Sapete leggere questo tempo? Sfide pastorali per il futuro rossimo

Inserito in NPG annata 2021.

Michele Falabretti

(NPG 2021-01-41)

Non sprecare la crisi

«Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi»: così concludeva l’omelia di Pentecoste papa Francesco lo scorso 31 maggio. Non possiamo permetterci di sprecare questa crisi a tutti i livelli: sociale, economico, sanitario, politico e anche ecclesiale. Cosa significa questo per la Pastorale giovanile? L’affermazione di Francesco ci fa intuire che lo spreco di un’occasione avviene dentro a logiche di autoreferenzialità, di chiusura su se stessi.
La riflessione è una prima risposta. Come ci suggerisce il filosofo Mauro Ceruti: «Un pensiero in crisi è impotente davanti a un mondo in crisi»[1]. C’è bisogno di pensiero, direzione, progettualità che sappiano interpretare il momento e abitarlo con il coraggio della profezia. La crisi nella quale siamo è descritta in molti modi. L’ultima analisi sociologica di Franco Garelli, dipinge una situazione che forse con la pandemia rischia già di essere vecchia. L’accelerazione che il Covid-19 ha attuato ci porta a fare i conti con una crisi ancor più radicale e drammatica, che sta trovando molte comunità in affanno: calo di presenze alle messe, calo di domanda sacramentale (battesimi e matrimoni in primis), calo di iscrizioni al catechismo, calo di offerte, calo di attività parrocchiali e diocesane… Forse ha ragione il teologo Giuliano Zanchi quando scrive su Vita e Pensiero che il coronavirus ha fatto da «collaudo statico», mostrando la tenuta o meno delle visioni di fondo, degli orizzonti di comprensione. Sono emerse una ecclesiologia obsoleta e una teologia poco aderente alla realtà.
Il collaudo statico vale anche per il mondo economico, quello lavorativo e per il modello politico di democrazia. Assistiamo, inoltre, alla fine di un’epoca anche dal punto di vista ecclesiale: quella in cui noi pretendiamo di essere al centro di tutto. Nascono spontanee alcune domande: i cali di presenze (che nei giovani sembrano avere un impatto più forte) sono un segnale sociologico o teologico? Si tratta di assumere qualche marchingegno pastorale per rialzare la china o di capire che è il mistero pasquale, anche come esperienza di fallimento umano e delle sue logiche di potere, ciò che interpreta davvero il nostro vissuto ecclesiale? Ci sono sguardi e purificazioni che ci attendono e che non vogliamo accogliere? È Dio che ci sta parlando attraverso l’azione dello Spirito o la crisi richiede semplicemente uno scatto d’ala, un colpo di reni per riprendere un potere organizzativo, economico, sociale di cui abbiamo tanta nostalgia? A noi la scelta di quale interpretazione dare alla situazione che stiamo vivendo.
E se invece ci venisse chiesto lo sguardo nuovo, che queste parole di Zanchi illustrano molto bene? Scrive il teologo bergamasco:
«Questa “piaga” pandemica, giunta a saggiare i cuori di tutti, ha svelato che la “Chiesa reale” non coincide con quella della sua strutturazione istituzionale e tantomeno con quella delle sue rappresentazioni rituali. Essa si compone di molta gente abituata già da moltissimo tempo all’autogestione spirituale, per non sentirsi più ospitata nelle trame di asset parrocchiali sempre più in crisi e nelle retoriche di un discorso istituzionale sempre più siderale, perciò in cerca di forme che in mancanza d’altro ha dovuto un po’ farsi da sé. Quelli che vagabondano in cerca di una messa decente per poi animare la propria fede in comunità di fortuna, quei laici che in parrocchia verrebbero trattati da bambini ma nella loro professione traducono realmente il vangelo in vita, quelle persone che per porre la Parola al centro della vita cristiana hanno dovuto allearsi con altri credenti sostanzialmente fuori del tran tran parrocchiale, quelle donne che hanno realizzato un loro “ministero” nel carisma satellitare di associazioni cresciute ai margini della pastorale di convenzione. Si potrebbe continuare all’infinito con questo tipo di casistica. Ne verrebbe il censimento di una “Chiesa reale” per la maggior parte riversata fuori dai vecchi contenitori istituzionali e da obsolete prassi pastorali. Quando si invoca una “Chiesa in uscita” forse non si riesce a vedere che la “Chiesa reale” è già là fuori, ma manca delle forme che la riconoscano come tale. La bassa marea pandemica ne aveva fatto emergere le reali proporzioni. Se mai ci sia una indicazione stradale per la Chiesa dopo l’epidemia, essa porta in quella direzione»[2].
Queste parole trovano un senso ancora più compiuto se raffrontate con la considerazione che papa Francesco fa in Fratelli tutti 54:
«Dio infatti continua a seminare nell’umanità semi di bene. La recente pandemia ci ha permesso di recuperare e apprezzare tanti compagni e compagne di viaggio che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. Siamo stati capaci di riconoscere che le nostre vite sono intrecciate e sostenute da persone ordinarie che, senza dubbio, hanno scritto gli avvenimenti decisivi della nostra storia condivisa: medici, infermieri e infermiere, farmacisti, addetti ai supermercati, personale delle pulizie, badanti, trasportatori, uomini e donne che lavorano per fornire servizi essenziali e sicurezza, volontari, sacerdoti, religiose,… hanno capito che nessuno si salva da solo».
Ne esce il quadro di una Chiesa reale che non ci risulta lontana, assume volti concreti con nomi e cognomi, racconta storie vive dei nostri territori. Guardando a loro rimaniamo avvolti dalla speranza: lo Spirito continua a soffiare, non siamo affatto abbandonati nell’ora della prova.
Non ci possiamo permettere una crisi di pensiero, che non sappia guardare in faccia la crisi sociologico-religiosa e pandemica, né una crisi della nostra azione pastorale, che ci porti ad attendere tempi migliori. C’è bisogno di accompagnare eventuali stand-by obbligati dal Covid-19 con la consolazione, l’orientamento, l’interpretazione, la vicinanza nella stagione della prova. Serve una parola sapiente, che indichi e descriva la presenza di una Chiesa reale che già c’è, ma che non ha voce. Ha più spesso voce, invece, il vuoto di frasi fatte, che ripete cose dette altrove, ma che, fuori dal contesto, rischiano di risultare insignificanti: «andrà tutto bene», «siamo tutti sulla stessa barca», «niente sarà come prima»… Alla profezia si sostituisce l’afasia di chi non sa cosa dire, molto diverso dal silenzio fecondo di chi lascia riempire le proprie parole da una Parola Altra. Così non mancano silenzi imbarazzati e imbarazzanti, isterismi per le sottrazioni di potere, frasi vuote, paure urlate, deserti interiori, pressapochismi e solitudini. Ma in questo modo chi si ritrova a vivere negli ambienti pastorali di una parrocchia o di una casa religiosa desolatamente vuoti, oppure chi non può uscire di casa per incontrare gli amici, si può sentire solo davanti alle responsabilità che premono e schiacciano.
Queste righe cercano di raccogliere la sfida lanciata negli articoli precedenti: il cambio d’epoca è avvenuto, lo stiamo vedendo con i nostri occhi e percependo sulla pelle. Riuscire ad accettarlo, coltivando e covando (sì, proprio tenendo al caldo) pensieri buoni di futuro, è una spesa di tempo che vale la pena di fare.

