Come le onde sul litorale

I nuclei tematici dell’enciclica Fratelli tutti


Card. Gianfranco Ravasi


Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra

Un uomo avanza solitario nel deserto su una pista che si perde all’orizzonte. All’improvviso s’accorge che in lontananza procede sullo stesso percorso un essere ancora non distinguibile.
Potrebbe essere una delle fiere che abitano quegli spazi desolati; il cuore del viandante comincia a battere più forte per la paura, anche perché nella steppa non si vedono né ripari né presenze di sostegno.
Bisogna quindi continuare a camminare.
Più avanti si riesce a identificare meglio quella sagoma: è un uomo. Non per questo cessa il timore, perché potrebbe trattarsi di un predone aggressivo (la parabola evangelica del Buon Samaritano insegna...). Bisogna, comunque, procedere, con l’animo attanagliato dal rischio di un assalto. Ormai il viandante non ha più il coraggio di alzare gli occhi. Sente i passi dell’altro sempre più vicini. Ormai sono di fronte: leva lo sguardo e fissa quel volto che gli sta di fronte.
Ed ecco la sorpresa che diventa un grido: «È mio fratello che non vedevo da tanti anni!».
Abbiamo voluto evocare in apertura questa antica parabola tibetana per mostrare come l’anelito che pervade la nuova enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti faccia parte del respiro spirituale dell’intera umanità. Non per nulla nel testo ci imbattiamo, ad esempio, persino in alcune citazioni laiche inattese. Nel n. 215 si lascia la parola al poeta e musicista brasiliano Vinicius de Moraes (1913-1980) che nel suo Samba della benedizione, un disco del 1962, cantava: «La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita». Non dimentichiamo, tra l’altro, che de Moraes visse per un certo periodo in Italia, al riparo dal regime militare brasiliano di allora, componendo musiche per Ornella Vanoni, Patty Pravo, Bruno Lauzi e Sergio Endrigo.
In questa linea di apertura culturale – prima di entrare nel corpo del testo, particolarmente vasto – dobbiamo segnalare che, oltre all’apparato necessario delle voci del magistero ecclesiale e della tradizione cristiana, è significativo il rimando del Papa a testimonianze esterne, a partire dalla Politica di Aristotele con la celebre definizione dell’«essere umano come animale politico» (n. 276) e dal Talmud giudaico che, nel trattato sul sabato, si affidava alla parola del grande maestro rabbì Hallel (I sec. a.C.), il quale affermava senza esitazione che l’imperativo biblico dell’amare il prossimo come se stessi è il compendio della Legge e dei profeti: «Tutto il resto è commento» (n. 59). Si riconoscono pure l’ispirazione e gli stimoli offerti dal Patriarca ortodosso Bartolomeo e dal Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb del Cairo (n. 5). Ma il pontefice non esita a convocare anche il filosofo francese Gabriel Marcel che, nel suo saggio Dal rifiuto all’invocazione (1940), insegnava che «io non comunico effettivamente con me stesso se non nella misura in cui comunico con l’altro» (n. 87).
Sempre attingendo al mondo culturale francese, ecco poi due volte la presenza di un pensatore profondo e sensibile come Paul Ricoeur, nei cui confronti Papa Francesco riconosce di essere stato ispirato dalla sua riflessione sulla categoria di «prossimo», nell’opera Storia e verità (1967), soprattutto per assicurare l’autenticità di tale concetto contro ogni degenerazione (nn. 102 e 164).
Similmente è il noto filosofo tedesco Georg Simmel nel suo saggio sull’estetica Ponte e porta (1957) a offrirgli la definizione folgorante dell’«uomo come l’essere-limite che non ha limite» (n. 150). E per finire, può sorprendere che per ben tre volte si faccia riferimento al film Papa Francesco-Un uomo di parola (2018) del regista tedesco Wim Wenders, ove la voce del protagonista si allinea a quella di San Francesco (n. 48), esalta le differenze creative (n. 203) e conclude con uno squarcio luminoso: «Dio non guarda con gli occhi, Dio guarda col cuore. E l’amore di Dio è lo stesso per ogni persona, di qualunque religione sia. E se è ateo, è lo stesso amore. Quando arriverà l’ultimo giorno e ci sarà sulla terra la luce sufficiente per poter vedere le cose come sono, avremo parecchie sorprese!» (n. 281).

