La quarta enciclica. Un approccio originale al mondo dello sport

Inserito in NPG annata 2021.

Editoriale

Rossano Sala

(NPG 2021-04-6)

Un primo approccio “ecclesiale” allo sport

L’approccio integrale del Sinodo sui giovani ha chiaramente incluso anche lo sport. L’Instrumentum laboris, che è di gran lunga il documento più sistematico dell’intero percorso sinodale – è la raccolta ordinata e sintetica di tutti i temi emersi nella lunga e articolata fase di ascolto del popolo di Dio – ha tre numeri interamente dedicati allo sport. Emerge sostanzialmente ciò che è largamente risaputo e condiviso in merito al tema. Riconoscendo fin dal subito che «lo sport è un altro grande ambito di crescita e di confronto per i giovani, nel quale la Chiesa sta investendo in molte parti del mondo»[1], si gioca un poco sulla difensiva, chiedendo di interrogare questo mondo sui valori e sui modelli che, «al di là della retorica, la nostra società trasmette attraverso la pratica sportiva, assai spesso focalizzata sul successo a ogni costo»[2]. Si riconosce fin da subito l’energia positiva dello sport, per esempio per «quanti patiscono forme di esclusione e marginalità, come provano molte esperienze, ad esempio quella del movimento paraolimpico».[3]
Così come emerge fin da subito – è un difetto congenito della Chiesa! – un utilizzo tendenzialmente “strumentale” dello sport: «Visto l’influsso dello sport, molte Conferenze Episcopali suggeriscono la necessità di valorizzarlo in chiave educativa e pastorale»[4]. Al di là dell’intenzione poi i redattori evidenziano le chiavi umanistiche della pratica sportiva:

La cura e la disciplina del corpo, la dinamica di squadra che esalta la collaborazione, il valore della correttezza e del rispetto delle regole, l’importanza dello spirito di sacrificio, generosità, senso di appartenenza, passione, creatività, fanno dello sport una occasione educativa promettente per percorrere un vero cammino di unificazione personale[5].

Segue, nello stesso numero 164, una bella e sempre opportuna “lista dei desideri” che di solito accompagna i cammini ecclesiali, e che comunque ci può far bene risentire:

Successo e insuccesso scatenano dinamiche emotive che possono diventare palestre di discernimento. Perché questo accada occorre che siano proposte ai giovani esperienze di sana competizione, che sfuggano al desiderio di successo a tutti i costi, e che permettano di trasformare la fatica dell’allenamento in una occasione di maturazione interiore. Occorrono quindi società sportive – e questo vale in particolare per quelle che fanno riferimento alla Chiesa – che scelgano di essere autentiche comunità educanti a tutto tondo, e non solo centri che erogano servizi. Per questo è fondamentale sostenere la consapevolezza del ruolo educativo di allenatori, tecnici e dirigenti, curando la loro formazione continua. Al di là della sfera strettamente agonistica, sarebbe opportuno pensare a nuove configurazioni dei luoghi educativi che contribuiscano a rinsaldare il riconoscimento reciproco, il tessuto sociale e i legami comunitari, soprattutto in ambito interculturale[6].

Il Documento finale, ad uno sguardo attento, contiene un unico numero che solo in parte è dedicato allo sport, il n. 47. Esso si occupa di arte, musica e sport. Ecco la terza parte di quel numero:

Altrettanto significativo è il rilievo che tra i giovani assume la pratica sportiva, di cui la Chiesa non deve sottovalutare le potenzialità in chiave educativa e formativa, mantenendo una solida presenza al suo interno. Il mondo dello sport ha bisogno di essere aiutato a superare le ambiguità da cui è percorso, quali la mitizzazione dei campioni, l’asservimento a logiche commerciali e l’ideologia del successo a ogni costo. In questo senso si ridadisce il valore dell’accompagnamento e del sostegno delle persone nella pratica sportiva[7].

