L'arte della vita

Hans Küng

 

«Io stesso ho sintetizzato una volta la specificità dell'essere cristiano in una breve formula, che da allora mi ha sostenuto lungo una vita di fatiche e gioie, di successi e sofferenze:
Seguendo Gesù Cristo
l'uomo nel mondo d'oggi può
vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano:
nella felicità e nella sventura, nella vita e nella morte
sorretto da Dio e fecondo di aiuto per gli altri»
(Hans Küng, 19 marzo 1928 - 6 aprile 2021)

Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male.
(Prima lettera di san Paolo ai Tessalonicesi, 5, 21 s.)

Un cammino di vita da percorrere con la gioia di vivere, che però non esclude la sofferenza: ma cos'è l'arte di vivere?
Sull'arte di vivere, il savoir vivre, la cultura della vita, è stato scritto moltissimo. L'arte di padroneggiare la vita è un compito che dura tutta la vita. Personalmente, cerco di prendere e affrontare le cose per quello che sono e di trarre da tutte il meglio. Il «take it easy», il «vai tranquillo», tuttavia non è sempre la soluzione corretta. Sono a conoscenza di situazioni in cui mi viene richiesto qualcosa di disagevole, di spiacevole, un sacrificio. L'arte di vivere, l'esperienza della vita e la voglia di vivere non escludono affatto l'«ascesi», l'allenamento, la disciplina. L'arte di vivere dovrebbe presupporre un certo equilibrio interiore tra – per usare le categorie della psicologia junghiana del profondo – introversione ed estroversione, e in un certo senso anche tra l'animus, la componente inconscia «maschile» presente in ogni donna, e l'anima, la componente inconscia «femminile» presente in ogni uomo. Il compito dell'essere umano, di incorporare e coltivare animus e anima nel modo di vivere, si estende anche a qualunque tipo di attività artistica, quindi naturalmente agli stati dell'infatuazione, dell'innamoramento e dell'amore, e così a tutto l'ambito dell'erotismo e della sessualità. Qui è necessario fare delle distinzioni, controllare ogni cosa e tenere la parte buona.

