Il tempo del quarto sigillo

Inserito in NPG annata 2021.


La pandemia, sfida e occasione per la pastorale giovanile

Rossano Sala


(NPG 2021-01-6)

L’avvento del cavallo verdastro

L’anno scorso, di questi tempi, eravamo in pieno decollo. Avevamo appena terminato l’entusiasmante processo sinodale con e per i giovani, avevamo appena messo in circolo le Linee progettuali della pastorale giovanile italiana preparate con cura dal Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile della Conferenza Episcopale Italiana, si stava riaccendendo l’entusiasmo per il rinnovamento della pastorale giovanile, stavamo facendo i primi passi in vista della Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona, prevista per l’estate del 2022. E poi tanto altro ancora…
Avevamo anche impostato il decennio 2020-2030 con un Dossier programmatico di apertura sulla “sinodalità missionaria”, quello pubblicato nel gennaio 2020, esattamente un anno fa. Stavamo quindi ragionando sulle prospettive del Sinodo sia a breve che a medio termine. Il tutto ci portava a sognare la Chiesa in cammino con i giovani verso le periferie del mondo. Direi che, dai tetti in giù, le cose stavano andando bene per la pastorale giovanile. Certo, il cammino non sarebbe stato facile, infatti il Dossier di apertura aveva come sottotitolo parole assai impegnative: “Cammini di conversione spirituali, formativi e pastorali”.
E poi è arrivato l’evento della pandemia. Perché di “evento” nel significato teologale del termine si tratta. Nel senso di qualcosa che nessuno di noi ha pensato, né programmato, né pianificato. Un’esperienza del tutto imprevista nel nostro contesto globalizzato. Possiamo dire che proprio partendo da qui abbiamo fatto diverse esperienze in un certo senso “nuove”: da una parte molta solitudine e sofferenza, e siamo venuti a contatto ravvicinato con la realtà della morte; dall’altra altrettanta solidarietà e condivisione, perché ci siamo sentiti partecipi di un destino comune. Non sappiamo se ciò che sta accadendo nel suo insieme ci migliorerà o ci peggiorerà, certamente non potrà lasciarci indifferenti. Ogni nuova dinamica di vita sfida la nostra libertà e ci chiede di schierarci e di riposizionarci.
Nemmeno lo avremmo immaginato, questo evento davvero “apocalittico”, cioè – nel suo senso genuino – rivelativo. Chi l’avrebbe mai detto che questo sarebbe stato per noi il tempo dell’apertura del “quarto sigillo” da parte dell’agnello immolato fin dalla fondazione del mondo:

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: “Vieni”. E vidi: ecco, un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli inferi lo seguivano. Fu dato loro potere sopra un quarto della terra, per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra (Ap 6,7-8).

Spada, fame e peste: non ci manca proprio niente all’inizio di questo terzo millennio! Guerra e fame non ci hanno mai abbandonato, ma mancava la peste, e questa epidemia ce l’ha portata. Come sempre capita nella storia, si tratta di vivere da discepoli del Signore nelle condizioni di vita che ci sono date, senza recriminare troppo. Ogni epoca ha le sue fatiche e le sue battaglie. E a noi è toccata questa, e dobbiamo farcene una ragione e affrontarla con coraggio e dedizione. Lamentarci sul nostro tempo non può che peggiorare le cose. Metterci in moto per affrontare le sfide che ci sono date è il principio di ogni sapienza umana e pastorale.