Il poco spazio dedicato allo sport nel Documento finale è dato dal fatto che nell’Assemblea sinodale solo un Padre sinodale ha fatto un intervento specifico e qualificato sul tema, che porta come titolo “L’importanza della fede nello sport” e che approfondisce l’idea che il mondo dello sport è un crocevia che la Chiesa non può evitare. Sporadiche battute sono poi rinvenibili sul nostro tema nei lavori dei “circoli minori”, cioè nei lavori di gruppo del Sinodo.
Christus vivit, l’Esortazione apostolica postsinodale di Papa Francesco datata 25 marzo 2019 non allarga di molto la questione. Allo sport viene dedicato il n. 227, che rispetto al fin qui detto aggiunge che diversi Padri della Chiesa, sulla scia di san Paolo, utilizzano la metafora sportiva per spingere i giovani ad affrontare con coraggio e intraprendenza la buona battaglia della fede.

Un’enciclica “sui generis” di Papa Francesco

Una lettera enciclica, lo sappiamo, è un testo di grande portata che ha il Papa come autore. È il massimo di autorevolezza possibile da parte del successore di Pietro. E il pontificato di Francesco ci ha regalato finora – insieme a tanti altri doni, compiti e provocazioni – tre encicliche.
La prima, quasi un “passaggio di testimone” tra Benedetto XVI e Francesco, è stata Lumen fidei, del 29 giugno 2013. Uno scritto denso, che in un certo senso conclude la trilogia sulle tre virtù teologali da parte del Papa bavarese: dopo Deus caritas est e Spe salvi è stata la degna conclusione di un magistero profondo che si è confrontato con la preoccupazione della deriva relativistica del nostro tempo, fuori e dentro la Chiesa.
La seconda, propriamente la prima totalmente di Francesco, è uno scritto che spinge i credenti ad immergersi nel mondo e nei suoi problemi attuali e reali. Laudato sì’ fa il punto sull’emergenza ambientale, ed è stata pubblicata il 24 maggio 2015. È un manifesto inviato a tutta la Chiesa, a tutto il mondo e a tutte le donne e gli uomini di buona volontà sulla necessità di ascoltare il grido della nostra casa comune e di coloro che la abitano.
La terza è di pochi mesi fa: Fratelli tutti, del 3 ottobre 2020, sulla fraternità universale e l’amicizia sociale. Un appello a riconoscerci provenienti dallo stesso Padre che è nei cieli e quindi nel ripartire dalla nostra identità filiale e fraterna. Verità profonde queste, che nel tempo della pandemia sono riassumibili nella fortunata espressione che tutti “siamo sulla stessa barca”. Ci siamo però da figli e fratelli, non da estranei e nemici!
Ma il 2 gennaio 2021 il Santo Padre ci ha di nuovo stupiti! La Gazzetta dello Sport, che tutti noi fin da piccoli abbiamo imparato a distinguere per il suo inconfondibile colore rosa, aveva un inserto speciale, intitolato “Lo sport secondo Papa Francesco”. L’inserto è composto da una breve introduzione, da una lunga intervista al Papa di Pier Bergonzi intitolata Chi vince non sa cosa si perde seguita da una postfazione di don Marco Pozza intitolata La cultura della “pelota de trapo”. Chi ha curato il tutto non ha paura di affermare che l’intervista «può essere considerata una “Enciclica laica” sullo sport»[8].
Ad una lettura attenta, l’intervista si muove a tutto campo, inserendo il mondo dello sport in una vera e propria ecologia integrale. Concetto quest’ultimo molto caro a tutti coloro che fanno propria l’idea che “tutto è connesso” e che quindi non è possibile parlare di una singola realtà come se fosse qualcosa di separato, autonomo e indipendente rispetto a tutto il resto. D’altra parte lo sport, come pratica umana, sta all’interno della vita ed è una modalità specifica dell’esistere umano, che è intessuto di tante altre cose che a loro volta entrano nel mondo dello sport plasmandone dall’interno lo stile. La figura del poliedro è a questo proposito assai utile per descrivere il fenomeno umano complicato nel suo insieme e per questo impossibile da ridurre. La complessità va prima di tutto accolta, e in secondo luogo valorizzata come una ricchezza.
Nell’intervista si parla di lealtà, impegno, sacrificio, inclusione, spirito di gruppo, ascesi e riscatto. È evidente che questi sette termini non riguardano semplicemente il mondo dello sport, ma fanno parte della nostra vita di tutti i giorni. Bisogna essere leali nei contratti di lavoro, nella parola data e nelle relazioni quotidiane, non solo nel rispetto del regolamento sportivo; l’impegno ci va nello studio e nel lavoro, tanto quanto in una gara sportiva; il sacrifico rimanda addirittura a quello di Cristo sulla croce, e non si esaurisce certo nella temperanza di un atleta che rinuncia a tante cose per prepararsi alle olimpiadi; l’inclusione riguarda tutti i campi della nostra vita sociale e familiare, dai migranti ai compagni di classe, e non certo solo alla partecipazione di tutti, nessuno escluso, ad una pratica sportiva; lo spirito di gruppo è affare sportivo quanto dinamica aziendale e profezia ecclesiale; l’ascesi, che si applica con naturalezza allo sport, è un concetto che nasce in ambito religioso e spirituale; infine il riscatto, che arriva a riconoscere la dignità di ogni persona, si addice allo sport tanto quanto a molti altri campi dell’esistenza.

