Conclusioni al dossier: "Riapriamo il cantiere dei preadolescenti"

Inserito in NPG annata 2021.


Alessandro Ricci

(NPG 2021-02-41)

Come abbiamo fin qui detto per educare un preadolescente è necessario accogliere questa fase evolutiva come età specifica, distinta dalla fanciullezza e dall’adolescenza e connotata di caratteristiche evolutive proprie. Non più dunque “età negata”, ma riconosciuta, vista e valorizzata secondo i compiti di sviluppo tipici di un importante e determinante fase evolutiva.

Educare è possibile

Educare i preadolescenti implica insegnare loro a usare il proprio pensiero, le loro emozioni e il loro comportamento, in modo che siano responsabili di se stessi e sappiano risolvere i problemi che di volta in volta si troveranno ad affrontare nella vita.
Ritengo i seguenti punti le fondamenta educative su cui costruire una sana ed equilibrata crescita per un preadolescente, una bussola che un educatore dovrebbe sempre tener presente per orientarsi nel difficile compito educativo a cui è chiamato:
- educare a pensare;
- educare all’espressione emotiva;
- educare alle regole;
- educare ai valori;
- educare ad uno stile cooperativo;
- educare alle capacità critiche, creative e di scelta;
- educare alla resilienza;
- educare alla fede.
Queste diverse dimensioni sono quelle che costituiscono la struttura fondamentale della persona. Solo educando a ciascuna di esse ed educando a tutte nella loro interdipendenza è possibile veramente parlare di educazione della persona e dare ad ogni ragazzo che cresce una struttura armonica, che è anche condizione per il suo benessere.

La necessità di un progetto specifico per i preadolescenti

Se l’educazione deve essere un’esperienza forte, intenzionale, dalla quale dipende la qualità della crescita in umanità delle nuove generazioni, occorre che essa sia sostenuta da un progetto esplicito, che è insieme pensiero e decisione, sguardo al futuro e radicamento nel presente. Il termine progetto parla soprattutto della determinazione con cui ci si dispone per raggiungere obiettivi che si hanno a cuore; l’avere un progetto realizza l’intenzionalità che deve contraddistinguere la pratica educativa. Un progetto si qualifica per il suo orientamento ai valori, per i principi fondamentali a cui si ispira, per l’idea di persona che assume; per la coerenza con cui unifica gli aspetti ideali e quelli concreti; per la forza con cui l’idea di persona e i valori di essa ispirano i metodi, gli atteggiamenti quotidiani, le scelte e lo stile delle relazioni. È caratteristico di un progetto educativo ricondurre ad unità i diversi elementi dell’esperienza educativa, in un processo che corrisponde all’unità della persona ed educa a vivere come persone unificate. Essere educatori di preadolescenti che assumono con responsabilità questo compito significa in primo luogo dedicarsi alla ricerca e all’elaborazione di un progetto educativo che pensi al futuro guardando all’oggi dei ragazzi.
Educare a pensare, all’espressione emotiva, alle regole, ai valori, ad uno stile cooperativo, allo sviluppo delle capacità critiche, creative e di scelta, alla resilienza e alla fede: un progetto educativo credibile deve oggi dichiarare come intende favorire la maturazione dei ragazzi in ordine a questi aspetti che, come caratterizzano e qualificano la vita di una persona, cosi debbono qualificare i percorsi educativi che ne sostengono la crescita.
In psicologia dell’educazione parliamo di efficacia educativa che avviene principalmente grazie all’autenticità dei rapporti umani ricchi di amorevolezza, sostegno, pazienza e comune ricerca del bene personale e sociale. Sono convinto, inoltre, delle profonde potenzialità insite nei giovani. Il buon clima relazionale della famiglia e dell’ambiente educativo è come una pioggia primaverile che permette al bene di emergere e radicarsi nel fiore della giovinezza.