Una domanda ineludibile

La teologia pastorale, da cui viene in linea diretta la “pastorale giovanile” in quanto intelligenza critica sulla prassi pastorale con e per i giovani, sempre si chiede in che modo Dio è presente e agente nel cuore della storia. Il nostro assunto di fondo è chiaro: Gesù non è il grande assente che noi dobbiamo evocare magicamente con le nostre pratiche, ma l’eternamente presente che anima con il suo Spirito ogni tempo e ogni spazio, e che non ci lascia mai soli, perché «ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Dio è presente in quanto “sposo dell’umanità”, e quindi nella forma della fedeltà assoluta, come dice bene la liturgia del matrimonio: «Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita». Non per nulla gli sposi stessi questo lo promettono «con la grazia di Cristo», perché effettivamente è il Signore Gesù colui che prima e sopra tutto ci ama fin dall’eternità, ci è fedele in ogni vicenda, e ci onorerà fino alla fine del mondo.
Stante questa certezza inossidabile rimane per noi, dal punto di vista teologico, la grande domanda su che cosa Dio ci voglia comunicare attraverso questa pandemia. Perché se crediamo – io ne sono più che certo! – che Dio ci parla attraverso i fatti e le vicende della storia, non possiamo pensare che questo evento globale non abbia nulla da dire al nostro modo di essere, di pensare e di vivere. Dio parla in molti modi, e ci chiede attenzione per essere ascoltato e riflessione per prendere decisioni coerenti con questo ascolto.
È quindi ineludibile per la teologia domandarsi dove Dio è presente nella storia e come sta agendo in essa. E anche perché la sua azione sia proprio questa, piuttosto che un’altra. Da sempre, soprattutto nell’esperienza della negatività e del male, l’uomo si è interrogato sulla questione e ha domandato a Dio stesso di rendere conto delle sue azioni o della sua inattività: in ordine di tempo, il momento più drammatico di questa vicenda è stata la crisi della teologia nell’immediato post-Auschwitz, che ha aperto la strada sulla presunta assenza di Dio nel nostro tempo. In uno dei momenti più alti e profondi del suo magistero, Papa Benedetto XVI – proprio lui, tedesco di nascita, di cultura e di appartenenza! – ci ha lasciato riflessioni memorabili sul tema visitando quel campo di concentramento tristemente famoso il 28 maggio 2006: «In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo?».
Parole e domande che, pur in una situazione completamente diversa come è quella della pandemia, ci sfidano radicalmente. Perché, Signore, sta accadendo tutto questo? Che cosa ci vuoi dire con quello che ci sta succedendo? Che cosa chiedi alla tua Chiesa attraverso questo terribile evento che sta sconvolgendo tante esistenze e sta mutando il nostro modo di essere al mondo? Quali sfide ci stai ponendo? Su che cosa ci vuoi far aprire gli occhi? Che cosa ci stai chiedendo di cambiare nella nostra mente, nel nostro cuore e nelle nostre pratiche? Penso che se vogliamo essere minimamente seri e rigorosi, non possiamo non farci queste domande. E una Rivista come la nostra, che ha come obiettivo non solo l’offerta di qualche sussidio pronto all’uso, ma trova motivo di esistenza nella sollecitazione del pensiero critico, non può non affrontare le cose a partire da un punto di vista prettamente teologico, capace poi – come sua conseguenza logica e stringente – di arrivare ad un’operatività pastorale adeguata.

Una nuova sinodalità

Dopo le due precedenti premesse, azzardo una prima tesi. La chiamerei, simpaticamente, la “tesi della barca”. Parte dall’idea che ogni cambiamento nella vita della Chiesa va sempre letto secondo l’ermeneutica della riforma, che porta cioè con sé, simultaneamente, alcuni elementi di continuità e altri di discontinuità. Ne aveva parlato, di questo, sempre Benedetto XVI il 22 dicembre 2005, facendo il punto sulla faticosa recezione del Concilio Vaticano II. Nella vita della Chiesa non c’è mai rottura, ma sempre riforma di un unico soggetto che si sviluppa nella storia pur rimanendo sempre lo stesso. È la nota tesi del Primo commonitorio di san Vincenzo di Lerins sullo sviluppo del dogma, dove si afferma che «la religione delle anime segue la stessa legge che regola la vita dei corpi. Questi infatti, pur crescendo e sviluppandosi con l’andare degli anni, rimangono i medesimi di prima».
Per arrivare al dunque, intravedo in questo cambio di prospettiva dovuto alla pandemia elementi di discontinuità ed elementi di continuità. Papa Francesco in Christus vivit, quando ha voluto parlare dell’idea di Chiesa emersa dal confronto sinodale, ha lasciato saggiamente la parola ad un giovane uditore, del quale viene riportata la sintesi del suo intervento nell’aula sinodale:

Nel Sinodo uno degli uditori, un giovane delle Isole Samoa, ha detto che la Chiesa è una canoa, in cui gli anziani aiutano a mantenere la rotta interpretando la posizione delle stelle e i giovani remano con forza immaginando ciò che li attende più in là. Non lasciamoci portare fuori strada né dai giovani che pensano che gli adulti siano un passato che non conta più, che è già superato, né dagli adulti che credono di sapere sempre come dovrebbero comportarsi i giovani. Piuttosto, saliamo tutti sulla stessa canoa e insieme cerchiamo un mondo migliore, sotto l’impulso sempre nuovo dello Spirito Santo (Christus vivit, n. 201).

