I sogni nelle mani: la formazione profesionale

Inserito in NPG annata 2020.

CHIESA PER LA SCUOLA /7

Manuela Robazza *

(NPG 2020-06-77)

La storia di Simone

«Mi chiamo Simone, ho 22 anni. Ho da sempre una grande passione per l’arte, il disegno, la grafica e, soprattutto, la fotografia. Per questo, diversi anni fa, decisi di intraprendere un percorso formativo che mi permettesse di provare a fare di questa passione un lavoro. Scelsi così di frequentare il Liceo Artistico, ma non andò come pensavo. Con mio grande dispiacere e un senso di sconfitta decisi di smettere e di cercare altro: nel 2013 ho incontrato il CIOFS-FP iniziando a frequentare un percorso nel settore commerciale e delle vendite. Il nuovo ambiente mi si è presentato da subito diverso da quello a cui ero abituato: sentivo una disponibilità da parte dei formatori, un clima positivo e collaborativo, un interesse nei confronti della storia e delle esigenze di ognuno di noi che non mi aspettavo da una “scuola”. Il CIOFS-FP non mi avrebbe offerto solo la formazione necessaria per prepararmi alla mia futura professione (quale fosse dovevo ancora scoprirlo), ma soprattutto un percorso di crescita personale, umana e relazionale. Questo, per me, ha fatto la differenza! La mia serietà, affidabilità e senso di responsabilità hanno fatto in modo che i risultati ottenuti nel corso degli studi fossero sempre davvero molto buoni. Venivo apprezzato e valorizzato dai formatori e dal Direttore e, in quell’ambiente favorevole, riuscivo ad esprimere me stesso e a creare relazioni che poi si sono rivelate anche molto importanti nella mia vita.
L’esperienza di stage, durante il secondo e il terzo anno, mi ha permesso di conoscere finalmente il mondo del lavoro (lavoravo come commesso in un negozio di strumenti musicali), ma decisiva per il mio futuro è stata la proposta che mi è stata fatta dopo la qualifica professionale: ricordo ancora quando il tutor della mia classe ha riunito me e un gruppo di miei compagni per proporci l’occasione di frequentare il quarto anno assunti con un contratto di apprendistato di primo livello in una importante multinazionale del settore fast-food. Si trattava di dividersi per quasi un anno tra scuola e lavoro, con tanto di retribuzione. Una cosa seria. Ad essere sincero, avevo altre ambizioni in quel momento, ma accettai la proposta un po’ perché mi piacciono le sfide, ma soprattutto perché avrei potuto finalmente dare un supporto economico a mia mamma, la persona che da sola mi ha cresciuto e che più di tutte ha contribuito a fare di me la persona che sono.
Come prevedevo non fu uno scherzo gestire l’alternanza. Il lavoro era molto faticoso, prevedeva anche mansioni che il mio orgoglio a volte faticava ad accettare e occupava gran parte delle mie giornate. Capitava di alzarsi molto presto o di tornare a casa molto tardi. Trovare le energie per studiare, essere presente a lezione accettando di sacrificare una parte della mia libertà non era una cosa semplice e più di una volta ho creduto di non farcela. Ma anche in questo percorso il CIOFS-FP ha fatto la differenza: supporto costante (senza giorni o orari) per le mie esigenze, una grande disponibilità all’ascolto, il desiderio di aiutarmi a mettere in campo tutte le mie risorse e la fiducia che sentivo di ricevere, mi hanno permesso di affrontare la situazione da adulto e di farcela.
Dopo il diploma, conseguito con il massimo dei voti, ancora non sapevo cosa avrei fatto, ma l’azienda che mi aveva messo alla prova, visto crescere e dato quella grande opportunità mi chiese di restare, proponendomi la carriera manageriale. Fu una grande sorpresa e soddisfazione: dalla mia fatica e dalla mia umiltà avevo tratto il meglio e avevo dimostrato che valeva la pena di darmi un’occasione importante. Attualmente sono manager di terzo livello, coordino il lavoro di un team di più di venti persone e importanti obiettivi da raggiungere».
Come Simone sono moltissimi i giovani che, uscendo dalla formazione professionale, trovano lavoro e a volte ottengono anche risultati di eccellenza. Aumenta ogni anno il numero dei ragazzi che sceglie la formazione professionale non in seguito a un fallimento nella scuola ma come prima convinta scelta professionale.

… e quella di Sara

Sara è una ragazza intelligente e intraprendente, con un sogno grande nel cassetto fin dalla sua fanciullezza: voleva fare la parrucchiera. Dopo la terza media ha intrapreso il percorso in un centro di formazione professionale (cfp), proseguendo nell’apprendimento dell’arte dell’acconciatura, tra esperienze di stage, tirocini e apprendistati; è stata poi assunta da uno studio di acconciatura e dopo alcuni anni ha deciso di fare il grande passo: aprirà un suo negozio come parrucchiera.