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A questo punto, dallo sguardo universale che l’enciclica suppone, è giunto il momento di entrare direttamente nel testo papale, aperto dall’appello di Francesco d’Assisi che nelle sue Ammonizioni si rivolgeva «a tutti i fratelli e le sorelle per proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo», interpellandoli Fratelli tutti, vocativo divenuto il titolo dell’enciclica stessa.
Essa si sviluppa secondo uno stile che si potrebbe comparare al movimento delle onde nella risacca sul litorale marino: se le contempliamo alla luce della luna, si scopre che esse coprono costantemente più o meno gli stessi spazi, ma lo fanno in modo sempre nuovo, come dimostra il gioco dei flutti e il balenio delle creste delle acque illuminate dai raggi lunari. Le riprese dei temi sono continue ma non sono mai mere ripetizioni, bensì nuovi sguardi, efflorescenze inedite, ricreazioni inattese che ribadiscono in modo incisivo il tema dominante e rivelano scorci ulteriori di quel mare umano, spirituale e socio-culturale che è «la fraternità e l’amicizia sociale», espresse già nel sottotitolo dell’enciclica.
Il nostro percorso all’interno degli otto capitoli e dei 287 paragrafi dello scritto papale, suggellato da un’intensa duplice preghiera – una al Creatore universale, «Padre dell’umanità» e un’altra di taglio cristiano-ecumenico –, punterà solo a isolare alcuni nuclei tematici, escludendo quindi un’esegesi sistematica del testo. Lo faremo attraverso una sorta di trittico che cerca di riassumere, semplificandolo, un testo per certi versi fin debordante, affidandone la lettura continua a chi desidera raccoglierne la molteplicità e la ricchezza degli spunti. Sceglieremo anche di ridurre le citazioni dirette dell’enciclica, segnalandone piuttosto le considerazioni tematiche.
La prima tavola del nostro trittico è oscura e corrisponde al primo capitolo ove il Papa, con molto realismo, delinea l’orizzonte cupo in cui siamo immersi. Il titolo stesso è emblematico: Le ombre di un mondo chiuso. Ecco solo alcuni segni di queste tenebre che attanagliano il nostro pianeta e l’epoca presente. I sogni di un’Europa unita, le aspirazioni dell’integrazione, la stessa globalizzazione si stanno incrinando sotto l’incombere dei nazionalismi e dei sovranismi, degli individualismi, degli egoismi. Si manipolano parole e valori fondamentali come la democrazia, la libertà, la giustizia.
Si allarga la folla degli «scartati», lasciati ai margini di un’accelerazione sempre più frenetica e di un consumismo che alimenta bisogni non necessari. Si moltiplicano i conflitti regionali (la «terza guerra mondiale a pezzi»), con le relative paure e miserie.
Si infittiscono sulle reti informatiche le aggressioni, i focolai di odio, le falsità spudorate, le manipolazioni e i fanatismi. La cultura digitale, anziché unire com’è nella sua stessa struttura comunicativa, divide e crea diseguaglianze e confusioni. Questo realismo non è però mai disgiunto, in questo capitolo e nei successivi, dalla speranza e dalla fiducia nell’umanità e nelle sue capacità di «superarsi infinitamente», per usare una celebre espressione dei Pensieri del filosofo Blaise Pascal. Anzi, l’intero impianto successivo dell’enciclica è propositivo, si trasforma in un appello concreto a inoltrarsi sulle vie possibili che si schiudono davanti a noi per ricomporre «una fraternità e un’amicizia sociale».

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Passiamo così al secondo quadro della nostra trilogia, che si basa proprio sul capitolo 2 dal titolo simbolico che cercheremo di illustrare attraverso un nostro libero sviluppo tematico: Un estraneo sulla strada. Ritorniamo per certi versi all’immagine del viottolo nel deserto da cui siamo partiti, ma applicandolo a una scena ben nota presente in un passo del Vangelo di Luca (10,25-37) che il Papa evoca proprio in quel titolo, cioè la parabola del Buon Samaritano a cui abbiamo già accennato.
Una pista si snoda tra i monti brulli del deserto di Giuda e scende di balza in balza dagli 800 metri di Gerusalemme agli oltre 300 sotto il livello del mare dell’oasi di Gerico. Un corpo insanguinato giace sul ciglio di quella strada: un’incursione di predoni l’ha ridotto così, abbandonandolo nella solitudine della steppa. L’attesa di un passante si fa spasmodica per il lettore che sta seguendo la scena, quasi ascoltando la narrazione di Gesù. Ed ecco, finalmente, da lontano un sacerdote del tempio di Sion che, terminato il suo culto, rientra a Gerico, una città residenziale di sacerdoti.
