Un’intimità che si fa adorazione

Educare alla preghiera /6

Educare all’adorazione

Gianfranco Venturi


(non pubblicato nella rivista)

In questi ultimi tempi si è fatta strada un’idea secondo la quale, a seguito della riforma liturgica, si sarebbe affievolito il “senso del sacro”. I sostenitori di una simile concezione citano ben volentieri una frase dell’allora card. Ratzinger: “La crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia”. Monsignor Nicola Bux, che viene presentato come “teologo e liturgista molto stimato dal Papa”, afferma che “il senso del peccato si é affievolito con la diluizione della sacralità nella liturgia”[1].
Un segno di tale affievolimento sarebbe un graduale abbandono della pratica dell’adorazione, in particolare dell’adorazione eucaristica[2]. Oggi, anche a seguito di alcuni interventi magisteriali, si assisterebbe ad un suo recupero, anche nel mondo giovanile; c’è però da domandarsi se talora alcune realizzazioni e accentuazioni che vanno moltiplicandosi, le proposte che vengono fatte nei gruppi giovanili e come vengono attuate, siano in linea con una corretta visione teologica dell’adorazione e, in particolare, dell’adorazione eucaristica così come è proposta dal concilio e dai susseguenti documenti della riforma, in particolare dal Rito della comunione fuori della Messa e culto eucaristico[3].
Tenendo presente questa situazione e dando seguito agli interventi sulla preghiera già apparsi sulla rivista, faccio alcune puntualizzazioni sul senso dell’adorazione e in particolare sull’adorazione eucaristica, prospettando alcune attenzioni da avere nell’iniziazione all’adorazione.

IL SIGNIFICATO DELL’ADORAZIONE

Nell’immaginario di non poche persone l’adorazione è collegata a sentimenti e a gesti che indicano umiliazione, un prosternarsi davanti a colui che è grande, un zittirsi davanti a lui e un rimanere senza parole. Certi racconti sia biblici che profani, certe forme rituali e pratiche di alcune religioni come l’islamismo, sembrano confermare tale immaginario; davanti ad esso è naturale che il giovane di oggi si trovi a disagio e sia preso da un senso di rifiuto oppure vi si abbandoni quasi cercando sicurezza in questo “annientarsi”.
Ma l’adorazione è proprio la preghiera dell’uomo che davanti a Dio quasi si annienta? Non è piuttosto la preghiera che, fondandosi sulla verità dell’uomo e di Dio come emerge dalla Scrittura, raggiunge i vertici di una relazione e di una comunione piena di vita e di gioia? Non è forse la forma più esaltante della preghiera?
Per comprenderla nel suo pieno significato presento alcuni rilievi, ciascuno dei quali contribuisce alla comprensione della totalità dell’adorazione.

L’adorazione: un “peso” che schiaccia?

L’adorazione (da ad-orare, “rivolgere la parola”) nasce da una intuizione profonda: Dio è grande e l’uomo piccolo; Barth diceva: Dio è Dio e l’uomo è uomo. Nell’adorazione avviene l’incontro con il Dio che supera tutto quello che siamo, ogni nostra idea, ogni nostra parola, ogni nostra categoria mentale e operativa; Dio, nella sua trascendenza assoluta, è l’Altro. Il credente, fragile creatura, che si trova davanti alla “gloria” (in ebraico Kabod, peso) di Dio, si inchina profondamente, non solo con il corpo, ma anche con tutta la persona nella sua libertà.
Adorare Dio – ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica - significa riconoscerlo come Dio, come Creatore e Salvatore, come Signore e Padrone di tutto, ma anche come Colui che è l’Amore infinito e misericordioso (cf CCC 2096-2097).
Se però percepisce chiaramente la verità di Dio come ci è testimoniata dalle Scritture, l’uomo non si sente come schiacciato; davanti alla sua grandezza, percepisce certamente la sua pochezza, il suo essere peccatore, ma insieme di essere per grazia la sua gloria, secondo l’espressione di sant’Ireneo: “la gloria di Dio è l’uomo vivente” [4].
È nel gioco di questi due poli che nasce la vera adorazione. Man mano che si cresce nella consapevolezza della grandezza del vero Dio, si fa strada lo stupore di essere importanti per lui, di essere stati fatti come un prodigio (Salmo 138). Tutto questo ci fa stare a bocca aperta, pieni di una gioia incontenibile, che porta alla vera adorazione. Nell’adorazione noi cantiamo con Maria:

“L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome” (Lc 1,46-48).

