La vita comune

Sintesi "commentata" del libro di Bonhoeffer

Come utile sussidio "didattico" e come avvio alla lettura personale del testo, offriamo qui uno strumento utilizzato in una parrocchia: una sintesi schematica del libro con mix di commenii legati alla situazione della vita parrocchiale. Una resa "viva" di un testo classico.


I fondamenti della vita comune

In queste nostre riflessioni ci faremo guidare dal testo di Dietrich Bonhoeffer La vita comune.
Bonhoeffer, pastore luterano che prese posizioni molto ferme contro il nazismo tanto da essere ucciso il 9 aprile 1945 nel campo di Flossenbürg. Chiamato dalla chiesa luterana “confessante” a seguire un gruppo di giovani pastori e vivere con loro in comunità. Da questa sua esperienza nasce il libro al quale faremo riferimento in questi nostri incontri. La lettura di questo libro non manca di evidenziare quanto Bonhoeffer fosse ispirato riuscendo ad aprire prospettive sulla vita comune che aprono il cuore. Personalmente consiglio la lettura di questo testo per poter godere delle interessanti intuizioni di questo uomo animato da una profonda amicizia con Cristo, fondamento di ogni esperienza di vita comunitaria.
• La missione del cristiano è quella di vivere in mezzo agli altri. Sono rari i momenti in cui si possa vivere insieme e deve essere compreso come un vero e proprio momento di grazia
• La comunione cristiana è comunione per mezzo di Gesù Cristo e in Gesù Cristo e questo significa:
- che un cristiano ha bisogno dell’altro per Gesù Cristo. La nostra salvezza è in Cristo e nella sua Parola. Ma la Parola è trasmessa dagli uomini, dai fratelli. Il fratello diventa il nunzio della salvezza. Il Cristo che è presente nel proprio cuore è più debole del Cristo nella parola del fratello.
- che un cristiano incontra l’altro soltanto per mezzo di Gesù Cristo.
È soltanto attraverso Cristo che si riconosce il fratello. È Cristo che apre la strada, ostruita dal nostro Io, verso Dio e il fratello
- che in Gesù Cristo siamo stati eletti fin dall’eternità, accolti nel tempo e uniti per l’eternità. Assumendo la nostra carne Gesù ci ha resi partecipi della sua stessa vita. Dove è lui siamo anche noi e siamo tutti destinati a stare dove lui sta. Nella comunione fraterna facciamo esperienza concreta dell’amore che Cristo stesso ci ha donato. Cristo ha inaugurato il modo di essere fratelli oltre il peccato che ci ha separati e ci ha resi ostili l’uno all’altro.

La comunità come realtà divina e non ideale umano

• Due aspetti da considerare:
- la fratellanza cristiana non è un ideale umano ma una realtà divina
- la fratellanza cristiana è una realtà pneumatica e non psichica.
• Nella comunità non dobbiamo cercare il nostro ideale di comunità, ma capire che è qualcosa che ci è donato, ci è dato. La comunità ci sollecita ad uscire da noi stessi e per questo non può essere modellata sul nostro gusto personale.
Non è la comunità ad essere modellata a nostra immagine, ma è la comunità che ci consente di essere sempre più immagine di Dio, nel senso dell’amore che Lui ci ha donato. Nella comunità abbiamo la possibilità di sperimentare la verità dell’amore oltre il semplice sentimento. Capiamo quanto sia difficile amare e che questo non è qualcosa che costruiamo una volta per tutte, ma che richiede la nostra continua ricerca. In questo percorso non siamo assolutamente soli. Nella vita comunione è lo Spirito Santo che ci costruisce a immagine della Trinità, crea quel circolo di amore che lega il Padre al Figlio e il Figlio alla sua Chiesa, cioè noi.
• Chi è deluso di una comunità cristiana nella quale è stato posto, esamini prima se stesso, se non è magari solo un ideale che Dio spezza; e se si rende conte che le cose stanno così ringrazi Dio che lo ha condotto a questo travaglio.
• Dato che la comunità cristiana è basata solo su Gesù Cristo, essa è una realtà pneumatica e non psichica. Comunione spirituale è la comunione di coloro che sono chiamati da Cristo; psichica è la comunione delle anime religiose.

La preghiera comune

• L’importanza della preghiera anche come liturgia comune. Non basta pregare da soli, ma dobbiamo anche pregare insieme
• Tre gli elementi della preghiera: I salmi; la Parola di Dio; la preghiera di intercessione.

I Salmi

• Non tanto preghiera personale, ma preghiera stessa di Cristo. In questo modo si comprendono anche i passi più difficili per noi.
• Ognuno nella preghiera comune non prega per se stesso, ma per tutta la comunità. La preghiera del singolo è importantissima per questo • ?Dai Salmi impariamo ciò che bisogna chiedere.
• Nei Salmi noi preghiamo la preghiera stessa di Gesù e questo aspetto ci permette di pregare anche ciò che non si riesca a pregare. La preghiera è sempre un affidarsi nelle mani dell’Altro che qui è lo stesso Cristo ch intercede per noi.
• La preghiera dei Salmi ci insegna a pregare come comunità.

La Parola di Dio

• La Scrittura va compresa nella sua interezza. È bene leggere lunghi passi della Sacra Scrittura anche quando sembra che siano troppo lunghi.
Abituarsi a leggere la Scrittura insieme. L’ideale è la lectio continua cioè un libro continuo della Bibbia perché la Bibbia è un corpus.
• La lettura continua obbliga il lettore a trovarsi nel luogo dove quegli eventi sono accaduti. Il lettore non è soltanto spettatore, ma diventa “attore” della Scrittura attualizzando così la Parola alla propria vita. La Scrittura non appare mai come una realtà estranea che non mi parla, ma invece mi interpreta, interpreta i fatti della mai stessa vita.
• L’importanza della lettura cultuale. Come leggere la Scrittura? Con partecipazione, ma la Parola non è parola tua, ma di Dio. Non ti appartiene.
Prestiamo umilmente la nostra voce perché quella parola parli all’oggi dei fratelli.

La preghiera della comunità. Preghiera di intercessione

• Alla Parola di Dio la preghiera della comunità diventa risposta. Non sempre ovalizziamo questo tipo di preghiera nelle nostre liturgie eppure è un momento molto importante del nostro pregare. Ci fa capire che l’ascolto della Parola di Dio è un ascolto fecondo, che la Parola è scesa nel nostro cuore e sta fecondandolo.
• È bella che la nostra preghiera possa essere fatta al mattino perché ci dà la forza per la giornata.
• La comunità cresce nella preghiera liturgica che deve essere profondamente riscoperta. Non si tratta di togliere valore ad altre forma di preghiera, ma la preghiera liturgica ha uno statuto proprio, di grande forza.
• Siamo abituati a formulari predefiniti ma è importante anche poter esprimere liberamente delle proprie preghiere.
• Alcuni criteri per la preghiera di intercessione
- pregare per tutti e non soltanto per noi
- non fare “omelie” o meditazioni, ma semplici intenzioni di preghiera
- la preghiera sia risposta al testo biblico che si è ascoltato

Il pasto comune

• Non è esperienza comune nelle nostre realtà. Ma il pasto comune ci apre a qualche considerazione importante che vale anche per noi e per la crescita della nostra comunità.

