L'anno in corso

Una pastorale giovanile adulta

Inserito in NPG annata 2020.

EDITORIALE


Per non tradire le aspettative di Dio e dei giovani

Rossano Sala


(NPG 2020-07-2)

Non trovo altro da aggiungere e nemmeno il bisogno di una qualche introduzione specifica al qualificato Dossier sulla “questione dell’adulto”. Conosco e apprezzo don Armando Matteo da molto tempo e condividiamo molte cose: abbiamo la stessa età anagrafica, abbiamo alle spalle un percorso di preparazione teologica assai somigliante, molti riferimenti teologici ci sono comuni. Soprattutto condividiamo molte diagnosi culturali sul nostro tempo e sulla nostra amata Chiesa, che è chiamata a vivere una riforma che davvero sia incisiva e arrivi a toccare non solo la mente e il cuore, ma soprattutto le relazioni, le pratiche e le strutture. Oramai si è detto molto e in teoria abbiamo tante riflessioni di tanti ottimi pensatori sul cammino da fare, oltre che il supporto di Papa Francesco, che dall’inizio del suo pontificato spinge tutto e tutti ad assumere una rinnovata mentalità missionaria.
Ci manca forse ancora il “coraggio del governo”, ovvero quella capacità di andare al concreto per metterci davvero sulla via del rinnovamento attraverso scelte profetiche che sappiano arrivare ai cammini ordinari del popolo di Dio. Non è facile, certamente, ma è doveroso! Non sarà una passeggiata, ma non si può eludere la parte delle scelte! Se non si arriverà a questo, saremo sempre più insignificanti, perché resteremo sul mero piano dell’analisi o della teoria. Mentre abbiamo imparato da tutto il processo sinodale con e per i giovani che non basta “riconoscere”, e nemmeno è sufficiente “interpretare”, ma bisogna “scegliere”!
Partendo da questa necessità di concretezza pratica, tipica della teologia pastorale, vorrei dire qualcosa su alcuni punti di rinnovamento della pastorale giovanile, che anch’essa è chiamata a diventare “adulta” nel suo insieme e non solo nei suoi singoli protagonisti. Mentre don Armando nel Dossier si focalizza sulla figura dell’adulto, io in questo editoriale mi focalizzo sulla pastorale giovanile. I due approcci sono complementari e si sostengono reciprocamente, tanto che dovrebbero essere in un certo senso direttamente proporzionali: più abbiamo singoli adulti nella pastorale giovanile e più quest’ultima diventa adulta; più la pastorale giovanile nel suo insieme diventa adulta e più adulti vengono generati nella Chiesa.
Per fare questo prendo ancora spunto dalla ricchezza del cammino sinodale, che rimane per noi una fonte da cui attingere con sapienza tesori sempre antichi e sempre nuovi. Getto nel cuore dei lettori dieci piccoli ma significativi semi, che ho raccolto io stesso dal percorso sinodale e dalla mia personale elaborazione di questo cammino che mi ha fatto crescere come uomo, come consacrato salesiano e come sacerdote. Sono dieci punti di non ritorno per poter pensare, pianificare e realizzare una pastorale giovanile che sia davvero adulta. La convinzione che mi guida è questa: dopo il Sinodo ci sono alcuni “punti fermi” dai quali non si può tornare indietro senza tradire le aspettative di Dio che sono state ascoltate attraverso la presenza e la parola dei giovani.

1. ASCOLTO. L’esistenza dei giovani è un appello di Dio

La convinzione per cui «la realtà è più importante dell’idea» (cfr. Evangelii gaudium, n. 231-233) rimane uno dei punti fermi del pontificato di papa Francesco. Bisogna partire dalla realtà così com’è e mettersi prima di tutto in ascolto dell’epoca in cui viviamo. Decentrarsi, cioè lasciare che Dio, i giovani e la storia siano al centro!