Iniziare all’adorazione
Per arrivare all’adorazione ci sono difficoltà, resistenze iniziali, concezioni errate al riguardo come: preghiera difficile, adatta per persone già avanzate nella pratica della preghiera; poca familiarità con la preghiera silenziosa; frettolosità… Soprattutto forse non è superato la concezione dell’adorazione come procedimento di diminuzione di se stessi. È necessario avviare un processo che, come vedremo, arrivi a fare dell’adorazione la forma più alta della preghiera e, di conseguenza, di umanizzazione.
Soprattutto bisogna iniziare ad amare il silenzio, a saper fare silenzio.

Dal vedere alla contemplazione, all’adorazione

Per adorare bisogna saper vedere. Lo scienziato si avvicina alla natura con uno sguardo indagatore, scopre moltissimi segreti, ma spesso non arriva all’adorazione, chiuso in un conoscere che non gli permette di andare oltre l’esperimentabile. Bisogna avere occhi per vedere oltre, per intuire una Presenza, cogliere un’Azione, e così arrivare a contemplare: allora il creato e l’uomo che lo abita, appariranno nel loro splendore, riveleranno una presenza e un’azione insospettata, porteranno a quella gioiosa adorazione, che è espressa molto bene nel salmo 8:

O Signore, Signore nostro,
quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!
Voglio innalzare sopra i cieli la tua magnificenza,
con la bocca di bambini e di lattanti:
hai posto una difesa contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.
Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi:
tutte le greggi e gli armenti
e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
ogni essere che percorre le vie dei mari.
O Signore, Signore nostro,
quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!”

Iniziare all’adorazione
Si può partire dal fermarsi in silenzio davanti ad un panorama, non in modo superficiale, ma lasciandoci invadere dalla bellezza, facendo spazio allo stupore, sentendoci non fuori ma dentro questa realtà…: piccoli nell’infinito; qui, come dice il Leopardi, “il cuor non si spaura”, “mi sovvien l’eterno”, “e il naufragar m’è dolce in questo mare”
Un’analoga esperienza si può aver nella veglia alle stelle.
In questo “vedere oltre” ci è necessario fare spazio al poeta che è in ciascuno di noi.

L’infinito

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare»
(Giacomo Leopardi)

Dalla conoscenza di se stessi e di Dio all’adorazione

Conoscerci come Dio ci conosce è un altro fattore che porta all’adorazione. Il salmo 138 ci descrive la conoscenza che Dio ha di ciascun uomo, “troppo alta, per me inaccessibile”:

Signore, tu mi scruti e mi conosci,
2tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo,
intendi da lontano i miei pensieri,
3 osservi il mio cammino e il mio riposo,
ti sono note tutte le mie vie.
4 La mia parola non è ancora sulla lingua
ed ecco, Signore, già la conosci tutta.
5 Alle spalle e di fronte mi circondi
e poni su di me la tua mano.
6 Meravigliosa per me la tua conoscenza,
troppo alta, per me inaccessibile.
7 Dove andare lontano dal tuo spirito?
Dove fuggire dalla tua presenza?
8 Se salgo in cielo, là tu sei;
se scendo negli inferi, eccoti.
9 Se prendo le ali dell’aurora
per abitare all’estremità del mare,
10 anche là mi guida la tua mano
e mi afferra la tua destra.
11 Se dico: «Almeno le tenebre mi avvolgano
e la luce intorno a me sia notte»,
12 nemmeno le tenebre per te sono tenebre
e la notte è luminosa come il giorno;
per te le tenebre sono come luce.
13 Sei tu che hai formato i miei reni
e mi hai tessuto nel grembo di mia madre.
14 Io ti rendo grazie:
hai fatto di me una meraviglia stupenda;
meravigliose sono le tue opere,
le riconosce pienamente l’anima mia.
15 Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
ricamato nelle profondità della terra.
16 Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi;
erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati
quando ancora non ne esisteva uno.
17 Quanto profondi per me i tuoi pensieri,
quanto grande il loro numero, o Dio!
18 Se volessi contarli, sono più della sabbia.
Mi risveglio e sono ancora con te.

