La vita secondo lo Spirito

Bruno Forte


Arcivescovo di Chieti-Vasto

Le riflessioni che seguono vorrebbero rispondere alla seguente domanda: quale cammino di “vita nuova” a partire dall’effusione dello Spirito, vissuta nella comunione della Chiesa e sotto la guida dei Pastori voluti dal Signore, hanno percorso i credenti in Gesù Cristo, inseriti in comunità animate sacramentalmente e carismaticamente, nei 40 anni vissuti nell’ambito del Rinnovamento, grazie ai ministeri di animazione e di evangelizzazione, nei diversi ambiti di formazione, per le missioni e a vantaggio dei poveri e dei sofferenti? Muovendo dalla convinzione che la vita secondo lo Spirito si configura sempre come un passare “dall’implicito all’esplicito”, vorrei richiamare quattro passaggi fondamentali che mi sembra abbiano strutturato il cammino:
- da corrente di grazia a movimento ecclesiale;
- dalla preghiera alla missione;
- dal Cenacolo al mondo;
- dal “roveto ardente” alla “colonna di fuoco”.

1. Da corrente di grazia a movimento ecclesiale

L’incontro del Dio vivente con la condizione umana si è compiuto in maniera culminante, normativa e fontale nel Signore Gesù. Esso continua a realizzarsi nella storia grazie all’azione dello Spirito Santo che, fra il “già” della prima venuta del Figlio incarnato e il “non ancora” del Suo ritorno, attualizza la presenza del Redentore fra noi e anticipa nel presente degli uomini il domani della promessa di Dio. È triplice l’opera dello Spirito Santo nel tempo, vera e propria “corrente di grazia” in cui la Sua azione si fa riconoscere: in primo luogo, è Lui la vivente memoria di Dio, che rende presenti le meraviglie dell’avvento del Verbo, venuto fra noi; è Lui che trasforma gli “oggi” degli uomini nell’“oggi” della grazia che salva; infine, è Lui che incessantemente coniuga il presente del mondo al “non ancora” dell’ultimo giorno. Grazie a questa triplice opera del Consolatore l’acqua della vita scorre con sempre nuova freschezza nel tempo degli uomini.
Lo Spirito è anzitutto la vivente memoria di Dio - “Vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26) - ed è Lui che farà entrare i credenti in tutta la verità del Padre, rivelata una volta per sempre nel Signore Gesù: “Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16,13). Secondo la concezione biblica la verità non è l’alétheia greca, il toglimento del velo che consente la visione di ciò che era precedentemente nascosto, ma è l’‘emet ebraica, la fedeltà al patto, il dimorare nell’alleanza con Dio. In quanto Spirito della verità, il Paraclito è Colui che realizza la fedeltà di Dio, rendendo presente ad ogni tempo e in ogni luogo l’evento del Suo dono. Nella storia lo Spirito fa risuonare le parole di vita in cui opera la Parola di Dio: è la Sacra Scrittura, allora, il luogo per eccellenza dell’azione dello Spirito, perché in essa viene ad abitare nelle parole degli uomini la Parola di Dio. Proclamata e creduta, questa Parola è forza veniente dall’alto, “viva ed efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio: essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12).
La Parola di Dio compie ciò che annuncia: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,l0s). Perciò, la Scrittura ispirata da Dio “è utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Tm 3,16). Alla Parola consegnata nella Scrittura si deve allora ascolto, “fiducia ed obbedienza, in vita come in morte” (Karl Barth), in quanto in essa parla il Dio vivente e santo. È così che attraverso la Parola ispirata lo Spirito viene a rendere possibile nel tempo il dialogo dello Sposo divino con la Sposa, la Chiesa. Perciò, la Sacra Scrittura è fonte viva dell’esistenza credente: da essa la fede attinge il suo oggetto, in essa trova il suo criterio, da essa riceve la sua forza, grazie ad essa è perennemente giovane e capace di parlare alle diverse generazioni degli uomini, bisognose di ascoltare la Parola dell’Altissimo, che sola è Parola di vita eterna (cf. Gv 6,69).