• Bonhoeffer sottolinea tre elementi caratterizzanti il pasto comune
- Cristo è donatore di tutti i beni
- Cristo è il dono
- Cristo è presente in mezzo a loro e quindi anche a noi

• Bonhoeffer parla proprio del pasto comune e non dell’Eucarestia qui.
• È un impegno alla condivisione. “Dacci il nostro pane quotidiano” non il “mio” pane quotidiano.

Il lavoro

• Due momenti: preghiera e lavoro

• L’impersonalità del lavoro incontra il “Tu” di Dio. Sotto questo profilo la preghiera aiuta. Lavoro e preghiera si incontrano. La preghiera non distrae, ma anzi si trasforma in contemplazione. In tutto ciò che facciamo c’è Dio!

Solitudine e silenzio in comunità

La solitudine

«Molti cercano la comunione per paura della solitudine. Siccome non sanno più rimanere soli, sono spinti in mezzo agli uomini Anche cristiani , che non riescono a risolvere i loro problemi sperano di trovare aiuto dalla comunione con gli altri. Di solito poi sono delusi e rimproverano alla comunità ciò che è colpa loro. La comunità cristiana non è una casa di cura dello spirito; chi, per fuggire a se stesso entra in comunità, ne abusa per chiacchiere distrazione, per quanto spirituale possa sembrare il carattere di queste chiacchiere e di questa distrazione. In realtà egli non cerca affatto comunione, ma l’ebbrezza che possa fargli dimenticare per un momento la sua solitudine, e proprio così crea la solitudine mortale dell’uomo: Il risultato di simili tentativi di guarigione sono la disgregazione della Parola e di ogni reale esperienze ed, infine, rassegnazione, morte spirituale».

Troppo spesso dalla comunità cerchiamo ciò che questa non ci può dare. Esiste una solitudine che non si può eliminare. L’uomo deve necessariamente confrontarsi con questa solitudine e non può aspettarsi che altri la possano eliminare. E la solitudine che si sperimenta in maniera radicale davanti alla morte, ma che, con gradazioni diverse possiamo sperimentare anche nel corso della nostra vita. È quella solitudine esistenziale e radicale che dobbiamo imparare ad affrontare. L’esperienza stessa di Gesù nel Getsemani.
Quella profonda solitudine che mette a nudo il nostro limite. Nella nostra fede cristiana sappiamo bene che questa solitudine può essere abitata soltanto dal Signore. È quanto ricordiamo in maniera solenne nel Credo quando diciamo “discese agli inferi”. Nella tradizione orientale cristiana la discesa agli inferi è ricordata anche nelle icone, la nostra tradizione occidentale fa cadere nell’oblio questo articolo della fede e non riesce a trarne le conseguenze anche dal punto di vista esistenziale. L’esperienza radicale del limite e della sofferenza, ogni esperienza radicale di solitudine è abitata da Cristo in forza della sua redenzione. Il nostro limite radicale, la nostra solitudine radicale è abitata e soltanto da lui può essere trasfigurata.
Ci ricorda Bonhoeffer: chi non sa rimanere solo tema la comunità e chi non sa vivere nella comunità si guardi dal restare solo. L’esperienza della solitudine nella comunità è quindi qualcosa di molto più profondo e non può limitarsi all’esclusivo superamento della propria solitudine.
In questo si ripresenta quanto già affermato da Bonhoeffer all’inizio e cioè che la comunità cristiana è una comunità spirituale e non psichica. La ricerca del superamento della solitudine, pur comprensibile, non va ricercata nell’ambito psichico, ma in quello spirituale che da spessore anche alla propria esperienza di solitudine. Solo in questa prospettiva possiamo essere aiutati dalla comunità a superare la propria solitudine radicale, perché è nella comunità che facciamo l’esperienza tangibile della grazia del Signore attraverso la vita sacramentale. Dobbiamo allargare la nostra comprensione della comunità dal semplice contatto con le persone che incontriamo frequentemente nelle nostre chiese a quella dimensione altra della Chiesa che è costituita dai santi e da coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede e questa esperienza possiamo farla soltanto nella celebrazione dei sacramenti.

Necessità e forza del silenzio

«Caratteristica della solitudine è il silenzio, come la parola è caratteristica della comunione.

Tra silenzio e parola vi è lo stesso legame interiore e la stessa distinzione che v’è tra solitudine e comunione. L’una non può esistere senza l’altro. La giusta parola nasce dal silenzio, e il giusto silenzio nasce dalla parola. Tacere non significa restare muti, come parlare non significa chiacchierare. Il restare muti non crea la solitudine e chiacchierare non crea comunione».
Ogni relazione ha bisogno di silenzio, e anche la vita comune si alimenta di silenzio.
A volte il silenzio aiuta a superare il conflitto molto più della parola, ad esempio, quando ci rendiamo conto che la comunicazione è influenzata da pregiudizi che impediscono il giusto rapporto e il cogliere la vera motivazione dell’altro. Non esiste dialogo se non c’è un’accoglienza benevola dell’altro. Dobbiamo abituarci, anche nella comunità, a preservare il silenzio quando è necessario. Dobbiamo aver il coraggio di preservare il silenzio anche di fronte alla Parola non come atto di disonore verso di essa, ma piuttosto come atteggiamento umile di assimilazione. Ne accenneremo più avanti.
Nel silenzio è insito un meraviglioso potere di chiarificazione, di purificazione, di concentrazione sulle cose essenziali. Questo è anche un dato di fatto profano. Ma il silenzio prima di ascoltare la Parola, porta a saper ascoltare veramente, e perciò la Paola pure ci parlerà al momento opportuno. Molte cose vengono taciute. Ma le cose essenziali, di vero aiuto possono essere espresse in poche parole.
Dobbiamo anche evitare il rischio contrario cioè quello di credere il silenzio come la panacea di tutti i mali. Si può nascondere qualcosa di oscuro anche nel silenzio. Si può nascondere la trappola dell’autoillusione. Per questo ogni esperienza spirituale ha sempre bisogno di essere sottoposta al discernimento di una terza persona proprio per evitare questo rischio.
«… comunque stiano le cose: nessuno dal silenzio si aspetti altro che il semplice e puro incontro con la Parola di Dio, in vista della quale ha cercato il silenzio. Ma l’incontro con Dio gli sarà donato. Il cristiano non ponga delle condizioni sul modo con cui aspettare e sperare questo incontro, ma lo accetti così come avviene, ed il suo silenzio sarà largamente ricompensato».

La solitudine nella preghiera

La nostra preghiera comune, lo abbiamo visto la scorsa volta, è fondamentale per la vita comune. Se non c’è preghiera non c’è comunità cristiana. Ma nella solitudine e nel silenzio si sperimenta un altro modo di vivere la preghiera per la comunità. È l’esperienza della preghiera individuale che, in forza di quanto detto fino ad adesso, non può essere che compresa in questo spirito comunitario. La nostra preghiera personale non può essere solipsistica e esclusivamente attenta ai nostri bisogni ma si allarga necessariamente oltre i nostri piccoli confini. Il cristiano deve dedicare un tempo apposito alla meditazione della Parola, alla preghiera e alla intercessione.