Parole con diversi livelli di profondità

Ciò che colpisce di questa enciclica sui generis è la semplicità della parola, ma insieme la profondità di visione. L’umanità disarmante di Francesco è indistinguibile dal suo sguardo capace di scorgere l’essenziale dell’esperienza. Si parte, nell’intervista, dal ricordo di un ragazzo che andava allo stadio con la sua famiglia in un clima di gioia e di festa. Esperienza primaria e comune a tutti noi:

Ricordo molto bene e con piacere quando, da bambino, con la mia famiglia andavamo allo stadio, El Gasòmetro. Ho memoria, in modo particolare, del campionato del 1946, quello che il mio San Lorenzo vinse. Ricordo quelle giornate passate a vedere i calciatori giocare e la felicità di noi bambini quando tornavamo a casa: la gioia, la felicità sul volto, l’adrenalina nel sangue[9].

Si passa per il riconoscimento che il “linguaggio dello sport” è immediato, comprensibile e attrattivo per tutti, in maniera particolare per i giovani. Per questo

la Chiesa ha sempre nutrito grande interesse verso il mondo dello sport. Possiamo dire che nello sport le comunità cristiane hanno individuato una delle grammatiche più comprensibili per parlare ai giovani. Pensiamo a don Bosco e agli oratori salesiani ma pensiamo anche a tutte le parrocchie del mondo, anche e soprattutto le più povere, nelle quali c’è sempre un campetto a disposizione per giocare e fare sport[10].

Si arriva anche, discutendo della Clericus cup, a mettere a tema il senso profondo dell’evangelizzazione che può e deve passare attraverso la pratica sportiva vissuta secondo il Vangelo:

Evangelizzare significa testimoniare, nella vita personale e comunitaria, la vita di Dio in noi, quella che ci è stata donata nel battesimo. Non esistono strategie, non ha alcun senso un marketing della fede: solo quando un uomo o una donna vede un uomo e una donna vivere come Gesù, allora potrà essere affascinato e potrà iniziare a prendere seriamente la proposta del Vangelo. Si evangelizza con il fascino della propria vita che ha il gusto e il sapore delle beatitudini[11].

E ci si lascia anche andare ad approfondimenti spirituali di altissimo livello. Citando la massima del grande cestista Michael Jordan – “se ci si arrende una volta, diventa un’abitudine. Mai arrendersi” – sorge una domanda ficcante dell’intervistatore: “Mi perdoni, Santità: come fa lei a non arrendersi mai?”. E la risposta rimanda all’interiorità apostolica di papa Bergoglio:

Prego. Ho bisogno di sapere che gioco in una squadra dove il Capitano ha il diritto di avere l’ultima parola: prego per sapere intercettare al meglio le parole che Lui mi suggerisce, per offrirle al popolo, che non è mai una semplice parola o una categoria sociologica. Popolo è anzitutto una chiamata, un invito a uscire dall’isolamento e dall’interesse proprio per rovesciarsi nell’ampio letto di un fiume che, avanzando, dà vita al territorio che attraversa. E poi mi tengo i poveri vicino. Quando viene la sera, penso a tutti i poveri che dormono attorno al Colonnato di Piazza San Pietro: la loro resistenza è la mia ispirazione, la loro presenza è la mia protezione. Penso a loro e non mi sento mai solo[12].