All’inizio del cammino del rinnovamento carismatico cattolico c’è stata la singolare riscoperta della centralità della Parola di Dio, operata dal Concilio Vaticano II, soprattutto nella costituzione sulla divina rivelazione Dei Verbum: in questo senso, il Rinnovamento nello Spirito Santo è un frutto proprio e fecondo della primavera conciliare, non a caso promosso e accompagnato da figure di biblisti formati alla scuola del Concilio o che avevano in prima persona contribuito alla grazia dell’assise voluta dall’intuizione profetica di San Giovanni XXIII e portata a compimento sotto la guida sapiente, forte e intensamente spirituale del Beato Paolo VI. Per ascoltare la Parola nelle parole della Scrittura, però, la fede ha bisogno dell’interpretazione, che le fornisca il contatto più fedele col testo e il messaggio che vi dimora: ora, l’esegeta che attua pienamente il ponte fra la Parola e la vita, consentendo di interpretare la lettera perché schiuda il suo tesoro nascosto, altri non è che lo Spirito Santo, anima della Chiesa: “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26).
Se il Verbo incarnato è l’esegeta del Padre (cf. Gv 1,18), lo Spirito è l’esegeta del Figlio, Spirito di verità che glorificherà Gesù manifestando le ricchezze del Suo mistero: “Quando verrà Lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Gv 16,13s). Lo Spirito compie quest’opera da una parte illuminando e sostenendo la conoscenza che i fedeli hanno delle Scritture, dall’altra garantendo attraverso il Magistero della Chiesa l’autenticità delle interpretazioni: ecco perché la corrente di grazia animata dal Paraclito è inseparabilmente “evento” ed “istituzione ecclesiale”. Lungi dall’essere meccanica ripetizione di ciò che è morto, la tradizione della fede è vita che trasmette la vita nella comunione del popolo di Dio: in essa il dono divino si fa presenza ed esperienza attuale, sì che l’avvento compiutosi una volta per sempre in Gesù Cristo viene a farsi contemporaneo all’oggi degli uomini nella forza dello Spirito Santo. In questo senso, si potrebbe affermare che la Tradizione è la storia dello Spirito nella storia della Sua Chiesa (cf. Dei Verbum, 8).
La necessità della mediazione ecclesiale e della verifica magisteriale spiega perché il flusso di grazia, che è nella storia l’azione dello Spirito, esiga di essere riconosciuta, alimentata e guidata da coloro cui il Signore ha affidato il ministero di unità in vista del discernimento e del coordinamento dei carismi. Grazie a un tale riconoscimento la corrente carismatica si trasforma in movimento, gruppo riconosciuto e riconoscibile, attuazione concreta del dono della comunione della vita divina, fatta agli uomini dalle missioni del Figlio e dello Spirito mediante l’istituzione della Chiesa. Questo processo, certamente non facile, è stato vissuto nella fase aurorale del Rinnovamento grazie all’opera di autentici pionieri, disposti a pagare di persona perché tutto il popolo di Dio si mettesse in ascolto di ciò che lo Spirito andava dicendo alle Chiese. In Italia un ruolo decisivo hanno avuto figure di spicco provenienti dalla Compagnia di Gesù, quali Domenico Grasso, Tommaso Beck, Francis Sullivan, Antonio Baruffo, Giuseppe Bentivegna, Francesco Cultrera, francescani quali Raniero Cantalamessa e Augusto Drago, e consacrati appartenenti ad altre famiglie religiose, quale ad esempio P. Mario Panciera scj. Altri nomi da ricordare al servizio del discernimento iniziale e fondativo sono quelli di don Dino Foglio, P. Natale Merelli, P. Matteo La Grua o P. Serafino Falvo. A tutti costoro, e a molti altri fra cui innumerevoli laici, si deve il passaggio del Rinnovamento da corrente di grazia a movimento propriamente ecclesiale.
San Giovanni Paolo II aveva affermato in tal senso: “Siete un movimento ecclesiale” (Udienza privata al Comitato e Consiglio Nazionale del RnS, Città del Vaticano, 4 aprile 1998). Aveva aggiunto in un’altra occasione: “Sì, il Rinnovamento nello Spirito può considerarsi un dono speciale dello Spirito Santo alla Chiesa in questo nostro tempo. Nato nella Chiesa e per la Chiesa il vostro è un movimento nel quale, alla luce del Vangelo, si fa esperienza dell’incontro vivo con Gesù, di fedeltà a Dio nella preghiera personale e comunitaria, di ascolto fiducioso della sua Parola, di riscoperta vitale dei sacramenti, ma anche di coraggio nelle prove e si speranza nelle tribolazioni. L’amore per la Chiesa e l’adesione al suo Magistero, in un cammino di maturazione ecclesiale sostenuto da una solida formazione permanente, sono segni eloquenti del vostro impegno…” (Udienza privata al Comitato e Consiglio Nazionale, Città del Vaticano, 14 marzo 2002).