«Il periodo di meditazione serva alla riflessione personale sulla Scrittura, alla preghiera personale e all’intercessione personale; a nessun altro scopo. Non v’è luogo per esperimenti spirituali. Ma per queste tre cose dobbiamo avere il tempo necessario perché è Dio che ce lo ordina.
Anche se la meditazione non avesse per noi nessun altro senso che quello di rendere a Dio un servizio da Lui richiesto sarebbe già sufficiente».
Molto efficace l’affermazione di Bonhoeffer
«Se mediante la lettura in comune della Bibbia venivamo portati a conoscere piuttosto l’ampiezza e la vastità di tutta la Scrittura nel suo insieme, qui invece veniamo condotti nella incommensurabile profondità di ogni singola frase e parola. Ambedue le cose sono egualmente necessarie. “Affinché siate resi capaci di abbracciare con tutti i santi quale sia la larghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo” (Ef.. 3,18)».
Il rapporto con la Scrittura nella meditazione non è di tipo funzionale. Non si medita perché dobbiamo preparare qualcosa per altri, si medita perché il Signore ha qualcosa da dire a noi in quel giorno, in quel momento. Se è vero che è sempre importante in un altro momento avere un approccio di approfondimento alla Scrittura, anche attraverso la lettura di commenti esegetici, è altrettanto vero che nel momento della preghiera non si cerca altro che l’umile ascolto del Signore nella nostra vita. Il Signore ha qualcosa da dire a noi in quel momento e in quell’occasione. Non dobbiamo cercare la straordinarietà così come non dobbiamo dilungarci nella lettura del testo. Il Signore può parlarci in maniera molto semplice e possiamo trovare molto gusto anche soltanto in una parola che rappresenta la chiave con la quale il Signore vuole aprire il nostro cuore. Uno dei grossi limiti alla nostra preghiera è proprio a ricerca della sensazione, dell’emozione invece che dell’accoglienza di una volontà di Dio che si esprime anche in una preghiera umile. Come ci insegna San Giuseppe che ricevette le rivelazioni di Dio durante il sonno cioè il tempo nel quale la coscienza si assopisce e la nostra azione è praticamente annullata. Eppure il Signore parla e la persona è n grado di ascoltare e realizzare quanto il Signore chiede.
Ricorda Bonhoeffer «Soprattutto non è necessario che, durante la meditazione, facciamo qualche scoperta inattesa e straordinaria. Può anche accadere, ma se non è così non è affatto segno di un periodo di meditazione sprecato. Non solo in principio, ma sempre di nuovo passeremo periodi di grande vuoto interiore e di apparente indifferenza, di incapacità di intendere e di avversione per la meditazione. Non dobbiamo fermarci su queste esperienze e soprattutto non dobbiamo lasciarci indurre a non mantenere tanto più fedelmente e pazientemente i nostri periodi di meditazione.
Perciò non è bene che prendiamo troppo sul serio le numerose brutte esperienze che facciamo con noi stessi nella meditazione. Per una via traversa apparentemente pia potrebbero introdursi di nuovo di nascosto la nostra vanità e le nostre pretese di fronte a Dio, come se fosse nostro diritto fare esperienze solo edificanti ed allietanti, come se l’esperimentare la nostra povertà interiore non fosse degno di noi».
Facciamo fatica a pensare che l’esperienza di aridità spirituale o addirittura di desolazione siano vere esperienze spirituali. L’esperienza vera di preghiera non è legata esclusivamente alla consolazione. Sant’Ignazio dice negli Esercizi che uno delle cause dell’aridità può essere proprio la stessa volontà di Dio che ci fa sperimentare se, in assenza di consolazione, cerchiamo veramente lui oppure la sua consolazione. È vero che l’aridità può anche essere dovuta alla nostra negligenza, alla nostra inadeguata preparazione nella preghiera, ma una volta appurato che sia così e messo in giovo tutto quello che è in nostro potere dobbiamo rimanere fedeli alla nostra preghiera senza dubitare della grazia di Dio che agisce anche, e a volte soprattutto, in quei momenti.

L’intercessione come servizio alla comunità

Alla meditazione della Parola deve sempre seguire un tempo di preghiera personale. Riuscire a far calare nel proprio vissuto quotidiano quanto abbiamo ascoltato.

Domandarci cosa il Signore chiede alla nostra vita in quella giornata, in quel periodo che stiamo vivendo. Se non fossimo capaci di compiere questa opera di assimilazione la nostra meditazione potrebbe essere vanificata. Per essere liberati da ogni spiritualismo è necessario passare dal passaggio della meditatio all’oratio fino alla contemplatio questo è l’itinerario che ci è proposto da secoli nella Lectio Divina e che continua ad alimentare anche la preghiera dei nostri tempi.
Ma è altrettanto importante ricordarci che accanto alla preghiera personale dobbiamo anche collocare la preghiera di intercessione. Il primo servizio e la prima solidarietà e opera di carità che in una comunità cristiana dovrebbe esserci è quella dell’intercessione. Pregare gli uni per gli altri.
«Non è possibile, in un culto in comune, ricordare tutte le persone che ci sono affidate e intercedere per loro, o comunque non nella forma dovuta. Ogni cristiano ha la propria cerchia di persone che gli hanno chiesto di intercedere per loro o per le quali si sente chiamato, per determinate ragioni, a intercedere. In primo luogo saranno coloro insieme ai quali vive ogni giorno. E qui ci troviamo ad un punto in cui sentiamo battere il cuore di ogni convivenza cristiana. Una comunità cristiana vive dell’intercessione reciproca dei membri o perisce. Non posso giudicare o odiare un fratello per il quale prego, per quanta difficoltà io posa avere ad accettare il suo modo di essere o di agire. Il suo volto, che forse mi era estraneo o mi riusciva insopportabile, nell’intercessione si trasforma nel volto del fratello per il quale Cristo è morto, nel volto del peccatore perdonato. Questa è una scoperta veramente meravigliosa per il cristiano che incomincia ad intercedere. Non esiste antipatia, non esiste tensione e dissidio personale che, da parte nostra, non possa essere superato nell’intercessione. L’intercessione è il bagno di purificazione a cui il singolo ed il gruppo devono sottoporsi giornalmente. Può esserci un’aspra lotta con il fratello, nella nostra intercessione, ma rimane la promessa che vinceremo».
Il volto del fratello o della sorella deve essere osservato nella filigrana della Croce di Cristo così che il suo voto possa prendere il volto stesso di Cristo. È per quel fratello e per quella sorella che Cristo è morto, come per me ovviamente. Non si tratta di ripetere formule o invocazioni, ma proprio di fare una preghiera contemplativa sul volto del fratello. Da questo risulta chiaro che l’intercessione è un servizio alla comunità e inoltre che a questo servizio bisogna dedicare tempo. A volte sembra che noi non crediamo troppo nella forza della preghiera di intercessione. Quanto è invece importante dedicare il tempo migliore a questo tempo di servizio alla comunità. Al di fuori del culto comune, delle diverse preghiere che possiamo fare insieme. Nella nostra solitudine e nel nostro silenzio desiderato e attuato contempliamo i volti dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.
Collochiamo nel nostro cuore le loro vite. Liberiamo la nostra preghiera dalle distrazioni.
È un grandissimo atto di carità. A volte sono le persone stesse con i loro volti e le loro storie a bussare alla nostra porta. Non dobbiamo cacciare queste situazioni, ma cerca di introdurle serenamente nella nostra preghiera. La differenza tra una distrazione e una intercessione è la capacità di portare quel volto davanti al Signore e non pensare di essere noi a risolvere i problemi che molto spesso non riusciremmo a risolvere.
Matteo 17, 19 Allora i discepoli, accostatisi a Gesù in disparte, gli chiesero: «Perché non l'abbiamo potuto cacciare noi?» 20 Gesù rispose loro: «A causa della vostra poca fede; perché in verità io vi dico: se avete fede quanto un granello di senape, potrete dire a questo monte: "Passa da qui a là", e passerà; e niente vi sarà impossibile. 21 [Questa specie di demòni non esce se non per mezzo della preghiera e del digiuno».]

