci si inserisce è nuova nella storia. L’evoluzione tecnologica, la trasformazione del tipo di operaio, il crescere della categoria dei tecnici e dei quadri intermedi, l’industrializzazione delle campagne, il lavoro femminile, sono problemi che investono anzitutto società politiche e atteggiamenti personali. Ma interpellano anche una pastorale che voglia essere realistica.
Nessun salesiano, o almeno non tanti quanti a Valdocco condividevano le radici e la cultura nativa dei loro ragazzi, può oggi sentire come sue di istinto la mentalità e le problematiche di questo mondo che fino a poco tempo fa non esisteva e che neppure oggi esiste in nessun ambiente esattamente con le caratteristiche che si studiano.
Parliamo, dunque, di preparazione nel senso di una sensibilità di acquisire, di una capacità di interpretazione e intervento che vanno ricuperate, perché pur essendo radicare nella tradizione e nel carisma, come è stato chiarito nella prima relazione, potrebbero risultare inoperanti data la distanza che sembra essersi creata tra le diverse componenti della cultura attuale.
Non si tratta solo del coadiutore, sebbene questa figura è sempre in primo piano quando si parla di scuole professionali. Ma sono laici e sacerdoti che si preparano assieme ad offrire ciascuno con le proprie competenze una testimonianza e un servizio comune di fede e di umanità.
Quando si parla di preparazione ci si può riferire a iniziative, programmi e strutture che assicurino una qualifica.
Io offrirò alcuni spunti per sottolineare quattro linee di crescita.

2. Coscienza e senso «pastorale»

Il lavoro costituisce un’esperienza fondamentale della esistenza umana (cfr. LE 4). Ha prodotto vantaggi e scarti e soprattutto ha modellato la persona, la società non soltanto esternamente ma nel nucleo più intimo, dove l’uomo elabora il senso dell’esistenza. Si parla appunto di un «mondo», per indicare che la scelta e il significato travalicano i beni che si producono e le attività che si vedono e affondano le radici nelle persone e nel patrimonio comunitario, sui quali si riversano anche le conseguenze. Attorno al lavoro si aggregano forze diverse con propositi diversificati, che concorrono, nei migliori dei casi, a una visione piena e a uno sviluppo totale delle sue possibilità.
Il primo nucleo di crescita importante per un pastore, per un religioso è avere una coscienza chiara e permanentemente approfondita del significato che lui porta in questo insieme. Il servizio pastorale è legato alla realtà della Chiesa, alla fede in Gesù Cristo, alla speranza della salvezza e all’amore che ci fa intravvedere la redenzione e partecipare ad essa.
La Chiesa condivide le aspirazioni e il travaglio del mondo del lavoro, dando un suo contributo originale: una lettura in Gesù Cristo delle speranze che emergono e dei conflitti che si sviluppano, e l’annuncio della salvezza dell’uomo da parte di Dio. La Chiesa - ci dirà ancora la LE - «vede un suo dovere particolare nell’elaborazione di una spiritualità del lavoro, tale da aiutare tutti gli uomini ad avvicinarsi per il suo tramite a Dio» (LE 24).
Questo costituisce la pastorale e l’apporto tipicamente cristiano. Se i cristiani, attraverso le loro svariate e complementari vocazioni, non riuscissero a dare questo apporto, priverebbero il mondo del lavoro di un contributo che non può venire da altri. Si tratta, in ultima analisi, di evangelizzare secondo l’ampio significato del termine, che viene presentato nella Evangelii Nuntiandi, cioè trasformare dal di dentro mediante la parola che esprime la verità e chiama a conversione.
«Occorre lo sforzo interiore dello spirito umano, guidato dalla fede, dalla speranza e dalla carità, per dare al lavoro dell’uomo concreto quel significato che esso ha agli occhi di Dio, e mediante il quale esso entra nell’opera della salvezza al pari delle sue trame e componenti ordinarie» (LE 24).
La storia cristiana è una storia spirituale, cioè di lotta per il senso della vita. E cosi è anche la pastorale. E chiaro che parliamo di spiritualità non come di un aspetto staccato o di un’esperienza interiore avulsa dalla situazione storica dei credenti, ma come la sua sorgente più profonda. Da essa attingiamo le ragioni del nostro vivere quotidiano e i motivi che danno forza, senso e indirizzo a piani e programmi.
Quello che ci fa vivere in Dio lo svolgimento del nostro impegno, ci fa divenire ricchi di fede, di speranza e di iniziative, ci fa accettare di buon grado, nella fiducia del seme, le lentezze, la scarsità di forze, le tenebre dell’esistenza, e vedere nei segni il futuro dell’uomo.
