Verso un futuro affidabile:

quale speranza?

Crisi, transizioni e orizzonti della fede


Bruno Forte


Arcivescovo di Chieti-Vasto

Quale futuro si profila oltre il fallimento dei vecchi sistemi culturali, sociali ed economici, nell’affacciarsi di nuove possibilità, nella ricerca di nuovi modelli e nell’inaugurarsi di nuove prospettive? In questa situazione così effervescente ha ancora un significato parlare di Dio e della speranza fondata sulle Sue promesse? Non ci sono altre urgenze maggiori e più concrete? Che speranza affidabile può offrire oggi la fede in Gesù Cristo? Che portata ha il credere in Lui per gli uomini e le donne che faticano nel “mestiere di vivere”? Nei giovani, poi, sembra riconoscersi un diffuso timore dinanzi all’attuale situazione e al futuro che si prepara. Quali orizzonti di senso e di speranza la fede offre specialmente a loro, che più di altri oggi sembrano non avere un futuro affidabile? Come potranno reagire alla tentazione della rinuncia e dell’evasione autodistruttiva, e come in questo potrà aiutarli la fede? Cinquant’anni fa il Concilio Vaticano II, in un testo di grande tensione profetica, aveva affermato: “Legittimamente si può pensare che il futuro della umanità sarà riposto nelle mani di coloro che saranno capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza” (Gaudium et Spes 31). Siamo noi in grado di farlo? Su questi interrogativi si gioca il nostro presente e il nostro futuro, la nostra testimonianza e il senso della missione personale e collettiva in cui potremo riconoscerci. Per rispondere ad essi cercherò di richiamare le ragioni di una speranza che non deluda, e lo farò riflettendo anzitutto sugli scenari del cuore e sugli scenari del tempo, per poi cercare di comprendere più a fondo che cos’è la speranza della fede e come essa possa essere appresa e vissuta, con fedeltà e gioia, da quanti accettino di essere i “prigionieri della speranza”, di cui parlano i Profeti (cf. Zc 9,12).