Durante il cammino sinodale è stato molto istruttivo il dialogo intergenerazionale. I Vescovi e gli altri adulti, durante l’Assemblea sinodale, si sono confrontati con i giovani. Mentre i primi tendenzialmente parlavano della “gioventù” come categoria teorica e astratta, i secondi facevano sempre riferimento alla propria esperienza di vita. Ecco la prima convinzione: «La gioventù non è un oggetto che può essere analizzato in termini astratti. In realtà, “la gioventù” non esiste, esistono i giovani con le loro vite concrete» (Christus vivit, n. 71). I Padri sinodali hanno insieme affermato con certezza che «anche oggi Dio parla alla Chiesa e al mondo attraverso i giovani, la loro creatività e il loro impegno, come pure le loro sofferenze e le loro richieste di aiuto. Con loro possiamo leggere più profeticamente la nostra epoca e riconoscere i segni dei tempi» (Documento finale, n. 64).
Ne consegue un primato dell’ascolto attento della loro esistenza, perché lì Dio si fa presente. I giovani sono immersi, insieme a tutti noi, in un’epoca di grandi cambiamenti. Viviamo in un tempo di “metamorfosi”: i giovani ci hanno detto in mille modi che la digitalizzazione del mondo e l’emergenza ambientale, la nuova comprensione del proprio corpo e della sessualità, la crescita esponenziale del pluralismo in tutti i campi e la velocizzazione di ogni processo ci inseriscono in una grande complessità impossibile da dominare.
Il mondo è oramai un piccolo villaggio dove dobbiamo imparare a vivere insieme. Questo può portare a confusione, irrigidimenti e chiusure. Ma potrebbe condurci anche verso nuovi stili di solidarietà e comunione. Certamente questo processo ci fa riscoprire fragili e bisognosi di aiuto.

2. FRAGILITÀ. I giovani hanno bisogno di tenerezza e desiderano riconciliazione

Il contesto sopra descritto fragilizza tutte le posizioni. Durante il cammino del Sinodo è emersa la grande e triste realtà delle malattie mentali dei ragazzi, del loro disagio esistenziale. La depressione e il suicidio, segnali di una mancanza di senso che abita la vita di tanti giovani, ci hanno reso consapevoli che c’è grande debolezza e fragilità nelle giovani generazioni. Anche e soprattutto in coloro che appaiono invincibili e violenti.

È da notare che il tempo della pandemia ha fatto emergere una fragilità sommersa e indistinta… non l’ha creata direttamente. La fragilità è già molto presente nel nostro tempo tardo moderno, e non è una novità: la novità è che è venuta allo scoperto, adesso è diventata una cosa nota a tutti.
Bisogna fare i conti con la fragilità e con il fallimento. Non siamo onnipotenti! E questa consapevolezza può essere una grande chance per tutti i giovani: quella di riconoscersi di nuovo umani, di ritornare a prendere contatto con la nostra finitezza, «certi che anche l’errore, il fallimento e la crisi sono esperienze che possono rafforzare la loro umanità» (Christus vivit, n. 233).
I giovani ci hanno chiesto, pastoralmente parlando, una grande prossimità. Vicinanza, tenerezza, carezza, consolazione sono parole che hanno trovato eco in tanti passaggi del Sinodo. E se vogliamo andare più in profondità troviamo nel cuore di ogni giovane un grande desiderio di riconciliazione.
Noi tutti, al Sinodo, siamo stati colpiti dalla presenza umile e profetica di fratel Alois, priore della comunità monastica di Taizé, un’esperienza che nacque con un’intenzione chiaramente ecumenica, cioè per creare una piattaforma di ascolto, perdono e dialogo tra le diverse confessioni cristiane. E poi divenne, pian piano, una realtà frequentata soprattutto da giovani. Perché? Perché i giovani cercano unità e riconciliazione!

3. RICERCA. I giovani si sono mostrati sempre aperti e disponibili

Oggi mancano punti fermi. Il cambiamento e la fragilità ci pongono in ricerca, in cammino, in movimento. Questa è una grande possibilità per la nostra pastorale. Abbiamo respirato, in tutto il cammino sinodale, non una chiusura pregiudiziale verso il mondo della fede e la realtà della Chiesa, bensì una «sana inquietudine che si risveglia soprattutto nella giovinezza, e che rimane la caratteristica di ogni cuore che si mantiene giovane, disponibile, aperto. La vera pace interiore convive con questa insoddisfazione profonda. Sant’Agostino diceva: “Signore, ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”» (Christus vivit, n. 138).