Subito, però, la delusione: «Quando lo vide, passò oltre» dall’altra parte della pista, preoccupato di non contaminarsi col sangue di un ferito o forse, peggio, con un cadavere. Per la legge biblica, infatti, questo contatto l’avrebbe inabilitato al culto per un certo periodo, rendendolo appunto «impuro ». Ma ecco ancora il rumore di altri passi: è un levita, anch’egli dedicato al servizio liturgico del tempio gerosolimitano. Di nuovo la delusione: anch’egli «vide e passò oltre». Ormai la tensione è al suo vertice. Per quel poveraccio mezzo morto la speranza si affievolisce.
C’è, però, un terzo viandante, un Samaritano: ci si può aspettare qualcosa di buono da un «eretico», avversario degli Ebrei, nonostante la coabitazione nella stessa terra? Eppure è solo lui che si ferma, si accosta e si china sullo sventurato, lo guarda e ne prova «compassione ». Questo vocabolo non deve ingannarci rimandando alla generica pietà di un operatore sanitario: nel greco del Vangelo di Luca è il verbo più “appassionato” che “compassionevole” dell’amore misericordioso.
È, infatti, il termine greco splanchnízomai, che denota le viscere materne, l’emozione più intima, intensa e delicata.
Non per nulla l’amore del Samaritano è operoso e affettuoso: fascia come può le ferite, vi versa sopra vino e olio secondo i metodi del pronto soccorso antico, carica la vittima sulla sua cavalcatura e la depone solo quando giunge al primo caravanserraglio che funge anche da albergo, e per due volte Gesù ricorda il suo «prendersi cura» di questo infelice, non esitando a contribuire personalmente con una somma di denaro ai costi del soggiorno. Il racconto evangelico è molto attento nel sottolineare la dimensione personale di questi atti. È ciò che viene indicato nella parabola attraverso la ripetizione quasi martellante del pronome personale greco autós: «Passò accanto a lui, gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in albergo, si prese cura di lui... Abbi cura di lui!».
Il sacerdote e il levita incarnano la religiosità rigida e formale che separa dal prossimo. Il Samaritano rappresenta la vera fede che si unisce al dolore altrui con misericordia per alleviarlo. Se volessimo attualizzare l’impatto che la parabola generava nell’uditorio di Gesù, potremmo ritrascrivere il racconto come ha fatto un esegeta biblico. «Immagina tu, bianco razzista, magari affiliato al Ku Klux Klan, tu che fai chiasso se in un locale pubblico entra un uomo dalla pelle scura o gialla e non perdi l’occasione per manifestare il tuo disprezzo e la tua avversione per la gente di colore, immagina di trovarti coinvolto in un incidente stradale su una via poco frequentata e di star lì a dissanguarti, mentre qualche rara auto con un bianco alla guida passa, rallenta ma non si ferma. Immagina che a un certo punto si trovi a passare un medico di colore e si fermi per soccorrerti...».
È importante, inoltre, riservare un cenno alla cornice del racconto di Gesù e alla domanda di quel dottore della legge: «Chi è il mio prossimo?». Interrogativo “oggettivo”, quasi accademico, destinato a definire chi sia il vero prossimo meritevole di tale titolo. In finale è, invece, Gesù a rilanciargli la domanda.
Essa, però, è ben diversa: «Chi di questi tre è stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Il ribaltamento è evidente ed è notato anche dal Papa sua ripresa allusiva della parabola: invece di discutere “oggettivamente” sulla definizione del prossimo (italiano, europeo, africano), Cristo invita a comportarsi “soggettivamente” da prossimo nei confronti di chi è nella necessità e interpella la nostra umanità e la nostra misericordia.
Papa Francesco riprende, dunque, questo invito a stendere operosamente le nostre mani verso l’«abbandonato», distaccandoci dall’indifferenza di una società che si infastidisce per le sofferenze e le ferite di molti, che gira lo sguardo altrove, che passa oltre e ignora gli sventurati come hanno fatto il sacerdote e il levita della parabola. La Chiesa deve invece essere in prima fila lungo i marciapiedi della storia ove bivaccano gli emarginati, nelle favelas, nelle periferie delle metropoli ove allignano la violenza e il sopruso. Si apre così l’orizzonte luminoso dell’impegno e della fraternità.