La spiritualità è propria di ogni uomo aperto al mistero, che vive più in là delle apparenze. Nel cristiano è frutto della presenza dello Spirito. Esso lo spinge a fare un’opzione storica fondamentale, secondo la visuale di Dio manifestatasi in Cristo a favore dell’uomo, ad approfondirla e a mantenerla nel flusso della vita e degli eventi. In questo senso, spiritualità significa identità: mantenere chiaro l’orizzonte significativo, vivere nella storia l’esperienza della presenza di Dio, scoprire la sua azione negli eventi salvifici, arrivare ad una profonda conoscenza dell’uomo e impegnarsi a fondo per il destino del mondo.
Da questa spiritualità, più che dall’analisi stessa culturale, verrebbe la capacità di vivificare la cultura dall’interno, di dinamizzarla obbligandola costantemente a uscire dai suoi limiti e insediamenti in nome della speranza. Spiritualità è, quindi, cogliere e inverare la fede nel vissuto, una particolare maniera di sintetizzare vitalmente i valori cristiani secondo diversità di punti prospettici.
Non può essere supposta o data per scontata, in un discorso anche specifico sulla nostra presenza nel mondo del lavoro. Difatti ad essa è legato il senso pastorale, i cui interrogativi non sono risolti una volta per sempre, ma richiedono rimeditazioni e approfondimenti, assimilazione di dati nuovi e ricupero di motivi. Si tratta di essere non soltanto attivi, ma soprattutto consci dei significati di esistenza di cui siamo portatori.
La pastorale del lavoro - si asserisce - è una modalità necessaria nella pastorale normale e generale. Lo esprime con chiarezza il Documento della Commissione CEI per i problemi sociali [1]: la pastorale del mondo del lavoro è la pastorale della società industriale (cfr. Introduzione e n. 22).
Piuttosto che un settore staccato è una prospettiva che ogni chiesa locale assume ed esprime attraverso atteggiamenti di ascolto, di comprensione, dialogo e impegno in una società trasformata e segnata dal lavoro. Si sviluppa attraverso le presenze di chiesa che diventano centro di comunicazione e partecipazione di persone di diversa estrazione e mentalità. Si manifesta nella sensibilizzazione generale e nello spazio di dialogo che ai problemi del lavoro si dia nella comunità.
Le sue linee di azione sono quelle tipiche di ogni pastorale: l’annunzio profetico della salvezza, la celebrazione con linguaggio, segni e gesti comprensibili, e il servizio che, superando la sola informazione, programma in linea con la storia interventi che testimoniano l’Assoluto, propongono, anche se a livello quantitativamente modesto, una qualità di vita e denunciano criticamente situazioni inumane, cioè il prezzo umano con cui si sta pagando il benessere (emarginazione, disoccupazione).
Ma allo stesso tempo la pastorale del lavoro è un’azione specializzata, portata avanti da alcuni membri della Chiesa, muniti di una visione ricca della sua realtà salvifica, addestrati ad un intervento in condizioni particolari, preparati per una lettura evangelica dei fenomeni che sono sorti in questo mondo.
Da questo doppio movimento pastorale della Chiesa all’interno della storia del mondo provengono le prime indicazioni per una crescita della coscienza pastorale.
Essa richiederà nel salesiano lo sviluppo di un profondo senso di appartenenza alla Chiesa come comunione di tutte le forze che collaborano alla salvezza e la cui manifestazione sono i seguenti atteggiamenti: la coscienza della missione comune, il riconoscimento del pluralismo degli apporti e dei carismi che operano in comunione e complementarietà, la apertura dunque alle diverse manifestazioni della fraternità cristiana e della collaborazione operativa.
Li renderà sensibili alle esigenze che comporta il dialogo della Chiesa col mondo d’oggi, tali come il riconoscimento di quanto di buono si elabora più in là delle file cristiane, la conoscenza del fenomeno dell’ateismo e della areligiosità, delle sue radici e delle risposte vitali che richiedono dal credente. Soprattutto esigerà un ancoraggio rinnovato ogni giorno alla parola di Dio per illuminare ogni evento, azione, interrogativo o conflitto. È questo ancoraggio che ci dà l’intuito profondo proprio del popolo di Dio che legge i segni, discerne i valori e giudica la storia.
Ma i Salesiani si inseriscono nell’azione della comunità cristiana con un contributo carismatico particolare. L’esperienza di vita del Fondatore, la collocazione popolare, lo sviluppo delle iniziative educative fecero del lavoro uno degli elementi-cardini nella maturazione della mentalità e della spiritualità dei Salesiani. Il lavoro sarà, secondo Don Bosco, il loro distintivo sociale, che li renderà simpatici e accettabili alla società in via di secolarizzazione, più attratta dal senso da dare alla vita umana che da simboli religiosi istituzionali. Il lavoro darà il tono al loro stile di povertà, influirà sui rapporti comunitari e costituirà una caratteristica della loro pastorale. Più profondamente e più alla radice, il lavoro sarà sentito come partecipazione all’opera di Cristo per la redenzione del mondo ed esercizio di carità verso gli uomini.