I giovani e la pandemia

L’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) afferma in un report pubblicato ad agosto 2020 su giovani e Covid che il 67% dei giovani in età compresa tra 18 e 29 anni può essere soggetto ad ansia o depressione. Il benessere mentale peggiora quando il percorso scolastico si interrompe e le aspettative per il futuro diventano incerte. In realtà si parlava da tempo della condizione giovanile in Italia come situazione faticosa nell’affrontare il proprio futuro, soprattutto in relazione agli sbocchi lavorativi. Nel linguaggio del cattolicesimo tutto questo viene declinato nei temi della formazione e della vocazione.
Molti giovani hanno vissuto da vicino una morte disumana di nonni e genitori: quella che ha negato l’accompagnamento, impedendo di poter dire anche solo un’ultima parola ai propri cari che sono morti da soli; senza la consolazione dei riti di cura del corpo di un morto, di un saluto finale. La lunga fila di bare sui mezzi militari ha restituito una piccola cassetta di ceneri: in poche ore la presenza di un corpo è svanita nel nulla. È stata la prima esperienza diffusa (per le nuove generazioni) della fragilità della vita: la noia generata dal benessere e dai consumi ha visto accendersi un forte temporale.
Sono situazioni che avrebbero richiesto di poter dire una parola, di potersi scambiare racconti, di porre delle domande e di offrire qualche pur fragile risposta. Si è (teoricamente) aperto un grande spazio che è quello del mistero della vita, ma l’impressione è che sia sceso solo un imbarazzato silenzio privo anche della Parola e del rito celebrativo. Un silenzio frutto di stili di vita ormai pluridecennali: l’assenza continuativa e sapienziale di genitori e adulti, ha fornito ai giovani molte cose, ma poche indicazioni di vita e di senso. Cosa significhi per loro un criterio di vita buona è da cercare e da ascoltare, ma certamente non è legato a un percorso disciplinato e paziente. Se Tommaso d’Aquino dice che per l’uomo è impossibile non cercare il proprio bene, per i giovani d’oggi cos’è il loro “bene”? Forse non è ciò che è “buono”, forse è solo ciò che piace al momento. Su queste basi è decisivo che ci si chieda quali effettive azioni, capaci di assumere il punto di partenza reale degli adolescenti e giovani, si possano progettare.

