L'anno in corso

Ovunque nella vita. Testimonianze di giovani

Inserito in NPG annata 2020.


Sarah Bortolato

(NPG 2020-06-40)

«Testimoniare il Vangelo ovunque nella propria vita» (ChV 175)

Abbiamo chiesto ad alcuni giovani di consegnarci qualche vissuto o visione di “Chiesa in uscita” a partire dalla rilettura della loro esperienza di vita. Sono emerse prospettive interessanti, parole sorgive che indicano aperture convergenti e rinnovate prospettive… espressione di un sentire che dall’ascoltarsi dentro punta ad un orizzonte ampio come l’ecumene. Desideriamo lasciare spazio alla loro voce per coglierne le suggestioni, consapevoli che il “prossimo passo da compiere”, frutto del discernimento in comune, nasce sempre da sguardi che lo Spirito intreccia.
La nota più ricorrente che i giovani, esprimendosi sulla Chiesa, ci consegnano è quello di una decisiva e concreta apertura al mondo. Una chiesa che riduce le proprie zone comfort e si spinge ad abitare altri luoghi dell’interagire umano, fiduciosa che anche dalle eventuali ferite dell’incontro continua a scaturire un’umanità rinnovata.

A tal proposito Rossella P., giovane laureata in economia, afferma: «Mi piace molto l’idea dello stare nel mondo senza essere del mondo. Mi spiego: pensando ad un’immagine di chiesa, mi viene subito in mente o quella inquadrata nelle realtà “consacrate” (chiese, oratori, scuole cattoliche, diocesi, ecc.) o quella totalmente dedicata al Terzo Settore (tutte le realtà “no profit” e le varie iniziative sociali rivolte ai poveri materiali). Sento che manca una presenza di rilievo nella porzione di mondo “normale”, fatta dai “poveri del terzo millennio” - come li chiamo io - che poi sono i ricchi materiali, ma poveri di spirito. Non quelli delle beatitudini, ma coloro che si ritrovano poveri interiormente perché hanno perso la profondità e la gioia. La concretezza della chiesa che desidero passa proprio dallo stare nel loro mondo: quello delle aziende, del commercio, dell’industria, del digitale, delle nuove frontiere di sviluppo...
Se penso alla realtà in cui mi trovo a vivere e lavorare, la città e l’università, attorno a me circolano potenti slogan: “non ci fermiamo”, “siamo l’eccellenza”, “siamo competitivi”, “siamo il traino del paese”. Valori sicuramente buoni, che tuttavia rischiano di essere enfatizzati fino al dis-umano. Mi piacerebbe una chiesa che provocasse maggiormente queste realtà, non per svilirle, ma per renderle più umane e vere. Farle “morire” nella loro superbia perché rinascano nella loro autenticità».

Lucia V. - una laurea in farmacia conseguita poco prima del lockdown e una variegata esperienza di associazionismo - ci parla di una chiesa recettiva, che sa cogliere la testimonianza del mondo, e racconta: «I miei genitori, nel loro educarmi, hanno particolarmente tenuto all’“apertura al mondo”. Soprattutto durante la fase dell’adolescenza, mi hanno chiesto di dare spazio a realtà diverse … dall’oratorio, che per me era il luogo per eccellenza in cui vivevo la Chiesa. Ora riconosco come questa loro richiesta, che inizialmente ho vissuto con fatica, sia stata per me fondamentale. Dare la possibilità a relazioni e realtà differenti restituisce una ricchezza immensa in termini di pensieri, idee, stimoli, domande, nonché capacità di riconoscere le forme diverse in cui si manifesta la stessa Bellezza.
Se le amicizie di sempre mi hanno insegnato il rispetto della diversità di ciascuno, l’associazionismo laico di città mi ha portato a stringere amicizia con persone più grandi, spesso atee, che - con mia meraviglia - pur avendo fatto scelte completamente differenti dalle mie, mi hanno educato profondamente alla vita.
Mi sono lasciata educare dal mondo (al di fuori dell’oratorio) stando nel mondo e ho scoperto qualcosa di unico e preziosissimo: che anche lì c’è chiesa e che con il proprio essere è possibile portare la chiesa anche a persone che scelgono di non credere. Questo è un dono che come chiesa possiamo sperimentare solo quando accettiamo di uscire da noi stessi e dai nostri spazi abituali».

Anche Michele T., studente di Scienze dell’organizzazione, conferma questo sentire: «La chiesa in uscita che desidero sa uscire dai propri schemi e rivolgersi al mondo, anche a quello non credente…Ho maturato questa visione dopo essere stato due volte in Kenya come volontario. Ritengo sia importante che la chiesa in uscita sostenga i poveri, i più fragili, gli emarginati... collaborando intensamente con tutti, indipendentemente dall’appartenenza religiosa. Nelle situazioni in cui si lotta per il bene comune percepisco la bellezza di essere compatti: troppo spesso ho visto anteporre ritualità o tradizioni, invece di dare spazio alla concretezza dell’umanità. Papa Francesco rappresenta questa mia aspirazione di chiesa in uscita, infatti lui parla a tutti indistintamente e, quando si tratta di svegliare le coscienze, lo fa realmente, mettendosi in gioco; questa è la chiesa povera e semplice, la chiesa di Gesù che anch’io sogno».