A partire da questa esperienza spirituale i Salesiani diventeranno educatori dei giovani al lavoro, rivelatori del suo senso umano e soprannaturale. «Necessità educative e sociali intuite in perfetta relazione con i nuovi tempi - scrive l’Orestano - fecero scoprire a Don Bosco la grande legge di educare col lavoro e al lavoro. Del lavoro come strumento educativo Don Bosco senti la straordinaria potenza edificante della personalità umana in tutti i sensi e i momenti».
Il lavoro farà parte, dunque, dei contenuti educativi di tutte le iniziative salesiane oltre a ispirare ambienti particolarmente centrati in esso. Sarà proposto ai giovani non come castigo e nemmeno soltanto come dura necessità, ma come una grazia e come gioiosa esperienza educativa.
Il Capitolo Generale XXI ha raccolto questo tratto quando riferendosi alla scuola salesiana dice: «Insegna a vivere la caratteristica spiritualità del lavoro, mantiene un abituale e cordiale collegamento col mondo del lavoro» (n. 131).
Coscienza e senso pastorale vuoi dire consapevolezza che nel mondo del lavoro siamo annunciatori del V angelo assieme a tutta la Chiesa; consapevolezza della testimonianza religiosa segnata dal primato di Dio e dalla radicalità nel servizio; consapevolezza infine della singolare destinazione dei Salesiani al mondo del lavoro attraverso ]’iniziazione della gioventù ad esso.

3. Incarnazione culturale

Che l’evangelizzazione e il vissuto della fede siano collegati con la cultura è un’affermazione che non ha bisogno di un lungo commento. Si può in proposito, come unico e autorevole appoggio, citare il testo della Evangelii Nuntiandi: «Il Regno, che il Vangelo annunzia, è vissuto da uomini profondamente legati a una cultura». Occorre evangelizzare - non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici - la cultura e le culture dell’uomo, nel senso ricco ed esteso ... , partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti tra le persone tra loro e con Dio» (n. 20). E affinché questi rilievi non venissero limitati entro considerazioni soltanto geograf1che, soggiunge: «Per la Chiesa non si tratta soltanto di predicare il Vangelo in fasce geografiche sempre più vaste o a popolazioni sempre più estese, ma anche di raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita della umanità» (n. 19).
Ora un dato emerso fortemente da questo incontro è che il lavoro è passato da fenomeno individuale e funzionale al proprio sostentamento, alla categoria di cultura. E questo non soltanto perché i lavoratori hanno sviluppato una coscienza collettiva che si è espressa in movimenti, azioni e fatti tendenti a creare una società diversa nella quale emergesse di più la solidarietà, l’umanizzazione del lavoro, il protagonismo del popolo inteso senza discriminazioni come insieme di persone formanti la comunità politica. Ma soprattutto perché il lavoro ha fatto nascere nuovi modelli culturali: conoscenze innovatrici, aree di sviluppo personale, atteggiamenti davanti alla vita e comportamenti sociali, elaborazioni di ideali comuni, prassi politica. Il tutto ha originato una forma di convivenza dove la creazione e l’attività produttiva crea energia sociale, è base di solidarietà universale più in là delle frontiere nazionali, è fattore di umanizzazione e punto di aggregazione.
Nel mondo del lavoro sorgono fenomeni, si stabiliscono mete e scadenze storiche, si provocano lotte e opposizioni, si preparano professioni e ruoli sociali, si creano istituzioni con stile e finalità proprie. Il lavoro oltrepassa, dunque, la semplice attività: è una cultura. Vuol dire che per penetrarlo e capirlo non basta la conoscenza esterna e aneddotica, l’avvicinamento individuale, o la semplice buona volontà. Ha una struttura, ha rapporti, ha dinamismi interni, ha leggi di azione e reazione. Da questo mondo viene e a questo mondo si indirizza il giovane che noi incontriamo. Nella sua atmosfera respira e del suo humus si nutre.
Ora si può domandare: che impressione si ha quando si guarda alla preparazione generale, salvo casi di vocazioni individuali, che sacerdoti e religiosi hanno acquistato nella loro prima formazione e nella susseguente maturazione per affrontare questo mondo?
Mi affiderò ad alcuni documenti di gruppi autorevoli che hanno studiato questo interrogativo e che considero in possesso di dati più precisi di quelli di cui posso disporre io per conoscenza diretta. E li offro non come affermazioni indiscutibili, ma come stimoli per riflettere.
Quasi non c’è documento che non deplori un vuoto. Dobbiamo riconoscere - dice il Vescovo di Brescia in un lucido intervento [2] - che da parte della Chiesa sono abbondantissimi i documenti ... (cfr. n. 21). Sono però di fatto ignorati. «In troppe parrocchie il problema dei nostri lavoratori non è neppure preso in considerazione» (n. 166).