2. Dalla preghiera alla missione

Un secondo passaggio da evidenziare nel far memoria di questi primi quarant’anni è quello dalla preghiera, personale e comunitaria, alla missione. L’esperienza del Rinnovamento nello Spirito ha sempre coltivato la centralità della liturgia, dove il mistero proclamato, celebrato e vissuto si offre con un eccezionale valore di totalità: “Nella liturgia lo Spirito che ispirò le Scritture parla ancora; la liturgia è la Tradizione stessa nel suo più alto grado di potenza e di solennità” (Dom Prosper Guéranger). Con i suoi testi la liturgia plasma il linguaggio della fede e ne è a sua volta espressione (“lex orandi, lex credendi”): in essa lo Spirito irrompe sempre di nuovo nella storia per rendervi presente ed efficace l’alleanza con Dio. Dalla liturgia nasce e ad essa tende come “cumen et fons” la preghiera personale e la vita cristiana dei fedeli. Naturalmente, la valorizzazione della liturgia è andata di pari passo con quella della tradizione viva della fede, a partire dall’ascolto delle voci dei Padri della Chiesa, oltre che dei grandi teologi e spirituali di tutti i tempi, nella consapevolezza che questi testimoni “non hanno cercato tanto di esercitare il proprio genio quanto di servire, esprimere, difendere ed illustrare la fede comune” (Y. Congar, La Tradizione e la vita della Chiesa, San Paolo, Roma 19832, 143).
Da tali Maestri il Rinnovamento ha appreso a nutrire l’amore alla Sacra Scrittura, che offre l’orizzonte unitario in cui la vita deve essere vissuta, e il gusto del simbolo, che rispetta il Mistero nell’atto stesso di avvertirne la prossimità: questa rete di legami unificanti ha nutrito lo spirito della preghiera, liturgica e personale, in cui non è difficile riconoscere l’azione dello Spirito Santo, principio e fondamento dell’unità della Chiesa nel tempo e nello spazio. Il contatto vivo e stimolante con i maestri del passato è stato il fondamento dell’apertura della vita di fede dei membri del Rinnovamento ai sentieri possibili della profezia, della lettura dei segni dei tempi, della lettura ecclesiale, comunitaria, spirituale della Parola di Dio. Veramente, come dice un adagio medioevale attribuito a Pierre de Blois, noi siamo come “dei nani sulle spalle dei giganti: grazie a loro guardiamo più lontano di loro”. Peraltro, un’esistenza credente che vivesse la rottura col passato, non solo si impoverirebbe sul piano della memoria, ma rischierebbe di separarsi anche dal grande principio di unità, che è lo Spirito operante nella continuità della tradizione della fede pensata e vissuta. È situandoci nella comunione orante che attraversa per intero la storia e la vita della Chiesa nel tempo che giunge a noi fresca la voce dell’evangelo.
Una simile memoria dell’agire divino nel tempo trasforma l’esperienza della preghiera alimentando in essa l’urgenza missionaria: chi si lascia amare dal Signore nella potenza dello Spirito, non può far a meno di avvertire l’esigenza di portare ad altri il dono ricevuto, condividendone la bellezza e la gioia. Dall’esperienza orante, personale, comunitaria e liturgica, vissuta nella docilità al soffio del Paraclito, nasce la missione: così è stato anche nella storia del Rinnovamento e dei suoi gruppi, che da comunità di preghiera sono andati sempre più maturando la passione di portare anche ad altri il dono della vita nuova in Cristo. Su questa via si è potuta schiudere agli occhi della fede la misteriosa presenza del Signore nella più grande varietà delle situazioni umane: Cristo si nasconde nei poveri, negli affamati, negli assetati, negli emarginati e sofferenti, nei bambini sfruttati, nelle donne calpestate, negli ultimi (cf. Mt 25,31ss). Chi alla fame e sete di tutti costoro risponde con amore libero e liberante, diviene vangelo vivente, Parola scritta dallo Spirito non più su tavole di pietra, ma nella carne degli uomini (cf. 2 Cor 3,3). Chi “prega nello Spirito” (Gd 20) non chiude gli occhi o alza le mani in segno di resa dinanzi alla storia e ai mali che la affliggono. È piuttosto un “combattente” (cf. Ef 6, 10-18) che “non si dà riposo” finché “non risplenda la salvezza del Signore” (cf. Is 62, 1).