Vocational Educational Training

La traduzione inglese dell’Istruzione e Formazione Professionale (IeFP) contiene il termine “vocazionale” a sottolineare come il percorso formativo accompagni realmente i giovani a scoprire la propria vocazione professionale. Quasi il 90% dei giovani che terminano il percorso della formazione professionale trova lavoro. In effetti la formazione professionale prevede un reale accompagnamento di ogni giovane, dall’orientamento circa la qualifica da scegliere, alla formazione delle competenze generali e specifiche, comprese quelle trasversali, alla fase di inserimento lavorativo.
Nel caso della formazione professionale salesiana c’è una scommessa, una sfida da raccogliere, in fedeltà a Don Bosco che sosteneva che «In ogni giovane, anche il più disgraziato, avvi un punto accessibile al bene». La cura e l’impegno dei formatori nei cfp salesiani è attento ad aiutare i giovani a scoprire il valore nascosto in se stessi, nella convinzione che non tutti i giovani hanno lo stesso tipo di intelligenza e che l’intelligenza delle mani è preziosa e importante quanto quella speculativa.

Formazione professionale alla scuola di Don Bosco

Era l’8 ottobre 1852 e, nell’oratorio san Francesco di Sales dell’allora Capitale del Regno di Sardegna, il minutiere Giuseppe Bertolino, il giovane Giuseppe Odasso, suo padre Vincenzo e il sacerdote Giovanni Bosco firmavano quello che all’epoca definirono "contratto di apprendizzaggio".
L’obiettivo era che Giuseppe Odasso imparasse con impegno dal maestro Bertolino la preziosa arte del minutiere, per due anni. In cambio, Bertolino trattava il suo apprendista per l’età che aveva. Gli concedeva i giorni festivi come riposo, la possibilità di mettersi in malattia e una paga crescente commisurata al suo percorso (prima 30, poi 40, poi 60 centesimi al dì). E, cosa non scontata per l’epoca, potendo utilizzare le sole parole come metodo di correzione. Con l’amorevolezza – sempre stando al contratto – che ogni buon padre di famiglia utilizzerebbe con un figlio.
Il contratto stabiliva anche che il padre del ragazzo si sarebbe impegnato a risarcire il maestro in caso di danni dolosi provocati dal figlio. E, cosa ancor più singolare, chiariva il ruolo di don Bosco come promotore di questa istanza, anche stabilendo che Bertolino avrebbe potuto porgere a lui le sue eventuali lamentele.
Don Bosco, in un colpo solo, introdusse il contratto di apprendistato moderno e fece mettere per iscritto i doveri e i diritti di un lavoratore minore (tra i quali comparivano quello al riposo e alla malattia, ma anche all’errore accidentale, al quale sarebbe potuto seguire soltanto un feedback a voce). Inoltre, tracciava i confini per eventuali risarcimenti al datore e formalizzava il suo ruolo di intermediario nella stipula e per tutto il rapporto di lavoro. Cose impensabili, per quell’epoca, e di fatto simili a quelle che, a distanza di oltre 150 anni, non senza fatica si cerca di attuare oggi. (Workpsycology)
Rete con imprese e istituzioni, cura dei laboratori che siano all’avanguardia per l’apprendimento della professione il più innovativo possibile, l’ambiente educativo capace di veicolare valori e clima di famiglia, l’attenzione a tutti i giovani e a tutto il giovane, abbondante tempo di formazione in assetto lavorativo (con il duale si tratta di 400 ore in azienda e 400 ore nel centro) sono elementi importanti della formazione professionale, sono gli elementi che rendono accattivante e piacevole l’apprendimento, tanto che un formatore che dovette lasciare il cfp perché trasferito in altra città, ricevette da un’allieva una lettera in cui diceva: “Ci mancherà… Lei ci faceva venire voglia di venire a scuola”.

La questione “parità”

Diversamente dal resto dei Paesi europei in cui la formazione professionale è una delle due colonne del sistema educativo di un Paese, in Italia la formazione professionale soffre di una mancanza di parità, innanzitutto perché in molte regioni non riesce a decollare e poi perché è sottoposta alla possibilità o meno delle regioni di aprire i bandi. In questo modo molti ragazzi possono vedersi chiuse le porte della formazione professionale per mancanza di fondi o per politiche che hanno altre priorità.
In effetti non ci si può lamentare dell’inadeguatezza delle scelte scolastiche che famiglie e giovani spesso compiono all’uscita dalla terza media se poi si riscontra la parziale mancanza di una offerta formativa che non è in grado di raccogliere tutte le potenziali iscrizioni nei cfp. Bisogna cambiare totalmente visione nel modo di organizzare l’offerta di istruzione e formazione. A ogni giovane deve essere garantito di poter realizzare il percorso della sua formazione secondaria, in modo che possa scegliere l’indirizzo che ritiene più adatto per il raggiungimento delle competenze e per la propria realizzazione professionale. Inoltre è importante garantire all’impresa una riduzione di obblighi, soprattutto per quanto riguarda lo svolgimento della formazione, che potrebbe essere assicurata da un vero e proprio partenariato tra azienda ed ente formativo.
Orientamento, certificazione delle competenze, apprendimento permanente, tirocini, apprendistato, intermediazione nel mercato del lavoro rappresentano una nuova area di servizi che dovrebbe essere costruita dentro alle FP, per concorrere a migliorare il successo occupazionale in uscita di decine di migliaia di giovani.

* Presidente Nazionale CIOFS-FP