L’importanza strategica di un “Dossier laico” sullo sport

Con don Franco Finocchio – sacerdote della Diocesi di Novara e collaboratore più che qualificato dell’Ufficio turismo, tempo libero e sport della Conferenza Episcopale Italiana, che ringrazio di cuore per l’impegno profuso in questi mesi per la pianificazione e la realizzazione di questo Dossier – pensavamo fin dall’inizio ai contributi da chiedere partendo da un approccio “laico”, cioè alla valorizzazione della riflessione proveniente da fonti “extraecclesiali”. La nostra intenzione era quella di attuare una sorta di “scambio di doni” tra mondo laico e mondo ecclesiale dello sport. Partendo dall’idea che abbiamo qualcosa da ricevere, oltre che qualcosa da dare.
Anche perché non ci interessava ripetere il già detto, facendo banalmente il punto della situazione rispetto al pensiero ecclesiale sul tema. Documenti a questo proposito non ne mancano sia a livello universale che locale. L’ultimo apporto, in ordine di tempo, è il testo redatto dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e intitolato Dare il meglio di sé. Sulla prospettiva cristiana dello sport e della persona umana (1 giugno 2018). Anche se con qualche anno sulle spalle risulta sempre interessante rileggere il testo Sport e vita cristiana. Nota pastorale della Commissione Ecclesiale per la pastorale del tempo libero, turismo e sport della Conferenza Episcopale Italiana (1 maggio 1995).
Il nostro approccio ha voluto osare di più, prendendosi evidentemente dei rischi. Abbiamo optato per un “approccio laico” allo sport, anche se avevamo qualche dubbio, perché la nostra rivista di solito offre il suo microfono a uomini e donne “di Chiesa” e si rivolge principalmente ai nostri ambienti educativi e pastorali. Ora, la “quarta enciclica” di Papa Francesco, come dice bene nella sua postfazione don Marco Pozza, «simpaticamente, può essere considerata un’enciclica “laica” sullo sport e il suo valore: culturale, sociale, ecumenico. Umano. Mai, andando a ritroso nel tempo, un Papa aveva discusso, in maniera così dettagliata, sull’anima dello sport»[13]. L’uscita del testo ci ha davvero confermato sul nostro approccio, e lo ha per molti aspetti rilanciato nella sua bontà di fondo.
Anche il nostro modo di procedere ha voluto essere anche per noi prima di tutto culturale, sociale, ecumenico. Soprattutto umano. Lo sport, quando è ben interpretato e ben vissuto, è palestra di vita, moltiplicatore di cultura buona, custode dell’ecologia umana integrale. E il Vangelo, se è davvero efficace, produce prima e soprattutto umanità buona, riconciliata, gioiosa. In fondo qui sta il suo principale riscontro, la sua vera efficacia. Vivere l’esistenza umana come Gesù l’ha vissuta – la vita cristiana in fondo non è altro che questo – rende buoni, felici, fecondi. Possiamo senza sbagliarci affermare – rovesciando una prospettiva che vede lo sport solamente come spazio vuoto di destinazione dell’annuncio cristiano, che la pratica sportiva è anche un ambito di verifica dell’evangelizzazione, in maniera specifica quando vede come protagonista la comunità dei credenti.
Come il lettore osserverà solo scorrendo le pagine che seguono, la maggior parte degli articoli sono firmati da autori laici di varia estrazione. Pensiamo infatti che la provocazione che viene da una sinfonia di voci che non sono direttamente di casa nostra ci faccia del bene. Soprattutto in un tempo di riposizionamento abbiamo bisogno di un confronto ampio, aperto e dinamico per poter fare delle scelte che nascono da una visione ricca e capace di integrazione. Anche noi conveniamo, quando sentiamo queste parole: «Un foglio bianco è ciò che lo sport (con la politica, il giornalismo e molti altri soggetti) si trova davanti in questo difficile e stimolante momento. Per una volta, potrebbe essere una benedizione»[14].