Essere in ricerca è caratteristica di uomini e donne che hanno nel cuore il desiderio di verità, libertà e giustizia. Non possiamo offrire risposte senza ascoltare le domande. È uno dei problemi della nostra pastorale: offrire risposte senza aver lasciato spazio alle domande. Rispettare e accompagnare la ricerca dei giovani è un atteggiamento molto prezioso, che dobbiamo imparare a coltivare!
I giovani si sono dimostrati disponibili al confronto, rispettosi delle diverse posizioni, aperti al dialogo e alle ragioni degli altri. Abbiamo respirato un clima di ricerca autentica. Le parole chiave mi pare siano state “apertura” e “disponibilità”. E su questo, a livello ecclesiale, abbiamo da imparare molto. Perché talvolta ci mostriamo rigidi come i farisei, incapaci di dare davvero la parola agli altri, chiusi all’ascolto delle diverse posizioni. A volte abbiamo un concetto di verità molto monolitica e poco sinfonica.
Gesù nei Vangeli si rivela un grande accompagnatore di persone in ricerca. Sa fare le domande giuste al momento giusto, sa attendere i tempi opportuni, sta accanto con pazienza senza giudicare. Ha davvero un’autorità, nel senso vero del termine, perché «nel suo significato etimologico la auctoritas indica la capacità di far crescere; non esprime l’idea di un potere direttivo, ma di una vera forza generativa» (Documento finale, n. 71).

4. DISCERNIMENTO. Tutti siamo chiamati a metterci in discussione

Il quarto seme che voglio consegnarvi è quello del discernimento. La ricerca non è fine a se stessa, ma ha per sua natura il desiderio di trovare qualcosa di stabile dove appoggiare la propria esistenza. L’inquietudine del cuore che ci mette in movimento è generata da una ricerca di pienezza, che si fa percorso di vita. Cammino arduo, stracolmo di ostacoli, in cui riconoscere la giusta via non è automatico. E in cui la tentazione, il male e il peccato trovano posto. Tra la luce e l’abbaglio c’è grande differenza, eppure a volte essi si possono confondere. Tra la verità e l’errore talvolta è difficile distinguere; tra il bene e il male è molto faticoso giudicare. Tra il Dio vivente e i tanti idoli che cercano di imitarlo si può essere ingannati.

Ecco perché una delle grandi parole del cammino sinodale è stata “discernimento”. È il giusto atteggiamento da avere in tempi di grande confusione. È quell’attitudine che va alla radice delle cose ed evita così di farsi illudere dalle apparenze. È quello stile capace di distinguere tra il superfluo e l’essenziale, tra l’inutile e il necessario. Discernere significa non avere la soluzione immediata a portata di mano, ma cercare ciò che Dio ci spinge ad essere, perché «il discernimento conduce a riconoscere e a sintonizzarsi con l’azione dello Spirito, in un’autentica obbedienza spirituale» (Instrumentum laboris, n. 2). Questo vale per ogni giovane, per la comunità cristiana e per la Chiesa nel suo insieme.
Tutto il percorso sinodale è stato impostato, metodologicamente, come un percorso comunitario di discernimento scandito da tre tappe: riconoscere, interpretare, scegliere. Sia l’Instrumentum laboris che il Documento finale sono strutturati secondo questi tre verbi. Riconoscere è guardare e ascoltare: si tratta di capire non solo intellettualmente ma soprattutto con un cuore capace di compassione evangelica. Interpretare è riflettere ulteriormente su ciò che è stato riconosciuto, usando criteri di valutazione coerenti: si tratta di cercare le cause con verità e onestà, e di dare le ragioni di ciò che abbiamo trovato. Solo dopo questi due passi possiamo scegliere con spirito profetico e coraggioso di intraprendere vie di rinnovamento.

5. ANNUNCIO. Siamo chiamati a condividere la gioia del Vangelo

Quando si discerne secondo lo Spirito, dicevamo, si arriva all’essenziale. E al termine del cammino sinodale papa Francesco ha colto l’essenziale della fede: «Al di là di ogni circostanza, a tutti i giovani voglio annunciare ora la cosa più importante, la prima cosa, quella che non dovrebbe mai essere taciuta. Si tratta di un annuncio che include tre grandi verità che tutti abbiamo bisogno di ascoltare sempre, più volte» (Christus vivit, n. 111). E quali sono queste tre grandi verità? Prima: “Dio ti ama”. Seconda: “Cristo, per amore, ha dato se stesso fino alla fine per salvarti”. Terza: “Egli vive!”. Ecco il primo, l’unico e il principale annuncio espresso in forma diretta! Tutto il capitolo IV di Christus vivit (nn. 111-133) annuncia con chiarezza queste tre verità a tutti i giovani.

