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    Marco Fusi [1]

    (NPG 2020-03-10)

    Da diversi anni a questa parte la vivacità pastorale di sacerdoti, religiosi/e ed educatori sta generando una esperienza di annuncio e insieme di consolidamento della fede in diverse parrocchie e in varie realtà ecclesiali. La vita comune si diffonde in modo particolare nelle Diocesi lombarde quale occasione speciale di fraternità tra adolescenti, 18enni e giovani. Alcuni oratori assumono sempre più il volto di una casa con stanze, cucina, sale da pranzo e per incontri; diversi luoghi della comunità vengono provvidenzialmente ripensati in chiave giovanile e fraterna, assumono una identità e un nome nuovo come ad esempio ‘Nazareth’, ‘Betel’, ‘Ermon’, ‘Betania’, per esprimere il desiderio di congiungere in modo armonico Parola e quotidianità, fede e vita, Dio e amicizia.
    Si tratta di un sentiero promettente, un semplice e germinale segno dei tempi che domanda alla Chiesa di non abbandonare la sua anima domestica, anzi di svoltare sempre più verso la sua essenziale natura di comunità dei credenti chiamati da Gesù a stare insieme nella diversità.
    La Christus vivit, esortazione post-sinodale consegnataci da papa Francesco, ci esorta a dirigerci con determinazione in questa direzione che i giovani stessi con i loro accompagnatori ci stanno suggerendo:
    “Fare “casa” in definitiva «è fare famiglia; è imparare a sentirsi uniti agli altri al di là di vincoli utilitaristici o funzionali, uniti in modo da sentire la vita un po’ più umana. Creare casa è permettere che la profezia prenda corpo e renda le nostre ore e i nostri giorni meno inospitali, meno indifferenti e anonimi. È creare legami che si costruiscono con gesti semplici, quotidiani e che tutti possiamo compiere. Una casa, lo sappiamo tutti molto bene, ha bisogno della collaborazione di tutti. Nessuno può essere indifferente o estraneo, perché ognuno è una pietra necessaria alla sua costruzione» […]”[2].
    E ancora:
    “In questo quadro, nelle nostre istituzioni dobbiamo offrire ai giovani luoghi appropriati, che essi possano gestire a loro piacimento e dove possano entrare e uscire liberamente, luoghi che li accolgano e dove possano recarsi spontaneamente e con fiducia per incontrare altri giovani sia nei momenti di sofferenza o di noia, sia quando desiderano festeggiare le loro gioie. Qualcosa del genere hanno realizzato alcuni oratori e altri centri giovanili, che in molti casi sono l’ambiente in cui i giovani vivono esperienze di amicizia e di innamoramento, dove si ritrovano, possono condividere musica, attività ricreative, sport, e anche la riflessione e la preghiera, con piccoli sussidi e diverse proposte. In questo modo si fa strada quell’indispensabile annuncio da persona a persona, che non può essere sostituito da nessuna risorsa o strategia pastorale”[3].
    Accenniamo dunque agli elementi significativi di queste proposte di vita comune che in vari modi sorgono nelle nostre comunità giovanili: alcuni passi evangelici e biblici risuonano in modo evidente in tali esperienze.

    “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri (Gv 13,35)

