Ascoltare è un arte

XV domenica del tempo Ordinario, anno A


Enzo Bianchi

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato ottuso,
hanno ascoltato con gli orecchi induriti
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano.
In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e depreda ciò che è stato seminato nel suo cuore: questi è colui che ha ricevuto il seme lungo la strada. Chi ha ricevuto il seme sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Chi ha ricevuto il seme tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Chi ha ricevuto il seme sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
(testo dell'evangeliario di Bose)
Mt 13,1-23

In questa e nelle prossime due domeniche ascoltiamo il capitolo 13 del vangelo secondo Matteo, che raccoglie alcune parabole con cui Gesù annuncia «i misteri del regno dei cieli».
Gesù, uscito dalla casa di Cafarnao in cui era solito ritirarsi con la sua comunità, si reca presso il mare di Galilea, dove lo raggiunge una folla numerosa. Egli decide dunque di sedersi su una barca e da lì rivolge il suo insegnamento alle persone radunate ai bordi del lago. Gesù non fa discorsi lunghi e complicati ma, come suo solito, si serve di brevi parabole, creazioni sapienziali e letterarie che nascono dalla sua capacità di gratuità e di contemplazione del reale, dal tempo trascorso a ripensare gli eventi quotidiani che egli osserva. Siamo qui al cuore della singolarità di Gesù quale maestro: è con le sue parabole che egli proclama in modo semplice «cose nascoste fin dalla fondazione del mondo» (Mt 13,35; cf. Sal 78,2).
La prima parabola, quella che narra del seme caduto sui diversi tipi di terreno, è la più importante e da essa dipendono le successive. È infatti una sorta di parabola in atto: quando Gesù afferma che «il seminatore esce a seminare» sta parlando del suo seminare «la parola del Regno» in quanti lo ascoltano sulla riva e, dunque, sta descrivendo la loro accoglienza o il loro rifiuto di tale parola. Per questo rivolge all’intelligenza dei loro cuori l’esortazione: «Chi ha orecchi, ascolti!». Secondo le usanze agricole palestinesi la semina avveniva prima che il terreno fertile venisse arato: il contadino spargeva il seme con abbondanza per ogni dove, in un modo che certamente ci stupisce. Così – dice Gesù – una parte del seme cade lungo la strada, dove viene divorata dagli uccelli; un’altra parte cade tra i sassi e subito germoglia ma poi, allo spuntare del sole, secca per mancanza di radici; un’altra parte cade tra le spine, che ben presto la soffocano; un’altra parte cade infine sulla terra buona e porta frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta.
Poi Gesù rientra in casa (cf. Mc 4,10) e ai discepoli, in disparte, spiega il significato di ciò che ha appena narrato, ammaestrandoli su come ascoltare la parola di Dio da lui annunciata con abbondanza. Ma i quattro terreni di cui parla Gesù sono tutti rappresentati, di volta in volta, nel nostro unico cuore, sono quattro possibili risposte alla Parola! Occorre in primo luogo interiorizzare la Parola, «ruminarla» con attenzione, altrimenti il Maligno subito la rapisce dal nostro cuore: un ascolto superficiale non è un vero ascolto, è infruttuoso come il seme seminato lungo la strada. Occorre inoltre perseverare nell’ascolto: è facile accogliere la Parola con gioia per breve tempo, lasciare che essa porti frutto per un attimo, come il seme tra i sassi; ma così si è persone «di un momento», prive di radici, incapaci di fare fronte alla prova del tempo e alle tribolazioni che un ascolto autentico comporta. Occorre anche lottare contro i seducenti idoli mondani, in particolare quello dell’accumulo di ricchezze, altrimenti la Parola viene soffocata come il seme dalle spine e non giunge a portare il frutto di una fede matura. Infine – dice Gesù – «il seme seminato nella terra buona è colui che ascolta la Parola e la comprende; egli dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta». Questo è l’ascolto della Parola fatto «con un cuore bello e buono» (Lc 8,15), che si oppone a quella che per la Scrittura è la malattia più pericolosa: la durezza di cuore (cf. Dt 10,16).
Un quotidiano esercizio di ascolto che però non va inteso come uno sforzo meritorio, bensì come un predisporre tutto affinché la parola di Dio possa operare in noi. Bisogna infatti essere consapevoli che la Parola è sempre efficace (cf. Is 55,10-11; Eb 4,12-13) e nella sua potenza non lascia mai ciò che incontra nella situazione di partenza. Di fronte ad essa non si può restare neutrali e indifferenti: o la si accoglie e ci si converte oppure, se essa viene respinta, indurisce il cuore di chi la rifiuta, come Gesù dice ai discepoli citando il profeta Isaia (cf. Is 6,9-10). È ciò che accade anche di fronte alla persona di Gesù: è lui, Parola divenuta uomo, «il mistero del regno dei cieli»; è dalla comunione con lui che dipende la fecondità della nostra vita.