Vale dunque anche per chi ha vissuto e vive l’esperienza del Rinnovamento il messaggio di una bellissima preghiera del XIV secolo: “Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi; Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi per andare agli uomini oggi; Cristo non ha labbra, ha soltanto le nostre labbra per annunciare il suo vangelo oggi. Noi siamo l’unica Bibbia, che tutti gli uomini leggano ancora. Noi siamo l’ultimo appello di Dio, scritto in parole e in opere”. Nell’amore del prossimo Cristo si fa presente nel Suo Spirito e dice le Sue parole di vita eterna. L’altro, bisognoso d’amore o testimone di amore vivo, è nello Spirito un vero sacramento dell’incontro con lui: luogo dello Spirito, appuntamento di salvezza. Si comprende allora come più è cresciuta la temperatura spirituale dei gruppi del Rinnovamento, più si è approfondita in loro l’esigenza missionaria, il bisogno di essere strumenti docili del Consolatore per portare il più possibile a tanti il dono della vita nuova in Dio, con l’eloquenza della parola e dei gesti della carità. Nella Lettera autografa - l’ultima in ordine di tempo - inviata al Rinnovamento nello Spirito in occasione della XXVII Convocazione Nazionale (29 aprile 2004), San Giovanni Paolo II scrive: “Essere testimoni delle ragioni dello Spirito: questa è la vostra missione, cari membri del Rinnovamento nello Spirito Santo, in una società dove spesso la ragione umana non sembra essere irrorata dalla sapienza che viene dall’Alto”.

3. Dal Cenacolo al mondo

Si è andato delineando così nella storia di questi primi quarant’anni del Rinnovamento nello Spirito un terzo passaggio: quello dal Cenacolo al mondo. Certamente, il luogo privilegiato dell’azione dello Spirito, sperimentato per grazia, è e resta la Chiesa, sacramento dell’unico e definitivo Sacramento di Dio, che è il Verbo incarnato. Lo testimonia chiaramente l’Apostolo Paolo: “Come potranno credere, senza averne sentito parlare? e come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? e come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?” (Rom 10,17). Di testimone in testimone, attraverso la vivente tradizione apostolica della Chiesa, la Parola risuonata nella pienezza del tempo raggiunge nella forza dello Spirito gli umili “oggi” della storia: la Chiesa è la visibilità sacramentale dell’azione dello Spirito nella storia, carica di tutta la luce che Egli le dona, come delle oscurità e pesantezze che caratterizzano la vita dei suoi figli. In questo senso la Chiesa è luogo dello Spirito in quanto è inseparabilmente “kénosi” e “splendore” della Trinità, cenacolo e presenza diffusa nella storia degli uomini.
È nel cenacolo della vita ecclesiale che ogni singolo credente riceve la vita della fede: alla comunione della Chiesa, pertanto, ciascuno è chiamato a donare il proprio apporto di pensiero e di vita. L’esistenza credente si nutre del “senso della fede”, che lo Spirito Santo effonde nel cuore di tutti i battezzati, e dal loro dirsi le meraviglie del Signore apprende a sua volta a parlare di Dio: prima di essere parola, la fede è ascolto e silenzio davanti alla vita dei testimoni in cui l’amore, narrato nell’evento pasquale di Cristo, si rende presente nel tempo grazie all’azione del Consolatore. A questa esperienza del Cenacolo ecclesiale la fede del discepolo non può non coniugare la consapevole vicinanza al presente degli uomini, in tutta la sua complessità. Nello Spirito l’“oggi” degli uomini è visitato e trasformato per divenire l’“oggi” di Dio, l’ora della sua grazia. Si comprende, allora, come sia “dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l’aiuto dello Spirito Santo, di ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari modi di parlare del nostro tempo, e di saperli giudicare alla luce della Parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venire presentata in forma più adatta” (Gaudium et spes, 44).
Gli eventi della storia, in quanto abitati dallo Spirito che parla al Suo popolo, sono “segni del tempo”, cui deve corrispondere l’impegno della fede, che interpreta e agisce: “È dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, nonché le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatica” (ib., 4; cf. Mt 16,2s; Lc 12,54-56). Lungi dall’essere fuga dal mondo o evasione consolatoria, l’esperienza dello Spirito spinge ad “andare nel mondo” per riconoscervi i segni Spirito e rendervi presente l’annuncio e il dono della salvezza operata dal Signore crocifisso e risorto. Nulla di più falso che interpretare il cammino del Rinnovamento e la sua vasta diffusione come una sorta di ripiegamento spiritualista seguito alle stagioni dell’apertura conciliare al mondo e della rinnovata coscienza missionaria di tutto il popolo di Dio.