Non pochi operatori rilevano che raggiungiamo l’uomo che lavora nella sua esperienza familiare, nei suoi figli, nei suoi gesti religiosi e nel suo patrimonio morale che costituisce quasi il suo ambito privato, mentre tutta la realtà del lavoro rimane come un tema inesplorato, non evangelizzato e tagliato da qualunque altra considerazione di fede che superi un’etica fondamentale e quasi sempre generica psicologicamente.
Appare poi come primo proposito di futuro il non rimanere fuori della realtà lavoro-produzione, società e di cercar di capirla nei suoi dinamismi. A conferma possono essere citati innumerevoli raccomandazioni, da quelle che si riferiscono in forma generale allo studio della dottrina·sociale della Chiesa, fino ad altre più precise come l’indicazione del Sinodo tedesco del 1976 sul tema «Chiesa e mondo del lavoro» [3]. «Negli anni della formazione e della qualificazione tutti i collaboratori impegnati a tempo pieno nella pastorale dovrebbero far proprie quelle conoscenze teoriche e pratiche che permettano loro di occuparsi dei problemi della società industriale»(n. 3.5.).
È evidente anche un certo sforzo di superare il «dottrinarismo» cioè il procedere soltanto attraverso informazioni verbali. «Per tutto il periodo della formazione, i candidati al sacerdozio ... conoscano effettivamente per esperienza diretta la situazione esistenziale dei lavoratori» (ibidem). A questo indirizzo si aggiunge la raccomandazione 4: «Allo studio della dottrina sociale cristiana, prescritto come materia obbligatoria nelle facoltà teologiche ... , va unito un periodo di pratica nelle industrie preparato e guidato da specialisti». Il Sinodo riconosce il bisogno di «informazione, educazione», ma anche di «contatti» per chi non è lavoratore, per comprendere le condizioni di vita all’interno del mondo del lavoro (cfr. numero 2.2.).
Assieme a questa volontà tesa verso un futuro di maggior avvicinamento, si rilevano alcune remote che potrebbero essere quasi connaturali all’ambiente della formazione ecclesiastica: una preferenza inconscia verso le forme e i valori della cultura rurale che predispone negativamente al fenomeno tecnico-urbano, un’incomprensione ai fatti connaturali allo sviluppo della cultura del lavoro più collettiva, più politica, più mobile, più conflittuale, e un rifugio sereno in sintesi culturali che non assimilano la nuova realtà del lavoro.
Il documento sui problemi sociali del lavoro dell’Ufficio pastorale CEI, parlando dei sacerdoti anche direttamente impegnati con gruppi di lavoro in apostolati specifici, dice: «in genere nel clero è prevalente una mentalità di ceto medio che impedisce l’incontro e il dialogo con i lavoratori ... » (2.1.).
Tra le cause del triste distacco Chiesa-mondo del lavoro, si annovera anche un «certo atteggiamento di favore, parzialmente ancora in atto, verso una realtà contadina pre-industriale con qualche avversione verso la tecnica e i suoi sviluppi» (Vescovo di Brescia, Pastorale e mondo del lavoro, n. 23).
Sulla incomprensione da parte dell’elemento ecclesiastico di alcuni fenomeni ambivalenti, ma integranti il mondo del lavoro, potrebbe essere significativo raccogliere l’accenno di questi punti che rileva il Sinodo tedesco: «Molti sacerdoti e laici tendono a una visione unilaterale armonistica: secondo loro i conflitti sono soltanto un male; si nega semplicemente la contrapposizione effettiva di interessi, e quindi dei conflitti che ne derivano» (1.4.3.). «Riconoscere ai lavoratori il diritto di rivendicare ... mediante la lotta operaia risultò talora difficile a molti sacerdoti e laici nella Chiesa »(1.4.2.).
E sui limiti più generali che impedirono alla sintesi religioso-culturale di spostare alquanto l’asse contenutistico e metodologico verso il mondo del lavoro, senza rinunciare per niente alla centralità della riflessione di fede e ad un’antropologia fondata, si enunciano questi elementi di influsso:
- restrizione dello sguardo ai problemi intraecclesiali;
- il peso di una scienza teologica che è «rimasta invischiata nell’idea del mondo contadino o artigianale, in cui l’attività produttiva è legata alla gestione familiare e il rapporto di lavoro è inserito completamente nella realtà domestica e familiare »(Sinodo tedesco, n. 1.2.);
- preferenza ideologica per l’intervento assistenziale che non è in grado di risolvere problemi strutturali;
- l’atteggiamento indifferente o cauto davanti a qualsiasi provvedimento in favore dell’esercizio dei propri diritti;
- un insufficiente confronto con le correnti di pensiero e di prassi innegabilmente presenti e influenti nel mondo del lavoro, o un confronto in termini sorpassati senza prendere atto dei significati nuovi che ci sono sotto termini antichi. «Con grave danno della nostra credibilità, la discussione nei nostri ambienti corre ancora oggi sui vecchi binari, mentre in ambito ... internazionale ed ecumenico si usano con naturalezza le categorie dell’analisi sociale» (Sinodo tedesco, n. 1.5);
- l’integralismo eli pensiero che non ammette collaborazioni e in generale la poca rilevanza data al fenomeno operaio come fenomeno di futuro.
