La preghiera

David J. Wolpe

I rabbini chiamano la preghiera «il servizio del cuore». La metafora del sacrificio (poiché "servizio" rimanda ai riti e ai sacrifici del Tempio) è suggestiva. La preghiera degli ebrei si basa sul concetto che si sta compiendo un'offerta a Dio. Si sta offrendo qualcosa: il fervore e la pienezza delle nostre anime. «La preghiera non viene accolta», dice il Talmud, «a meno che non ci si avvicini a Lui con il cuore in mano» (Ta'anit 8a).
La preghiera è l'atto completo dello spirito umano che coinvolge tutte le facoltà: intellettuali, emotive, spirituali e persino fisiche (nei movimenti prescritti della preghiera). Tale offerta è ritenuta completa dato che i fedeli si pongono su un metaforico altare e si mettono "in linea" nella speranza di essere accolti. Una differenza fra la preghiera e la comunicazione umana è la sicurezza dell'essere accettati da Dio, se non dell'ottenere il Suo assenso. La tradizione ritiene che Dio accoglierà qualsiasi preghiera venga volontariamente offerta con fervore.
Questo non rende più facile pregare. Infatti, se la sicurezza dell'accoglienza costituisce una differenza fra la comunicazione umana e quella divina, l'altra differenza è l'incertezza della risposta. Non sappiamo se qualcuno è in ascolto. La preghiera è veramente un dialogo o solo un monologo? Nelle nostre esistenze la risposta alla preghiera è molto discontinua. A volte si è tentati dal credere che qualcosa ci è stato concesso in risposta alle nostre richieste. In momenti di maggior sobrietà capiamo, comunque, che non si deve pregare per avere risposte in questo mondo, che troppo di ciò che è richiesto con fede non viene esaudito. Se ciò che chiediamo non ci è concesso, possiamo ugualmente affermare che esiste una "risposta"?
Solo dentro di noi possiamo sentire se c'è una qualche risposta. Niente al mondo può dimostrare con sicurezza che vi è comunicazione. Forse nella propria anima ognuno può affermare che vi è stata un'intimità con Dio, ma è una conclusione strettamente personale e sempre incerta. Chi prega lotta con la profonda paura che l'unica risposta possa essere l'assenza, il silenzio.
L'incertezza di una risposta non è l'unico ostacolo alla preghiera. Persino in momenti di maggior sicurezza, quando si è certi dell'accoglienza di Dio, svelarsi interamente a Lui è estremamente difficile. Conosciamo la grandissima resistenza che nasce in noi quando cerchiamo di aprirci a un altro essere umano. La paura si erge come un muro nell'anima e lotta per rinchiuderci al sicuro in noi stessi. Questo stesso muro si innalza quando cerchiamo di pregare, e a volte si profila così alto che aprirsi a Dio richiede grandi rinunce, persino meno certezze.
Eppure, la convinzione dell'accoglienza compassionevole di Dio è un solido fondamento della preghiera ebraica: «Un cuore contrito e umiliato, Signore, Tu non disdegnerai» proclama il salmista (51,19). Nel corso della storia ebraica la preghiera è stata strutturata in meditazioni senza fine, esercizi, schemi specifici e formule fisse, ancora in uso, seppure la maggioranza sia da tempo stata dimenticata. Tale struttura non è stata pensata per riflettere il vuoto di certi enunciati prestabiliti o la recita di lunghe preghiere imparate a memoria. È stata invece finalizzata a una condizione mentale: il fedele dovrebbe sentire l'effetto della propria azione e dovrebbe essere desideroso di offrire la propria anima a Dio.