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È questa la terza tavola del nostro trittico: essa, in verità, dovrebbe essere al centro perché è la più ampia e ricca, e cerca di riassumere tutti i successivi capitoli dell’enciclica. Il titolo potrebbe essere quello che regge il terzo e quarto capitolo: Pensare e generare un mondo aperto, un cuore aperto al mondo intero. Come è evidente, la locuzione fondamentale è «mondo aperto». Si tratta di diradare le tenebre dell’orizzonte cupo, di spezzare i chiavistelli delle porte serrate di un «mondo chiuso». Si moltiplicano qui gli spunti positivi, le esortazioni generali e specifiche che possiamo solo esemplificare. Quella che è proposta è un’apertura non solo geografica ma soprattutto esistenziale che trascende le frontiere. Si ribadisce così una tetralogia verbale spesso reiterata negli interventi di Papa Francesco: «Accogliere, proteggere, promuovere e integrare» (si legga, al riguardo, nella linea dell’attenzione ai fenomeni migratori, l’intenso n. 130).
Un itinerario di impegno concreto è riservato innanzitutto alla politica, alla quale è dedicato l’intero capitolo 5, come espressione di cura del bene comune. Molti sono gli aspetti che vengono rilevati, a partire dalla tutela della dignità umana, vero e proprio cardine dell’agire politico, un dato che ha come corollario necessario il coinvolgimento degli esclusi nella costruzione della società e, a livello generale, la sollecitudine nei confronti del lavoro. Una nota che ha stimolato reazioni diverse è la critica al populismo: attraverso esso il leader strumentalizza la cultura e la sensibilità di un popolo.
Parallela è la critica al liberalismo economico radicale che si dimostra incapace di un’equilibrata giustizia sociale. Interessante, a questo proposito, è l’osservazione secondo la quale la politica non deve sottostare e sottomettersi totalmente all’economia, soprattutto quando essa si riduce al paradigma della tecnocrazia finanziaria (n. 177).
Si passa, allora, senza soluzione di continuità, alla società che deve inalberare due vessilli che danno il titolo al capitolo 6: Dialogo e amicizia. È, in pratica, quella cultura dell’incontro che intreccia le varie tipologie popolari, accademiche, artistiche, tecnologiche, familiari, mediatiche, economiche, giovanili e così via. È la società pluralista, tesa alla ricerca della verità autentica, che Papa Francesco raffigura con una bella immagine a lui cara, quella del poliedro dalle molte facce che esclude quella del monolite esclusivista.
O, se si vuole, è il riferimento alla costruzione di ponti ideali sui quali corrano il dialogo e l’incontro tra sponde diverse con prospettive differenti. Significativo in questo approccio è l’appello a «recuperare la gentilezza» che San Paolo considera un frutto dello Spirito di Dio (Galati 5,22) e che, come è già accaduto, il Papa declina fino alla quotidianità più modesta con i piccoli gesti sottesi al «grazie», «scusa», «permesso».
Cogliamo l’occasione anche per sottolineare una componente che ha sollecitato critiche del tutto sgangherate. Seguendo l’intera tradizione della Chiesa, Papa Francesco riafferma il primato della destinazione universale dei beni a cui dev’essere subordinata come strumento operativo la proprietà privata, spesso assunta invece a dogma supremo. E lo fa citando un passo esplicito della Centesimus annus (1991) di San Giovanni Paolo II: «Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno». A margine vorremmo allegare queste parole ardenti di Sant’Ambrogio nella sua opera De Nabuthe: «La terra è stata creata come un bene comune per tutti, per i ricchi e per i poveri. Perché, allora, o ricchi, vi arrogate un diritto esclusivo sul suolo? Quando aiuti il povero, tu, ricco, non gli dai il tuo, ma gli rendi il suo. Infatti, la proprietà comune che è stata data in uso a tutti, tu solo la usi. La terra è di tutti, non solo dei ricchi, dunque quando aiuti il povero tu restituisci il dovuto, non elargisci un tuo dono».