È ancora il citato documento dell’Ufficio Pastorale CEI che asserisce che non sentendosi attrezzati culturalmente «si è portati a vedere pericolo di turbamento nella comunità, di conflitti, di contestazioni» quando si inseriscono con le loro problematiche persone provenienti dall’esperienza del lavoro. La distanza dalla cultura del lavoro considerata come un tutto dinamico di valenze e rapporti, di mete e aspirazioni, di modelli di comportamenti e criteri, ha come effetto l’incomprensibilità del linguaggio, la difficoltà di percepire significati anche in gesti, dichiarazioni e atteggiamenti ineccepibili, ma fuori epoca. Il gruppo di lavoro della CEI trova che «il linguaggio non è comprensibile ... non chiama in causa chi ascolta» (Doc. CEI-9, n. 15.4). L’atteggiamento a volte autoritario e paternalistico dei sacerdoti rende difficile il dialogo, l’amicizia e una fraternità vera ..., come pure l’incomprensione della necessaria presenza dei laici nella evangelizzazione dei lavoratori.
Forse la realtà dell’incontro del mondo interno in cui si decantano e si elaborano i nostri messaggi e quell’altro mondo del lavoro si percepisce simbolicamente nell’incontro dei Papi con le fabbriche. Paolo VI (Taranto-Pomezia), Giovanni Paolo II (Terni, Rosignano-Solvay) in visita a luoghi dove il lavoro umano moderno ha le sue espressioni dure e tipiche, a giudizio comune di presenti, si trovano di fronte a un primo momento di stupore e difficoltà.
Il Papa era atteso e l’incontro lungamente preparato. La persona, i valori istituzionali e personali che rappresentava hanno sgelato l’atmosfera e sono stati vissuti non solo bellissimi momenti di dialogo, ma interessanti esperienze da approfondire in una riflessione pastorale. Ma non è mancato un certo dramma dell’impatto, un quasi silenzio e smarrimento. L’aveva espresso già Paolo VI, quando, rivolgendosi agli operai, aveva riconosciuto che non sapeva che parole scegliere. Ne furono testimoni quesiti e dialoghi a Rosignano. Ne è testimone quanto fu scritto dopo l’incontro collegiale del Consiglio di Fabbrica di Rosignano. La meraviglia che ci fosse disponibilità di incontro autentico, di ascolto attento, di vero desiderio di chiedere e capire, e non la presunzione collegata a una certa immagine della Chiesa come di chi non ha che da insegnare, o crede di aver a portata di mano la soluzione almeno teorica d’ogni questione in base a principi eternamente validi, anche di quelle questioni vissute da altri in prima persona.
Cioè è apparso un varco ancora non superato tra il riconoscimento della testimonianza personale e l’immagine di una istituzione che, più in là di certi momenti felici e certi rappresentanti ispirati, è sempre legata a radici culturali almeno distanti da quelle in cui si fonda il mondo operaio-industriale.
E questa è la costatazione più scioccante: non c’è preclusione di principio al messaggio religioso; anzi il gruppo CEI riconosce la permanenza e la forza di sentimenti religiosi e di abitudini cristiane, manifestati in gesti e fatti. C’è invece uno stacco culturale e di prassi sociale.
Pur ammettendo che queste convinzioni non hanno un fondamento totalmente obiettivo, il fatto che siano cresciute silenziosamente, accusa allontanamento di mentalità più che cause morali o azione di cattiva volontà da parte di persone interessate.
Preparazione al mondo del lavoro non significa, dunque, soltanto acquisizione di un certo sapere settoriale, ma capacità di percepire, di valutare, di sintetizzare cultura non con una selettiva mentalità da ceto medio, ma con sensibilità ben più aperta e disponibilità.
Un movimento favorevole a questo è già peraltro in corso nella Chiesa e ciò costituisce l’aspetto positivo dell’analisi, movimento che si manifesta sia nella sfida di una riflessione aggiornata, lanciata dalla Laborem exercens, sia dalla nuova volontà di presenza emersa in molte chiese locali.
Il nostro ministero di pastori-educatori non soltanto ci richiama al messaggio evangelico, ma ci colloca nella cultura dove si giuocano i significati. Non potremmo prepararci a svolgere un ministero nel mondo del lavoro a meno che non ci immergiamo in questo mondo, cogliendo le sue forze sane e preparandoci a contestare i suoi idoli.