    La Parola del Vangelo ci ricorda come l’amore reciproco sia il segno distintivo dei discepoli di Gesù. Tale amore si esprime nella vita comune addirittura attraverso la fraternità, che è vivere insieme, condivisione della quotidianità e stare alla stessa tavola. Ragazzi e giovani hanno il desiderio di vedere e toccare con mano la presenza di Cristo, non si accontentano del sentito dire e perciò, come il “famoso” Tommaso, quasi pretendono una speciale rivelazione del Maestro. La fraternità vissuta in un contesto di preghiera (Parola e sacramenti) svela il volto di Gesù, prende per mano ciascuno per accompagnarlo delicatamente a mettere il suo dito nel costato trafitto del Risorto. La stretta condivisione della vita con le sue piccole gioie (un sorriso a colazione, come un po’ di ascolto e comprensione in un momento di tristezza) e anche con le sue pesantezze (i difetti dell’altro così emergenti o le proprie chiusure in egoismi e orgoglio) regala l’intuizione che il Signore si concede proprio in questa vita insieme capace di superare l’isolamento. La concretezza di Cristo che è vivo tra i giovani non sembra più uno slogan per libri o manifesti, ma attraversa la giornata e le relazioni.
    Nella quotidianità intrapresa insieme è possibile abbassare le maschere, i giovani possono svelare e condividere debolezze e risorse, il primato è assegnato alla cura delle relazioni gratuite, senza fini utilitaristici. La presenza di educatori (sacerdoti, suore, famiglie) nella vita comune accanto ai giovani viene percepita come una condivisione della vita che non cerca servizi da svolgere in parrocchia o prestazioni da offrire: la testimonianza si rende concreta nel racconto di sé attorno al tavolo; desideri e preoccupazioni vengono spartiti spontaneamente in una semplice chiacchierata. L’amore reciproco si esprime nel servizio concreto (preparare la tavola, cucinare, pulire la stanza…) e soprattutto nell’ascolto l’uno dell’altro nelle semplici occasioni che la giornata regala.

    “Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori” (Ef 3,17)

    Se il fondamento sta nella densità evangelica della fraternità, allora si comprende che la vita comune si avventura in una impresa che sembra impossibile; come se non bastasse, si propone anche di accompagnare i giovani a riconoscere che può esistere un centro. Tra allenamenti e ripetizioni, aperitivi con gli amici ed esami da preparare, tra impegni in oratorio e lezioni in università, brevi comparse in famiglia e mille contatti da intraprendere… la vita sembra così frammentata da spegnere ogni ambizione di individuare un collante che possa tenere insieme tutto. La relazione viva con Gesù anche attraverso la vita comune si presenta come unificante, capace di tessere le fila dell’esistenza e comporre in unità i diversi ambiti di vita. Lo Spirito di Gesù agisce come centro affettivo del cuore. Ricordiamo l’invito del Cardinale Scola ad educarci al pensiero di Cristo. Ogni esperienza e attività si può attraversare in questa Compagnia. Si allontana il rischio di disperdersi in tante azioni slegate e in numerosi luoghi tra loro non comunicanti.
    Spesso in una sola giornata indossiamo diverse “magliette” che non ci rappresentano e quasi sembrano smentire quello che siamo realmente. Rischiamo una sorta di schizofrenia esistenziale (culturalmente viene quasi promossa), per la quale i giovani non sono vaccinati. L’amicizia con il Signore ci fa essere profondamente noi stessi con la nostra originalità al bar come a scuola, in parrocchia come per strada. Lo Spirito ci regala una identità profonda per quanto sempre in dialogo aperto con l’altro e docile al movimento che è stimolato dalle provocazioni della realtà.
    A questo riguardo così scrive Luigi Maria Epicoco:
    “Tutto (nel minestrone) è un insieme di verdure. C’è però qualcosa, un ingrediente che amalgama tutto, ed è il sale. Il sale dà sapore. Che cosa fa in pratica? Crea collante tra tutto. Non ci troviamo più di fronte a verdure accostate, ma davanti un piatto unico, che è tenuto insieme da un collante che non vedi ma che quando mangi ti accorgi che c’è. Ecco, la Fede non è mai una cosa che si vede, ma è una cosa di cui ci si accorge mangiando, vivendo. Potremmo dire che la Fede ha sempre a che fare con l’esperienza. Se c’è la Fede, succede che tutte le componenti della nostra vita sono amalgamate, dialogano tra di loro tanto da formare un tutt’uno, non un miscuglio di cose accostate e indigeste, ma un qualcosa di buono da mangiare”[4].
    Le preghiere del mattino e della sera (con la proposta dell’esame di coscienza e insieme al Vangelo che attraversa i ritmi della giornata) coltivano nei giovani il cammino di unificazione della vita. Il discernimento diventa possibile quando un educatore accompagna i giovani che gli sono affidati in esperienze di vita comune che aiutano a mettere un po’ di ordine nella concreta organizzazione delle giornate, a riconoscere spazi eccessivi regalati a qualcosa che non è essenziale.

