La parola indicibile,

la parola che si perde

María Zambrano

E a chi dirigerò ora, in questo ora disabitato da te, queste parole che solo a te sono destinate, anche se non rivelano alcun segreto, anche se non sono cifra di nessun enigma? – si domanda colui che è rimasto, e permane qui –. E nel momento in cui le pronuncia lo fa già apertamente. E aperte rimangono, in uno spazio dove tutto quanto è disponibile turbina nell'aria. «Quali colombe dal desio chiamate /con l'ali alzate e ferme, al dolce nido/ Vengon per l'aere del voler portate» [1], vanno le parole, a quelli cui ormai non si offre altro che l'estensione. Parole del desiderio irrefrenabile, e per questo condannate a non trovare, forse mai, il proprio nido. Perché non hanno nulla da rivelare a nessuno, nemmeno a colui a cui sono dirette. Parole del nido, che solo in esso, dentro di esso, trovano vita. Il nido in cui si rannicchia il desiderio innocente. Il nido originario, del quale la grotta o la tana che mirano alla difesa, nascondigli per chi sta sulla difensiva, rappresentano l'inferno. Un nido in alto, tra cielo e terra, non imboscato, ma ospitato tra i rami che a loro volta fanno nido, come limite del suo «luogo naturale». Immagine reale di una natura mite e redenta, dove ogni diversità trova la sua concavità, perché il vuoto del mondo è ciò che lo rende abitabile. Nido intero del mondo. E la parola che turbina priva di nido potrebbe trovare nel mondo – se solo il mondo giungesse a farsi nido – il proprio destinatario: là, nel suo nido irraggiungibile. Se la natura fosse davvero il luogo dove, raccolta o in volo, circola la libertà. Se l'intimità non si perdesse nell'estensione. Se la parola non fosse per questo costretta a consumare l'estensione o ad accendersi in essa per non perdere il proprio dentro, il luogo proprio della parola.

NOTA

1 DANTE, La Divina Commedia, Inferno, canto V, vv. 82-84. (In italiano nel testo.)