Il tempo della prova

«Ogni giorno il cristiano, per molte ore, si trova solo in mezzo ad un mondo tutt’altro che cristiano. È il tempo della prova. È la prova di una buona meditazione e di una buona comunione cristiana».

La nostra vita è vissuta per la maggior parte del tempo in un mondo non cristiano.
La nostra vita si svolge in contesti, ambiti, relazioni nelle quali dirsi cristiani significa mettersi in gioco. Quante volte viviamo la nostra esistenza in maniera schizofrenica: frequentiamo la chiesa, ma non riusciamo a tradurre quanto abbiamo ascoltato e pregato nella vita di ogni giorno. La preghiera diventa l’oasi felice nella quale immergersi, ma che assume anche i contorni di una irrealtà. Dio rimane confinato in ambiti precisi, ma non travalica la soglia della chiesa o del luogo in cui preghiamo. L’esercizio della preghiera e la vita comune devono costituirci cristiani maturi che sanno affrontare le sfide che ci sono presentate nella nostra quotidianità, in famiglia, al lavoro, a scuola. È anche importante ricordarsi che il nostro personale comportamento ha delle ricadute sulla stessa comunità.
Sia in termini di immagine, ma anche in termini spirituali. Ogni peccato individuale ha effetti su tutto il contesto sociale e comunitario. Siamo membra vive di un corpo vivo.
«Chi, dopo la sua giornata lavorativa, torna nel gruppo comunitario, porta con sé la benedizione della solitudine e lui stesso riceve a sua volta la benedizione della comunione. Beato chi è solo nella forza della comunione, beato chi mantiene la comunione nella forza della solitudine. La forza della solitudine e la forza della comunione è, però, solo la forza della Parola di Dio che vale per il singolo e per la comunità».

Il servizio fraterno vicendevole

L’accettazione dell’altro

Il vangelo di Luca al capitolo 9 ci dice che nacque una disputa tra chi doveva essere il primo tra di loro. Questa disputa nasce appena dopo che ha annunciato che sta per essere consegnato nella mani dei discepoli. Un poco più avanti ancora Luca ci mostra l’episodio della Trasfigurazione. Non dobbiamo e non possiamo misconoscere il fatto che la comunità cristiana sia fatta di uomini e di donne non completamente liberate da questi elementi umani. La seduzione del potere è molto più subdola e potente di quello che si pensi. Per questo tutto quanto siamo andati dicendo in questi nostri incontri è fondamentale per poter combattere questa tentazione forte. Non essere comunità psichica, non volere la comunità a nostra immagine e somiglianza, vivere di preghiera, di contatto con la Parola di Dio, di intercessione.

«Perciò in ogni comunità è di importanza vitale guardare in faccia, fin dal primo momento, questo pericoloso nemico ed estirparlo subito. Non si può perdere tempo perché fin dal primo momento dell’incontro con l’altro l’uomo cerca la sua posizione di combattimento dove può resistere all’altro».
Certamente la comunità è costituita da persone diverse, con caratteristiche diverse.
L’immagine di San Paolo delle membra che costituiscono il corpo ci dice che la comunità è una realtà complessa e che deve conservare questa complessità attraverso l’aiuto affinché ognuno trovi la propria collocazione. Non dobbiamo pensare che qualche comunità sia esente da questo rischio.
«Tutto ciò può accadere tra le persone più colte o anche tra le persone più pie; ma l’importante è ce una comunità cristiania sappia che certamente in un qualche angolino “sorge fra di loro la disputa su chi è il maggiore fra loro”.
La maniera più efficace per lottare contro i nostri cattivi pensieri spesso è di metterli a tacere». Non dobbiamo dare spazio a ciò che riteniamo essere cattivo. È qualcosa che si conquista spazio passo dopo passo. A volte inizia in maniera lieve come una semplice critica a quello che fa un altro membro della comunità e poi si costituiscono i gruppetti e poi sorgono i muri della diffidenza e dell’ostilità.
«Com’è certo che lo spirito di auto giustificazione può solo essere superato dallo spirito di grazia, tuttavia i singoli pensieri pronti a criticare vengono limitati e soffocati col non concedere loro mai il diritto di farsi largo, tranne nella confessione de peccato, nella quale dovremo ancora parlare».
È chiaro che uno dei grandi problemi per la vita comune è proprio l’uso improprio della parola, il chiacchiericcio. La lettera di San Giacomo espone approfonditamente questo messaggio. Anche il nostro Papa sottolinea molto questo aspetto nelle sue omelie.
Diceva nella visita fatta recentemente ad una parrocchia romana:

Soltanto io vorrei lasciarvi un messaggio. Questo lo capiamo tutti, quello che ho detto: testimoni peccatori. Ma, leggendo il Vangelo, io non trovo un [certo tipo di] peccato negli Apostoli. Alcuni violenti c’erano, che volevano incendiare un villaggio che non li aveva accolti… Avevano tanti peccati: traditori, codardi… Ma non ne trovo uno [particolare]: non erano chiacchieroni, non parlavano male degli altri, non parlavano male uno dell’altro. In questo erano bravi. Non si “spennavano”. Io penso alle nostre comunità: quante volte, questo peccato, di “togliersi la pelle l’uno all’altro”, di sparlare, di credersi superiore all’altro e parlare male di nascosto! Questo, nel Vangelo, loro non l’hanno fatto. Hanno fatto cose brutte, hanno tradito il Signore, ma questo no.
Anche in una parrocchia, in una comunità dove si sa… questo ha truffato, questo ha fatto quella cosa…, ma poi si confessa, si converte… Siamo tutti peccatori. Ma una comunità dove ci sono le chiacchierone e i chiacchieroni, è una comunità che è incapace di dare testimonianza.
Io dirò soltanto questo: volete una parrocchia perfetta? Niente chiacchiere. Niente. Se tu hai qualcosa contro uno, vai a dirglielo in faccia, o dillo al parroco; ma non fra voi. Questo è il segno che lo Spirito Santo è in una parrocchia. Gli altri peccati, tutti li abbiamo. C’è una collezione di peccati: uno prende questo, uno prende quell’altro, ma tutti siamo peccatori. Ma quello che distrugge, come il tarlo, una comunità sono le chiacchiere, dietro le spalle.
Io vorrei che in questo giorno della mia visita questa comunità facesse il proposito di non chiacchierare. E quando ti viene voglia di dire una chiacchiera, morditi la lingua: si gonfierà, ma vi farà tanto bene, perché nel Vangelo questi testimoni di Gesù – peccatori: anche hanno tradito il Signore! – mai hanno chiacchierato uno dell’altro. E questo è bello. Una parrocchia dove non ci sono le chiacchiere è una parrocchia perfetta, è una parrocchia di peccatori, sì, ma di testimoni. E questa è la testimonianza che davano i primi cristiani: “Come si amano, come si amano!”. Amarsi almeno in questo. Incominciate con questo. Il Signore vi dia questo regalo, questa grazia: mai, mai sparlare uno dell’altro. Grazie.

