La libertà di domandare

Daniel Marguerat


Al catechismo ho imparato che una preghiera equilibrata si configura attorno a queste tre parole: grazie, scusa, per favore. Ed eccoci all'ultimo termine di questa triade, quando la preghiera diventa intercessione, richiesta per altri o per se stessi. E ancora nasce un sospetto: intercedere per gli ammalati o per una situazione di guerra, pregare per la fame nel mondo, non significa forse smarcarsi a buon mercato dal prendersi cura degli altri, rinunciando in tal modo ad agire? Alfred de Vigny ha scritto: «Lamentarsi, piangere, pregare: tutti e tre sono gesti vili».

Una graziosa parabola afferma esattamente l'opposto:

«Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte e gli dice: "Amico, prestami tre pani, perché un amico mi è arrivato in casa da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti"; e se quello dal di dentro gli risponde: "Non darmi fastidio; la porta è già chiusa, e i miei bambini sono con me a letto, io non posso alzarmi per darteli", io vi dico che se anche non si alzasse a darglieli perché gli è amico, tuttavia, per la sua importunità, si alzerà e gli darà tutti i pani che gli occorrono. Io altresì vi dico: chiedete con perseveranza, e vi sarà dato; cercate senza stancarvi, e troverete; bussate ripetutamente, e vi sarà aperto» (Lc. 11,5-9).

È sorprendente questa piccola catechesi sulla preghiera. Mentre noi pensiamo alla preghiera come a una storia che si svolge tra due personaggi (io e Dio), Gesù ne menziona tre: colui che prega, l'amico disturbato nel bel mezzo della notte e l'altro amico, quello giunto in casa di colui che domanda. Poniamo attenzione al numero tre. A una rapida lettura, scorgiamo solo due personaggi: colui che chiede tre pani e l'uomo interpellato in piena notte affinché presti quanto richiesto. Il terzo personaggio, di solito, viene dimenticato. Ma è quest'ultimo che mette in moto il legame amicale. È perché un viaggiatore ha fame e tutti i negozi sono chiusi, essendo notte, che questo legame si stabilisce. Se Gesù avesse considerato la preghiera come l'avventura di due personaggi, non avrebbe certo introdotto il terzo, l'uomo per il quale tutto accade.
Le nostre preghiere sono per lo più delle storie a due dimensioni, la storia di due amici. C'è Dio e ci sono io. La preghiera si svolge come un dialogo nascosto, che avviene nell'intimità abitata da Dio e dall'orante. In tal modo, la nostra preghiera, la preghiera cristiana, rischia di ridursi a quanto avviene in tutte le religioni: l'esperienza del giardino chiuso della mia relazione personale con Dio.
Qual è lo specifico della preghiera cristiana? La nostra parabola risponde in questi termini: la preghiera cristiana si apre alla terza dimensione, al terzo personaggio. È perché un ospite è piombato di notte a casa sua, senza che il padrone di casa avesse a disposizione qualcosa da offrirgli, che quest'ultimo va a disturbare un'altra persona, correndo il rischio di risultare importuno (nell'unica stanza della casa palestinese, alzarsi di notte significa disturbare tutta la famiglia, dovendo passare sopra gli altri corpi). Ecco come prende avvio la preghiera di intercessione: qualcuno, con la sua presenza e le sue seccature, la fame, la fatica, la sofferenza, la tristezza, la solitudine, viene a disturbare la nostra quiete e a interrompere il nostro sonno, al punto che chiediamo aiuto a un Altro. Come dice Laurent Gagnebin, giungere le mani non significa incrociare le braccia, ma ritrovare l'altro (l'Altro?).
Non fermiamoci però all'immagine: a volte, sono degli amici che, scientemente, ci domandano aiuto; ma vi sono anche altri che barcollano per la fatica, piegati dallo sconforto, incerti per la solitudine, i quali non bussano alla nostra porta. Ecco allora il primo momento della preghiera cristiana, messo in evidenza da Alphonse Maillot: non disturbare immediatamente Dio, ma lasciarsi disturbare dalle persone. Non bussare subito alla porta di Dio, ma aprire la propria. Lasciare aperto il proprio uscio e anche gli occhi, le orecchie, il cuore. La preghiera richiede cuore aperto e mani giunte. Essa non ci conduce, in un attimo, sulle vette dell'estasi celeste; piuttosto, ci radica a fondo nel mondo. Essa scaturisce da un atteggiamento empatico nei confronti degli altri.
Ora, delle due l'una: o possediamo del pane o ne siamo privi. Se ne abbiamo, condividiamolo, senza andare a disturbare qualcun altro. Se la preghiera diviene l'alibi, che ci permette di conservare i nostri beni evitando di doverli condividere, allora essa diviene oggetto del sospetto da cui siamo partiti. Invece, se non abbiamo il pane, siamo costretti a ricorrere a qualcun altro che possa trarci d'impiccio. Dobbiamo ammettere che, a parte un po' di amicizia, pane, tempo, solidarietà (che non sono poca cosa!), il più delle volte, non abbiamo niente da offrire. Di fronte al dramma della sofferenza, alla tragedia della fame, al buco nero della morte, alle devastazioni del male nel mondo, allo scatenarsi della violenza e alla barbarie, siamo disarmati. Noi pure ci scopriamo poveri, sprovvisti di risorse, esattamente come coloro che vivono nell'indigenza. Le nostre mani sono vuote, come le loro. Tanto più che questi mali provengono da potenze che risultano impari rispetto alle nostre forze. E dunque, dopo aver donato ciò che rientra nelle nostre possibilità, non ci resta altro da fare che agire come i poveri: andare a trovare un amico per domandargli quanto non abbiamo a casa nostra e in noi. Questo è il secondo tempo della preghiera cristiana: andare a disturbare Dio. Come conclude Gesù: «Chiedete e vi sarà dato».
Sia detto per inciso: io diffido di uno slogan come «Dio non ha altre mani che le tue». Capisco l'intenzione (chiediti, prima di rivolgerti ad altri, se tu stesso hai del pane), del tutto lodevole. Ma un simile slogan dice una falsità. Perché Dio ha altre mani, oltre alle mie; ed è per questo che congiungo le mie mani per pregare...
Insisto ancora una volta: la preghiera di domanda muove da un rifiuto, il rifiuto di essere sordi di fronte ai mali del mondo, di sposare la strategia di quanti si mettono i tappi nelle orecchie quando l'umanità grida e piange. È il rifiuto di rimanere muti, la battaglia principale della preghiera. A dei religiosi di Mosul (Iraq), che mi raccontavano dei pericoli quotidiani cui erano esposti per via degli attacchi degli islamisti, ho reagito domandando: «Ma cosa possiamo fare, noi?». E loro: «Non dimenticateci!». Ecco, la preghiera è un'arma contro l'oblio.
Mi piacciono le parole di Karl Barth, il grande teologo svizzero espulso dalla Germania nazista: «Congiungere le mani per pregare significa iniziare a lottare contro il disordine del mondo». Tacere di fronte all'ingiustizia e alla violenza, significa abbandonare il mondo ai malvagi.

(La preghiera salverà il mondo, Claudiana 2018, pp.18-21)