Mantenere entusiasmo in ogni attività è una sfida. Nella preghiera, quando le ricompense immediate spesso non sono visibili, ciò è particolarmente difficile. La pratica della preghiera è abbastanza impegnativa a causa degli obblighi pressanti di ogni giorno che logorano la volontà individuale. Eppure il vero ostacolo alla preghiera non è la sua frequenza regolare ma la sua profondità. Nel Talmud ci viene spesso rivelato che Dio domanda il cuore (cfr. Sanhedrin 106b). Offrire un cuore in preghiera è aprirsi, rimuovere la ruvida corazza con la quale proteggiamo le nostre anime in un mondo ostile. Significa abbandonare i nostri bisogni per la certezza dell'interazione, così da lasciarci coinvolgere in un dialogo tanto antico quanto intenso. Significa imparare, in breve, come si parla con Dio.
Sebbene vi sia un aspetto estatico nel pregare, la preghiera ebraica non è priva di contenuti. La liturgia degli ebrei è più che un mantra. Ogni preghiera ha un messaggio, indirizzato al credente così come a Dio. Si racconta di un uomo che una volta avvicinò il suo rabbino e gli disse: «"Sai, non voglio vantarmi, ma mi considero un uomo abbastanza istruito. Mi sono immerso nel Talmud tre volte". Il rabbino sorrise, annuì con la testa e disse: "Ciò è ammirevole, amico mio. Ma dimmi, quanto del Talmud è entrato in te?"». Similmente, bisognerebbe non solo recitare le preghiere ma farsi penetrare dalle parole, dal loro significato e dal loro messaggio.
La scelta delle nostre preghiere riflette ciò che pensiamo di noi stessi e della missione dell'uomo, così come le nostre opinioni sull'Autore dell'universo. Solocon uno o due esempi possiamo capire alcune priorità della preghiera nella tradizione ebraica.
All'inizio del servizio mattutino vi è una serie di domande semplici ma sconvolgenti: «Cosa siamo? Cosa è la nostra vita? Cosa è la nostra bontà? Cosa è la nostra giustizia? Cos'è il nostro aiuto? Cosa è la nostra forza? Cos'è il nostro potere? Cosa possiamo dire di fronte a Te, o Dio?». Con queste domande si intende rimuovere la comoda facciata dell'io e forzare il lettore sensibile a considerare i problemi fondamentali. Esse partono lentamente in circoli concentrici che si allargano. Inizialmente ci viene chiesto di interrogarci su quale sia il nostro fondamento come persone e sul perché siamo qui. Poi si prosegue nel considerare le nostre azioni verso i nostri simili, il nostro concetto di giustizia e bontà. Infine, la fonte della nostra forza ossia Colui che ci ha creato. Ormai consapevoli della disparità fra le aspettative dell'essere umano nella prima domanda e la reale condotta delle nostre esistenze, chiediamo in quale modo possiamo pregare per giustificarci. Le interrogazioni illuminano le nostre inadeguatezze e le nostre virtù e spingono ad una riflessione sui fini della nostra vita.
Prima di giungere a una risposta, dobbiamo comprendere l'intensità di queste domande. È stato spesso detto che la mente umana, se indaga abbastanza in profondità e con onestà, potrà arrivare al quesito finale, dal quale non esiste via di scampo e per il quale non vi è risposta conclusiva. Perché esiste qualcosa invece che il nulla? Il mistero dell'esistenza, qualsiasi esistenza, è il nocciolo di tutte le indagini successive. Il fatto che esistiamo, ecco "il mistero".
Questa è la domanda, peculiare alla situazione umana, che la nostra preghiera pone inizialmente. Perché ognuno di noi è qui? Quali sono le fondamenta di questo breve periodo di vita inserito fra due oscurità? La prima risposta non è ciò che ci si potrebbe aspettare da un libro di preghiere. «Poiché la moltitudine degli eventi umani è vuota e i giorni della vita mortale sono vani di fronte a Te. E l'uomo non è superiore alla bestia, poiché tutto è futile». Riecheggiando il Libro del Qohelet, la preghiera enfatizza il fatto che la morte (la "futilità") è la fine ultima sia della bestia che dell'uomo. Qui sicuramente, in forma concisa, è presente la stessa situazione descritta nel capitolo terzo. Le conquiste umane non possono sottrarsi allo spettro della morte, che rende le nostre esistenze, i nostri disegni di gloria e i nostri successi equivalenti a quelli degli animali, poiché noi, come loro, moriremo.