Per capirli di più è necessario ascoltarli

Aiutare un ragazzo nella ricerca dell’identità, della sua individualizzazione e socializzazione contemporaneamente, diventa una sfida per le figure adulte impegnate sia come genitori che come educatori. “Chi vuole essere amato bisogna che faccia vedere che ama” con questa frase Don Bosco, che ripeteva spesso agli educatori ed è valida anche oggi, sottolinea il bisogno dei giovani, educandi e figli, di creare profonde relazioni umane. Si deve evidenziare che alcuni concetti educativi (quelli fondamentali) sono trasversali nel tempo e non hanno confini culturali.
La voglia di saper applicare e trasmettere il bene che gli educatori vogliono dare ai propri ragazzi si può collegare ad un’altra massima di Don Bosco valida ancora oggi per tutti gli educatori: “Non basta che voi amiate i ragazzi, occorre che essi si sentano amati”. Dalle ricerche svolte e dalle osservazioni fatte, emerge che la seconda parte di questa frase, trova diverse difficoltà nella sua applicabilità, e forse anche per questo motivo parliamo oggi di una vera emergenza educativa. Da un lato ci si preoccupa del futuro delle nuove generazioni, dall’altro ci si preoccupa ancora di più delle “incapacità” delle figure significative degli adulti che non “riescono” a “fare il proprio mestiere”: genitori, insegnanti, educatori e sacerdoti.
Diverse analisi, di carattere sociologico, psicologico, pedagogico e di altro tipo, sottolineano che la difficoltà sta nella consapevolezza di voler essere e saper essere maestri, pastori, padri e madri buoni nei confronti dei propri figli. Vorrei sottolineare, personalmente, la differenza di significato tra la parola buono e il concetto di saper essere e saper fare il buono. Secondo la mia esperienza terapeutica risulta che molti adulti trovino difficoltà nell’essere buoni. L’esigere, l’accompagnare, il comprendere, il guidare, il testimoniare sono concetti che non sempre trovano adulti ben disposti ad accoglierli. Il successo educativo dipende dalla qualità degli adulti, specialmente dalla relazione significativa che essi riescono a costruire tra loro e i giovani.
Uno dei compiti essenziali degli educatori di oggi, e contemporaneamente una competenza necessaria da acquisire, consiste nel conoscere e sapere accompagnare l’inevitabile disagio psichico-evolutivo, specialmente nell’età preadolescenziale e adolescenziale. È da sottolineare che questo disagio può, anzi dovrebbe avere, un percorso normale con conseguenze positive sia per il giovane che per il suo ambiente educativo di appartenenza. Conoscere le dinamiche che avvengono durante il processo di crescita, leggerne i segnali (verbali e non) che i giovani trasmettono, e intervenire in modo adeguato e consapevole in modo intenzionale, è la sfida e il compito degli educatori di oggi. Ritengo quindi fondamentale proporre attività di formazione per genitori, insegnanti, catechisti, animatori di centri giovanili, allenatori, educatori e per quanti ricoprono ruoli di riferimento per i preadolescenti. L’obiettivo è formarli a modellare e stimolare, nella relazione con gli adolescenti, modalità relazionali che promuovano comportamenti e atteggiamenti facilitanti lo sviluppo di un sé integrato e sicuro.

Una rinnovata sfida per le comunità cristiane

Nelle comunità cristiane e nelle diverse istituzioni educative occorre considerare e valorizzare i preadolescenti come soggetti sociali importanti e attivi, dando loro la parola, accogliendo le loro richieste, stimolando iniziative che possono essere affrontate e compiute anche da loro a favore della comunità. Alla disarmonia e frammentazione dell’età deve far fronte un progetto educativo unitario e unificante, per facilitare un cammino meno disagiato e rischioso nella costruzione della propria identità.
Educare, a questa età, vuol dire il più delle volte animare, far cioè crescere, stimolando l’interesse, la partecipazione e il coinvolgimento dei ragazzi stessi, in modo che non siano concepiti come soggetti passivi, bensì come attori e in molti casi protagonisti del loro divenire.
Alla comunità ecclesiale i preadolescenti chiedono un’iniziazione cristiana “vitale” e non formale o solo contenutistica; protagonismo effettivo, fare delle esperienze di chiesa insieme con assunzione di compiti e responsabilità compatibili con l’età e non solo passività e dipendenza; una catechesi esperienziale che inserisca il vangelo e i sacramenti nella vita; un inserimento comunitario che faccia sentire i preadolescenti parte importante e viva dell’intera comunità. Soprattutto in una fase evolutiva in cui i ragazzi sperimentano la condizione di una “seconda nascita” verso l’adolescenza e l’adultità, il ruolo formativo ed educativo appare particolarmente delicato e strategico. Se si vuole educare e promuovere nei preadolescenti l’autonomia personale e sociale, lo spirito d’iniziativa, la competenza autoriflessiva, lo spirito critico e la capacità di lavorare insieme agli altri, non si può che dar vita a esperienze autentiche in questa direzione nel progetto educativo verso i preadolescenti.
Accompagnare i preadolescenti nei sentieri della crescita è compito complesso e delicato: una delle competenze più importanti da rafforzare è la capacità di accogliere e valorizzare l’incertezza come caratteristica dei transiti esistenziali e della possibilità di costruire, passo dopo passo, il personale percorso. Figure educative consapevoli del proprio pensiero e del proprio sentire rispetto al cambiamento possono più facilmente condividere i passaggi dei ragazzi e delle ragazze e orientarli in modo autentico e costruttivo.
Per aiutare le persone in fase di sviluppo a maturare una coscienza e una coscienza cristiana, è indispensabile uno stile positivo, gioioso, accogliente, in grado di mostrare speranza e vicinanza: insomma, lo stesso stile di Dio.