Vi sono poi alcune sensibilità maturate con sapienza secolare nella Chiesa e riconosciute dai giovani. Tra queste, Rossella riporta all’attenzione il dono fecondo dell’ascolto e la priorità delle relazioni: un grembo in cui i giovani si affacciano e desiderano essere accompagnati. «Una chiesa che fa tanto e ascolta ancora troppo poco chi cerca il suo sguardo attento mi ha fatto prima allontanare e poi riavvicinare. Ricordo bene quando a 16/17 anni mi sono offerta di aiutare in un’attività e il don del mio paese mi ha risposto: “Fai come vuoi, per me che tu venga o meno è uguale”, e poi si è messo a fare altro... perché c’era altro da fare. Dopo anni mi sono riavvicinata alla chiesa, quando ho trovato chi mi ascoltasse anche nelle banalità che potevo dire aveva le sue cose da fare, ma sapeva metterle in secondo piano dedicandomi del tempo. Ripenso alle volte in cui ho chiesto di parlare o fare una chiacchierata e la risposta è stata: “non ora”, “sono molto occupato” … che tristezza quando prima delle persone che chiedono un ascolto attento si trovano attività da organizzare!».

Elisa D.T., Lettere moderne, ci riporta al valore di una presenza quotidiana di chiesa vivente che sa esserci in maniera discreta e fedele, prolungando lo spreco del “vasetto di nardo” che frantumandosi scalda il cuore. Di fonte alla domanda: qual è il luogo in cui verifichi maggiormente la tua esperienza di fede?, risponde: «Sono diversi i luoghi in cui faccio esperienza di fede, a partire dall’appartamento che condivido con altri fuorisede, tuttavia è l’università il posto che interpella in prima persona la mia fede. Può sembrare assurdo, ma nella vita universitaria intensa e a volte dispersa, ci sono due punti luminosi che mi permettono di rimanere salda nella fede: la compagnia degli amici del gruppo che frequento e il cappellano dell’università. Ogni giorno, quando arrivo, zaino in spalla e tanta voglia di mettermi in gioco, è lì ad accogliere con un sorriso le persone che passano. È incredibile vederlo ogni mattina spalancare le porte della cappellina universitaria, come per dire a tutti, persino ai più lontani: “Venite, Gesù è qui per ognuno di voi”. Ed effettivamente, da quando le porte della chiesa sono spalancate, molta più gente vi entra, anche solo per una fugace preghiera. La cosa che più mi stupisce e che mi fa compagnia durante le mie giornate di studio è sapere che il don è lì, da qualche parte, nello stesso luogo che frequento ogni giorno: certo, non lo vedo e non ci parlo sempre, ma la sua presenza è preziosa. Così come ritengo preziosa la cappellina, situata esattamente di fianco alla biblioteca che frequento: spesso la mattina quando arrivo in università faccio un salto in quel luogo accogliente, da sola o accompagnata da qualche amico, per affidare la giornata prima di andare a studiare».

Elisabetta, laureanda in Lettere moderne, ci condivide la gioia e il desiderio della testimonianza raccontandoci alcuni aneddoti tratti dall’esperienza universitaria e di educatrice dei preadolescenti: “Per la mia piccola esperienza, il Vangelo per essere annunciato ha bisogno di grandi sorrisi, braccia accoglienti e sguardo profondo, desideroso di scorgere il bello nascosto in ciascuno: insomma, per farsi domanda autentica per gli altri, il Vangelo ha bisogno anzitutto di una vita in cui fiorire.
Lo riscontro in oratorio, quando i ragazzi delle medie che seguo rimangono affascinati da alcune scelte “controcorrente” che compio e che profumano di gioia. Per esempio, quando ho raccontato di aver trascorso il Capodanno con altri giovani in compagnia dei senzatetto della città, hanno iniziato a prendermi in giro, ma, tra una risata e l’altra, si vedeva che volevano strapparmi il segreto del perché la gioia vera si nasconde in circostanze che spesso chiedono a noi il primo passo di un incontro, di un’uscita, di un dono che poi torna centuplicato.
Una cosa simile è accaduta con la mia migliore amica dell’università: tra una lezione e l’altra, durante le giornate faticose delle sessioni d’esame, quando studiavamo anche dieci ore ininterrottamente, a poco a poco si è lasciata coinvolgere dalla semplicità con cui vivo il Vangelo e dai “ritmi” che mi chiede di assecondare. L’esame è lunedì e il giorno prima dobbiamo ripetere tutto? Va bene, però alle 11.00 c’è la messa in parrocchia e quel tempo è fondamentale perché tutte le altre ore della giornata trovino ordine e senso. E così anche lei ha iniziato a farsi, oltre che compagna di studi, compagna di messa e di vita!
Per me, essere testimone significa avere fatto – e rifarlo ogni benedetto giorno – un incontro talmente bello e sconvolgente che proprio non può essere taciuto, ma che merita un racconto che coinvolga l’intera vita”.

Da questo entusiasmo, da questa concretezza ci lasciamo anche noi contagiare e lasciamo risuonare il dialogo fecondo degli sguardi perché possa restituirci un passo, un’intuizione, un primato nella chiesa vivente tra fedeltà e rinnovamento.