Dalla fusione tra coscienza pastorale e immersione culturale dovrebbero originarsi una sintesi vitale attuata nella persona stessa e nella comunità, e il conseguente sviluppo degli atteggiamenti auspicati da tutti i piani pastorali preparati in vista del mondo del lavoro: è l’ascolto, che significa studio, esperienza di penetrazione, immedesimazione; la comunione, condivisione nel mistero pasquale delle preoccupazioni del mondo del lavoro, dei criteri e delle azioni della Chiesa in esso; il servizio, cioè di animare la crescita, scoprirne e difenderne la dignità.

La qualificazione educativa

La dimensione educativa è così interna alla missione e allo stile pastorale salesiano che viene inserita in tutti i programmi e caratterizza tutte le strutture e tutti gli ambienti, siano essi formalmente ed esplicitamente educativi, o si considerino di attendimento pastorale più generale. Il salesiano, secondo la definizione raccolta nelle Costituzioni e commentata in autorevoli testi, è un pastore-educatore e il suo progetto d’intervento è educativo-pastorale.
Forse l’esempio più chiaro di come si vogliono congiungere e fondere questi due aspetti si intravede in quanto il Capitolo Generale XXI dice sulle parrocchie: «La parrocchia salesiana evangelizza secondo lo stile e lo spirito del progetto educativo-pastorale salesiano (n. 140)». O in forma più generale, ma anche più fondamentale: «come persone e come comunità ... abbiamo un carisma specifico per cui ci dedichiamo all’educazione» (n. 15).
Questa accentuazione richiede di acquisire competenza specifica nell’accompagnare la crescita armonica e integrale dei giovani che vengono dal mondo del lavoro o vanno verso di esso. Si tratta d’introdurre i giovani, attraverso conoscenze ed esperienze progressive e adeguate, non tanto in un processo di produzione, quanto in una società in cui i rapporti originati dal lavoro sono determinanti e conflittuali, e aiutarli a costruire una personalità unificata. Il buon cittadino e il buon cristiano si fondono nel lavoratore competente e critico, con volontà e capacità di partecipare alla cultura. È un compito più specifico che l’annuncio generale della parola evangelica. Nella Chiesa ci colloca in un’area specializzata della pastorale, mentre nella società civile ci identifica professionalmente. E questo risponde anche al desiderio di Don Bosco che i suoi religiosi fossero cittadini come gli altri, che assumessero, se pur con piena e chiara ispirazione pastorale, un lavoro stimabile in termini di professionalità e di rendimento sociale.
La professionalità educativa si basa sulla conoscenza sufficiente delle scienze dell’educazione applicate all’area del lavoro. Si manifesta particolarmente in tre momenti e operazioni.
Il primo è la capacità di analisi della condizione dei giovani nell’area del lavoro. A questo riguardo ci avverte il CG XXI: «L’evangelizzazione passa sempre più obbligatoriamente attraverso l’analisi delle situazioni di vita che incidono sulla personalità giovanile. I modelli che l’ambiente presenta, le aspirazioni, le tensioni e le rivendicazioni che induce, trovano spesso accoglienza e solidarietà nell’animo dei giovani » (n. 20). « Si tengano in conto le loro esigenze specifiche e la loro appartenenza al mondo dello studio o della fabbrica, al mondo dei campi o dell’impiego »(n. 29). Questa conoscenza è, dopo il Vangelo, il criterio fondamentale per concretizzare le nostre scelte e impostare i nostri programmi.
Si insiste che debba essere sufficientemente seria, non basandosi semplicemente su impressioni o su approssimazioni generiche. Per noi il punto risolutivo è soprattutto scoprire quelle attitudini e aspirazioni che sembrano avere riferimento al Vangelo. C’è sempre una segreta solidarietà e richiamo tra quello che emerge dai segni e la Parola di Cristo ed è necessario esplicitarla, chiarirla e procedere oltre, poiché i segni dei tempi non esauriscono le possibilità della parola.
La persona è al centro della nostra missione. Non dobbiamo però concepirla in forma astratta. Nel caso del giovane lavoratore non dobbiamo fermarci ai problemi e alle aspirazioni connesse soltanto con il fatto della sua giovinezza, ma assumere i fenomeni tipici del mondo del lavoro e risolvere positivamente la loro incidenza sui giovani.
Alcuni di questi fenomeni sono comuni alle diverse aree europee e hanno attinenza col compito educativo.
È diffusa una mentalità che sottovaluta il lavoro tecnico, anche quando si realizza a buon livello, e concede status alla preparazione intellettuale che porta più facilmente a funzioni direttive e a ruoli di comando. In qualche parte si è indicata la scuola professionale come scuola di seconda classe. Viene considerata come una forma di promozione o di ricupero sociale, riservata a giovani provenienti da famiglie di minori possibilità. La scelta della scuola professionale non potrebbe essere determinata che da un limitato livello di aspirazione (carenza di motivazione per livelli più alti, scarsità di risultato scolastico), o a causa della condizione socio-culturale della famiglia (difficoltà economiche, mancanza di stimoli, limiti sociali).