La stessa immagine della barca è stata usata dal Santo Padre in un contesto completamente diverso. Era venerdì 27 marzo 2020, ed eravamo tutti incollati davanti alla televisione – anche perché non avevamo alcun’altra alternativa, visto che stavamo vivendo il lock down rinchiusi forzatamente nelle nostre abitazioni – seguendo ogni movimento e ogni parola nel “momento straordinario di preghiera in tempo di pandemia” avvenuto in una surreale e vuota Piazza San Pietro:

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

A partire dalla “stessa barca” in cui tutti siamo, penso che tra la programmazione dello scorso anno e quella di quest’anno ci sia più continuità che discontinuità, anche se il tutto andrà immaginato in forma assolutamente inedita. Siamo sulla stessa barca, ma con una consapevolezza completamente diversa, oggi assai più profonda e drammatica rispetto allo scorso anno. Le parole del giovane venuto dall’altra parte del mondo, che ci invitano a salire sulla stessa canoa per cercare un mondo migliore, e le parole del Papa venuto anche lui dall’altra parte del mondo, che ci invitano a smetterla di andare avanti per conto nostro, sono un rinnovato invito a camminare insieme, una spinta verso l’acquisizione della “sinodalità missionaria” come referente del cambiamento auspicato.
Per dirla in forma provocatoria e paradossale: ci siamo accorti che la cosa più “egoistica” che possiamo fare è quella di essere solidali! Perché facendo gli interessi degli altri facciamo davvero i nostri interessi, perché appunto siamo tutti sulla stessa barca, fragili e disorientati, chiamati perciò a fare squadra, a remare insieme, a confortarci e sostenerci. E poi anche impegnati a svegliare il Signore della natura e della storia, perché senza di lui davvero non si va da nessuna parte. Pastoralmente senza di lui cadiamo nell’assai denunciato “pelagianesimo pastorale”, magari arrivando perfino a crogiolarsi nell’insana convinzione che siamo noi a salvare i giovani con i nostri progetti e i nostri programmi! Ascoltiamo ancora Francesco nel proseguo di quel discorso del 27 marzo, che su questo punto è semplicemente implacabile, anti-pelagiano fino in fondo:

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità. Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

Una grande occasione

Rilancio con una seconda tesi, altrettanto necessaria, almeno nel mio modo di pensare e di vivere questo periodo così speciale della nostra storia. Un kairos, un tempo in cui Dio si fa presente e ci chiama alla conversione, un tempo favorevole per rimettersi in gioco e per rimettersi in cammino.
Nella pastorale in generale, e in particolare nella pastorale giovanile, abbiamo vissuto l’esperienza della distanza e della separazione. Abbiamo perso la prossimità con i giovani e con tutti i fedeli. Ci siamo accorti prima di tutto di quanto essere lì insieme con i giovani sia la prima condizione per fare pastorale giovanile: è davvero la condizione di possibilità di ogni azione, e con questo abbiamo riabilitato la logica dell’incarnazione, che è proprio una logica di prossimità, di vicinanza, di tenerezza, di contatto concreto, perché

l’Incarnazione mi invita a cercare il volto di Dio nel volto di chiunque io incontri; e mi fa credere che, sebbene tu e io diventeremo presto cenere, c’è qualcosa nel nostro incontro corporeo che è al di fuori di questo mondo in cui ora siamo. La nostra corporeità assume una qualità metafisica, e diventa ben più che un accidente del momento (I. ILLICH, I fiumi a nord del futuro. Testamento raccolto da David Cayley, Quodlibet, Macerata 2013, 99).

Senza questa “carnalità” la pastorale perde la sua concretezza e la sua efficacia. Dio, nel momento in cui si fa uomo, tocca l’uomo e si lascia toccare dagli uomini: divenendo uno di noi, elimina ogni “distanziamento sociale” tra il cielo e la terra, desidera entrare in intimità con ciascuno di noi.
La “distanza pastorale” ha generato da una parte grande angoscia e dall’altra ha aperto le strade a una grande creatività pastorale, soprattutto a livello digitale. Ci sono state davvero tante cose inedite di cui abbiamo fatto esperienza, che vanno adesso, con pazienza e sapienza, riprese criticamente e ricalibrate pastoralmente. La pastorale giovanile nel suo insieme ha cercato delle nuove vie per portare la luce del Vangelo nel cuore dei giovani. A volte, dobbiamo anche ammettere, attraverso modalità non sempre adeguate, che ci hanno fatto prendere coscienza di quanto ci siamo estraniati dalla vita reale delle persone e di quanta distanza c’era già tra noi e i giovani. A volte ne è uscito anche un surplus di “narcisismo pastorale”, di quell’ossessione compulsiva a voler essere al centro dell’attenzione, incapaci di operare quel sano decentramento ecclesiale che mette al centro i soggetti credenti e ci fa essere consapevoli di essere dei “servi inutili”. Mi ha molto colpito, a questo proposito, l’incapacità ecclesiale di far leva sulla famiglia come Chiesa domestica, proprio nel momento in cui la pandemia ha davvero disgregato molte forme di socialità, ma ha riaggregato in forma sorprendente i nuclei familiari. Al di là di questo breve passaggio polemico, è stato davvero interessante che tutti, in un modo o nell’altro, abbiano mantenuto viva la loro passione pastorale.
E arriviamo al punto. Coloro che studiano scientificamente i mutamenti sociali in atto ci assicurano che non tutto ciò che di negativo accade sia negativo in sé, perché ogni esperienza umana contiene anche germi di positività e nuove occasioni di rinnovamento: per esempio,