L’andare verso il mondo richiede, naturalmente, un’attenta opera di discernimento, spirituale e pastorale. Esso abbraccia inseparabilmente tre momenti: l’assunzione della complessità; il confronto con la Parola; l’indicazione di piste provvisorie e credibili. Assumere la complessità significa accostarsi alla realtà del mondo in tutto il gioco dei rapporti storici che la caratterizzano. Assume la complessità chi non legge la storia a partire da uno schema ideologico precostituito, lasciandosi inquietare e provocare nei suoi pregiudizi, e sopportando il peso di non avere diagnosi già fatte e terapie predeterminate. La fede deve educarsi ad assumere la complessità, a rispettarla nella sua irriducibilità, a stare in essa con umiltà e condivisione, a sopportarla nella carità. Solo a questo prezzo essa non diventa ideologia, lettura prefabbricata del mondo, conciliazione ideale che ignora la verità e le incompiutezze del reale. Lungi dal chiudersi in un tranquillo castello di certezze, la Chiesa in ascolto dello Spirito - impegnata a discernere i segni dei tempi - dovrà vivere sulla breccia della storia, nel dialogo e nella compagnia esigente e feconda con gli uomini. È così che anche il Rinnovamento ha imparato sempre più ad aprirsi alla realtà della vicenda in cui lo Spirito l’ha inviato, nella consapevolezza che proprio mediante questa apertura esso si sarebbe reso disponibile ad accogliere l’azione del Consolatore che nell’“oggi” degli uomini rende presente l’“oggi” di Dio.
Naturalmente questa assunzione della complessità ha comportato l’inevitabile rischio di aver a che fare con l’ambiguità della storia: le luci si mescolano sempre alle ombre, le generosità agli egoismi, la sofferenza innocente alle cause individuali e strutturali della passione del mondo, le speranze agli inganni e alle disillusioni. La possibilità di lasciarsi confondere è sempre incombente: quante volte anche i credenti più maturi hanno ceduto alle seduzioni dello spirito del tempo e delle mode del momento! È per questo che la fede ha bisogno di un criterio di orientamento: e questo non può trovarsi che nella stessa Parola della rivelazione, trasmessa e custodita dal Magistero della Chiesa. Occorre “tenere su una mano la Bibbia e sull’altra il giornale” (Karl Barth), camminando uniti e fiduciosi sotto la guida dei pastori scelti dal Signore. La comunione con il Successore di Pietro e con i vescovi in comunione con lui, si rivela qui esigenza irrinunciabile del Rinnovamento e della sua autenticità e fecondità, e si esprime concretamente nell’accoglienza docile del loro magistero e dei presbiteri cui essi affidano l’accompagnamento dei gruppi e delle comunità, che intendono vivere fedelmente l’esperienza dello Spirito.
Infine, esperti della complessità, i credenti non cercheranno nella Parola soluzioni già pronte o facili risposte: essi accetteranno di ascoltarla e di obbedire ad essa nella pazienza di itinerari di comprensione non sempre brevi e luminosi. Alla Parola va portata la storia reale, le domande aperte, le luci intraviste, i sentieri interrotti: ad essa va chiesta la luce per orientare il cammino e sostenere la lotta, per prendere posizione e giudicare lì dove è necessario e possibile, per attendere e pazientare lì dove non c’è ancora chiarezza. È così che il Rinnovamento è cresciuto e dovrà crescere sempre più per avanzare, in piena docilità al soffio del Consolatore e nella comunione obbediente ai Pastori, sulla via della solidarietà alle sfide della famiglia umana, accogliendo, accompagnando, discernendo e integrando gioie e dolori, slanci e resistenze, conquiste di santità e ferite nell’amore, di cui tutti facciamo esperienza. Nell’incontro fra storia e Parola vissuto sotto la guida del Magistero, il discernimento della fede non condurrà a soluzioni totali e definitive, perché tutto quanto consentirà di proporre è segnato dalla contingenza e dalla complessità della vita. Esso, tuttavia, tenderà a dare indicazioni credibili, sulle quali si possa fare affidamento, proprio perché radicate nella fedeltà all’uomo e nell’esigente e normativa fedeltà alla Parola di Dio.
