Reagire all’indifferenza

Enzo Bianchi

Ricordare, rileggere quello che si è vissuto, discernere come lo si è vissuto e infine confrontarlo con il presente, è operazione importante per la nostra consapevolezza e sapienza umana. Lo stesso progetto del futuro dipende dallo sguardo penetrante sul passato e dall’analisi del presente.
Mettiamo in pratica questo metodo considerando le due ondate di pandemia. Quella primaverile, inattesa, che ci sorprese, richiedendoci dei mutamenti improvvisi di stili di vita; quella autunnale, preannunciata da alcuni ma non creduta dai più. Molte fatiche e sofferenze si sono ripetute, ma è diverso lo spirito con cui le abbiamo vissute. All’inizio vi fu una certa esplosione vitalistica di scongiuri contro la pandemia: canti e musiche dai balconi, grida che tutto sarebbe andato bene, iniziative talvolta fantasiose tese ad affermare la volontà di combattere una guerra e vincerla.
È significativo ciò che accadde nella vita della chiesa, soprattutto in Italia. In principio esitazioni e una certa afonia. Poi l’appiattimento sulle direttive politiche e addirittura la rivendicazione della libertà religiosa da parte di minoranze che tuttavia comprendevano che i cristiani, senza assemblea eucaristica, avrebbero vista gravemente depauperata la loro vita di fede. Prevalsero poi le messe in streaming, virtuali, aiuto alla devozione personale ma non “cibo di vita ecclesiale”.
Il popolo cattolico, incapace di una fede che riconosca il primato della parola di Dio e incapace di vivere la liturgia a dimensioni familiari di piccoli gruppi, smettendo di partecipare all’eucaristia quasi la disimparò, si abituò a celebrarla raramente. La conseguenza, come attestano le statistiche, è che dopo la prima ondata è tornata a messa solo la metà dei fedeli. E gli altri? Non si trovano più nelle assemblee domenicali, disertano.
In questa seconda fase qualche vescovo e presbitero hanno annunciato la sospensione della liturgia nelle chiese, altri hanno invitato il popolo alla frequentazione. In ogni caso, nelle comunità cristiane italiane sono mancati il dibattito e il confronto su cosa fare, a differenza di quanto avvenuto in altre chiese europee, soprattutto in Francia.
Anche su questo tema regna l’indifferenza: l’indifferenza che oggi proviamo al suono delle ambulanze che percorrono le nostre città come a marzo; l’indifferenza verso il numero di morti e le modalità terribili con le quali i più se ne vanno, in una solitudine disperante; l’indifferenza verso quelli che oggi provano molta più angoscia, perché si moltiplicano le vittime tra i loro conoscenti.
Degli anziani che vivono soli in pochi metri quadrati, veri invisibili perché nessuno li conosce né li chiama per nome, nemmeno nel condominio, mi hanno detto con molta tristezza: «Ci si abitua a tutto!».
Occorre invece reagire, confermandoci gli uni gli altri nella speranza, scambiandoci con fiducia parole e segni di attenzione reciproca, e anche con l’indignazione verso situazioni che dipendono da comportamenti e scelte irresponsabili.

(La Repubblica - 23 novembre 2020)