I giovani hanno bisogno di verità; sono cercatori di verità; attraverso il discernimento devono entrare in contatto con la verità! Non si accontentano di surrogati di verità, e quando li allontaniamo da questa prospettiva in fondo ci disprezzano. Hanno diritto di sentirsi annunciare Gesù Cristo come via, verità e vita.
È evidente che questa prospettiva, a essere onesti molto ecumenica, appare la conseguenza logica della svolta kerygmatica e missionaria che papa Francesco sta imprimendo alla Chiesa. Non c’è libertà senza verità, e non c’è né libertà né verità senza ascolto della Parola e senza sequela del Signore: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8, 31-32).
Qui si apre il grande capitolo della catechesi per e con i giovani. Il Direttorio per la catechesi, da poco pubblicato, ha delle affermazioni forti, in proposito, sul legame tra pastorale giovanile e catechesi: «La catechesi nel mondo giovanile richiede di essere sempre rinnovata, rafforzata e realizzata nel più vasto contesto della pastorale giovanile. Essa ha bisogno di caratterizzarsi per dinamiche pastorali e relazionali di ascolto, reciprocità, corresponsabilità e riconoscimento del protagonismo giovanile» (n. 245).

6. SPIRITUALITÀ. I giovani vanno accompagnati verso una solida amicizia con Gesù

Al centro di Christus vivit vi è una domanda formidabile: «Come si vive la giovinezza quando ci lasciamo illuminare e trasformare dal grande annuncio del Vangelo?» (n. 134). È un quesito che pone in forma interrogativa la questione della vita e della spiritualità cristiana.

E di spiritualità abbiamo parlato molto al Sinodo. Siamo stati interpellati dai giovani sulla qualità della nostra liturgia, che tanti di loro ritengono la prima scuola della fede. Ci hanno detto, un po’ provocatoriamente, che «i cristiani professano un Dio vivente, ma nonostante questo, troviamo celebrazioni e comunità che appaiono morte» (cfr. Instrumentum laboris, n. 187). Hanno sfidato la nostra pastorale giovanile – che molte volte si gioca su registri di grande attività ed eventi molto rumorosi – su temi ben più importanti: il silenzio, la preghiera e la contemplazione, mostrando stima e attrazione per la vita contemplativa. In un mondo dominato dal bombardamento mediatico ininterrotto i giovani ci chiedono di accompagnarli attraverso esperienze spirituali di qualità, di aiutarli a gustare l’amicizia personale con Gesù, l’affetto della fede, il contatto profondo con la Parola di Dio.
Pensate al tempo della pandemia che abbiamo passato in casa, isolati. È stato un tempo di deserto, ma sappiamo dalla Bibbia che il deserto è il luogo dell’incontro intimo con Dio, che dice in riferimento a Israele: «La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16). Qualcuno, stando ai dati che abbiamo a disposizione, si è interrogato sulla presenza e sull’assenza di Dio, sul senso della vita e sulla realtà della morte: si è venuti a contatto con una prospettiva di eternità, superando il presentismo della nostra epoca.
Entrare in cammini di spiritualità significa saper riscoprire “la via della bellezza” nella pastorale giovanile, aprendo spiragli di trascendenza in un mondo che troppe volte ci spinge a chiuderci dentro una cornice di senso immanente. E bellezza fa rima con santità: «I giovani hanno bisogno di santi che formino altri santi, mostrando così che “la santità è il volto più bello della Chiesa”» (Documento finale, n. 166).

7. FAMIGLIA. Il desiderio di una Chiesa dal volto e dallo stile familiare

In un tempo in cui i giovani si trovano in una situazione di incertezza ed erranza, e perfino di orfanità spirituale, la comunità cristiana è chiamata a farsi “adottiva” nei loro confronti, perché «in tutte le nostre istituzioni dobbiamo sviluppare e potenziare molto di più la nostra capacità di accoglienza cordiale, perché molti giovani che arrivano si trovano in una profonda situazione di orfanezza. E non mi riferisco a determinati conflitti familiari, ma ad un’esperienza che riguarda allo stesso modo bambini, giovani e adulti, madri, padri e figli» (Christus vivit, n. 216). Viene così messo l’accento sulla capacità generativa della Chiesa, che è pensata secondo un paradigma familiare in grado di abbandonare uno stile individualistico di fare pastorale giovanile, per assumerne uno più comunitario «caratterizzato da un clima di famiglia fatto di fiducia e confidenza» (Documento finale, n. 138). Così la Chiesa diviene una casa accogliente per i tutti i giovani, nessuno escluso.