Anche Bonhoeffer dice in proposito: «Sarò quindi una regola fondamentale di ogni vita comunitaria proibire al singolo di parlare al fratello in assenza di lui. È ben chiaro che con ciò non si intende proibire la parola personale intesa a richiamare il fratello…Ma non è permesso parlare dietro le sue spalle, anche quando le nostre parole possono assumere l’apparenza di benevolenza e di aiuto, perché, proprio così travestite, si infiltrerà sempre di nuovo lo spirito di odio per il fratello con l’intento di fare il male».
Non ci interrogheremo mai abbastanza sul perché di tanta insistenza su questo male della comunicazione fraterna. Certamente ha a che fare con la pretesa di modellare gli altri a propria immagine e somiglianza e nasconde un modo subdolo che può distruggere la comunità a volte anche in maniera grave se non addirittura irrimediabile. L’atteggiamento giusto, allora, è quello che accoglie l’altro nella sua originalità e peculiarità, come dono di Dio. La comunità ci obbliga a modellarci e a modificarci. Non siamo noi il centro del mondo e questo facciamo molta fatica a comprenderlo.

Vivere similmente nella grazia del perdono di Dio

L’immagine di comunità che ci viene dalla Scrittura ed è confermato in molte pagine di spiritualità antica e moderna è un’immagine composita nella quale tutti devono trovare una loro collocazione. Se la comunità è costituita da Cristo e da lui convocata nessun membro ha il diretto di escludere qualcuno. Le stesse dinamiche comunitarie si devono costruire attorno a quei principi che abbiamo indicato negli incontri precedenti. Il principio della comunità non è la ricerca del posto migliore agli occhi del mondo, ma la ricerca del posto adatto per me. Sappiamo bene che invece anche nelle nostre comunità le regole del mondo funzionano, eccome.

«Ogni comunità cristiana deve sapere che non solo i deboli hanno bisogno dei forti, anche i forti dei deboli. L’esclusione dei deboli è la morte della comunità. Nella comunità non dovrà regnare l’autogiustificazione e con ciò il violentamento, ma giustificazione per grazia e perciò servizio. Chi nella vita ha provato una volta la misericordia di Dio non desidera altro che servire».
L’esperienza della misericordia ricevuta deve essere talmente forte e profonda da modificare il proprio rapporto con la comunità, che è poi il mio fratello. Non pretendere dall’altro il poco debito che ha nei tuoi confronti se a te è stato condonato l’enorme debole del tuo peccato che è il più grande e il vero miracolo operato da Gesù nella sua bontà.
«Chi vuole imparare a servire deve prima imparare a tenere se stesso in poco conto.”Nessuno abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere” (Rom 12,3)». Il problema di ogni comunità è la giusta stima di sé. Una comunità che riesce a far emergere i difetti degli altri deve allo stesso tempo essere capace anche di accoglierli, senza giudizio.
«Poiché il cristiano non può ritenere se stesso saggio non terrà più in gran conto neppure i suoi piani e e sue intenzioni, saprà che è un bene se la sua volontà viene spezzata nell’incontro con il prossimo. Sarà pronto a ritenere la volontà del prossimo più importante e urgente della propria.
Chi vive nella giustificazione per grazia accetta anche offese e ingiustizie senza protestare, ma anzi vede in esse la mano del Signore che punisce e fa grazia insieme. In ogni modo nessuno di noi agirà veramente come Gesù e Paolo, se non avendo imparato, come questi, a tacere di fronte a offese e scherni. Il peccato di ipersensibilità e permalosità ci fa vedere sempre di nuovo quanto diffuso sia un errato concetto dell’onore, cioè quanta mancanza di fede regna ancora nella comunità.
Ed infine deve essere detta ancora un’ultima cosa: non ritenere se stessi saggi, tenersi dalla parte degli umili, senz’altro – senza voler dire grandi parole, ma parlando in piena sobrietà – significa ritenere se stesso il più grande dei peccatori. Non può esserci vera coscienza dei propri peccati, senza che conduca in questo abisso. Se i miei peccati, in qualche modo confrontati con quelli degli altri, mi paiono minori, meno gravi, vuol dire che non riconosca veramente il mio peccato.
Necessariamente il mio peccato è il più grave ed è il più riprovevole. Per il peccato degli altri l’amore cristiano trova tante giustificazioni; solo per il mio non ci sono scuse. Perciò esso è il più grave. Deve trovare il fondo di questa umiliazione chi vuol servire il fratello nella comunità».
Può apparire un ideale molto alto, ma se non puntiamo a questo è difficile proporre un modo diverso di vita rispetto a quanto si vive nel mondo. Troppo spesso le nostre comunità cristiane sono immagine e somiglianza di quanto avviene nella società in quello che San Giovanni chiamerebbe il “mondo”, dando a questo termine una accezione negativa di tutto ciò che si oppone, a tratti anche con violenza, al sogno di Dio. Se nelle nostre comunità ci rassegniamo all’invidie e alle gelosie, al voler sopraffare l’altro, a voler conservare i nostri piccoli posti di potere, saremo sale insipido e luce che è tenuta nascosta, non serve a niente. La proposta cristiana di comunità è qualcosa che deve combattere contro la nostra natura segnata dal peccato che ci porta dove vanno tutti. Per questo il cristianesimo non può essere soltanto un fatto di sentimento, di sentire, ma un atto di volontà. La fede molte volte, forse la stragrande maggioranza delle volte, è un atto di volontà. Credo sulla parola del Signore, perché lo amo, perché l’amore sincero mi spinge a credere in Colui che amo, ma non perché c’è un’evidenza chiara dei fatti. Costruire la comunità è compito arduo. La comunità dee premunirsi per superare i momenti di crisi, l’enorme fatica che a volte sembra diventare insormontabile che si trova ad affrontare in alcuni momenti. Accogliere l’altro, l’umiltà, la percezione del proprio peccato sono la via per superare questi momenti di difficoltà e di crisi.

Ascoltare il fratello

«Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo. Come l’amore di Dio incomincia con l’ascoltare la sua Parola così l’inizio dell’amore per il fratello sta nell’imparare ad ascoltarlo. Chi non sa ascoltare a lungo e con pazienza parlerà senza toccare veramente l’altro ed infine non se ne accorgerà nemmeno più».

