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    I Profeti maggiori (schede di arte)


    PG e Arte / Storia “artistica” della salvezza

    Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele

    Maria Rattà

    (NPG 2020-04-78)


    Uomini dall’aspetto più o meno imponente, quasi sempre barbuti, volto corrucciato, sguardi cupi; accompagnati da una pergamena, un libro oppure un cartiglio. In questi pochi tratti si inquadra già la figura del profeta a livello artistico, sebbene ogni singolo personaggio, di volta in volta, si connoti anche per elementi più specifici. In molti casi è l’iscrizione cui ciascuno di essi si accompagna a chiarirne l’identità, perché si tratta di versetti estrapolati dai loro libri; in altri – meno frequenti, tuttavia – sono alcuni attributi propri a svelare l’arcano, come il ramo fiorito per Isaia (p. 16), rimando alla profezia “Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse” (Is 11,1). E proprio dal libro di Isaia nasce l’iconografia dell’Albero di Jesse, che nella sua prima rappresentazione (Vyšehrad Codex del 1086) vede il profeta seduto di fronte al patriarca, mentre lo avvolge con un cartiglio su cui è riportato il vaticinio (p. 19).
    Anche in altri casi i profeti compaiono nelle scene da essi preannunciate: Geremia e Isaia si ritrovano nel quattrocentesco Trittico dell’Annunciazione di Barthélemy d'Eyck, (p. 13), e tutti e quattro i profeti maggiori compaiono nella trecentesca Annunciazione tra i santi Ansano e Massima di Lippo Lemmi e Simone Martini (p. 14). Ezechiele è inoltre spesso inserito nelle scene della natività di Gesù, come per es. in quella (dello stesso secolo) di Duccio di Buoninsegna (p. 22).
    Gli artisti danno poi particolare risalto alle scene di vocazione dei profeti. Isaia è ritratto in immagini di grande intensità nel momento in cui l’angelo sta per toccare le sue labbra con il carbone ardente (Tiepolo, p. 26 e Chagall, p. 27). Anche per Geremia è immortalato l’istante in cui il Signore stende la mano e tocca la sua bocca: il miniaturista della Winchester Bible e Marc Chagall tratteggiano con estrema delicatezza l’umiltà del profeta (pag. 37). La straordinaria umanità di Geremia risalta però anche in altre opere, in primis nella descrizione che ne fa Michelangelo: il suo è un profeta cupo, pensieroso, immerso nei dolorosi presagi che dovrà poi riportare al popolo (p. 36). Chagall traduce il pianto di Geremia in un’immagine toccante, in cui il profeta stringe al proprio petto quello che sembra un rotolo, la Torah, in un simbolismo da alcuni spiegato metaforicamente: egli è come una madre per il popolo di Gerusalemme (p. 51). Anche Rembrandt raggiunge un grande lirismo nella sua rappresentazione di Geremia: il profeta piange la distruzione di Gerusalemme (come titola il quadro), e la previsione degli accadimenti futuri è concentrata in un angolino della tela, dove il fuoco sta consumando ogni cosa e un uomo cerca di mettersi in salvo. Il profeta, in primo piano, siede in un anfratto, in cui l’uso sapiente della luce ne enfatizza il volto pensoso (p. 54).
    L’influsso di Ezechiele sull’arte ricorda un po’ quello di Isaia. Così come questi dà origine alla rappresentazione artistica dell’Albero di Jesse, l’altro dà vita al cosiddetto “Tetramorfo” (pp. 70-72) ossia alla raffigurazione unitaria dei quattro Evangelisti attraverso dei simboli, derivati da Ez 1,5-14 in cui egli vede quattro creature con sembianze di uomo, leone, bue e aquila, con delle ruote munite di occhi. È il “carro di fuoco” immortalato da molti artisti (pp. 64-69).
    È però certamente Daniele il profeta che maggiormente ha consentito agli artisti di spaziare in un amplissimo registro narrativo: dal suo ingresso alla corte del re Nabucodonosor, passando per le sue visioni e la sua esperienza nella fossa dei leoni, fino alla sconfitta inflitta alla divinità pagana Bel e al drago, l’arte immortala in miniature, dipinti, vetrate e sculture la storia di questo giovane animato da fede e sapienza (pp. 102-146; 176-182). Ma è un particolare capitolo della sua vicenda a interessare maggiormente committenza e artisti: quello che vede la comparsa di una figura femminile, Susanna, moglie di Ioakìm (pp. 149-174). Una donna affascinante che subisce le molestie sessuali di due giudici disonesti, rischiando la morte finché non interviene il giovane e saggio Daniele. Ma di lui, Daniele, in questa vicenda quanto mai attuale, le tracce artistiche in tale contesto sono veramente pochissime. A interessare gli artisti è proprio Susanna, che nell’arte paleocristiana è modello di virtù e fedeltà, di riscatto da parte del Signore (tanto da comparire anche nelle catacombe, come invito alla speranza per quanti hanno perso i propri cari, p. 173), mentre in quella successiva (specialmente del XV e XVI secolo) la sua storia diventa un espediente lecito per veicolare il nudo femminile in immagini in cui Susanna è una donna matura, la cui capacità seduttiva le si ritorce contro. Ogni artista connota le proprie opere con un tratto diverso: ora goliardico (come Jacob Jordaens p. 163), ora palesemente sensuale (come Alessandro Allori, p. 158), ora vanitoso (Tintoretto, p. 157 e Cesari, p. 159). Non mancano però maestri che descrivono l’assalto dei due vecchioni in tutta la sua crudezza: così Artemisia Gentileschi (p. 160), Anthony van Dyck e Gherardo delle Notti (pp. 162-163). Ma l’intervento di Davide salverà Susanna (Achille Devéria, p. 174) e diventerà un monito anche per chi osserva: la verità, alla fine, viene sempre a galla.

    Nota. Le pagine si riferiscono al pdf pubblicato nella relativa Newsletter e nel sito.

    PS. Qui tutta la serie:
    http://notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=12046:storia-qartisticaq-della-salvezza&catid=482:questioni-artistiche&Itemid=1006



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