Dai problemi pratici alle idee generative

Siamo in una fase epocale di discernimento, che la pandemia ha reso ancora più urgente. Anche il mondo dello sport, lo sappiamo, è in una fase delicata di ripensamento sia nell’ambito civile che in quello ecclesiale, e anche di ripensamento della loro relazione. Qualcuno parla addirittura di “rifondazione”. Ci sono tante patate che stanno bollendo nella pentola: dalla sostenibilità economica dello sport alla sua ispirazione carismatica; dalla gratuità delle prestazioni alle sicurezze lavorative e assistenziali, dalla custodia della moralità in ambito sportivo alla salvaguardia dei minori da ogni tipo di abuso, dal rinnovamento dell’associazionismo cattolico alla riforma in divenire del “terzo settore”. Una vera rivoluzione si sta affacciando nel mondo dello sport, anche se non ne conosciamo l’esito.
Proprio per venire incontro a tutto ciò qui non abbiamo voluto occuparci di problemi pratici e contingenti, che di certo meritano tutte le attenzioni del caso da coloro che hanno le mani in pasta e sono addetti ai lavori. Ci siamo soffermati sui grandi orientamenti da avere per il rinnovamento di un ambito di vita che ci sta tanto a cuore, nella convinzione che per agire correttamente nelle cose pratiche bisogna essere abitati da idee generative:

Per questo mi piace farmi domande, esplorare i territori che ho ignorato, provare a capire un po’ di più. You may say I’m a dreamer, ma spero that I’m not the only one. Parlando di queste cose con tanti interlocutori, più d’uno è stato così gentile da farmi il più bel complimento possibile: “Non hai alcun senso pratico”. Confermo, zero virgola zero, solo fatti e princìpi. Provare a ragionare di questi ultimi non è però in contrasto con la ricerca di una prassi virtuosa[15].

Il pensiero qui espresso dal giornalista e opinionista sportivo è serio e profondo. Confermato autorevolmente da uno degli autori cristiani più intriganti della storia, che con la sua capacità di rovesciare le cose riportandole così al loro posto ci aiuta a collocare per bene il nostro Dossier:

Il nostro tempo ha partorito una curiosa fantasia, secondo la quale quando le cose si mettono davvero male abbiamo bisogno di un uomo pratico. Ma sarebbe assai più giusto dire che quando le cose vanno assai male avremmo bisogno di un uomo non pratico. Di sicuro, per lo meno, abbiamo bisogno di un teorico. Un uomo pratico è una persona abituata soltanto alla vita concreta di tutti i giorni, al modo in cui le cose funzionano normalmente. È sbagliato suonare la cetra mentre Roma brucia, ma è del tutto legittimo studiare la teoria dell’idraulica mentre Roma brucia[16].

Non abbiamo dunque altra pretesa che condividere con i lettori qualche idea originale che speriamo possa essere utile a tutti i livelli di riflessione in questi tempi di rapido cambiamento, così da aiutarci a dilatare i nostri orizzonti verso una “ecologia umana” di cui lo sport non può che essere parte attiva e integrante.

NOTE

[1] XV Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, Instrumentum laboris, n. 39.
[2] Ivi.
[3] Ivi, 40.
[4] Ivi, n. 164.
[5] Ivi.
[6] Ivi.
[7] XV Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, Documento finale, n. 47.
[8] Francesco (con P. Bergonzi), Lo sport secondo Papa Francesco, Inserto della Gazzetta dello sport, 2 gennaio 2021, 5.
[9] Ivi, 12.
[10] Ivi, 16.
[11] Ivi, 19.
[12] Ivi, 25.
[13] Ivi, 30.
[14] F. Tranquillo, Lo sport di domani. Costruire una nuova cultura, ADD editore, Torino 2020, 137.
[15] Ivi, 136.
[16] G.K. Chesterton, Ciò che non va nel mondo, Lindau, Torino 2011, 19.