1. Gli scenari del cuore: dal bisogno d’amore un’ineludibile domanda

Il cuore dell’uomo ha bisogno di amare e di essere amato per vivere e per imparare a morire: è un bisogno incancellabile, presente in tutti e in ciascuno. Dagli scenari del cuore, si leva una ineludibile attesa di amore: ad essa ha inteso corrispondere la prima Enciclica di Benedetto XVI, intitolata Deus caritas est. Si tratta di un’attesa così grande, che tutte le esperienze che le corrispondono restano prima o poi incompiute, segnate dalla fragilità della vita, dalla caducità delle opere, dalla brevità dei giorni. Ecco perché il bisogno di un amore grande, vittorioso di ogni battaglia, si lega indissolubilmente alla speranza: in questo senso, la penuria più grande che vivono i nostri cuori è quella della speranza, proprio perché è quella di un amore che vinca la morte e che non risulti svenduto o effimero, come avviene nelle tante forme in cui è oggi esibito e offerto l’amore. La penuria che ci unisce è, insomma, quella di sperare in un possibile, impossibile amore, che vinca l’ingiustizia, la solitudine, l’infedeltà e la morte e risani le ferite dell’anima.
È per questo che la tentazione più forte che potrebbe proporsi di fronte agli scenari del cuore, segnati dall’angoscia dei conflitti e delle prove della natura e della storia, oltre che dall’insicurezza economica e sociale, è la disperazione: “Pensare con chiarezza e non sperare più” (Albert Camus). Se il rischio dei tempi di tranquillità e di relativa sicurezza è la presunzione - l’illusione di poter cambiare facilmente il mondo e la vita -, il rischio opposto - proprio dei tempi di prova - è di vivere la paura del domani in maniera più forte della volontà e dell’impegno di prepararlo e di plasmarlo. In realtà, il nostro cuore si scopre ferito: “l’ansietà, il timore dell’avvenire, sono già delle malattie.
La speranza, al contrario, è, prima di tutto, una distensione dell’io… Essa entra nella situazione più profonda dell’uomo. Accettarla o rifiutarla è accettare o rifiutare di essere uomo” (Emmanuel Mounier). Accogliere la sfida della speranza vuol dire allora volersi veramente umani, sanando le ferite dell’anima. Rinunciarvi è rinunciare alla vita. Ne è consapevole Cesare Pavese in questi versi struggenti, scritti poco prima della sua tragica fine, in cui il bisogno di speranza del suo cuore solitario cedette alla disperazione: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi - questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina quando su te sola ti pieghi nello specchio. O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla [1] Benedetto XVI, uomo del nostro tempo, pensatore rigoroso e testimone della fede, raccoglie questa sfida, questa sete di speranza, questo bisogno “che ci accompagna dal mattino alla sera”, su cui si gioca la vita o il nulla: sin dall’inizio della sua Enciclica sulla speranza - intitolata Spe salvi, “salvati nella speranza”, con le parole di Paolo nella lettera ai Romani (8,24) - si riferisce alla speranza come all’urgenza decisiva cui corrispondere per vivere e dare senso alla vita: «Il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino» (n. 1). Solo se c’è in noi una speranza certa potremo dare senso alla vita e riusciremo ad amare al di là di ogni misura di stanchezza. Nasce da qui l’ineludibile domanda con cui si confronta il Papa nella sua Enciclica: “che cosa possiamo sperare?” Si tratta di un interrogativo largamente umano, che ci riguarda tutti, dal momento che tutti abbiamo bisogno di una “speranza affidabile, in virtù della quale poter affrontare il nostro presente”.
La varietà di risposte offerte a questa domanda, ne mostra la radicalità e l’ineludibile ritorno. In un’epoca di passioni ideologiche, Roger Garaudy aveva definito la speranza “l’anticipazione militante dell’avvenire”, con una sottolineatura - tipica di quella stagione - dello sforzo prometeico del soggetto personale e collettivo nella realizzazione del futuro sognato e atteso. In un contesto analogo, anche se in forma alternativa a un’aspettativa solo mondana, il teologo della speranza, Jürgen Moltmann, l’aveva definita come “l’aurora dell’atteso, nuovo giorno che colora ogni cosa della sua luce”, evidenziando come vivere nella speranza significhi “tirare l’avvenire di Dio nel presente del mondo”. In questo senso, egli aveva polemizzato col filosofo della speranza, Ernst Bloch, marcando la differenza fra l’“homo absconditus” del “principio speranza”, risolto nelle sole possibilità dell’umano, e il “Deus absconditus”, il Dio nascosto che viene dal futuro, indeducibile e sorprendente rispetto a ogni calcolo o misura del mondo.
Benedetto XVI ci ricorda come alla domanda decisiva “Che cosa possiamo sperare?” la fede cristiana dia sin dall’inizio una risposta chiara: “La salvezza… ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza” (Spe Salvi 1). Certo, dire che la speranza è dono non significa ignorare lo sforzo che essa esige: “Oggetto della speranza - affermava già Tommaso d’Aquino - è un bene futuro, arduo, ma possibile a conseguirsi”2. Sperare, insomma, non è la semplice dilatazione del desiderio, ma l’orientare il cuore e la vita a una meta alta, che valga la pena di essere raggiunta, e che tuttavia appare raggiungibile solo a prezzo di uno sforzo serio, perseverante, onesto, capace di sostenere la fatica di un lungo cammino. Nello stesso senso, Kierkegaard aveva definito la speranza “la passione per ciò che è possibile”, mettendo in particolare l’accento sull’elemento del “pathos”, di quell’amore dolente e gioioso che lega il cuore umano a ciò di cui ha profonda nostalgia e attesa. E tuttavia il solo sforzo umano non basta per vivere nella speranza che non delude…