Introdotti in questa conoscenza di noi stessi, noi arriviamo a dire a Dio: “hai fatto di me una meraviglia stupenda”, siamo introdotti in una conoscenza e una contemplazione che porta all’adorazione.
Conoscere noi stessi come Dio ci vede e conoscere Dio è la via che porta all’adorazione.
Nel dialogo con la Samaritana Gesù dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (Gv 4,10); è questa conoscenza, dono di Dio, che introduce ad adorarlo. Gesù le dice: “Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo… Ma viene l’ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano” (Gv 4,22-23).
Non c’è adorazione senza conoscere chi è Dio e chi siamo noi. Non si tratta di una conoscenza astratta, da di quella che man mano che ti addentri in essa, te ne senti affascinato, conquistato e non puoi che adorarlo. Nell’ultima cena Gesù ripetutamente richiama di aver introdotto alla conoscenza-rivelazione di lui e del Padre: “Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».”(Gv 17,25-26).
Questo rapporto profondo tra conoscenza e amore, di cui parla Gesù, ci porta a scoprire il significato più profondo dell’adorazione.

Iniziare all’adorazione
Il conoscere se stessi e il conoscere Dio camminano di pari passo: conosciamo il Dio per noi e in noi, e conosciamo noi in lui e per lui.
Il cammino da fare, con l’aiuto della Parola di Dio, è di fare luce dentro di noi; non aver paura di entrare in noi stessi, con la delicatezza che ci usa Dio, fino ad arrivare allo stupore di Dio davanti al primo uomo: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona (bella)” (Gn 1,31). Se noi arriviamo a dire questo di ogni uomo, conosciamo Dio e lo adoreremo in Spirito e Verità.

Dalla contemplazione e dalla conoscenza all’adorazione come comunione d’amore

Sfogliando un Dizionario etimologico come quello di Ottorino Pianigiani, troviamo che la parola adorazione può derivare dal latino ad os (oris), “alla bocca”, gesto del baciare, perciò dell’amore; per questo i vocabolari indicano che adorare significa anche “amare con trasporto” (Nicola Zingarelli), “amare con piena dedizione e con grande tenerezza” (Emilio de Felice - Aldo Duro). L’adorazione nasce dalla gioia di percepire la grandezza di Dio non come di colui che ci opprime ma di colui che ci ama immensamente, dà senso alla nostra vita, diviene la pienezza di quello che siamo. Davanti a questa esperienza ci comportiamo come i bambini che aprono la bocca, portano la mano “alla bocca” (ad os) e poi rimangono così, senza parole. L’adorazione fondamentalmente è questo stare davanti a Dio pieni di stupore, senza parole, senza pensieri, ma soltanto aprendoci e godendo dell’intimità con il Signore.
È questa l’adorazione del Verbo; dall’eternità egli è “rivolto verso il Padre” (Gv1,1)[5], quasi in un bacio eterno (ad os) che è lo Spirito. Egli introdusse questa adorazione nel mondo quando “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14); a coloro che, ieri e oggi, lo accolgono, egli dà “il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12), partecipi perciò della sua stessa relazione con il Padre, della sua stessa adorazione. A questa luce è pienamente comprensibile l’espressione citata sopra: “viene l’ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”.
Un’ultima sottolineatura. Il supremo gesto di adorazione del Verbo incarnato, questo “bacio” del Dio-uomo, trova la massima attuazione e rivelazione sul calvario, quando viene innalzato sulla croce e attira a se chi crede in lui[6]. Da allora coloro che “credono nel suo nome” e “da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13), partecipando del suo sacrificio, possono adorare Dio “in spirito e verità.