Leggendo la storia nel Vangelo, il discernimento cui il Rinnovamento si è educato e a cui dovrà sempre più formarsi leggerà il Vangelo nella storia: così, esso oserà proporre il punto di vista della fede cristiana dinanzi alle sfide più varie, nella fiducia della fedeltà divina che nello Spirito parla anche nella storia presente. È in tal modo che sarà possibile riconoscere i “segni dei tempi”, dove è all’opera lo Spirito di verità, che attua la fedeltà di Dio a ogni ora, a ogni luogo. È soprattutto nell’esercizio della carità che le comunità del Rinnovamento raccoglieranno la sfida dei segni del tempo, facendosi solidali a ogni uomo, a tutto l’uomo, nella causa della sua promozione più piena e perciò della liberazione da tutto quanto offende la dignità dell’essere figli di Dio. È questo peraltro quanto l’invocazione allo Spirito ci insegna da sempre a domandare: “Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della Tua luce. Vieni, padre dei poveri, vieni datore dei doni, vieni luce dei cuori… Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò ch'è sviato. Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi doni” (Sequenza di Pentecoste).
Ben lo aveva intuito il beato Paolo VI, in occasione della prima Udienza accordata ai carismatici cattolici nella Basilica di San Pietro, il lunedì 19 maggio seguente la Solennità di Pentecoste del 1975: “Abbiamo dimenticato lo Spirito Santo? No, certo! Noi lo vogliamo, lo onoriamo, lo amiamo, lo invochiamo; e voi, con la vostra devozione, con il vostro fervore, voi volete vivere nello Spirito. Questo deve essere un ‘rinnovamento’. Deve ringiovanire il mondo, deve ridare una spiritualità, un’anima, un pensiero religioso al mondo, deve riaprire le labbra chiuse alla preghiera e aprire al canto, alla gioia, all’inno, alla testimonianza e sarà veramente una grande ‘chance’ per il nostro tempo, per i nostri fratelli, che ci sia una generazione di giovani che grida al mondo le glorie e le grandezze di Dio nella Pentecoste”. Come non ricordare, poi, le parole di Benedetto XVI, in occasione dell’Udienza speciale nella ricorrenza del 40° anniversario della nascita del Rinnovamento nello Spirito Santo in Italia:
“Cari amici, continuate a testimoniare la gioia della fede in Cristo, la bellezza di essere discepoli di Cristo, la potenza d’amore che il suo Vangelo sprigiona nella storia… l’esercizio umile e disinteressato dei carismi… sempre utilizzati per il bene comune” (Piazza San Pietro, 26 maggio 2012). Oggi, l’invito ad uscire dal Cenacolo e a permettere allo Spirito Santo di “invadere” la storia è ricorrente in Papa Francesco, convinto assertore della “Chiesa in uscita” per abbordare e aiutare le tante crisi del nostro tempo. Rivolgendosi al Rinnovamento in occasione della Convocazione allo Stadio Olimpico (Roma, 1 giugno 2014), così si esprimeva nel mandato finale: “Uscite nelle strade a evangelizzare, annunciando il Vangelo. Ricordate che la Chiesa è nata ‘in uscita’ la mattina di Pentecoste. Avvicinatevi ai poveri e toccate nella loro carne la carne ferita di Gesù. Lasciatevi guidare dallo Spirito Santo, con libertà”.

4. Dal “Roveto Ardente” alla “Colonna di Fuoco”

Se volessimo, infine, riassumere in una formula il cammino di questi primi quarant’anni del Rinnovamento nello Spirito in Italia potremmo dire con immagini bibliche che esso ha operato il progressivo passaggio dal “roveto ardente” alla “colonna di fuoco”. L’azione dello Spirito nella storia non rende solo presente il mistero dell’avvento compiutosi nel Signore Gesù nell’“oggi” dei credenti (“roveto ardente”), ma “tira” anche nel presente del mondo l’avvenire della promessa di Dio, aprendo la storia alle sorprese dell’Eterno (“colonna di fuoco”). Come un giorno la “colonna di fuoco” guidò gli Ebrei nel deserto, portandoli dall’esperienza del roveto ardente in cui l’Eterno si era rivelato alla terra della promessa divina, così l’azione dello Spirito accompagnerà chi si rende docile al Suo soffio fino al raggiungimento della patria promessa e attesa, dove Dio sarà tutto in tutti. E come nel lungo cammino dell’esodo il Signore nutrì il Suo popolo con la manna, così il luogo per eccellenza in cui nello Spirito fa presente il “già” della salvezza nella comunità ecclesiale per lievitarla verso il “non ancora”, è soprattutto l’eucaristia, vertice e fonte dell’intera esistenza redenta.