    “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,5)

    Nelle diocesi lombarde l’esperienza delle vite comuni ormai presenta diversi anni di vita. Basti ricordare che già il Cardinal Martini, incoraggiando tali proposte e ascoltando la testimonianza dei giovani, al termine del cammino diocesano delle ‘Sentinelle del mattino’, così scriveva:
    “Abbiate la gioia di una casa comune: una domus ecclesiae. Prima che un edificio ci sia un contesto, un luogo permanente di incontro, giorni di vita insieme in cui si respiri uno stile di fraternità, di lavoro e di preghiera; tempi comuni dentro la vita ordinaria, per imparare a fare bene le cose di tutti i giorni, e per interpretare insieme la Parola e la cultura contemporanea, con l’intelligenza della fede e con il desiderio di dialogare con tutti. Tutte le nostre comunità siano attente alle esigenze giovanili di vita comune, sapendo che i giovani, oggi più che mai, hanno bisogno di formazione intelligente e affettiva, per appassionarsi al Signore, alla comunità cristiana e ai fermenti evangelici disseminati tra i loro coetanei nel mondo. Certamente qualche struttura andrà trasformata, qualche contesto nuovo di incontro andrà inventato, con creatività e saggezza, perché siano luoghi di autentica conoscenza del Signore e gioiosa condivisione fraterna. La Parola di Dio ha bisogno di un terreno buono e l’Eucaristia ha bisogno di una casa”[5].
    “Tempi comuni dentro la vita ordinaria, per imparare a fare bene le cose di tutti i giorni”: le vite comuni non devono essere una vacanza ma piuttosto sostenere la vita ordinaria e aprire a coglierne i significati più ampi. Zaccheo scopre che una giornata normale diventa occasione sorprendente per incontrare il Signore e trasformare la vita. La quotidianità è costituita da alzarsi dal letto con qualche fatica, fare colazione e pregare le lodi, prendere il treno e stare ad ascoltare i docenti, prendere un caffè e riordinare gli appunti, inviare i messaggi e fare le prime esperienze di lavoro, avere pazienza con gli altri e con se stessi, preparare la cena e raccontare quanto è accaduto: tutto ciò che è parte di una giornata è grazia, provocazione dello Spirito, tempo opportuno per un incontro. La vita comune non è fuga dalla realtà e dalle responsabilità. Si condivide il tempo con le sue ripetizioni e con le sue sfide. I Santi ci addestrano a vivere il momento presente ricolmandolo di amore: lo scorrere dei minuti esprime la generosità della vita che in ogni stagione domanda accoglienza e insieme creatività. Il tempo non è un tiranno da maledire o da aggredire, ma una opportunità da riconoscere, una forza dinamica da assecondare verso esiti benefici, un avvenire che rivela la cura misericordiosa del Padre. Gli incontri e le circostanze di una giornata sono appelli che possono interrogarci e scuoterci, pensieri e sentimenti sono moti da ascoltare attentamente e interpretare nello Spirito.

    NOTE

    [1] Ordinato sacerdote nel 2004, dopo aver svolto il suo ministero come vicario parrocchiale negli oratori di Rho (MI) e Vimercate (MB), dal 2019 è responsabile del Servizio per i Giovani e l’Università dell’Arcidiocesi di Milano.
    [2] Francesco, Christus vivit, n. 217.
    [3] Ibidem, n. 218.
    [4] L. M. Epicoco, Sale non miele, San Paolo, Cinisello Balsamo 2017, p. 52.
    [5] C. M. Martini, Attraversava la città. Risposta al Sinodo dei giovani, Centro Ambrosiano, Milano 2003, pp. 22-23.


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