Nella linea dell’analisi di etica economica sviluppata dall’enciclica si deve sottolineare la critica evangelica che il Papa conduce a più riprese agli abusi di modelli finanziari e alle prevaricazioni delle leggi del mercato, considerate norme intangibili, così come è interessante l’appello riservato all’attività imprenditoriale, «nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti» (n. 123), assicurando così lavoro, superamento della miseria, casa e sviluppo. La stessa disponibilità dei mezzi digitali, allargata al maggior numero di persone, è una meta da raggiungere nel contesto sociale contemporaneo, ferma restando la già citata condanna dei «movimenti di odio o di distruzione » veicolati da questi strumenti.
«Il pericolo maggiore non sta nelle cose, nelle realtà materiali, ma nel modo con cui le persone le utilizzano» (n. 160).

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Dopo aver delineato e vagliato i due grandi orizzonti della politica e della società, l’enciclica riserva i due capitoli finali, il 7 e l’8, a uno sguardo dal respiro corale e dall’apertura universale, coinvolgendo i grandi valori e tutte le religioni.
La fede, infatti, pur rispettando l’autonomia della politica e delle strutture sociali, non deve restare ai margini nella costruzione di un mondo migliore, impegnandosi nello sviluppo umano integrale.
Potremmo considerare questi ultimi due capitoli come la teca preziosa che custodisce il trittico che abbiamo finora “dipinto”, oppure il legaccio che ne tiene insieme le tre tavole.
Anche in questo caso ci accontentiamo di alcuni cenni, rimandando alla lettura del testo. Un’attenzione particolare, ad esempio, è riservata alla pace che sboccia dal superamento dell’«inequità» della distribuzione dei beni e dall’iniquità della guerra, negazione di tutti i diritti e aggressione allo stesso ambiente naturale. Forte è l’appello all’eliminazione totale delle armi nucleari e alla negazione della tesi della «guerra giusta» («Mai più la guerra!»). Capitale è, perciò, il tema del perdono e della riconciliazione che non elidono la giustizia necessaria. Non si tratta di rinunciare ai giusti diritti davanti a un potente corrotto, a un criminale o a chi degrada la dignità umana. Non è neppure l’induzione all’impunità: «La giustizia la si ricerca in modo adeguato solo per amore della giustizia stessa, per rispetto delle vittime, per prevenire nuovi crimini e in ordine a tutelare il bene comune, non come un presunto sfogo della propria ira. Il perdono è proprio quello che permette di cercare la giustizia senza cadere nel circolo vizioso della vendetta né nell’ingiustizia di dimenticare» (n. 252).
In questa luce è evidente che la pena di morte è inaccettabile sul piano morale e non è neppure legittima sul piano penale per la sua sproporzione, così come lo è l’ergastolo che è una sorta di pena di morte nascosta. Un apporto decisivo nell’esaltazione dei valori della pace, della vita, della giustizia e del perdono è offerto naturalmente dal cristianesimo. E qui il pontefice cita un bel passo del suo discorso nell’incontro ecumenico a Riga, in Lettonia, del settembre 2018: «Se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna» (n. 277).
Ma «anche le diverse religioni, a partire dal riconoscimento del valore di ogni persona umana come creatura chiamata ad essere figlio o figlia di Dio, offrono un prezioso apporto per la costruzione della fraternità e per la difesa della giustizia nella società» (n. 271).
Come credenti siamo tutti provocati a risalire sempre alle nostre sorgenti spirituali che sono l’adorazione di Dio e l’amore del prossimo, per cui ogni violenza in nome dello stesso Dio è bestemmia, così come lo è ogni ipocrisia che cela disprezzo, odio, xenofobia, negazione dell’altro. A suggello dell’imponente architettura tematica, religiosa, morale e sociale dell’enciclica, il Papa lascia la parola al beato Charles de Foucauld (1858-1916), il martire del dialogo interculturale e interreligioso nel Sahara algerino, avviato alla canonizzazione ormai prossima.
Ecco la sua testimonianza intarsiata nell’ultimo paragrafo dell’enciclica: «Egli andò orientando il suo ideale di una dedizione totale a Dio verso un’identificazione con gli ultimi, abbandonati nel profondo del deserto africano. In quel contesto esprimeva la sua aspirazione a sentire qualunque essere umano come un fratello, e chiedeva a un amico: “Pregate Iddio affinché io sia davvero il fratello di tutte le anime di questo Paese”.
Voleva essere, in definitiva, “il fratello universale”. Ma solo identificandosi con gli ultimi arrivò ad essere fratello di tutti. Che Dio ispiri questo ideale in ognuno di noi. Amen» (n. 287).