2. Gli scenari del tempo: dall’“emancipazione” alla “redenzione” come “libertà donata”

La parabola degli ultimi due secoli, quelli della cosiddetta “seconda modernità” (dopo la prima segnata dalla stagione del Rinascimento), mostra come sulla speranza si siano confrontate due diverse visioni dell’uomo: da una parte, c’è una visione del mondo che fa della speranza una proiezione in avanti delle possibilità dell’uomo, un’espressione della sua capacità di trasformare il mondo e la vita, una sorta di anticipazione militante dell’avvenire. È la visione “moderna”, legata alla nascita dell’uomo adulto ed emancipato della scienza e della filosofia del progresso. Scrive Benedetto XVI nell’Enciclica Spe salvi: “La restaurazione del ‘paradiso’ perduto, non si attende più dalla fede, ma dal collegamento tra scienza e prassi… la speranza, in Bacone, riceve una nuova forma. Ora si chiama: fede nel progresso” (n. 17). Con Marx, poi, “la critica del cielo si trasforma nella critica della terra, la critica della teologia nella critica politica. Il progresso verso il meglio, verso il mondo definitivamente buono, non viene più semplicemente dalla scienza, ma dalla politica - da una politica pensata scientificamente, che sa riconoscere la struttura della storia e della società ed indica così la strada verso la rivoluzione, verso il cambiamento di tutte le cose. Con puntuale precisione, anche se in modo unilateralmente parziale, Marx ha descritto la situazione del suo tempo e illustrato con grande capacità analitica le vie verso la rivoluzione - non solo teoricamente” (n. 20).
A questa concezione di ciò che possiamo sperare, legata alla sola capacità di “emancipazione” del soggetto storico, la testimonianza credente oppone la speranza fondata sulla “redenzione”, sul dono cioè venuto al mondo da Dio in Gesù Cristo.
L’alternativa si può esprimere così: la salvezza sperata è un fiore della terra, spuntato esclusivamente grazie alla fatica dell’uomo, o è un dono dall’alto, certamente preparato e atteso, e tuttavia sempre sorprendente e irriducibile a un calcolo puramente umano? La risposta a questi interrogativi può essere cercata nella stessa parabola della “via moderna”: una speranza umana, troppo umana, non ha prodotto maggiore libertà, uguaglianza e fraternità. Come dimostrano tutte le avventure ideologiche, la speranza affidata al solo portatore umano è sfociata nell’inferno dei totalitarismi, dei genocidi e delle solitudini, in cui l’altro è stato ridotto ad avversario da eliminare o a semplice “straniero morale” da ignorare. Scrive il Papa: “Marx ha dimenticato l'uomo e ha dimenticato la sua libertà. Ha dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche per il male. Credeva che, una volta messa a posto l'economia, tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo: l'uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall'esterno creando condizioni economiche favorevoli” (n. 21).
Non diversamente la tecnica e la scienza si sono rivelate fallaci nelle loro pretese assolute: “Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell'uomo, nella crescita dell'uomo interiore, allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l'uomo e per il mondo” (n. 22). Insomma, “non è la scienza che redime l'uomo. L'uomo viene redento mediante l'amore. Ciò vale già nell'ambito puramente intramondano. Quando uno nella sua vita fa l'esperienza di un grande amore, quello è un momento di redenzione che dà un senso nuovo alla sua vita” (n. 26). La speranza, dunque, non è qualcosa che possiamo creare e gestire con le nostre sole forze: la speranza è Qualcuno che viene a noi, trascendente e sovrano, libero e liberante per noi.