Durante il confronto sinodale tante volte si è chiesto alla Chiesa nel suo insieme di passare dal primato delle strutture a quello delle relazioni, dalla centralità della burocrazia a quella dei legami. C’è in questo momento storico, almeno nell’occidente secolarizzato, una grande “voglia di comunità” che le giovani generazioni esprimono attraverso varie richieste, perché «l’esperienza comunitaria rimane essenziale per i giovani: se da una parte hanno “allergia alle istituzioni”, è altrettanto vero che sono alla ricerca di relazioni significative in “comunità autentiche” e di contatti personali con “testimoni luminosi e coerenti”» (Instrumentum laboris, n. 175). Chiedono che la Chiesa abbia sempre di più un volto familiare, e che in essa ognuno si senta chiamato per nome e accolto nel punto in cui si trova la propria libertà, senza alcun giudizio previo.
Tanti giovani, soprattutto quelli cresciuti in situazione di “povertà familiare”, hanno mostrato una grande sensibilità verso la famiglia e un grande desiderio di famiglia. Se davvero tutti noi abbiamo «ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi» (Rm 8,15), dobbiamo impegnarci perché la Chiesa sia davvero una grande famiglia!

8. VOLONTARIATO. La via regale della carità e del servizio responsabile

Certo, la Chiesa è chiamata ad assumere un volto familiare, ma non chiuso. Sappiamo quanto è forte, oggi, l’irrigidimento in forme di multi-comunitarismo, cioè di comunità al cui interno si vive un’intensità di rapporti umani, mentre si attua una chiusura nei confronti degli altri che ne sono al di fuori. Comunità che stanno una accanto all’altra senza contaminarsi, senza entrare in contatto, senza relazioni significative, senza alcun scambio di doni. Invece il campo di azione della Chiesa è il mondo e non è pensabile una comunità cristiana che non sia aperta verso tutti, nessuno escluso.

Durante tutte le varie fasi del Sinodo è stata insistente la spinta ad essere e rimanere una “Chiesa in uscita”. A partire dalla convinzione che i cristiani sono veramente se stessi solo nel momento in cui escono da se stessi e vanno incontro agli altri, chiunque essi siano. Questa è l’identità “estatica” del cristiano, molto ben espressa da papa Francesco quando rivolge ad ogni giovane queste parole: «Che tu possa vivere sempre più quella “estasi” che consiste nell’uscire da te stesso per cercare il bene degli altri, fino a dare la vita» (Christus vivit, n. 163).
Questa posizione intercetta uno dei grandi fenomeni del nostro tempo, che vede i giovani molte volte protagonisti: quello del volontariato, ossia dell’impegno caritativo, del servizio verso i più piccoli e i più poveri. Abbiamo ascoltato tante testimonianze commoventi di giovani che hanno incontrato la fede attraverso il servizio e il contatto con la Chiesa che si oppone, nei fatti e nella verità, alla cultura dello scarto attraverso la diakonia.
Proprio qui si incontrano due grandi polarità che hanno caratterizzato il cammino sinodale: il servizio generoso e il discernimento vocazionale. C’è un’inclusione reciproca: la scuola del servizio è adatta per discernere la vocazione proprio perché parla attraverso la voce e il volto dei piccoli e dei poveri. Anzi, si identifica con loro, perché «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

9. VOCAZIONE. I giovani sono amati personalmente e chiamati per nome da Dio

Il tema del Sinodo, così come lo abbiamo accolto all’inizio, ci appariva problematico: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Ci siamo domandati: ma questo tema, così posto, è un cortocircuito o una profezia? Esso ci chiede di occuparci di tutti i giovani, e insieme ci spinge nell’ottica del discernimento vocazionale. Nell’immaginario ecclesiale condiviso, almeno in quello cattolico, quando si parla di “vocazione” ci si riferisce quasi esclusivamente alle cosiddette “vocazioni di speciale consacrazione” (ministero ordinato e vita consacrata), escludendo, di solito, la vita matrimoniale e il mondo del lavoro.