Alla luce di questa certezza si è maturato nel Rinnovamento non solo un profondo amore alla liturgia, ma anche il bisogno di un’esperienza costante e prolungata di adorazione del Signore, presente nel pane di vita: è appunto l’esperienza del “roveto ardente”, vissuta come culmine e fonte della vita e della missione nello Spirito. Da questa esperienza di grazia derivano alle comunità del Rinnovamento alcune luci specifiche: la prima è la consapevolezza della propria relatività. Davanti al Signore che si fa cibo per noi, s’impara a riconoscere di non essere un assoluto, ma uno strumento, non un fine, ma un mezzo, poveri e servi nella nostra condizione di pellegrini. Ogni presunzione di essere arrivati, ogni “estasi dell’adempimento” è tentazione e freno! La Chiesa dello Spirito non è già il Regno nella gloria, ma solo il Regno iniziato: essa porta in sé la figura fugace di questo mondo e vive il gemito e il travaglio del nascere dei cieli nuovi e della terra nuova. La Chiesa docile al soffio dello Spirito è “in via et non in patria”, e perciò “semper reformanda”, chiamata a incessante rinnovamento e continua purificazione, non appagata e non appagabile da qualsiasi conquista umana.
Nello stupore della lode, nella fatica del servizio, nell’annuncio della Parola, nella celebrazione dei sacramenti, nella contemplazione della fede, la Chiesa - e i membri del Rinnovamento in essa - sanno di doversi lasciare sempre più possedere dallo Sposo, per “tendere incessantemente verso la pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio” (Dei Verbum, 8). Nulla è più lontano dallo stile di una Chiesa docile allo Spirito che un atteggiamento di trionfalismo, di cedimento di fronte alla seduzione del potere presente e del possesso in questo mondo. Il popolo di Dio, nato ai piedi della Croce e pellegrino nel lungo Venerdì Santo, che è la storia dell’uomo sulla terra, non dovrà mai scambiare le pallide luci di qualche gloria mondana con la luce della Gloria promessa nella vittoria di Pasqua. Finalità ultima di chi vuol vivere secondo lo Spirito non è affermarsi secondo le misure della grandezza di questo mondo, ma cantare il “Nunc dimittis”, come il vecchio Simeone, quando si leverà per tutti, senza più veli, la luce delle genti. Tutto questo il Rinnovamento dovrà sempre tenerlo presente, per non assolutizzarsi o chiudersi in una presunzione che irrigidisce i cuori e li rende sordi all’azione dello Spirito.
Parimenti, dall’esperienza dell’adorazione nasce il bisogno di relativizzare le grandezze di questo mondo: tutto è sottoposto al giudizio della promessa del Signore, viva e attuale nella forza dello Spirito. La presenza dei cristiani nella storia è nel segno dell’esilio e della lotta: “Finché abitiamo in questo corpo siamo esuli lontani dal Signore” (2 Cor 5,6) e “avendo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi (cf. Rm 8,23), bramando di essere con Cristo (cf. Fil 1,23)” (Lumen Gentium, 48). Nella forza dello Spirito, che la anima, la Chiesa - e il Rinnovamento in essa - dovrà essere sovversiva e critica verso tutte le miopi realizzazioni delle speranze di questo mondo: presente ad ogni situazione umana, solidale col povero e con l’oppresso, non le sarà lecito identificare la sua speranza con nessuna delle speranze della storia. Il Rinnovamento dovrà mettersi al servizio di questa vigilanza critica, puntando sempre e solo a seguire la “colonna di fuoco”, che guida i credenti alla vera libertà e all’audacia della profezia come “metodo”.
Questa vigilanza critica non dovrà significare, però, disimpegno: essa sarà, al contrario, costosa ed esigente. Si tratta di assumere le speranze umane e di verificarle al vaglio della resurrezione del Signore, che da una parte sostiene ogni impegno autentico di liberazione e di promozione umana, dall’altra contesta ogni assolutizzazione di mete terrene. In questo duplice senso, la speranza della resurrezione è resurrezione della speranza: essa dà vita a quanto è prigioniero della morte e giudica inesorabilmente quanto presuma di farsi idolo dei cuori e della vita. Certamente, la Chiesa non può identificarsi con alcuna ideologia, forza partitica o sistema, ma di tutti dovrà essere coscienza critica, richiamo dell’origine prima e della destinazione ultima, stimolo affinché si promuova la giustizia e la pace per tutti. Il popolo di Dio dovrà essere sempre scomodo e inquietante, libero per la fede e servo per amore, tutt’altro che strumento del potere o protagonista del compromesso o fermo nel disimpegno spiritualista. La meta, che fa i cristiani stranieri e pellegrini in questo mondo, non è sogno che alieni dal reale, ma forza stimolante dell’impegno per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato nell’oggi del mondo.