Il libro delle preghiere non lascerà questa immagine di disperazione come ultima parola e sicuramente la risposta al dilemma è ciò che potremmo anticipare. In ebraico sono necessari solo tre vocaboli: aval anachnu 'amkha, «ma noi siamo il Tuo popolo!». La risposta è nella relazione. Dio, consideriamo importanti le nostre esistenze e preziose le nostre opere perché Tu ti preoccupi di noi; perché stiamo per pregare e entrare in dialogo con Te; siamo importanti perché stiamo per offrii-Ti il cuore che Tu ci chiedi ed esaudire una richiesta divina non è piccola cosa.
Persino una semplice occhiata a questa sezione delle preghiere preliminari illustra i motivi ricorrenti della preghiera: la relazione, il valore, il bisogno. Un Dio in ascolto è il simbolo centrale nella preghiera, poiché la preghiera è una supplica per essere ascoltati. Parliamo troppo spesso a un cosmo vuoto di desideri che nessuno può condividere, certi che le nostre parole si diffondono nell'indifferenza, per dissolversi e scomparire con tutti i vani desideri inascoltati dell'umanità. Se solo fossimo ascoltati!
La convinzione centrale della preghiera è che siamo uditi. La preghiera non si eleva o perisce a seconda del riconoscimento di un desiderio. Questa è la preghiera di un bambino che considera il paradiso come un dispensario celeste di doni. Quasi sempre le nostre richieste vengono negate. Il salmista è felice di sapere che Dio ascolta la sua preghiera, non che la esaudisce (cfr. Sal 116,1). Ci viene concesso l'oggetto stesso della preghiera, cioè venir ascoltati.
Una delle preghiere più commoventi del servizio delle solenni festività ebraiche ha come tema centrale la semplice supplica shema' qolenu: «Ascolta la nostra voce». La voce della comunità si eleva all'unisono. Ci sono differenze nei desideri e nelle speranze individuali di coloro che fanno parte della comunità, ma l'ispirazione comune, che elimina tutte le divisioni fra gli uomini, è di essere ascoltati, di essere assistiti. La vera preghiera è liberazione. Libera le aspirazioni e i desideri dell'anima; allevia, anche se solo per un momento, la paura della solitudine e dell'incomprensione. «Sebbene la distanza fra la terra e il paradiso sia un viaggio di cinquecento anni, quando si sussurra una preghiera o si medita in silenzio, Dio è vicino e ascolta» (Deuteronomio Rabbà 2,10).
Le preghiere possono nascere anche da occasioni specifiche e rivelare la sfera delle emozioni umane, dalla gratitudine alla meraviglia, al terrore. Così la vista di una montagna o di un arcobaleno evoca una benedizione e ci ricorda il significato dell'arcobaleno nella Bibbia, simbolo del patto con Noè. La formalità della benedizione è significativa e rivela il suo vero intento. «Benedetto sei Tu» è l'inizio di ogni benedizione, prima che si passi alla più deferente terza persona. La montagna è impersonale nella sua grandezza; l'arcobaleno splende per tutti coloro che lo guardano. Diventano però subito personalizzati, perché generano istantaneamente l'intimità della relazione intima con Dio. La bellezza sorprendente della montagna fa scaturire in noi benedizioni e in questa evocazione si trova il vincolo che la preghiera può generare nelle nostre esistenze. Il legame fra estetica e dialogo diventa più chiaro. Dio ha creato un mondo spesso bellissimo e il nostro farne parte è una ragione in più per rinnovare l'intimità della nostra relazione con Lui.