Iniziare all’adorazione
Arrivare a questa adorazione è qualcosa di esaltante: l’adorazione allora è cercata, come l’amante cerca l’amata ed è felice di stare con lei; niente gli è più gradito.
Per arrivare a questo è necessaria una lunga frequentazione: ricercare momenti frequenti e prolungati di silenzio, diventare familiari alla preghiera senza estraniarsi dal mondo. Qui i testi guida possono essere il Cantico dei cantici e il discorso-preghiera di Gesù nell’ultima cena.

L’adorazione, un consegnarsi di amanti

Davanti a Dio che si rivela, si fa conoscere, propone prospettive inaudite, l’uomo (come Mosé, Isaia, Maria…), comincia a balbettare, si arrende. La Vergine, dice Luca, “rimase molto turbata” (Lc 1,29). È il turbamento di chi avverte l’abisso del proprio nulla da una parte e dall’altra rimane affascinato dalla grandezza di Dio che lo riempie e lo vuole esaltare. Non c’è ragionamento che tenga, c’è la resa incondizionata, c’è il silenzio, c’è il consegnarsi all’amato, c’è l’adorazione. Il modo migliore di adorare è consegnarsi, come avviene tra due amanti. L’atto supremo di adorazione per Gesù è stato quando ha detto: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46).

Iniziare all’adorazione
L’adorazione culmina nel consegnarsi a Dio, nel dire “Amen” al suo progetto. L’adorazione non è una fuga dalla storia, ma un immergersi in essa, fidandoci di Dio.
L’iniziazione all’adorazione passa attraverso l’ascoltare ciò che Dio vuole da noi per rispondere positivamente, consegnandoci a Dio sommamente amato.

Gesù, unico e vero adoratore del Padre

C’è ora una precisazione da fare. L’adorazione, intesa in senso cristiano, non è primariamente una semplice azione umana, ma opera di Cristo: è lui il vero e unico adoratore; con la sua incarnazione e la sua Pasqua ha redento l’uomo e ha associato a sé l’umanità nell’adorazione al Padre.
Nel vangelo di Giovanni leggiamo che la donna samaritana, ad certo punto del colloquio, introduce il tema dell’adorazione:
«Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità» (Gv 4,19-24).
Fermiamo la nostra attenzione sull’espressione “adorare in spirito e verità”.
La parola “Verità” nel quarto Vangelo indica la Rivelazione, che si identifica con le parole e la persona di Gesù: ormai possiamo adorare il Padre solo “nella Verità”; cioè in Gesù Cristo. Il Verbo incarnato infatti è “pieno di grazia e verità” (Gv 1,14), è “la via, la verità, la vita” (Gv 14,6) e per mezzo di lui “vengono a noi la grazia e la verità” (Gv 1,17): ormai il “luogo” della nostra adorazione è la persona del Verbo incarnato.
Gesù dice anche che noi dobbiamo adorare il Padre “in Spirito”. Poiché aderire alla Verità, cioè alla Rivelazione, che è la parola e la vita di Gesù, trascende le capacità della nostra persona, è necessaria l’azione dello Spirito Santo, come fu necessaria l’opera della Spirito perché una donna diventasse la Madre di Dio (Lc 1,34-35). Lo Spirito, facendoci aderire alla Verità che è Cristo, per ciò stesso ci introduce nella sua adorazione del Padre: l’adorazione cristiana è quella ispirata e nutrita dalla rivelazione di Cristo sotto l’azione dello Spirito Santo.

