Dove c’è lo Spirito santo

c’è il perdono

Pentecoste, annata A


Enzo Bianchi

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei capi dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».
Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
(testo dell'evangeliario di Bose)
Gv 20,19-23

La festa di Pentecoste è il compimento del mistero pasquale: le energie del Risorto si riversano sulla sua comunità la quale, grazie allo Spirito santo, confessa Gesù Cristo quale Figlio di Dio e Signore (cf. 1Cor 12,3) e lo testimonia nella compagnia degli uomini.
Ecco perché il brano proposto dalla chiesa alla nostra meditazione, la conclusione del quarto vangelo, ci presenta il dono dello Spirito fatto dal Risorto ai suoi discepoli. Vi è in questa pagina il compimento di un’attesa che attraversa tutto il vangelo. Lo Spirito, amore del Padre, scende su Gesù in forma di colomba al momento del battesimo, come attesta Giovanni il Battezzatore, che aggiunge: «Chi mi ha mandato a battezzare con acqua mi ha detto: “L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza, immerge in Spirito santo”» (cf. Gv 1,32-33). Queste parole suscitano l’attesa di questa immersione definitiva nello Spirito da parte di Gesù, attesa ridestata poco più avanti dall’evangelista: «Colui che Dio ha inviato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura» (Gv 3,34).
Gesù stesso, nell’ultimo e solenne giorno della festa delle Capanne, ritto in piedi nel tempio grida: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: “Fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”» (Gv 7,37-38; cf. Is 55,1-3; Ez 47,1-12; Zc 13,1; 14,8). E qui di nuovo l’autore del vangelo commenta con la sua solita intelligenza spirituale: «Questo disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato». Ancora, nei «discorsi di addio» (cf. Gv 13,1-16,33), prima di passare da questo mondo al Padre, Gesù promette ripetutamente ai discepoli che non li lascerà orfani: essi non dovranno temere nulla perché Gesù pregherà il Padre il quale invierà nel suo Nome lo Spirito Consolatore, che insegnerà loro ogni cosa e li guiderà alla piena verità; li condurrà cioè a fare memoria di tutta la vita di Gesù e ad assumerla in profondità, fino a farne la fonte della loro stessa vita.
Ed ecco che giunge, puntuale, la realizzazione della promessa. Gesù aveva più volte profetizzato che sarebbe venuta per lui l’ora dell’innalzamento, della glorificazione: ebbene, elevato sulla croce, dopo aver pronunciato la sua ultima parola – «Tutto è compiuto!» – Gesù «reclinato il capo consegnò lo Spirito» (Gv 19,30). Per il quarto vangelo il momento della morte di Gesù è in realtà più che mai l’ora in cui egli agisce come Vivente e, ripieno della gloria di chi ama fino alla fine, fa il dono definitivo, quello che dà inizio agli ultimi tempi: Gesù dona lo Spirito santo alla chiesa che è ai piedi della croce, rappresentata da sua madre e dal discepolo amato, e lo dona anche a tutta l’umanità a lui ostile o indifferente. A conferma del compimento avvenuto, l’evangelista attesta che «uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,34), il sangue dell’alleanza e l’acqua segno dello Spirito…
Ma Gesù vuole che il dono dello Spirito sia accolto consapevolmente dalla sua comunità, dispersa nell’ora della croce. Per questo la sera del giorno della resurrezione si manifesta ai discepoli chiusi nella loro paura, torna ad assumere il posto centrale che spetta al Signore e annuncia loro la sua pace, quella che il mondo non può dare. Infine, dopo aver mostrato le ferite dell’amore che restano indelebili nel suo corpo, «alita su di loro», gesto che segna una nuova creazione (cf. Gen 2,7), «e dice: “Ricevete lo Spirito santo”». Il dono è nel contempo responsabilità, è in vista della missione essenziale affidata da Gesù alla chiesa: rimettere, perdonare i peccati a tutti gli uomini, nessuno escluso.
Sì, «lo Spirito santo è la remissione dei peccati», come recita una bella preghiera liturgica. In questo giorno di Pentecoste, mentre facciamo memoria di tutta la vita del Signore Gesù sfociata nel dono dello Spirito, dovremmo invocare questo stesso Spirito perché metta in noi il suo frutto per eccellenza: la capacità di compiere gesti concreti di perdono e di riconciliazione nelle nostre relazioni quotidiane. Questo è vivere da con-risorti con il Signore ed essere nella storia testimoni credibili del grande dono dello Spirito santo.