Noi pensiamo che di fronte al bisogno si debba sempre dire una parola buona, di conforto, di consolazione. Ancora una volta non si tratta qui di negare l’importanza che una parola può avere in un momento di difficoltà del fratello o della sorella, ma si tratta piuttosto di riconoscere che una parola detta ha efficacia soltanto se è frutto di un’acquisizione data dall’ascolto che fa scaturire quella parola come parola vera e per questo efficace. Anche se semplice. Pensate un momento al dramma della perdita di una persona cara, soprattutto quando la persona è amata, magari è giovane, e di fronte abbiamo persone che non si danno pace. Non dobbiamo immediatamente cadere nella tentazione di voler consegnare parole pie di consolazione, ma piuttosto ascoltare, abbracciare il dolore dell’altro. Niente più. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che di fronte a queste situazioni non ci sono parole definite, non c’è certezza che dobbiamo annunciare. È molto difficile avere parole vere e profonde in questi casi e molto spesso il cristiano deve avere anche il coraggio e la comprensione di accollarsi il peso della rabbia verso Dio e dell’incomprensione della sua volontà. Non dobbiamo fuggire.
«Il mondo pagano sa, oggi, che spesso si può aiutare un altro solo ascoltandolo seriamente; avendo riconosciuto questo vi ha impostato una propria cura d’anime laica alla quale accorrono numerosi uomini, anche cristiani. Ma i cristiani hanno dimenticato che il compito dell’ascoltare è stato loro affidato da Colui il quale è l’uditore per eccellenza, alla cui opera sono chiamati a collaborare. Dobbiamo ascoltare con l’orecchio di Dio affinché ci sia dato d parlare con la Parola di Dio».

Ognuno porti il peso dell’altro

«Il secondo servizio che in una comunità cristiana l’uno deve all’altro è l’aiuto concreto e attivo. Si pensa in primo luogo a piccoli e semplici servizi materiali».

Quello dell’impegno per gli altri è un’importante test di cosa sia per noi la comunità. È vero, per molti la parrocchia significa soltanto andare a Messa la domenica, al massimo scegliere la Messa quella che dà maggiori emozioni nel migliore dei casi, oppure, nella peggiore delle ipotesi, quella che è più comoda per l’orario. Evidentemente quanto diciamo in questi nostri incontri è lontano da questa mentalità. C’è invece bisogno di dedicare un poco di tempo nell’esercizio della vita comunitaria attraverso l’aiuto reciproco. Non troppo tempo perché ognuno deve dedicare il tempo opportuno anche agli altri ambiti della sua vita, ma non deve nemmeno essere un tempo residuale.
«Solo lì dove e mani non si sentono superiori all’opera di amore e di misericordia nel quotidiano servizio fraterno la bocca può annunziare, piena di letizia e in maniera credibile, la Parola dell’amore e della misericordia.
In terzo luogo parliamo del servizio inteso a sostenere il prossimo. Per il pagano l’altro non diviene nemmeno un peso, egli infatti evita d lasciarsi aggravare da qualcuno, mentre il cristiano deve portare il peso del fratello. Deve sopportare il fratello. Solo se è un peso l’altro è veramente un fratello e non un oggetto da dominare. Il peso degli uomini per Dio stesso è stato così grave che Egli ha dovuto piegarsi sotto questo peso e lasciarsi crocifiggere. Dio ha veramente sopportato gli uomini nel corpo di Cristo. Ma così li ha portati come una madre porta il figlioletto, gli uomini ed essi lo oppressero fino a terra, ma Dio restò con loro ed essi con Dio».
Come la desolazione è un’esperienza spirituale profonda, così il sopportare il fratello è un’esperienza comunitaria profonda. Noi ci aspettiamo dalla comunità solo benessere e accoglienza, ma dobbiamo anche farci carico delle fragilità della comunità.
L’altro si sperimenta come peso primariamente quando dobbiamo sopportare la sua libertà. Il fatto che l’altro non risponde al mio modello, ai miei desideri, ma continua ad essere mio fratello. E vorrei allora dominarlo, modellarlo piuttosto che accoglierlo. È l’espressione più pesante della difficoltà è accoglierlo nel suo peccato. È il momento in cui dobbiamo stare accanto al fratello che cade e fargli sentire la carezza di Dio che non vuole perdere nessuno. La comunità non può giudicare perché ciò che oggi succede a qualcuno domani potrebbe accadere a me e quanto gradirei che ci fosse qualcuno che mi aiuta a rialzarmi. Sotto questo profilo è bene ricordare anche il compito importante che ha l’ammonimento e la correzione dell’altro. Spesso non sappiamo quando intervenire e in che modo farlo. Certo non è facile, ma non dobbiamo rinunciare a questa caratteristica del servizio comunitario L’altro non deve sentirsi attaccato, aggredito, emarginato(quante volte invece il nostro atteggiamento mostra proprio questa attitudine di fondo). Mi ricordo che una volta entrò in chiesa una persona povera conosciuta in comunità. Era particolarmente sporca e maleodorante e andò, senza curarsi di coloro che partecipavano alla Messa, ad accendere una candela alla Madonna. Mi resi conto che alcuni, guardando la persona, avevano fatto una smorfia di disagio. Alla fine della Messa sentii che non dovevo lasciar cadere quella provocazione. Richiami il fatto che era appena successo e dissi che questo ci spingeva a tre atteggiamenti. Il primo era rendere grazie a Dio perché ci rendeva degni di poter accogliere i poveri, secondo che nel caso avessimo espresso nel nostro cuore un sentimento di disagio questa era l’occasione per fare un serio esame di coscienza per essere illuminati sul modo di accogliere il povero, terzo che quando si fosse incontrata quella persona per strada di salutarla dire semplicemente un “buongiorno” o una “buonasera” perché il nostro sguardo si fermasse sul povero che ci passa accanto.
Mi permetto quindi di concludere anche sul servizio dell’autorità. Non voglio dire molto, ma dire che soltanto con le premesse che abbiamo svolto fino ad adesso è possibile cogliere il senso vero dell’autorità in una comunità cristiana e quindi anche in una parrocchia. Colui che ha autorità in una parrocchia deve essere capace di facilitare al massimo questo processo di integrazione tra i diversi elementi in gioco. La parrocchia dee essere un luogo inclusivo e non esclusivo. Questo è il compito principale dell’esercizio dell’autorità in una comunità cristiana.

La vita sacramentale

La comunità cristiana vive dei sacramenti. Entriamo nella comunità in forza del Battesimo e continuiamo il nostro percorso nella comunità aiutati costantemente dal sostegno dei sacramenti. I sacramenti non sono qualcosa di personale, ma sono qualcosa che ci è donato attraverso la comunità e per la comunità. Potremmo vedere ogni singolo sacramento e cogliere la profondità del legame comunitario: i sacramenti fondano radicalmente la comunità e ci liberano dal rischio di cambiare la comunità come una sorta di combriccola di amiconi. La comunità non funziona perché siamo noi bravi a farla funzionare, ma perché il Signore ci sostiene soprattutto attraverso il sacramenti La perdita della prassi sacramentale è un vulnus gravissimo all’unità della comunità perché è proprio in forza dei sacramenti che noi riusciamo a superare le tensioni, che riusciamo ad elevarle a un livello superiore. Il sacramento ci mostra concretamente che cosa sia l’amore di Dio per noi. Ogni sacramento, si potrebbe dire, nasce sul Golgota, dal costato di Cristo da cui uscì sangue ed acqua. La dimensione comunitaria della vita sacramentale è uno degli aspetti più deboli della vita comunitaria. Troppo spesso i sacramenti sono vissuti dai cristiani come un fatto privato e non coinvolgono la comunità. Spesso anche il tentativo dei sacerdoti di volerli rendere più comunitari, pensiamo ad esempio ai battesimi, trovano comunità distratte e riottose tanto da far compiere i salti mortali per farne comprendere il significato di esperienza di comunità. A volte mi domando come è possibile che una comunità non gioisca del fatto che un bambino venga battezzato ed entri a far parte della comunità, come una comunità non riesca a condividere la gioia dei genitori e del buon Dio per la nascita di un nuovo cristiano. Conseguenze della nostre povere e sfiancate comunità occidentali che rischiano di vivere come un fatto di consumo anche il dono dell’amore dei Dio. Tra i diversi sacramenti vorrei soffermarmi su due in particolare evidenziando alcuni aspetti della dimensione comunitaria.