È quanto per la fede cristiana si è realizzato in Gesù Cristo: in Lui l’Eterno si offre come il Dio dell’avvento, il Dio che ha tempo per l’uomo. È il Dio che viene: venuto una volta, egli ha dischiuso un cammino, ha acceso un’attesa, ancora più grande del compimento realizzato. È questo il kérygma, la proclamazione gioiosa del Dio con noi, l’eterno Emmanuele. Perciò, nella tradizione cristiana l’avvento di Dio nella storia è pensato come revelatio, rivelazione: è uno svelarsi che vela, un venire che apre cammino, un ostendersi nel ritrarsi che attira. Negli ultimi secoli la teologia cristiana ha concepito la rivelazione soprattutto come Offenbarung, apertura, manifestazione totale.
Così, in essa l’avvento di Dio è stato spesso pensato come esibizione senza riserve e si è aperto il campo alla sostituzione della speranza della redenzione con quella frutto dell’emancipazione. Questa presunzione di ridurre Dio a certezza disponibile alle nostre catture è la pretesa dell’ideologia moderna, in tutte le sue forme, anche teologiche. Il Dio dell’ideologia è possesso, non vita: è il Dio oggetto, non il Dio della speranza, dell’esodo e del Regno. Interpretare la rivelazione come manifestazione totale, come risposta incondizionata e senza riserve alle domande del nostro cuore o della nostra mente, è l’opposto dell’annuncio cristiano dell’avvento divino.
È allora necessario liberarsi dal fraintendimento radicale del concetto di rivelazione. Perché revelatio è, sì, un togliere il velo, ma è anche un più forte nascondere. Re-velare è anche un’intensificazione del velare, un nuovamente velare. È questo l’avvento di Dio nelle nostre parole, nella nostra carne: rivelandosi, l’Eterno non solo si è detto, ma si è anche più altamente taciuto. Rivelandosi Dio si vela.
Comunicandosi si nasconde. Parlando si tace. Maestro del desiderio, Dio è colui che dando se stesso, al tempo stesso si nasconde allo sguardo. Dio è colui che rapendoti il cuore, si offre a te sempre nuovo e lontano, Dio della promessa e delle cose sperate. Il Dio di Gesù Cristo è inseparabilmente il Dio rivelato e nascosto, absconditus in revelatione - revelatus in absconditate! Perciò, la rivelazione non è ideologia, visione totale, ma parola che schiude i sentieri abissali dell’eterno Silenzio. E perciò la fede nel “già” del primo avvento è inseparabile dall’attesa del “non ancora”, quando il Figlio tornerà nella gloria e giungeranno a pieno compimento le promesse di Dio.
Questa intuizione è presente fin dalle origini della fede cristiana, che riconosce ben presto il Cristo come “il Verbo procedente dal Silenzio” (Sant’Ignazio di Antiochia, Ad Magnesios, 8). Essa permane nella tradizione della fede, specialmente nella testimonianza dei mistici. San Giovanni della Croce in una delle sue Sentenze d’amore dice: “Il Padre pronunciò la Parola in un eterno silenzio, ed è in silenzio che essa deve essere ascoltata dagli uomini”. Credere nella Parola dell’avvento sarà allora lasciare che la Parola ci introduca nei sentieri del Silenzio, ci contagi questo Silenzio e ci apra a dire nello Spirito le parole della vita. Perciò è doveroso non pronunciare mai la Parola, senza prima aver lungamente camminato nei sentieri del Silenzio. Così, la Parola sta fra due silenzi, il Silenzio dell’origine e il Silenzio del destino o della patria, il Padre e lo Spirito Santo. Tra questi due Silenzi - gli “altissima silentia Dei” - è la dimora del Verbo: qui la fede si congiunge sempre di nuovo alla speranza teologale, di cui ha bisogno il cuore di ogni uomo affamato d’amore. La sola speranza affidabile, che vinca l’ingiustizia, la solitudine, l’infedeltà e la morte e risani le ferite dell’anima, è quella fondata nella “libertà donata”, e cioè nel possibile, impossibile amore: impossibile alle sole nostre forze, reso possibile dal dono di Dio. È un poeta, Renzo Barsacchi, a farsene voce singolare, in una lirica scritta guardando all’ultima soglia, illuminata dalla speranza della fede: Portami via per mano ad occhi chiusi senza un addio che mi trattenga ancora tra quanti amai, tra le piccole cose che mi fecero vivo.
Non credevo, Signore, tanto profondo fosse questo sfiorarsi d'ombre, questo lieve alitarsi la vita nello specchio fragile di uno sguardo, né pensavo che il mondo divenisse, abbuiando, così acceso di impensate bellezze [3].