La preghiera è un mezzo non solo per esprimere le emozioni ma per modellarle e definirle. Con la preghiera possiamo affinare le percezioni del desiderio umano. Alcuni sentimenti comuni devono essere espressi. Dobbiamo dar loro una forma per poterne parlare adeguatamente, poiché ognuno non può inventare un proprio linguaggio personale. Dire «ti amo» è una sorta di formula liturgica: permette di esprimere un sentimento profondo in una forma riconosciuta, comprensibile a chi si parla, e allo stesso tempo permette di esprimere i nostri sentimenti. Similmente, le formule della preghiera offrono la possibilità di dire ciò che altrimenti rimarrebbe inespresso. In quale modo potremmo esternare gratitudine per il solo fatto di essere vivi o di sentirci bene (un dono alquanto raro) o avere sufficiente cibo? Facciamo spesso queste considerazioni ma esse non riescono a rivelarsi per mancanza di forme di espressione. A chi o a che cosa dovremmo parlare quando la pienezza del benessere ci commuove e ci ispira gratitudine?
Una saggia massima rabbinica preannuncia che alla fine del tempo tutti i sacrifici verranno aboliti tranne le offerte di ringraziamento (Levitico Rabbà 9,7). In un mondo ideale, dove il dolore è stato eliminato, gli uomini avranno ancora bisogno di esprimere il proprio ringraziamento. Una strada ultimamente percorsa dalle varie generazioni è quella della preghiera.
Una domanda posta di frequente è perché Dio abbia bisogno della preghiera. A ciò la tradizione offre due risposte distinte. La prima è abbastanza semplice: Dio ha bisogno della preghiera in quanto Egli ha bisogno o, meglio, desidera essere in comunicazione con le Sue creature. Il giudaismo presuppone che Dio si interessi e desideri essere unito alle Sue creature. Per questa sola ragione la preghiera è importante.
La seconda risposta è che Dio non ha veramente "bisogno" della preghiera degli uomini. Non fa alcuna differenza all'auto-comprensione di Dio che Lo si lodi o Lo si glorifichi oppure no. La differenza per la nostra auto-comprensione, al contrario, è determinante. Ci viene ricordata la nostra condizione e missione su questa terra. Per un momento ci rendiamo nuovamente conto del fatto che la vita è un dono, esile ed effimero, e che noi siamo debitori di questo dono a Dio. Magnificare Dio ricorda i nostri limiti, spesso difficili da accettare in un mondo dove l'uomo ha ottenuto e conquistato così tanto in maniera così ammirevole.
Questo spiega la norma rabbinica che concerne l'inchinarsi durante l'Amidà, la preghiera centrale della liturgia ebraica. Il fedele si flette all'inizio e alla fine di due delle diciotto benedizioni. Il sommo sacerdote si fletteva all'inizio di ognuna delle benedizioni e un re rimaneva chinato per l'intera preghiera (Berakhot 34a-b). Maggiore è la tentazione dell'orgoglio, e più si deve essere umili. Più alta è la posizione occupata in questo mondo, e più dobbiamo ricordare che ognuno di noi è umano, ha bisogno di consiglio e necessita di misericordia.
Come tutti i comportamenti umani, la capacità di esprimere gratitudine può essere erosa dalla mancanza di pratica. Accettare questo mondo, e noi stessi, come cose ovvie e scontate è uno dei maggiori errori commessi dagli uomini. Non c'è alcuna difficoltà nel ringraziare per ciò che è raro e speciale. Essere grati per ciò che esiste da sempre è più difficile. La preghiera ci aiuta a comprendere che i ringraziamenti sono dovuti per i benefici che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana, benefici che sono indispensabili ma spesso trascurati.
La preghiera è il linguaggio adatto allo spirito, sempre più intenso, che riesce a esprimere l'essenza dell'anima. La berakhà, la benedizione, è l'epigramma spirituale nel quale il fondamento della relazione personale con Dio viene affermato in maniera memorabile. Essa è parte della più vasta rete di relazioni ebraiche con Dio, spesso ardue da comprendere. Per capire il Dio ebraico tuttavia si deve prima apprendere i contenuti e le pratiche del giudaismo.

(Il guaritore dei cuori infranti. Dio nella tradizione ebraica, Morcelliana 2018, pp. 133-143