Eros e agape

Molti teologi nel corso delle loro riflessioni sull'amore hanno fatto di tutto, senza riuscirci, per elaborare una differenza, dalla prospettiva di Gesù, tra l'eros concupiscente dei greci e l'agape disinteressato, l'amore che si dona. Io non sono disposto a tracciare un confine così netto tra questi due sentimenti; danneggia tanto l'eros (in latino amor) quanto l'agape (la caritas latina).
Sono contrario alla svalutazione e alla demonizzazione dell'eros. In questo modo l'amore passionale, il sentimento che desidera l'altro, viene limitato al sesso e così, nello stesso tempo, erotismo e sesso vengono degradati. Ambedue sono forze vitali importanti. L'avversione alla corporeità e la repressione della sessualità hanno una lunga storia, che la teologia dei manuali, ignorando i risultati dell'esegesi critica e della storia dei dogmi, evita. Ha i suoi riflessi già in alcune correnti antiche, soprattutto nel manicheismo e nello gnosticismo. Ma fu enormemente facilitata nell'Occidente latino attraverso l'invenzione – a cui abbiamo già accennato – di un peccato originale trasmesso con l'atto sessuale, un concetto che non si trova né nei racconti del paradiso terrestre della Genesi né negli scritti di Paolo né nella teologia greca. Fu il geniale Padre della Chiesa Agostino a trasferirlo – un errore anch'esso geniale – all'intera teologia occidentale, a quella medioevale e, attraverso Lutero, anche a quella riformata. Agostino, che all'inizio era un uomo molto mondano, generò un figlio ad appena diciassette anni, quando era un giovane maestro di retorica, e visse tredici anni in concubinato con la madre del piccolo. Per un certo tempo fu membro «uditore» della setta del manicheismo, che spiega il Male e la sessualità ricorrendo a un principio malvagio. Sulla base della sua esperienza personale dell'enorme potenza della sessualità e del suo passato manicheo, Agostino collega il peccato originale – alla luce di una traduzione e interpretazione errata di un passaggio della lettera di san Paolo ai Romani (5,12) all'atto sessuale e al desiderio «carnale», egoistico, la concupiscenza.
Nella visione di Agostino, quindi, ogni bambino che viene al mondo non è innocente, bensì – a causa appunto dell'istinto sessuale dei suoi genitori – «infettato» fin dall'inizio dal peccato ereditario e destinato alla dannazione, se non viene battezzato in tempo. Di conseguenza, dal suo punto di vista, anche ogni attività sessuale è permessa solo ai fini della procreazione (generatio) e non per il piacere sessuale (delectatio). Ancora papa Giovanni Paolo II era del parere che perfino nell'ambito del matrimonio un uomo possa guardare la moglie in modo «non casto». Non ci si deve meravigliare che una tale ostilità nei confronti dell'eros e del sesso abbia causato un male incommensurabile proprio nella Chiesa e nell'educazione cattolica, e abbia influito al punto da portare alla proibizione della pillola. L'eros viene sospettato perfino laddove non è semplicemente inteso come passione sensuale inquietante, sconvolgente e cieca, ma anche quando rappresenta, come per esempio nel Simposio di Platone, quel desiderio del bello e della conoscenza filosofica che ha radici nell'amicizia, quella forza creativa che permette di elevarsi dal mondo dei sensi a quello delle idee e al bene divino supremo. Ma giustamente molti cattolici si aspettano che la loro Chiesa guardi in modo nuovo alla sessualità, in modo non angosciato, più favorevole all'uomo, e la interpreti come la forza dell'uomo, creato e accettato da Dio, che dona la vita.
Anche Maria, la madre di Gesù, venerata fin dall'inizio nell'Occidente latino, fu considerata macchiata dal peccato ereditario ancora fino al XIII secolo, persino da san Tommaso. Tuttavia in quest'epoca venne attribuita sempre maggiore importanza al culto della Madonna (de Virgine numquam satis – della Vergine non si dirà mai abbastanza) e indubbiamente la venerazione di Maria ha arricchito molto la poesia, l'arte e la musica, che avevano un orientamento maschile, e anche gli usi e i costumi, la cultura delle feste e la religiosità popolare nel suo insieme.
Infine, il teologo francescano Duns Scoto (morto nel 1308) sostenne, contro quanto aveva affermato fino a quel momento l'intera tradizione, una «preredenzione» (praeredemptio) preservante, tale per cui Maria sarebbe stata salvaguardata dal peccato ereditario. Era stata così inventata l'idea della immacolata conceptio, che venne diffusa con tutti i mezzi, non da ultimo attraverso la liturgia. Infine, nel 1854, venne definita come dogma da quel Pio IX che, dopo aver perduto lo Stato della Chiesa, fece proclamare anche i dogmi del primato papale e dell'infallibilità dal concilio Vaticano I (1870). Dopo la definizione del 1854, la teologia morale cattolica ha via via abbandonato la tesi tradizionale secondo la quale la discesa dell'anima nel feto umano era successiva al concepimento. Era questo il pensiero di Aristotele, Tommaso d'Aquino e della scolastica barocca spagnola: una persona non esiste né nella fase vegetativa né in quella sensitiva del feto umano, ma solo in una terza fase, quella guidata dall'anima spirituale. Oggi, al contrario, si sostiene – appunto più in base ad argomenti teologico-dogmatici che non medico-biologici – che anche la cellula-uovo fecondata è già persona, concezione che ha avuto come conseguenza un inasprimento circa la questione dell'aborto.
Così, la Vergine immacolata, in quanto simbolo della castità asessuata, venne distinta da tutte le altre donne, che sono macchiate dal peccato ereditario e gravate dal desiderio sessuale. Allo stesso tempo, la Vergine Maria venne raccomandata ai religiosi, che a partire dall'XI se-colo furono tenuti al celibato, come ideale femminile innocuo per sublimare o spiritualizzare gli impulsi sessuali. In tal modo, culto mariano, papismo e ideologia del celibato si sono sostenuti a vicenda, in particolare a partire dal XIX secolo. Tuttavia, non sono stati accolti in nessuna professione di fede, anzi, il concilio Vaticano II ha cercato di procedere contro gli eccessi del marianismo e del papismo, pur ottenendo soltanto un mezzo successo.
La svalutazione e la demonizzazione dell'eros e del sesso, d'altra parte, hanno come conseguenza un eccessivo innalzamento e sublimazione dell'agape. Quest'ultima (chiamata in modo errato «amore platonico») viene spiritualizzata: l'ideale di un amore o di una passione! L'aspetto vitale, emotivo, affettivo viene escluso. Ma dove l'amore è solo una decisione della volontà, senza rischi del cuore, manca della profondità, del calore, dell'intimità, della tenerezza e della cordialità umane autentiche. Questa «carítas cristiana» può distribuire opere di bene, ma difficilmente diffonde amore.
L'amore ha molte forme: l'amicizia, l'amore dei genitori, dei figli, di fratelli e sorelle, quello per il proprio Paese, il popolo e la patria, fino all'amore per la verità e la libertà, e infine verso il prossimo, il proprio nemico e Dio. Invece della distinzione tra eros e agape per me è fondamentale un'altra differenza: quella tra l'amore egoistico, che cerca solo la propria soddisfazione, e quello che si dona, che cerca anche il bene dell'altro. Chi desidera l'altro può anche, contemporaneamente, donarsi a lui. In amore, desiderio, servizio, gioco e fedeltà non si escludono a vicenda.