3. Gli scenari della fede: la resurrezione di Cristo e il futuro della promessa di Dio

Consapevoli o meno, tutti abbiamo bisogno di questa speranza più grande, ultima al di là di ogni orizzonte penultimo. La fede cristiana ne riconosce il fondamento nel futuro di Dio, dischiuso all’uomo come patto e promessa nella resurrezione di Cristo dai morti. Nel Crocefisso risorto Dio ha avuto tempo per l’uomo: l’Eterno è uscito dal silenzio perché la nostra storia entrasse nel Silenzio della patria e vi potesse dimorare.
L’incontro dell’umano andare e del divino venire è appunto la speranza della fede. Essa è lotta, agonia, non riposo tranquillo di certezza posseduta. Chi pensa di aver fede senza lottare, non crede. La fede è come l’esperienza di Giacobbe al guado dello Yabbok: Dio è l’assalitore notturno, l’Altro, fuoco divorante. Se l’incontro con Lui fosse soltanto tranquilla ripetizione di gesti sempre uguali e senza passione d’amore, Egli non sarebbe il Dio vivente, ma il “Deus mortuus”, “otiosus”. Perciò Pascal affermava che Cristo sarà in agonia fino alla fine del tempo: questa agonia è l’agonia dei cristiani, la lotta di credere, sperare e amare, la lotta con Dio! Ecco perché il desiderio e la sancta inquietudo, l’inquietudine cioè della ricerca insonne del Mistero santo, abiteranno sempre la speranza della fede: l’aver conosciuto il Signore non esimerà nessuno dal cercare sempre più la luce del Suo Volto, accenderà anzi sempre più la sete dell’attesa.
Il credente è e resta in questo mondo un cercatore di Dio, un mendicante del Cielo, sulle cui labbra risuonerà sempre la struggente invocazione del Salmista: “Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto” (Salmo 27,8s). Davide, l’amato, cerca il volto rivelato e nascosto del suo Dio: volto rivelato, perché non potrebbe essere cercato se in qualche misura non avesse già raggiunto e rapito il suo cuore; e, tuttavia, volto nascosto, perché resta ardente in quello stesso cuore il desiderio della visione.
Nella notte del tempo la sua anima si mostra ancora sempre assetata della luce dell’Eterno. Il volto del Signore vuole essere incessantemente cercato: lo lascia intendere anche il termine ebraico “panim”, “volto”, vocabolo plurale, che dice come il volto sia plurale, continuamente nuovo e diverso, mai uguale a se stesso eppur sempre lo stesso, com’è l’amore di Dio, fedele in eterno e proprio perciò nuovo in ogni stagione del cuore.
In questa incessante ricerca del Volto amato, il credente, riconoscendosi raggiunto, toccato e trasformato dal divino Altro, rivelato e nascosto, vive la propria resa al Signore: che cos’è la speranza della fede, se non il lasciarsi far prigionieri dell’Invisibile? Questo avviene in un incontro sempre nuovo, mai dato per scontato: chi crede non è mai un arrivato, vive da pellegrino in una sorta di conoscenza notturna che sta fra il primo e l’ultimo avvento del Signore, già confortata dalla luce che è venuta a splendere nelle tenebre e tuttavia in una continua ricerca, assetata di aurora. Pellegrino verso la luce, già conosciuta e non ancora pienamente raggiunta, chi crede spera, avanza nella notte, appeso alla Croce del Figlio, vera stella della redenzione. La speranza della fede non è l’assenza di lotta, di agonia, di passione, ma è il vivere perdutamente arresi all’Altro, allo Straniero che invita, al Dio vivente: la fede è scandalo, non risposta tranquilla alle nostre domande, ma, come lo è Cristo, sovversione di ogni nostra domanda, ricerca del suo Volto, desiderato, rivelato e nascosto, e proprio così pace e luce sempre nuove.
