La quotidiana fatica

dell’amore

XXX domenica del tempo Ordinario - A


Enzo Bianchi

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
(testo dell'evangeliario di Bose)
Mt 22,34-40

«Maestro, qual è il più grande comandamento della Legge, della Torah?»: questa è la domanda posta a Gesù da un esperto della Legge appartenente al movimento dei farisei. Si tratta di un interrogativo serio, motivato dall’esigenza di sintetizzare i numerosi precetti presenti nella Scrittura, così da cogliere l’essenziale della volontà di Dio rivelata nella Torah e nei Profeti. Tale domanda è però viziata alla radice da un’intenzione malvagia, già annotata più volte nel corso del vangelo, sempre a proposito degli uomini religiosi (cf. Mt 16,1; 19,3; 22,18): «interrogò Gesù per metterlo alla prova», per tentarlo e sorprenderlo in fallo nelle sue parole…
Gesù, pur accorgendosi della doppiezza del suo interlocutore, non lo ripaga con la stessa moneta, ma gli rivolge una parola franca e leale: ecco la grande libertà di Gesù, l’amore con cui egli cerca di abbattere le barriere erette dagli uomini, offrendo a tutti coloro che incontra la buona notizia del Vangelo, senza fare differenza di persone (cf. Mt 22,16). La sua autorevolezza nasce dalla scelta di non annunciare se stesso ma la volontà di Dio, la Parola di vita contenuta nella Scrittura: e tutto questo con una capacità di sintesi che sempre ci stupisce… Qui, in particolare, Gesù risponde citando quello che definisce «il più grande e il primo dei comandamenti»: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» (Dt 6,5). Sappiamo bene che si tratta dello Shema‘ Isra’el («Ascolta, Israele…»: cf. Dt 6,4-9), la professione di fede ripetuta tre volte al giorno dal credente ebreo: al Dio che ci ama di un amore eterno (cf. Ger 31,3), a lui che ci ama per primo (cf. 1Gv 4,19), si risponde con un amore libero e pieno di gratitudine.
Fin qui, potremmo dire, Gesù si mantiene nel solco della tradizione di Israele. A questo punto egli compie però un’importante innovazione, accostando al versetto del Deuteronomio uno tratto dal Levitico: «Il secondo comandamento è simile al primo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18)». Risalendo alla volontà del Legislatore, Gesù discerne che amore di Dio e del prossimo – ossia del «vicino», o meglio di colui al quale ciascuno accetta di farsi vicino, come Gesù stesso ci ha insegnato nella parabola del «buon Samaritano» (cf. Lc 10,29-37) – sono in stretta relazione tra loro. Sì, se è vero che ogni essere umano è creato da Dio a sua immagine (cf. Gen 1,26-27), non è possibile pretendere di amare Dio e, nello stesso tempo, disprezzare la sua immagine sulla terra. Tra l’altro, evidenziando questa contraddizione in termini, Gesù sta invitando il suo interlocutore, senza giudicarlo o condannarlo, a fare chiarezza in sé, a mutare il suo modo di pensare e di agire… Chi ha compreso con intelligenza il nesso inscindibile tra amore di Dio e del fratello è Giovanni il quale, portando alle estreme conseguenze le parole del suo Signore e Maestro, scrive: «Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un menzognero; chi non ama suo fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20).
Al termine del suo dialogo con il fariseo Gesù afferma: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». Egli ribadisce così che la prassi dell’amore è il compimento della Scrittura, è il modo più semplice e completo per tradurre nella nostra esistenza personale quell’amore che ha spinto Dio a entrare in relazione con noi uomini, fino al dono di suo Figlio (cf. Gv 3,16). Inoltre, insistendo nuovamente sul fatto che l’amore è un comandamento, Gesù chiarisce che ciò di cui sta parlando non è un sentimento spontaneo che, quasi naturalmente, sgorga dal nostro cuore. No, è l’agape, l’amore che non esige il contraccambio ma è donato a chiunque, sempre, senza alcun limite, fino al nemico (cf. Mt 5,44); è l’amore da chiedere con insistenza a Dio nella preghiera; è la quotidiana «fatica dell’amore» (1Ts 1,3). È quell’amore esemplificato da Gesù con parole concretissime, che costituiscono un pressante appello per ogni cristiano: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7,12)