La confessione dei propri peccati

Per una comunità è molto difficile riconoscersi peccatori e accogliere il peccatore. È grazia del Vangelo compiere questo atto spremo dell’amore fraterno. Se figli di uno stesso Padre che ama e perdona dobbiamo essere capaci i amore e di perdono verso i fratelli che il Signore ci ha messo accanto.

Qui abbiamo bisogno di una precisazione. Il peccato, come abbiamo già detto, non è primariamente il trasgredire una norma, ma il non riconoscere e non rispondere all’amore di Dio che mi è donato per essere a sua volta donato. Il peccato ed il perdono si inserisce in una dinamica di conversione anche se questa non è detto che coincida immediatamente con il superamento della fragilità. Ma ciò che conta, nel riconoscere il peccato, è che esiste una chiamata alla conversione che viene accolta. Il peccatore si sente interpellato da Vangelo e anche dalla comunità dei credenti ad un cambiamento di rotta e di mentalità. Papa Francesco, che come sappiamo sottolinea spesso la drammatica presente del peccato nelle nostre comunità cristiane, sottolinea con fermezza la differenza sostanziale tra peccato e corruzione. Infatti egli intende per corruzione quella realtà “impermeabile” alla chiamata della grazia, resistente alla conversione. Non esiste peccato, ce lo siamo già detti, se non esiste una relazione forte e significativa con il Signore che cogliamo come nostra salvezza e Signore della nostra vita.
In un suo intervento legato ad una grave vicenda che colpì l’Argentina alcuni anni fa scriveva:

Non bisogna confondere peccato con corruzione. Il peccato, soprattutto se reiterato, conduce alla corruzione, non però quantitativamente (tanti peccati fanno un corrotto) ma piuttosto qualitativamente, con il generarsi di abitudini che vanno deteriorando e limitando la capacità di amare, ripiegando ogni volta di più i riferimenti del cuore su orizzonti più vicini alla sua immanenza, al suo egoismo…. Potremmo dire che il peccato si perdona, la corruzione non può essere perdonata. Semplicemente per il fatto che alla radice di qualunque atteggiamento corrotto c’è la stanchezza della trascendenza: di fronte al Dio che non si stanca di perdonare, il corrotto si erge come autosufficiente nell’espressione della sua salvezza: si stanca di chiedere perdono.

Ancora troviamo nel testo di Bonhoeffer
«Il peccato vuole restare solo con l’uomo, lo vuole distogliere dalla comunità. Quanto più un uomo si isola, tanto più forte diviene il potere distruttore del peccato su di lui; quanto più profondo è l’irretimento nel peccato, tanto più funesta diventa la solitudine. Il peccato vuole restare nascosto teme la luce. Nell’oscurità del silenzio avvelena tutto l’essere dell’uomo. E questo può accadere in mezzo alla comunità di uomini pii.
Per ritrovare la comunione con tutta la comunità non è necessaria una confessione dei peccati con tutti i membri della comunità. Nel fratello a cui confesso i miei peccati e che mi concede il perdono incontro tutta la comunità».
Ciò che non riusciamo facilmente a cogliere, nel peccato, è che questo rompe la comunione non soltanto con Dio, ma anche con il fratello. Troppo spesso consideriamo la confessione dei peccati come un fatto che riguarda soltanto me e Dio. In realtà non è così.
La dimensione sacramentale della comunità ci fa capire che esiste una solidarietà nel peccato come esiste una solidarietà nel perdono. Altrimenti perché la Chiesa continuerebbe a sostenere la tesi del peccato originale? Perché un bambino innocente porta con sé il segno del peccato dei progenitori? Dietro al racconto della Genesi si comprende molto bene il senso di questa affermazione. Per questo c’è bisogno del fratello per sanare la ferita che il peccato crea nella comunità anche se il peccato che ho commesso sembra apparentemente non aver offeso nessuno della comunità. C’è una dimensione altra del bene e del male che non è sempre individuabile ad un livello più basso. Ogni azione ha un suo effetto anche se noi non ce ne accorgiamo. “La creazione geme e soffre delle doglie del parto” ci ricorda San Paolo. Il peccato è rottura dell’armonia del cosmo voluta da Dio. Può sembrare una posizione strana, ma invito a non sottovalutarla perché la visione cristiana del mondo non è assolutamente estranea da questo elemento. Basti pensare all’”effetto farfalla” elaborato da Edward Lorenz.
C’è un altro aspetto importante nella confessione al fratello. Abbatto la mia superbia dice Bonhoeffer L’umiliazione è a via della croce, è abbracciare la “turpe” morte.
«Perché la confessione dei peccati tanto spesso è più facile al cospetto di Dio che a quello del fratello? Dio è santo e senza peccato, è un giudice giusto del malvagio e nemico di ogni disobbedienza. Il fratello, invece, è peccatore come noi, conosce per esperienza le tenebre del peccato nascosto. Non dovrebbe essere più facile per noi trovare la via della confessione al fratello di quella al Dio santo? Se per noi non è così dobbiamo chiederci se non abbiamo spesso ingannato noi stessi con la nostra confessione a Dio, se non abbiamo piuttosto confessato i nostri peccati a noi stessi e ce li siamo anche perdonati da noi stessi. Le innumerevoli ricadute, la debolezza della nostra obbedienza cristiana non devono forse essere ricercate proprio nel fatto che viviamo di un perdono concessoci da noi stessi e non del vero perdono dei nostri peccati?».
Questo aspetto è molto interessante. Sant’Ignazio di Loyola nella sua prima settimana chiede all’esercitante di chiedere al Signore la grazia di provare umiliazione e vergogna per il proprio peccato. La vergogna e l’umiliazione non nasce dalla paura della punizione, sottolinea Ignazio, ma dalla irriconoscenza nonostante abbia ricevuto favori e doni.

[74] Mi sforzerò di provare vergogna per i miei tanti peccati, proponendomi qualche esempio, come quello di un cavaliere che si trova alla presenza del re e di tutta la sua corte, pieno di vergogna e di umiliazione per averlo offeso gravemente, pur avendo prima ricevuto da lui molti doni e molti favori.