Chiesa e giovani nel tempo della pandemia

Veniamo dal decennio degli Orientamenti della Chiesa italiana sull’educazione (2010-2020), dal Convegno di Firenze (2015) e dal Sinodo dei giovani (2018). La domanda da farsi è: a cosa dobbiamo rinunciare, cosa dobbiamo sacrificare per essere di questa storia degli uomini e non solo di quella del passato? Attraversare il deserto di questo tempo significa rinunciare al superfluo, a tutte quelle cose che crediamo compongano la nostra identità, ma in verità ne compongono solo una maschera distorta: i giovani che hanno il coraggio di dirci che il re è nudo vanno ascoltati, accolti perché servono a noi forse più di quanto noi possiamo servire a loro.
Questa lunga traversata di dieci anni ha tentato insistentemente di metterci di fronte a cambiamenti irreversibili: l’emergenza educativa è stata dichiarata in un contesto di “cambiamento d’epoca” e declinata in una serie di snodi antropologici e pastorali come la coscienza giovanile che non accetta di essere istruita passivamente ma solo attraverso un’assunzione libera della propria responsabilità; i linguaggi che non sono più soltanto strumenti ma dicono di un’identità nuova; il bisogno di ascolto e accompagnamento che richiedono competenze pastorali diverse e più specifiche; uno stile sinodale che valorizzi anzitutto i giovani stessi e coinvolga risorse e competenze diverse presenti nei territori. Questi passaggi, pur invocati da documenti ed esortazioni, sembravano destinati ad essere archiviati nel faldone delle buone intenzioni, buone per chi continuava a vivere l’attenzione al mondo giovanile come una passione personale, come chi colleziona farfalle.
Oggi la perdita secca delle nuove generazioni dalla vita celebrativa (era già in atto, ma la prima ondata della pandemia ne ha accelerato il processo) è un segnale forte di come l’annuncio della fede deve ritrovare una sua conformazione a partire proprio dai più giovani. Sicuramente la ripresa dei cammini di iniziazione cristiana è un primo severo banco di prova, ma non può rimanere l’unico.
Ricominciare non significa pretendere che la vita dei giovani (ri)prenda la forma delle attività parrocchiali, ma che le attività parrocchiali prendano la forma della vita umana. Una domanda sorge anche rispetto alle attività con i giovani di associazioni, movimenti e gruppi legati alla vita consacrata: hanno raccolto una maggior adesione nella ripresa delle attività? Sono stati più bloccati dalle distanze fisiche? Hanno giocato meglio la partita sulla comunicazione digitale? Sono domande interessanti per le verifiche di consulta diocesana e all’interno delle singole realtà.

Qualche snodo pastorale

Arrivati a questo punto si potrebbe avere la tentazione di glissare sul resto. Pur non volendo tirare conclusioni difficili da delineare, è saggio riconoscere quei famosi nodi venuti al pettine attraverso l’esperienza di questo tempo, almeno quelli che riguardano la pastorale giovanile. Sono quelli che vanno assolutamente riconosciuti perché si possa coltivare una minima speranza di poterli sciogliere. Non si tratta di inventare da capo il cattolicesimo e la sua vita pastorale, ma di saperlo rileggere all’interno di questo tempo così particolare, evitando di rimanere imprigionati dall’affetto e dalla nostalgia per ciò che è stato.

Anzitutto raccogliere la sfida
Il rapporto con le nuove generazioni contiene una sfida radicale: proprio perché esse appaiono distanti dal cogliere il Vangelo come risposta alla ricerca di un’umanità piena, diventano un osservatorio privilegiato sul come la Chiesa deve muoversi per poter offrire il suo Vangelo. Noi pensiamo che i giovani non credono perché non fanno cose religiose (le “nostre” cose religiose). I giovani non credono perché non sanno qual è realmente la posta in gioco della vita. È la nichilistica assenza di desiderio di senso. Ma per poterli ingaggiare (e tentare di mostrare loro il Vangelo, prima che insegnarlo) c’è bisogno di accettare la sfida di andare a prenderli sul loro terreno, imparando a conoscere e riconoscere i loro mondi e luoghi di vita. Non solo, dunque, una Chiesa che offra loro il vangelo, ma l’accorgersi che di tanto in tanto i giovani sono “vangelo” per la Chiesa. Una buona notizia, e insieme un appello e una provocazione. Evitando di costringerli dentro a un recinto (quello della pastorale giovanile) che non tenga in contro le altre dimensioni ecclesiali e il resto della vita umana, pena un’esperienza di fede elitaria che non ha nessun impatto sul vissuto del mondo contemporaneo.