Iniziare all’adorazione
Nell’adorazione non siamo noi gli attori, noi entriamo nell’adorazione di Gesù, facendo nostri i suoi “sentimenti”, egli che “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini, …. facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce (Fil 2,6-8). L’iniziazione all’adorazione è lasciare che egli entri in noi, e noi possiamo guardare al Padre, al mondo e agli altri con gli stessi suoi occhi.

L’ADORAZIONE EUCARISTICA

Attualmente viene proposta da molti l’adorazione eucaristica; si pensa ad una preghiera in cui noi adoriamo Gesù presente nelle specie eucaristiche. Ma questo è solo un aspetto.
Bisogna allargare gli orizzonti. L’adorazione del Padre da parte del Cristo, di cui abbiano parlato sopra, è perpetuata nella celebrazione dell’eucaristia (è l’aspetto fondamentale dell’adorazione eucaristica) nel culto eucaristico (è l’aspetto secondario e derivato)[7].

La celebrazione dell’eucaristia perpetua l’adorazione di Cristo

Innanzitutto nella celebrazione dell’Eucaristia Gesù continua la adorazione che egli ha introdotto a partire dalla sua incarnazione e ne rende partecipe la chiesa[8]. Ecco come avviene.
La liturgia della parola prepara a questa adorazione che si esprime poi nella grande preghiera eucaristica e si consuma nella comunione. Possiamo evidenziare alcuni momenti particolari di tale adorazione: il prefazio, la dossologia finale, la comunione.
Il prefazio della quarta eucaristica, ad esempio, proclama la nostra partecipazione (insieme con loro anche noi) all’adorazione delle “schiere innumerevoli di angeli che stanno davanti a te per servirti” (= adorarti).
Nella conclusione della preghiera eucaristica, al momento della grande elevazione delle specie eucaristiche e nella dossologia che l’accompagna, siamo resi partecipi (con Cristo, per Cristo e in Cristo) della sua suprema espressione di adorazione attuata sul Golgota: “a te Dio Padre onnipotente , nell’unità dello Spirito santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli”. Nella comunione si consuma questa nostra partecipazione all’adorazione di Cristo al Padre[9]. Nella comunione la chiesa – e ciascun partecipante – giunge alla più perfetta adorazione del suo Signore, al più intimo dialogo d’amore, a quel “bacio” santo che fa dei due una sola carne:
“Ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo. Proprio così e soltanto così diventiamo una cosa sola con Lui e pregustiamo in anticipo, in qualche modo, la bellezza della liturgia celeste”.[10]
Questa adorazione possiamo definirla soggettiva, in quanto Cristo ne è l’attore, il “soggetto”; durante celebrazione, per opera dello Spirito Santo, egli coinvolge nell’adorazione anche la chiesa, suo corpo, per cui anch’essa diventa soggetto dell’adorazione.[11]

Iniziare all’adorazione
La partecipazione all’eucaristia, come descritta brevemente, è la forma più completa e feconda di iniziazione all’adorazione. Possiamo anche dire che è il modello del cammino di iniziazione all’adorazione.