La precarietà di occupazione e la difficoltà di impiego colpiscono egualmente intellettuali e operai. Questi sanno che affrontano un tempo in cui la meccanizzazione crescente e la automazione modificano costantemente compiti e professioni. Dai mestieri che si esauriscono e ricompongono nasce il fenomeno dell’attività spersonalizzata e puramente funzionale come mezzo di sussistenza, più che come attività creatrice e come espressione della persona. C’è dissociazione tra efficienza e spontaneità rispetto ai risultati e alle modalità delle prestazioni. Così la cultura industriale, malgrado gli sforzi, cammina verso un’immensa massa di subordinati e la non partecipazione risulta inevitabile.
La persona si scinde a poco a poco e cerca le gratificazioni fondamentali in altri settori della propria esistenza, eliminando il lavoro dai fattori di perfezionamento, di donazione e di progresso. Lavora in un settore per fare fronte alla propria sussistenza; però realizza la propria umanità in altri settori (famiglia, circoli di amici lotta politica).
La tendenza all’automazione trasforma poco a poco la civiltà del lavoro in civiltà del consumo. La società industriale si fonda su alcuni principi assunti come valori indiscussi: il massimo vantaggio, il principio di produzione, la concentrazione del potere economico. L’etica del lavoro si cambia in morale del guadagno e del consumo. Il centro di gravitazione di tutta la vita slitta insensibilmente verso il tempo libero, verso il non lavoro, ove la persona costruisce liberamente la propria identità e arricchisce il suo patrimonio culturale.
In questa rifondazione della vita si fanno presenti le ideologie come tentativo d’interpretazione del processo storico, come sforzo di trasformazione delle strutture, di umanizzazione dei rapporti di lavoro, di produzione, di proprietà, di partecipazione nel politico; e come «utopia» per l’edificazione di un futuro.
Questo insieme di stimoli, aspirazioni storiche e sforzi di costruzione sociale non è esente da tentazioni e pericoli. Ciò che il giovane lavoratore incontra e incontrerà frequentemente sono la visione materialista e chiusa della vita umana, la tentazione della violenza, lo egoismo di classe, con i sentimenti corrispondenti di ostilità per chi non condivide con lui gruppo e tendenze.
Incertezza economica, mancanza di sbocchi professionali, incontro con le ideologie, senso d’inferiorità, divisioni interne, sono i problemi educativi che deve affrontare chi si propone, come i Salesiani, di costruire persone e inserirle nella società.
Come si potrebbe operare una fusione tra fede e vita se questi fenomeni e altri simili non fossero umanizzati ed evangelizzati? E come potrebbero esserlo se la comunità di educatori, e non già qualcuno isolatamente, non si dedicasse a capirli dall’interno, nelle loro cause e nei loro dinamismi?
Il Capitolo Generale XXI esorta i Salesiani a essere specialisti della realtà giovanile e a offrire nell’ambito delle chiese locali la conoscenza acquisita attraverso gli studi e i contatti reali.
Il mondo del lavoro si evolve con rapidità. In esso i giovani non trovano facilmente una loro collocazione, né riescono facilmente a integrare fede e vita in un contesto di cui molti elementi non erano prevedibili.
La missione salesiana ci chiederà nell’immediato futuro di approfittare dell’insieme delle nostre presenze, per poter pervenire a una maggior profondità di comprensione della situazione dei giovani che provengono e si dirigono al mondo del lavoro. E questo è un primo aspetto della professionalità educativa che la nostra collocazione tra la gioventù può renderei capaci di offrire alla Chiesa.
La professionalità ci spingerà ad accrescere la capacità di progettazione educativa. Non è concepibile in educazione procedere individualmente per entusiasmo spontaneo, o ripetendosi anno dopo anno, mentre attorno a noi le domande cambiano.
Viene opportuno richiamare qui un’osservazione del CG XXI: «Un lavoro educativo per essere concreto e offrire un servizio utile non può limitarsi a principi generali e a orientamenti generici. Deve indicare con precisione i contenuti e i metodi, perché siano dati ai giovani in fase educativa quell’attenzione e quel rispetto che ci insegna la pedagogia di Dio» (n. 20).
Il compito educativo soffre l’impatto oltreché del ritmo evolutivo della società, della pluralità delle scelte possibili in termini di programma, obiettivi intermedi e contenuti su cui giuocare le forze disponibili, e delle innovazioni didattiche.
Nella dispersione degli interventi giornalieri non collegati si può perdere anche quel quadro di riferimento antropologico ed evangelico che dà senso alle singole proposte.