Penso che questo passaggio per quanto importantissimo sia spesso trascurato. Noi abbiamo paura della punizione di Dio molto più che amore. È molto bella la preghiera che San Francesco Saverio pronunciò davanti al crocifisso che aveva nel suo castello di Javier:

Per servirti, mio Dio, non mi muove il terrore della tua mano che lancia raggi, né l’orrore del fuoco dell’inferno che brucia in eterno: Tu mi muovi, mio Dio, tu stesso. Tu, Gesù Cristo, trafitto, mi attrai, La Croce mi costringe e mi accende, il tuo sangue che scorre dalle tue ferite. Se non esistesse il fuoco dell’inferno e se sparisse la speranza della gloria, io, senza dubbio, o Creatore mio, innamorato dalla vostra bontà,contemplando la vostra sublime divinità, santa e retta, continuerei nell’amore già iniziato. A te Gesù, Figlio di Dio, a te Figlio della Vergine, mite, forte, innocente che ti degnasti di morire per noi, che tutto meriti, ti amerei senza alcuna ricompensa.

È questa l’esperienza che muove i santi e che dovrebbe essere al centro della nostra visione della penitenza e del perdono.
Bonhoeffer ricorda anche che la confessione è fatta di cose concrete. Non può essere generica e vaga. Tanto più si è in grado di compiere un buon esame di coscienza e tanto più si sarà in grado di fare una buona confessione. Noi non commettiamo tutti i peccati del mondo, ma alcuni. La vita comune ci può aiutare a capire quali siano i nostri punti deboli, i pertugi o forse addirittura i varchi attraverso i quali tenta di passare la tentazione del male. La comunità ci aiuta a conoscerli meglio. Non dobbiamo averne paura sulla base di quanto si è detto prima. Chiedere il perdono di Dio è donare alla comunità una grazia speciale.

L’Eucarestia

L’altro sacramento che è bene indicare in questo ultimo incontro sulla comunità è quello dell’Eucarestia. Sull’Eucarestia si dicono molte cose e molto già sappiamo. Abbiamo già detto che l’Eucarestia è il sacramento che più di altri ci fa comprendere il significato di essere Chiesa cioè dei convocati. Proprio nella celebrazione del Giovedì Santo avremo modo di cogliere questa intima unione tra Eucarestia e comunità nel gesto della lavanda dei piedi che ci ricorda questa intima unione tra dono di Cristo per la sua Chiesa e dono del servizio tra fratelli:”quanto ho fatto io fatelo anche voi”. Le stesse parole che ritroviamo nell’istituzione secondo i Sinottici e che ripetiamo nelle parole consacratorie durante la Messa “Fate questo in memoria di me”. Questa strettissima unione tra Eucarestia e servizio fonda la comunità. Una comunità, che come abbiamo detto, non è soltanto costituita da noi presenti all’azione liturgica, ma ingloba tutti i cristiani di oggi e di ieri, i defunti, i Santi. In ogni Messa è presente tutta la Chiesa. Questo è un grande miracolo che non sempre consideriamo.
Nelle due mense, quella della Parola e quella dell’Eucarestia, abbiamo già accennato dell’importanza della preghiera dei fedeli come risposta corale alla Parola di Dio che si è appena ascoltato. Erroneamente si ritiene che sia l’omelia l’attualizzazione della Parola, in realtà è la Parola stessa che nel momento in cui viene proclamata nell’assemblea acquista il suo statuto dell’”hic et nunc” della presenza. La Parola è sempre attualizzata nella sua proclamazione ed è resa attuale dall’assemblea che la ascolta dalla comunità che la ascolta e vi risponde attraverso la preghiera.
Ma è adesso bene sottolineare anche la particolarità della Mensa dell’Eucarestia come ulteriore momento nel quale la comunità si costruisce. Nella 1 lettera ai Corinzi Paolo afferma 10:14

Perciò, o miei cari, fuggite l'idolatria. 15 Parlo come a persone intelligenti; giudicate voi stessi quello che dico: 16 il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? 17 Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane.

Il pane spezzato, ritualizzazione di quello spezzato nell’Ultima Cena, diventa il simbolo dell’unità della comunità. Per questo diciamo che l’Eucarestia fa la comunità.
Quanti testi evangelici possiamo leggere sotto la chiave eucaristica. Quell’unico pane viene spezzato e distribuito perché la comunità possa rendersi conto da dove nasce e dove deve ritrovare la propria unità. La Costituzione “Sacrosanctum Consilium” del Concilio Vaticano II afferma proprio che l’Eucarestia è “culmen et fons”, punto di partenza e di arrivo di ogni esperienza cristiana e comunitaria. Quando recitiamo il Padre Nostro ricordiamo questa grande verità. Chiediamo che ci venga dato il nostro pane quotidiano, non il mio pane o il loro pane, ma il nostro pane. È il pane dell’Eucarestia, il pane dei pellegrini, prefigurato dalla manna nel deserto che non può essere conservato perché è segno della provvidenza di Dio che ogni giorno ne dà a chi lo chiede. Segno della comunione intima con il Signore e pane fondante la comunità cristiana. Anche laddove per qualsiasi motivo non si può concretamente ricevere il pane eucaristico, non dobbiamo mai perdere di vista la dimensione universale di ogni Messa celebrata sulla terra.
Personalmente ritengo che dobbiamo recuperare il senso liturgico della celebrazione mettendo in secondo piano la dimensione devozionale che rischia anche di essere privatistica. Ognuno celebra o riceve la comunione per sé, ma questo non esiste.
L’impossibilità di accaparrare la manna esalta il valore profondamente spirituale del dono di Dio che non può essere posseduto. Così nell’Eucarestia viviamo lo stesso sentimento di esaltazione. L’Eucarestia è segno della comunione con Dio, ma contemporaneamente anche dei fratelli. Per questo la divisione tra i cristiani è uno degli aspetti più evidenti di questa rottura della comunione, cioè l’impossibilità di cibarsi dello stesso pane.
Concludo con una considerazione del p. Michel de Certeau riguardante l’episodio evangelico dei discepoli di Emmaus. È una considerazione che si inserisce proprio in questa dimensione di non riconoscibilità del pane spezzato nella locanda, immagine, troppo spesso anche delle nostre comunità eucaristiche.

Ma essi non lo riconobbero. “Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo”. Sono troppo assorbiti da ciò che hanno perduto, per vedere il dono che hanno davanti. Sono troppo abitati dal volto di colui che hanno amato, per scoprirlo in quest’altro volto. Sono posseduti ancora dal tesoro che credevano di possedere e che a loro è stato rapito; questa ricchezza sfuggita li trattiene in se stessi, impenetrabile a colui che viene sempre nascosto, perché sempre Altro.

Il pane eucaristico nasconde e mostra, rende presente l’assente.
E Gesù accoglie la richiesta dei due viandanti di entrare con loro in casa.

«Egli entra dunque nella loro casa, come subito nella loro conversazione. Presso di loro, egli è presso di sé, ma lui allargherà la casa in cui essi lo ricevono alle dimensioni della sua. Là, nell’intimità e per questo pasto comune, fa i gesti del padrone di casa: prende il pane, lo benedice e glielo distribuisce. Non è più l’ospite a cui si dona la propria pare; egli è colui che la dona a ciascuno. Non è più lo straniero che passa e che si accoglie, ma colui che li riceve dopo averli istruiti. Egli li chiama e li nutre. Li adotta come suoi amici e li invita alla sua tavola».

(FONTE: http://parrocchiaroiano.it/cache/box/files/EJkOuUJ.pdf)