Suscitare narrazioni, ascoltare i vissuti, provocare le coscienze
Giaccardi e Magatti dicono che «in questo tempo non si tratta di mettere pezze, né di riaccendere i motori. Il corpo sociale non è una macchina da riparare ma un organismo, che oggi ha bisogno di rigenerarsi».[3] Questo dovrebbe essere un tempo di grazia per rigenerare il pensiero: proprio perché la seconda ondata ci tiene ancora bloccati, il cuore e la mente potrebbero nutrirsi e rigenerarsi.
Ne sentiamo il bisogno, nelle fatiche di oggi. È sotto gli occhi di tutti quanto sia arduo raccogliere le istanze della contemporaneità e persino Papa Francesco provoca fastidio quando riesce a indicare alcuni temi particolarmente interessanti. Pensiamo a quanta resistenza sta incontrando dentro la Chiesa il tema dell’ecologia intrecciato a quello sull’economia. Ma è un tema che interessa moltissimo ai giovani che hanno capito quanto le risorse del pianeta sino agli sgoccioli. È possibile, per esempio, ritrovarne delle risonanze laiche in un film francese molto curioso del 2019: Alice e il sindaco. Stessa sorte rischia di fare il tema della fraternità nella recente enciclica; eppure la lettura “da agnostico” del filosofo Floridi.[4] è impressionante per capire quanti temi oggi sono in sintonia con la visione cristiana della vita. Insomma avremmo delle praterie da percorrere su temi sensibili per i giovani che vi vedono messo in gioco il proprio futuro.
L’annuncio del Regno che viene non può prescindere dalla pazienza di un ascolto oggi ancor più necessario: i giovani non accetteranno un ingaggio con un mondo ecclesiale che si presenta di fronte a loro con il catalogo già scritto di risposte pronte. Accogliere il vissuto di oggi come criterio ermeneutico per la ricerca di una nuova presenza pastorale, permette di suscitare la domanda che apre alla percezione del senso sapienziale e della sfida educativa che la vita pone a ciascuno. È questo il campo delimitato dove tentare di giocare la partita della formazione della coscienza e della libertà, attraverso una “lectio” (intesa proprio come lettura, comprensione) dei vissuti contemporanei.

Alzare le competenze negli spazi esistenti
Negli ultimi estivi un tema particolare è emerso: le attività dell’estate ragazzi soprattutto negli oratori. I servizi educativi un tempo affidati agli oratori, sono diventati oggetto di riflessione anche da parte delle amministrazioni pubbliche e del mondo del Terzo Settore. Fatiche e difficoltà per offrire questi servizi hanno rivelato scenari nuovi: il modello più diffuso è ancora quello di un prete che si relaziona con gruppi di ragazzi aiutato da qualche educatore. Ma non di rado i preti hanno in carico più di una comunità e la disponibilità di tempo si riduce. Pertanto si sente la mancanza di cammini più flessibili e personalizzati, in grado di rispondere a esigenze sempre più diffuse: le situazioni di disagio sociale o familiare, le disabilità, la presenza di giovani di altre culture e religioni. Questo non vale solo per le attività estive, ma anche per le esperienze educative lungo l’anno. E qui merita almeno un cenno il discorso sul digitale, mondo da imparare ad abitare e non solo strumento di comunicazione. È urgente attivarsi costruendo una rete di alleanze con persone e realtà presenti su un territorio, un gioco di squadra più convinto che valorizzi le figure significative già presenti nella comunità. La grande lezione sullo stile sinodale uscita dal Sinodo dei giovani, deve valere per i rapporti ecclesiali, ma anche per quelli da costruire con tutte le realtà educative del territorio.