Crederemo nel Dio della speranza se saremo sempre cercatori del Suo volto, guidati dalla stella venuta nella notte, Gesù, in un sempre nuovo inizio. Perciò, fede e speranza sono inseparabili. E perciò il credente non è che un povero ateo, che ogni giorno si sforza di cominciare a credere. Se non fosse tale, la sua speranza non sarebbe altro che un dato sociologico, una rassicurazione mondana, una delle tante ideologie che hanno illuso il mondo e determinato l’alienazione dell’uomo. La sua luce resterebbe quella del tramonto: “La terra interamente illuminata risplende di trionfale sventura” (M. Horkheimer - Th. W. Adorno). Diversamente da ogni ideologia, la fede è un continuo convertirsi a Dio, un continuo consegnargli il cuore, e la speranza che da essa nasce è un cominciare ogni giorno, in modo nuovo, a vivere la fatica di amare Dio e il prossimo.
La speranza della fede è aurora di chi sa aprirsi all’oltre e al nuovo del Dio che viene, nello stupore e nell’adorazione. Di qui derivano un duplice no e un duplice sì: il no alla negligenza della fede, ad una fede indolente, statica ed abitudinaria. E ne viene il sì ad una fede interrogante, capace ogni giorno di sperare, consegnandosi perdutamente all’altro, per vivere l’esodo senza ritorno verso il Silenzio di Dio, dischiuso e celato nella Sua Parola.
Quel no raggiunge però anche il non credente tranquillo, incapace di aprirsi alla sfida della speranza fondata nel Mistero, attestato nella presunzione del “come se Dio non ci fosse”: il no va detto anche a questo disimpegno del pensiero, come il sì al mettersi sempre di nuovo in ricerca, in questione, da pellegrini della speranza. Se c’è una differenza da marcare, allora, nella ricerca di speranza che è in fondo la ricerca di Dio, non è anzitutto quella tra credenti e non credenti, ma l’altra tra pensanti e non pensanti, tra uomini e donne che hanno il coraggio di vivere la sofferenza, di continuare a cercare per credere, sperare e amare, e uomini e donne che hanno rinunciato alla lotta e non sanno più accendersi di desiderio e di nostalgia al pensiero dell’ultimo orizzonte e dell’ultima patria. Come afferma Benedetto XVI, “la vera, grande speranza dell'uomo, quella che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio - il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora ‘sino alla fine’” (n. 27).
In questo senso, si comprende perché la conoscenza di Dio è non solo “docta fides”, ma anche “docta spes”, speranza portata al concetto. A testimonianza di questo vorrei richiamare una voce poetica, quella di Ada Negri, nei bellissimi versi intitolati Atto d’amore: Non seppi dirti quant’io t’amo, Dio nel quale credo, Dio che sei la vita vivente, e quella già vissuta e quella ch’è da viver più oltre: oltre i confini dei mondi, e dove non esiste il tempo.
Non seppi; - ma a Te nulla occulto resta di ciò che tace nel profondo. Ogni atto di vita, in me, fu amore. Ed io credetti fosse per l’uomo, o l’opera, o la patria terrena, o i nati dal mio saldo ceppo, o i fior, le piante, i frutti che dal sole hanno sostanza, nutrimento e luce; ma fu amore di Te, che in ogni cosa e creatura sei presente. Ed ora che ad uno ad uno caddero al mio fianco i compagni di strada, e più sommesse si fan le voci della terra, il tuo volto rifulge di splendor più forte, e la tua voce è cantico di gloria.
Or - Dio che sempre amai - t’amo sapendo d’amarti; e l’ineffabile certezza che tutto fu giustizia, anche il dolore, tutto fu bene, anche il mio male, tutto per me Tu fosti e sei, mi fa tremante d’una gioia più grande della morte.
Resta con me, poi che la sera scende sulla mia casa con misericordia d’ombre e di stelle. Ch’io ti porga, al desco umile, il poco pane e l’acqua pura della mia povertà. Resta Tu solo accanto a me tua serva; e, nel silenzio degli esseri, il mio cuore oda Te solo [4].