Nessuno sopravvive nella cultura odierna senza sottomettersi a delle riformulazioni periodiche delle proprie sintesi, e senza essere cosciente del risultato finale e totale a cui si indirizzeranno i propri contributi. Questa è forse la ragione profonda per cui negli ultimi tempi si è insistito sul progetto come operazione unificante della mentalità e degli interventi e allo stesso tempo come atteggiamento innovativo, capace di seguire il ritmo della realtà e di dare risposte adeguate alle domande e proporzionate alle possibilità.
Finalmente la professionalità dovrebbe aiutare a sviluppare gli abiti, i metodi e gli atteggiamenti di verifica.
Un aspetto particolare della nostra qualifica educativa è la pedagogia religiosa, cioè la capacità di formare i giovani nella fede attraverso itinerari specifici che assumano le loro esperienze e si adeguino al loro linguaggio.

Prassi di animazione comunitaria

La nostra azione si svolge attraverso comunità. «La formazione di vere comunità educativo-pastorali basate sulla corresponsabilità e collaborazione è uno degli obiettivi principali del nostro rinnovamento» (CG21 62).
Non rientra nello spazio di questa relazione approfondire i fondamenti di questa linea di azione, valida per tutte le presenze salesiane. Il farlo, però, darà agli operatori il senso della sua urgenza e della sua attinenza con la evangelizzazione, eliminerebbe resistenze e aiuterebbe a capire i nuovi ruoli della comunità religiosa.
Tre sono i nodi della comunità educativa: l’identità cristiana e salesiana, il dinamismo interno di partecipazione costruttiva, il collegamento con altre forze educative e soprattutto col territorio.
Una felice soluzione di questi problemi mette sul tappeto la questione della capacità animatrice dei salesiani.
C’è una parola chiave molto usata io questi ultimi anni: animare che non conviene ridurre all’organizzare o dirigere. «L’animazione nel suo significato originale fa pensare anzitutto all’attività interiore dell’anima come energia di vita, di crescita armonica, di coesione articolata delle parti: attività che dall’interno fa crescere la partecipazione di tutti i membri nella vita del corpo» (CG21 46).
Conviene mettere in chiaro alcuni punti strategici, che sono pregiudiziali per il risultato. Eccoli.
- Che la comunità religiosa (la comunità tutta, non uno o due di essa) riconosca il suo ruolo all’interno della comunità educativa e pastorale, con le conseguenti modifiche di orari e attività che questo comporta. Si dice a questo proposito: « formare la comunità educativa con la partecipazione dei salesiani come animatori»; e sembra che su questo fulcro riposino le speranze di arrivarci. Ai Salesiani toccherà guidare il processo, affinché la comunità sia evangelizzata ed evangelizzatrice (Cfr. CG21 132).
- Che avendo riconosciuto e accettato «in solidum» questo ruolo, lo concretizzi in iniziative e programmi. L’animazione difatti non consiste in parole di incoraggiamento, ma io chiarezza di finalità, unione di membri, coscienza della missione ed entusiasmo nell’opera che si svolge.
- Che questo coinvolgimento non si esprima soltanto nei momenti «istituzionalizzati» ma si allarghi alle attività libere. «Ogni comunità - dice ancora il CG XXI -programmi annualmente attività e incontri che aiutino a superare il livello burocratico dei rapporti e a instaurare un ambiente comunitario permeato dallo spirito evangelico di libertà e di carità» (n. 13 3).
La vita di una comunità educativa e le sue possibilità di camminare cosciente e unita in un progetto dipende dal fatto che i Salesiani prendano su di loro questo ruolo di animare nella linea educativa, pastorale e salesiana. Ma i Salesiani non prendono questo ruolo quando non hanno maturato in determinati criteri di azione, non hanno acquistato le relative conoscenze e non si sono inseriti progressivamente in una prassi di animazione.

Conclusione

Coscienza e senso pastorale, sensibilità culturale, livello professionale, capacità animatrice: sono i quattro nuclei attorno ai quali organizzare la preparazione dei Salesiani per il mondo del lavoro.
Le iniziative e le opportunità, alcune indicazioni per un cammino futuro è il compito di riflessione affidata ai gruppi.

NOTE

1 COMMISSIONE PER I PROBLEMI SOCIALI, Documento pastorale. La Chiesa e il mondo del lavoro, coll. Documenti CEI n. 9, LDC, Leumann 1977.
2 MORSTABILINI L., Pastorale del mondo del lavoro, coll. Maestri della Fede, n. 115, LDC, Leumann 1977.
3 SINODO NAZIONALE DELLA GERMANIA FEDERALE, Chiesa e mondo del lavoro, coll. Maestri della Fede, n. 113, LDC, Leumann, 1977.

L’intervento di don Juan Vecchi, allora Consigliere della Pastorale giovanile, è stato tenuto all’interno del Convegno “Salesiani nel mondo del lavoro”, promosso dal Dicastero Pastorale Giovanile con la collaborazione del CNOS nei giorni 9-15 maggio 1982.