Le età della vita
Sempre irrisolto rimane il tema dell’accompagnamento negli anni della preadolescenza e dell’adolescenza, affidato all’oratorio (dove c’è) e a qualche esperienza associativa, ma mai radicato seriamente nell’ordinario della vita della comunità. Continuano a rimanere scoperti da un serio accompagnamento educativo anni strategici per la formazione personale (quelli dell’adolescenza), nella pia illusione di poter ricuperare (pochi) giovani quando saranno alle soglie di esperienze decisive (la scelta universitaria, lavorativa, affettiva…) e lontani da un serio rapporto con le domande della fede. La cosiddetta “mistagogia” rimane nell’immaginario comune la spiegazione dei misteri: una sorta di approfondimento teologico lontano dalle domande poste da un’identità personale che va formandosi, da una libertà che scalpita, da una vita che scorre altrove, lontana dalla Chiesa e dai suoi riti; dimensioni segnate da un corpo che si forma, da amicizie che quotidianamente appaiono come questioni di vita o di morte.

Riconoscere luoghi ed esperienze da integrare in una visione ampia
Il bisogno di stringere relazioni per poter arrivare a un tessuto di comunità, spesso identifica nelle strutture ecclesiali delle parrocchie, associazioni e movimenti, realtà legate alla vita consacrata l’unico luogo di attenzione ai giovani. Nella definizione di “pastorale giovanile popolare” della Christus vivit, il Papa chiede un sostegno alla libertà di movimento di quei giovani capaci di essere leader nei luoghi di vita più informali. Bisogna stare attenti a non creare mondi paralleli (in entrambe le direzioni), ma la provocazione è interessante: i luoghi di vita, sia per i giovani che per gli adulti, sono oggi sempre più frammentati. Una comunità vive irrinunciabilmente il proprio centro nella celebrazione dell’Eucarestia, ma molti sono poi i luoghi e le situazioni dove declinare ciò che si è celebrato. La provocazione della Christus vivit chiede di sostenere ogni testimonianza al Vangelo riconoscendo che in quanto discepoli del Signore, tutti stiamo vivendo lo stesso annuncio di fede.

Per chiudere

Quando è stato steso il testo Dare casa al futuro, linee progettuali per la pastorale giovanile italiana (2019), forte era l’attenzione a come prendere sul serio i cambiamenti invocati e descritti nell’ultimo decennio. Quel testo ora può apparire persino più adatto, perché la tensione sul tempo nuovo attraversa ormai tutti.
Nella memoria diffusa c’è un passato ben presente: i grandi numeri di eventi come le GMG degli anni Duemila, una certa facilità di convocazione agli appuntamenti diocesani, un linguaggio abbastanza comune che identificava presto la proposta di attività e incontri anche parrocchiali. Ne è testimonianza il fatto che il “vecchio” volantino si è semplicemente trasferito sulle reti dei social. Se prendiamo per serie le questioni sopra elencate, soprattutto quelle rispetto al deserto che si è allargato nei cuori in occasione della pandemia, sarà necessario per un po’ di tempo avere un paio di attenzioni.
Questa attenzione genera immediatamente la seconda: la cura educativa dovrà esprimersi con più attenzione. La cura ha bisogno di piccoli numeri, di tempo e di attenzioni scambiati nella relazione personale, certo non in una logica di soffocamento e possesso, ma di una relazione significativamente liberante di cui Gesù è maestro. Ci sarà bisogno di pazienza nell’ascolto per intercettare le domande e provare a entrare in empatia incoraggiandole e autorizzandole, di pazienza nel saperle accompagnare, di pazienza nel saper spiegare che cosa si sta facendo. Non esistono più parole magiche per la convocazione dei giovani, non ci sono più automatismi: la capacità di stare dentro la storia lottando per la verità del Vangelo e offrendo esperienze di servizio e accompagnamento, si sta rivelando una proposta efficace. Il tessuto sociale chiede di non essere abbandonato alle logiche mercantili che trasformano tutto in un’occasione di profitto. La gratuità che permea da sempre il messaggio cristiano è la sua forza, la sua libertà da offrire ai giovani. Guardando a questo scenario possiamo tornare a focalizzare anche il senso dei cambiamenti che le strutture ecclesiali devono affrontare: nella misura in cui sapremo comprenderne la funzione e la missione in uno scenario mutato, sapremo trovare cammini nuovi di servizio e di testimonianza cristiana.

NOTE

[1] M. Ceruti, Sulla stessa barca, Qiqajon, Magnano 2020, 14.
[2] G. Zanchi, «Troppa afasia: dov’è la profezia?», in Vita e Pensiero 103 (2020) 4, 103-104.
[3] C. Giaccardi – M. Magatti, Nella fine è l’inizio, il Mulino 2020.
[4] L. Floridi, Fermarsi a “fare tempo”, in L’Osservatore Romano, 7 novembre 2020.