4. Apprendere a sperare: l’invocazione, il servizio, l’adorazione e l’obbedienza alla Verità

Se c’è allora un dono da chiedere a Dio per tutti, questo è la speranza teologale: una speranza più forte di ogni calcolo, umile e fiduciosa nella promessa del Dio venuto a visitarci per iniziare fra noi il Suo domani per noi. La salvezza in cui possiamo sperare non è semplice emancipazione. È dono. È grazia da accogliere, a cui aprirsi, oltre ogni calcolo e misura: “La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa. Ci dà già ora qualcosa della realtà attesa, e questa realtà presente costituisce per noi una ‘prova’ delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro” (Spe salvi, n. 7).
La speranza non è qualcosa che possiamo creare e gestire con le nostre sole forze: la speranza è Qualcuno che ti viene incontro e ti possiede, Colui per cui vale la pena di vivere e amare e soffrire, radicati e fondati sulle parole della Sua promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,20). La gioia del sentirsi amati dal Dio vivente è testimone dell’affidabilità di questa speranza, anticipo e caparra del suo compimento. Come apprendere a sperare così? Benedetto XVI propone tre vie, capaci di aprirci al dono della speranza che viene a noi: la preghiera; la disponibilità a pagare un prezzo d’amore per realizzare la speranza, soprattutto al servizio di chi soffre; l’obbedienza al giudizio di Dio, misura di verità e di giustizia per ogni scelta e sorgente di senso e di bellezza per il cuore che l’accolga. La preghiera è lo spazio dell’invocazione, in cui - lasciandosi amare da Dio - il cuore si apre alle sorprese del Suo avvento, si fa invocazione, desiderio, attesa. Chi più prega, più spera! Il servizio è la forma concreta dell’esodo da sé senza ritorno, che libera il cuore e lo educa ad amare l’altro, lasciandosi abitare e condurre dal Signore. Il giudizio di Dio è il fuoco di verità che ci apre al Suo futuro e mostra la vuotezza di ogni scelta o calcolo o progetto che sia unicamente secondo le misure dei nostri egoismi e delle nostre paure. Sotto il sole di Dio s’impara ad accogliere il Suo domani lasciando il nostro presente in un esodo sempre nuovo della speranza. Il Papa teologo ci assicura, insomma, che per imparare a sperare, come per imparare ad amare, non basta la sola ragione: occorre mettersi in gioco con tutta la vita.
Scrive Benedetto XVI: “Dio entra veramente nelle cose umane solo se non è soltanto da noi pensato, ma se Egli stesso ci viene incontro e ci parla. Per questo la ragione ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione” (n.
23). Nella speranza che non delude esse si incontrano. Al loro incontro la speranza dà le ali necessarie per volare alto, al servizio della gioia e della libertà di ciascuno e di tutti.
Questa è la speranza di cui il mondo dell’inizio del terzo millennio e tutti noi abbiamo più che mai bisogno per vivere e per costruire il domani, avanzando nella notte e sapendo che c’è un’aurora che ci attende e che già lambisce col suo tocco il cuore di chi spera. A darcene testimonianza in questa struggente invocazione allo Spirito Santo, speranza di Dio in noi, è Edith Stein, Santa Teresa Benedetta della Croce, la pensatrice ebrea divenuta carmelitana e morta ad Auschwitz, martire della barbarie nazista, dove si offrì a Dio per la Chiesa e la sua santa radice, Israele, mai perdendo la speranza, anche nell’ora dell’ultimo silenzio: Chi sei, luce che mi inondi e rischiari la notte del mio cuore? Tu mi guidi come la mano di una madre, ma se mi lasci non saprei fare neanche un passo solo.
Tu sei lo spazio che circonda l’essere mio e lo protegge.
Se mi abbandoni cado nell’abisso del nulla, da cui mi hai chiamato all’essere.
Tu, più vicino a me di me stessa, a me più intimo dell’anima mia - eppure sei intangibile e infrangi le catene di ogni nome: Spirito Santo - Eterno Amore! Sei tu il canto dell’amore e del timore sacro, che risuona eterno intorno al trono di Dio, che sposa in sé il puro suono di tutte le cose? L’armonia che unisce le membra al capo, nella quale ognuno trova beato il senso profondo del proprio essere ed esultando scorre nel suo fluire, Spirito Santo - Giubilo eterno5.
Che cos’è mai questo “canto dell’amore e del timore sacro”, operato in noi dallo Spirito del Risorto, se non il canto dei “prigionieri della speranza” che non delude e non deluderà mai (cf. Zc 9,12), la sola che vince la morte e dona senso alla vita? Quella che nessuna distruzione e morte potrà arrestare nel cuore di chi crede, e credendo ama: la speranza del Dio tre volte santo, la speranza in persona, che è il Figlio fatto carne per noi, Gesù, il Cristo. Conoscere Lui, riceverlo nella grazia della fede e dei sacramenti, pegno di immortalità, adorarlo col più profondo del nostro essere, è realizzare la nostra vocazione più alta: “Il pane è importante, la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte è la fedeltà mai tradita e l’adorazione vera”. A scrivere queste parole è il gesuita Alfred Delp, morto vittima della barbarie nazista in un campo di concentramento: martire per amore della verità, espressa in quella sua frase, egli dimostra con la silenziosa eloquenza della speranza che ha sostenuto il suo sacrificio come solo l’adoratore di Dio possa essere anche fedele fino alla fine, libero della libertà più grande e capace di operare per la giustizia che non delude. E colui che il martire adora col dono totale di sé è la nostra speranza, Lui, che elevato sulla Croce per dare a noi la vita nel tempo e per l’eternità, è la speranza che ha vinto e vincerà la morte: O Crux ave, spes unica, hoc Passionis tempore! Piis adauge gratiam, reisque dele crimina [6].

NOTE

1 C. Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (22 marzo 1950), in Id., Le poesie, Einaudi, Torino 1998, 136.
2 “Obiectum spei est bonum futurum arduum possibile haberi”: Summa Theologica II IIae q. 17 a. 1 c.
3 R. Barsacchi (1924-1996), Le notti di Nicodemo, con introduzione di F. Lanza, Ed. Thule, Palermo 1991, 11.
4 A. Negri, Il dono, in Poesie, Mondadori, Milano 19663, 847s.
5 Edith Stein, La mistica della Croce, Città Nuova, Roma 1991, 73s. 77.
6 “Ave Croce, unica speranza, in questo tempo di passione! Aumenta la grazia nei fedeli e cancella le colpe di chi è reo”: dall’inno Vexilla Regis di Venanzio Fortunato (530-607).

(Chieti, al Clero, 11 Ottobre 2017)