In particolare, a chi vive lo sforzo di rinnovarsi continuamente nella docilità allo Spirito Santo, il richiamo della patria, pregustata nella promessa, riempirà il cuore di speranza e di gioia: la vita teologale è anticipazione militante nella forza dello Spirito della vittoria sul dolore, sul male e sulla morte. Nonostante le prove e le contraddizioni del presente, il popolo di Dio esulta già nella speranza, che la promessa divina ha acceso nella sua fede: sostenuta da questa speranza, garanzia certa che l’ultima parola della storia non saranno il dolore, il peccato e la morte, ma la gioia, la grazia e la vita, la Chiesa è pellegrina verso la meta, già ora esultante per essa. In lei si realizza la parola del Salmo: “Quale gioia quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore!” (Sal 122,1). La gioia non nasce dalla presunzione di edificare una sorta di nuova torre di Babele del mondo prigioniero di sé: la pace e la forza della Chiesa sono radicate nella certezza che lo Spirito del Signore è già all’opera in lei per edificare nel tempo degli uomini l’avvenire promesso da Dio. Di questa gioia è giusto aspettarsi che i membri del Rinnovamento siano testimoni convinti, umili e credibili, al servizio di tutta la comunità ecclesiale.
Dio ha voluto aver tempo per l’uomo e costruire con lui la sua casa: la Gerusalemme, sospirata ed attesa, scende già dal cielo (cf. Ap 21,2). Ai credenti resta il compito di vivere il mistero dell’Avvento nel cuore della vicenda umana: “Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni!” - ad essi il Vivente risponde: “Sì, vengo presto!” (Ap 22,17. 20). È nello spazio di questo dialogo che si colloca anche il carisma proprio del Rinnovamento nello Spirito Santo: una collocazione che non è privilegio, ma compito e missione d’amore. Proprio così, chi ne fa parte dovrà essere pronto a pagare il prezzo della carità con la disponibilità al servizio e al sacrificio. Anche per costoro vale l’invito della Chiesa dell’epoca patristica: “Intoniamo il canto di lode per la morte della Chiesa, morte che ci riconduce alla sorgente della vita santa in Cristo” (Cirillo d’Alessandria, Glaphyrorum in Genesim 6: PG 69,329.). La Chiesa Madre non ha altra ambizione che quella di generare figli per Dio, ben sapendo di dover morire in ognuno dei suoi figli per generare l’umanità allo splendore del giorno eterno: “Una morte che ci introduce in un’altra vita, dalla debolezza ci conduce alla forza, dal disprezzo all’onore, dalla corruzione all’immortalità, dalla finitezza del tempo all’eternità della vita divina” (ib., 4: PG 69,224s.).
Anche al Rinnovamento compete questo destino: perciò, celebrare questa quarantesima Convocazione Nazionale nel Giubileo d’Oro del Rinnovamento nel mondo non è motivo di trionfalismo o di vanagloria, ma rinnovata coscienza dei doni ricevuti, impegno per metterli al servizio di tutti, rinnovata obbedienza alla Chiesa e ai suoi Pastori, disponibilità a pagare il prezzo necessario all’amore nell’umiltà delle opere e dei giorni che a ciascuno potranno toccare. È quanto vi augurava già San Giovanni Paolo II: “Auspico di cuore che il Rinnovamento nello Spirito sia nella Chiesa una vera palestra di preghiera, di ascesi, di virtù e di santità. Nel nostro tempo, avido di speranza, fate conoscere ed amare lo Spirito Santo. Aiuterete allora a far sì che prenda forma quella cultura della Pentecoste, che sola può fecondare la civiltà dell'amore e della convivenza tra i popoli. Con fervente insistenza, non stancatevi di invocare: Vieni, o Santo Spirito! Vieni! Vieni!” (14 marzo 2002, udienza privata ai responsabili del Rinnovamento).
Concludo queste riflessioni invitandovi a rivolgervi con me a Maria, la Vergine dalle mani alzate, a cui in modo speciale il Rinnovamento è affidato. Lo facciamo con le parole della più antica preghiera a Lei rivolta: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta”.

(40a CONVOCAZIONE NAZIONALE DEL RINNOVAMENTO NELLO SPIRITO NEL 50° DEL RINNOVAMENTO - RIMINI, 22-25 APRILE 2017)