L’adorazione fuori della messa

Nelle Premesse del Rito della comunione fuori della Messa e culto eucaristico, leggiamo:
“La celebrazione dell’Eucaristia nel sacrificio della Messa è veramente l’origine e il fine del culto che ad essa vien reso fuori della Messa. Infatti Cristo Signore, che nel sacrificio della Messa è immolato quando comincia a essere sacramentalmente presente come cibo spirituale dei fedeli sotto le specie del pane e del vino, anche dopo l’offerta del sacrificio, allorché viene conservata la Eucaristia nelle chiese o negli oratori, è veramente l’Emmanuele, cioè Dio con noi. Giorno e notte resta in mezzo a noi, e in noi abita, pieno di grazia e di verità”[12].
Questa permanente presenza dell’Emmanuele è all’origine dell’adorazione eucaristica[13]. Di questa adorazione sottolineo due aspetti che possiamo definire l’uno soggettivo e l’altro oggettivo.
Innanzitutto Cristo è presente in modo reale e permanente nelle specie del pane, non in forma statica ma dinamica, in quanto è lui che perpetua nel tempo quell’adorazione al Padre che si è compiuta nel tempo della celebrazione eucaristica: è l’aspetto soggettivo dell’adorazione eucaristica, spesso trascurato nella riflessione su questo tema[14]. Quando si propone ai giovani l’adorazione eucaristica, si invita ad unirsi all’adorazione di Gesù: l’adorazione è fatta con Cristo per Cristo e in Cristo.
Ma la presenza di Cristo nelle specie eucaristiche (ed è l’aspetto oggettivo) chiama la chiesa, sua sposa, all’adorazione di lui, cioè ad un dialogo d’amore, a quel “bacio” che si è consumato al momento della comunione eucaristica. Nell’adorazione eucaristica il giovane ascolta il suo Signore, si abbandona a lui come nelle braccia dell’amato; intesse quel dialogo che troviamo bene espresso nel Cantico dei Cantici e nelle parole che Gesù pronunciò nell’intimità dell’ultima Cena. Scriveva al riguardo Giovanni Paolo II per esperienza personale:
“È bello intrattenersi con Lui e, chinati sul suo petto come il discepolo prediletto (cfr Gv 13,25), essere toccati dall’amore infinito del suo cuore. Se il cristianesimo deve distinguersi, nel nostro tempo, soprattutto per l’arte della preghiera, come non sentire un rinnovato bisogno di trattenersi a lungo, in spirituale conversazione, in adorazione silenziosa, in atteggiamento di amore, davanti a Cristo presente nel Santissimo Sacramento? Quante volte, miei cari fratelli e sorelle, ho fatto questa esperienza, e ne ho tratto forza, consolazione, sostegno!”[15]

Concludo questo aspetto dell’adorazione eucaristica con due puntualizzazioni

C’è il pericolo che si creda più importante e feconda l’adorazione fuori della messa, soprattutto dal punto di vista personale. L’adorazione che avviene nella celebrazione dell’eucaristia e fuori dalla celebrazione non vanno mai disgiunte; costituiscono un unicum inscindibile; non si comprende questa senza quella e insieme fondano e illuminano tutta la vita cristiana; alimentano la più genuina spiritualità. Scrive Benedetto XVI a conclusione della sua esortazione apostolica: “La celebrazione e l’adorazione dell’Eucaristia permettono di accostarci all’amore di Dio e di aderirvi personalmente fino all’unione con l’amato Signore. L’offerta della nostra vita, la comunione con tutta la comunità dei credenti e la solidarietà con ogni uomo sono aspetti imprescindibili della «logiké latreía», del culto spirituale, santo e gradito a Dio (cfr Rm 12,1), in cui tutta la nostra concreta realtà umana è trasformata a gloria di Dio”[16].
L’adorazione eucaristica fuori della Messa non è una pratica di pietà da proporre ad ogni momento, a tutti indistintamente, spesso come riempitivo per mancanza di altre proposte celebrative. L’adorazione eucaristica, intesa come ho cercato di delinearla sopra, non è facile; è frutto di un lungo cammino; occorre esservi iniziati. Essa porta a vivere misticamente la vita con Cristo e ad entrare nel mistero Trinitario. Temo che certe abitudini o proposte che oggi si fanno, anziché portare ad una vera spiritualità eucaristica, ad una forma alta di vita cristiana, finiscano col relegarla ad una della tante forme abitudinarie di pietà. Penso che sia compito di quanti oggi hanno a cuore la diffusione dell’adorazione eucaristica, a prendere in seria considerazione la necessità di una seria e metodica iniziazione ad essa, proprio per non snaturarla nella sua fontale capacità di glorificazione di Dio e di santificazione dell’uomo.