secondo alcuni, la sospensione del tempo causata dalla pandemia di Covid-19, in fondo, non ha comportato conseguenze di carattere così negativo per gli individui. Al contrario, rallentando bruscamente il tasso di velocità degli abituali flussi temporali, ha determinato maggiori possibilità di sviluppare riflessioni approfondite. Ha permesso, cioè, di esplorare con calma tutte le questioni e di entrare con un’adeguata velocità al loro interno. Ci ha reso, insomma, più spirituali, consentendoci di conseguenza di elevare il livello di qualità della nostra relazione con il mondo. Va considerato però che la pandemia rappresenta una condizione esistenziale dalla durata limitata. Terminata la fase di emergenza, la dimensione temporale riprenderà la sua corsa accelerata e le persone ritorneranno a inseguire un tempo che si presenta sempre più veloce e irraggiungibile (V. CODELUPPI, Come la pandemia ci ha cambiato, Carocci, Roma 2020, 72-73).

La scrittura, a partire dalla sua sapienza ispirata, ci assicura che è proprio così, perché «noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» (Rm 8,28). Se amiamo Dio anche la pandemia può diventare un’occasione per migliorarci da tutti i punti di vista! Se un autore laico ci assicura che la pandemia ci può rendere “più spirituali”, perché non sfruttare davvero questa occasione che ci è donata proprio in questi tempi?
Prima della pandemia, tutti eravamo coscienti delle fatiche di vivere in un mondo in rapido cambiamento, sempre più multicentrico e confuso, che non ci dava mai tregua né tempo per respirare, che non ci offriva adeguato spazio per il silenzio, la contemplazione e la preghiera. Tutti abbiamo fatto, in qualche momento della nostra vita pastorale, l’esperienza del criceto che gira a velocità folle sulla ruota per tutto il giorno e alla fine si accorge di non essersi mosso di un millimetro! A me pare che la pandemia ci sta offrendo un prezioso tempo per recuperare “interiorità apostolica”, spingendoci a ritrovare la “grazia di unità” nella nostra vita. E tutto ciò è un dono di Dio, e nemmeno il più modesto!
La vita di chi è impegnato nella pastorale giovanile è attiva, dinamica, creativa, apostolica. È evidente che i suoi rischi sono la dispersione e l’attivismo, la superficialità e la mediocrità spirituale. “Grazia di unità” significa prima di tutto che noi siamo quel che siamo solo se rimaniamo uniti a Dio, che l’unità della nostra vita è una questione teologale, perché si radica nella costante unione con Dio e nell’ascolto della sua Parola. Che essere attivi non è opposto ad essere contemplativi, e viceversa: ciò è evidentissimo nella vita del Signore Gesù, che unisce mirabilmente l’azione apostolica con la preghiera sul monte. Ed è chiaro anche nell’esistenza di don Bosco e di tutti i santi che hanno lavorato con e per i giovani, i quali hanno sempre trovato nella comunione con Dio la fonte inesauribile della loro azione apostolica. La pandemia ci sta regalando un tempo per la cura della vita spirituale e per il recupero di un pensiero solido. Non perdiamo questa grande possibilità che Dio ci sta offrendo.

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Proprio per questo passo molto volentieri la parola al Dossier che segue, curato con la solita dedizione e competenza da don Michele Falabretti, Direttore del Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile della Conferenza Episcopale Italiana, nonché Vice-Direttore della nostra Rivista. Approfitto di questa occasione per mettere nero su bianco il ringraziamento di tutta la Direzione e Redazione – e penso anche di tutti i nostri affezionati lettori – per il tempo da lui speso a beneficio di “Note di Pastorale Giovanile”. Non penso di sbagliarmi nell’attestare con immensa riconoscenza che senza di lui e senza il suo sostegno spirituale e materiale, anche noi avremmo già chiuso i battenti, come purtroppo hanno fatto e stanno facendo molte Riviste. La crisi della carta stampata a tutti i livelli, e che non risparmia l’ambito ecclesiale, ha bisogno di persone che credano – “non a parole, ma con i fatti nella verità”, direbbe l’apostolo Giovanni – nella strategia dell’unità integrata tra pensiero e azione, certi che l’azione pastorale è pungolo per il pensiero critico e che il pensiero argomentativo rimane una necessaria e benefica provocazione per ogni pratica pastorale.