Abbiamo scoperto, durante i vari momenti del Sinodo, che alla base dell’identità umana e cristiana sta il fatto di essere amati e chiamati. Abbiamo visto che la questione vocazionale è la grande questione dell’identità e che la vocazione è immediatamente la donazione di un senso e di una destinazione all’esistenza; per questo ci è stato detto che “la grande domanda” che ogni giovane si deve fare è “Per chi sono io?” (cfr. Christus vivit, n. 286): questa domanda «illumina in modo profondo le scelte di vita, perché sollecita ad assumerle nell’orizzonte liberante del dono di sé. È questa l’unica strada per giungere a una felicità autentica e duratura!» (Documento finale, n. 69). E questo riguarda davvero tutti i giovani, nessuno escluso!
Sono convinto che la pastorale giovanile non sarà all’altezza della propria vocazione se non accompagnerà ogni giovane alla scoperta e all’accoglienza della sua personale vocazione. Entrare nel mondo della propria vocazione significa afferrare il senso profondo della propria esistenza, aiutando così ogni giovane a prendere contatto con la grande realtà per cui «io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (Christus vivit, n. 254). Perciò diventa sempre più importante che «la catechesi si realizzi all’interno della pastorale giovanile e con una connotazione fortemente educativa e vocazionale» (Direttorio per la catechesi, n. 249).

10. SINODALITÀ. Dio e i giovani sono uniti da un grande desiderio comune

L’unità tra vocazione e missione è orientata chiaramente alla comunione. E devo dire che il cammino sinodale ci ha riservato una grande sorpresa, che all’inizio non era nemmeno immaginabile, ma che si è imposta durante l’Assemblea sinodale come ispirazione condivisa e accolta.

Nell’Instrumentum laboris era posta la domanda fondamentale su quale forma della Chiesa fosse adeguata ai giovani d’oggi. Era una domanda aperta, a cui nessuno aveva dato una risposta chiara. Le indicazioni di massima andavano sempre verso un “fare qualcosa” per i giovani, nell’elenco di diverse priorità di azione. Molti spingevano perché la Chiesa facesse una “opzione preferenziale per i giovani”.
Ma le parole dei giovani ci hanno spiazzato. Non ci hanno chiesto prima di tutto di fare qualcosa per loro, ma di metterci in cammino con loro! Ci hanno invitati ad una vera e propria conversione dal fare per all’essere con. Si tratta di una rivoluzione copernicana!
E i giovani sono stati ascoltati. Non solo perché nel Documento finale del Sinodo è stata presa sul serio e ampiamente sviluppata questa loro richiesta (cfr. nn. 114-127), ma anche perché abbiamo scoperto che questo è il grande desiderio di Dio per la sua Chiesa: «Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del III millennio» (Documento finale, n. 118).
Papa Francesco, ascoltando le ispirazioni di Dio e quelle dei giovani, ha scelto come tema della prossima Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi – tuttora in fase di preparazione e che si svolgerà nel mese di ottobre del 2022 – proprio la sinodalità: “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione”. La Chiesa è così tornata ad essere pellegrinante insieme con i giovani!

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Mi sembra che, nel complesso, questi dieci punti ci offrano un modo di essere Chiesa adulta, che fa dell’accompagnamento il suo stile specifico, capace di tenere insieme l’integrità dell’annuncio cristiano e la gradualità della sua proposta. La pastorale giovanile potrà prosperare solo pensando l’evangelizzazione e l’educazione in termini di inclusione reciproca, poiché oggi più che mai siamo chiamati ad agire secondo «il principio evangelizzare educando ed educare evangelizzando» (cfr. Direttorio per la catechesi, n. 179).
Siamo così chiamati ad abbracciare un’idea di Chiesa e di ministero che ha bisogno di essere ripensata secondo la forma dinamica, integrata e complessa del “poliedro”. Infatti, come dice papa Francesco, «il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità» (Evangelii gaudium, n. 236). Il poliedro, composto da varie parti che non possono mai essere ridotte l’una all’altra, non può essere semplificato ma deve essere mantenuto in tutta la sua ricca diversità interna.
Ciò vale ancora di più per la pastorale giovanile, che deve essere concepita e realizzata in modo multiforme: non, quindi, all’interno di uno schema completo, perfetto, razionale e gestibile, ma partendo da una dinamica sempre aperta all’azione dello Spirito Santo che è l’autentico protagonista della missione pastorale della Chiesa.