NOTE

[1] Cf http://unafides33.blogspot.it/2010/03/una-liturgia-priva-del-senso-del-sacro.html.
[2] “Mentre la riforma muoveva i primi passi, a volte l’intrinseco rapporto tra la santa Messa e l’adorazione del Ss.mo Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito. Un’obiezione allora diffusa prendeva spunto, ad esempio, dal rilievo secondo cui il Pane eucaristico non ci sarebbe stato dato per essere contemplato, ma per essere mangiato. In realtà, alla luce dell’esperienza di preghiera della Chiesa, tale contrapposizione si rivelava priva di ogni fondamento”. BENEDETTO XVI, Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007), n. 66.
[3] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Rito della comunione fuori della Messa e culto eucaristico, Libreria Editrice Vaticana 1979.
[4] Ireneo di Lione, Contro le eresie, 4,20,5-7.
[5] Per questa traduzione si veda la nota della TOB a questo versetto.
[6] “Il dono del suo amore e della sua obbedienza fino all’estremo della vita (cfr Gv 10, 17-18) è in primo luogo un dono al Padre suo. Certamente, è dono in favore nostro, anzi di tutta l’umanità (cfr Mt 26, 28; Mc 14, 24; Lc 22, 20; Gv 10, 15), ma dono innanzitutto al Padre: « sacrificio che il Padre accettò, ricambiando questa totale donazione di suo Figlio, che si fece “obbediente fino alla morte” (Fil 2,8), con la sua paterna donazione, cioè col dono della nuova vita immortale nella risurrezione »” (n.13). GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Ecclesia de Eucharistia (17 aprile 2003), n.13.
[7] La celebrazione eucaristica, “è in se stessa il più grande atto d’adorazione della Chiesa. BENEDETTO XVI, Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007), n.66.
[8] “La liturgia eucaristica è essenzialmente actio Dei che ci coinvolge in Gesù per mezzo dello Spirito”. BENEDETTO XVI, Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007), n. 37
[9]“Nell’Eucaristia abbiamo Gesù, abbiamo il suo sacrificio redentore, abbiamo la sua risurrezione, abbiamo il dono dello Spirito Santo, abbiamo l’adorazione, l’obbedienza e l’amore al Padre”. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Ecclesia de Eucharistia  (17 aprile 2003) n. 60.
[10] BENEDETTO XVI, Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis  (22 febbraio 2007) n. 66.
[11] “La bellezza intrinseca della liturgia ha come soggetto proprio il Cristo risorto e glorificato nello Spirito Santo, che include la Chiesa nel suo agire”. BENEDETTO XVI, Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007), n. 36.
[12] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Rito della comunione fuori della Messa e culto eucaristico, o.c., n.2..
[13] “Scopo primario e originario della conservazione della Eucaristia fuori della Messa è l’amministrazione del Viatico; scopi secondari sono la distribuzione della comunione e l’adorazione di nostro Signore Gesù Cristo, presente nel Sacramento. La conservazione delle sacre specie per gli infermi portò infatti alla lodevole abitudine di adorare questo celeste alimento riposto e custodito nelle chiese: un culto di adorazione che poggia su valida e salda base, soprattutto perché la fede nella presenza reale del Signore porta natu­ralmente alla manifestazione esterna e pubblica di questa stessa fede”. Ib., n. 5.
[14] “L’atto di adorazione al di fuori della santa Messa prolunga e intensifica quanto s’è fatto nella Celebrazione liturgica stessa. Infatti, « soltanto nell’adorazione può maturare un’accoglienza profonda e vera. E proprio in questo atto personale di incontro col Signore matura poi anche la missione sociale che nell’Eucaristia è racchiusa e che vuole rompere le barriere non solo tra il Signore e noi, ma anche e soprattutto le barriere che ci separano gli uni dagli altri”. BENEDETTO XVI, Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis  (22 febbraio 2007) n. 66.
[15] GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Ecclesia de Eucharistia (17 aprile 2003) n. 26.
[16] BENEDETTO XVI, Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007) n. 94.