La potenza dell'amore

Gesù stesso – per quanto si deduce dai Vangeli sinottici – usa molto di rado i termini «amore» e «amare», nel senso dell'amore verso il proprio simile. Eppure quest'intenzione è sempre presente nel suo annuncio. Ciò significa che per lui l'amore è soprattutto agire. Non si tratta dell'amore inteso in primo luogo come attrazione sentimentale-emotiva, che è impossibile rivolgere a ogni persona, ma dell'amore visto molto più come benevolenza e disponibilità, come «essere per gli altri»; un amore che Gesù incarna in tutti i suoi insegnamenti e con il suo comportamento: quando rinfranca e quando guarisce, nelle sue battaglie e nella sua sofferenza. Dal Nazareno si può imparare ciò che manca all'odierna società dello sgomitare con i suoi molti egoisti. Ci fa sempre molto piacere quando abbiamo la possibilità di provare in prima persona che cosa significa usare riguardo per gli altri e condividere, poter perdonare e pentirsi, praticare indulgenza e rinuncia, prestare soccorso. Nello stesso tempo, Gesù lega l'amore per Dio e l'amore per gli uomini in un'unità indissolubile. L'amore per gli uomini diventa addirittura il criterio di devozione e di comportamento gradito a Dio. Gesù concentra tutti i comandamenti in questo doppio precetto dell'amore verso Dio e verso gli uomini, che aveva una posizione centrale già nella Bibbia ebraica. Con ciò non intende l'«Abbracciatevi, moltitudini! Questo bacio vada al mondo intero» del grande Inno alla gioia di Schiller e Beethoven, ma piuttosto l'amore per il «prossimo». Come indice di misurazione di questo amore pone quello riservato a se stessi: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Un essere vigile, aperto, pronto per il mio simile che ha bisogno di me in questo momento. Questo è il prossimo per Gesù. Non solo chi mi è vicino fin da principio, in famiglia, nella tribù o nella nazione, ma chi è di volta in volta in difficoltà, come l'uomo vittima dei briganti che il «buon samaritano» ha aiutato per puro spirito d'altruismo.
Così inteso, l'amore sembra non conoscere confini. In realtà, secondo Gesù, non dovrebbe assolutamente conoscerne di rigidi e assoluti. Dovrebbe perfino includere i nemici, cosa che Gesù considera la sua massima espressione. Vanno superati i confini rigidi e l'estraniamento tra persone diverse. Ogni uomo può diventare il nostro prossimo, anche un avversario politico o religioso, un rivale, un concorrente, un oppositore o perfino un nemico. Malgrado le differenze e i dissidi: lealtà e simpatia non solo verso i membri di un gruppo sociale o di una stirpe, del proprio popolo, della propria razza o classe, del proprio partito, della propria religione o nazione, escludendo così gli «altri». Gesù predica un'apertura senza confini e il superamento delle delimitazioni deleterie, ovunque s'instaurino.
Questo è il significato della storia dell'odiato samaritano, nemico del popolo, meticcio ed eretico, che Gesù addita provocatoriamente come esempio per i suoi compatrioti: non solo quindi alcune prestazioni straordinarie, opere d'amore, «atti da samaritano», ma l'effettivo superamento dei confini esistenti tra gli uomini — tra ebrei e non ebrei, tra le persone a noi prossime e quelle più lontane, buoni e cattivi, farisei e pubblicani.

L'amore come attuazione dell'etica mondiale

In questo amore si manifesta una grande libertà: tale amore non si orienta più a un comandamento o a un divieto da seguire in modo meccanico, bensì a ciò che la realtà stessa esige e rende possibile. In questo senso aveva ragione Agostino con la sua frase audace che rappresenta una negazione radicale della teologia morale casuistica: «Ama, e fa' ciò che vuoi». L'amore risponde in modo del tutto naturale ai princìpi dell'etica mondiale, vincolanti per tutti gli uomini, e nel contempo li supera, come ha illustrato l'apostolo Paolo nella sua lettera alla comunità di Roma: «... chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo; pieno compimento della legge è l'amore» (Romani 13,8-10). Questo è lo specifico contributo cristiano all'etica mondiale.
Ciò che può in concreto la potenza dell'amore, san Paolo l'ha espresso nella prima lettera alla comunità di Corinto, in un modo che conserva ancor oggi tutto il suo valore:

La carità è paziente,
è benigna la carità;
non è invidiosa la carità, non si vanta,
non si gonfia,
non manca di rispetto,
non cerca il suo interesse, non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell'ingiustizia,
ma si compiace della verità.
Tutto copre,

tutto crede,
tutto spera,
tutto sopporta.
La carità non avrà mai fine.
(1 Corinti 13,4-8)

La potenza dell'amore può davvero cambiare la vita? Alcune semplici antitesi di un autore a me ignoto possono spiegare quanto l'amore, inteso come atteggiamento di fondo, possa essere in grado di cambiare la vita:

Il dovere senza amore rende uggiosi;
il dovere compiuto nell'amore rende equilibrati.
La responsabilità senza amore rende spietati;
la responsabilità esercitata nell'amore rende premurosi.
La giustizia senza amore rende duri;
la giustizia praticata nell'amore rende coscienziosi.
L'educazione senza amore rende contraddittori;
l'educazione praticata nell'amore rende pazienti.

La saggezza senza amore rende scaltri;
la saggezza esercitata nell'amore rende comprensivi.
La gentilezza senza amore rende ipocriti;
la gentilezza esercitata nell'amore rende buoni.
L'ordine senza amore rende meschini.;
l'ordine esercitato nell'amore rende magnanimi.
La competenza senza amore rende prepotenti;
la competenza esercitata nell'amore rende degni di fiducia.
Il potere senza amore rende violenti;
il potere esercitato nell'amore rende disponibili all'aiuto.
L'onore senza amore rende superbi;
l'onore praticato nell'amore rende moderati.
Il possesso senza amore rende avari;
il possesso praticato nell'amore rende generosi.
La fede senza amore rende fanatici;
la fede praticata nell'amore rende tolleranti.

Le indicazioni di un'etica comune dell'umanità, di un'etica mondiale, vengono dunque affermate e abbracciate dall'etica specificatamente cristiana, ma nello stesso tempo radicalizzate e rese universali dal fatto che valgono concretamente per tutti gli uomini, perfino per i nemici. Forse però è più importante tutto ciò che fa sentire il suo influsso nella vita di tutti i giorni. Dal modello fondamentale cristiano, che risplende dai Vangeli attraverso Gesù, si ricavarono e si ricavano, infatti, innumerevoli spunti di riflessione e di azione per tradurre il programma cristiano nella pratica quotidiana. Ci sarebbero innumerevoli esempi di opere e di sofferenza da raccontare, che sono altrettante manifestazioni di amore cristiano. Io, però, sono stato colpito da quattro possibilità concrete che l'etica cristiana invita a scoprire: creare la pace per mezzo della rinuncia ai propri diritti; usare il potere a vantaggio degli altri; consumare con misura; saper educare nel rispetto reciproco. Ecco, brevemente, alcuni spunti di riflessione.

La pace mediante la rinuncia ai propri diritti

Penso al problema della pace e della guerra. Seguo giornalmente gli avvenimenti mondiali attraverso i media. Per decenni è risultato impossibile stabilire la pace nel cuore dell'Europa, nel Vicino e in Estremo Oriente. Perché? «L'altra parte» non vuole, affermavano entrambi i contendenti. Ma il problema ha radici più profonde: nella maggioranza dei casi ambedue le parti in causa fanno valere i loro diritti sugli stessi territori (prima erano il Saarland o i Territori orientali della Germania, oggi è la volta della Palestina e del Kashmir) e sono in grado di fornire motivazioni storiche, economiche, culturali e politiche alle loro pretese. I governi si sentono in dovere, sulla base delle loro Costituzioni, di tutelare e difendere i diritti del proprio Stato. Cliché e pregiudizi alimentati da tempo nei confronti di altri Paesi, popoli e culture favoriscono un'atmosfera di diffidenza e di sospetti collettivi. Così, naturalmente, la spirale di violenza e di risposta a questa non può essere interrotta e la pace non può mai essere stabilita, dato che nessuno capisce perché proprio lui – e non l'altro – debba rinunciare a una posizione di diritto o di potere.
Che cosa mi dice in questo caso il messaggio cristiano? Ovviamente, so che con il Discorso della montagna «non si costruisce uno Stato». Non si possono trarre da quel passo del Vangelo informazioni e proposte dettagliate per risolvere conflitti di confini o da esaminare in conferenze sul disarmo. Però dice qualcosa che i governanti a capo degli Stati non possono tanto facilmente pretendere dai loro popoli, ma che le guide religiose, i vescovi, i teologi e chi si prende cura delle anime possono comunicare anche all'ampio pubblico: che la rinuncia ai propri diritti senza una contropartita non è per forza un'onta, ma può servire alla pace. Andare per due miglia con chi ci ha costretto a percorrerne uno (Matteo 5,41).
Ovviamente la rinuncia ai propri diritti non deve essere una patente d'immunità per esercitare il «diritto del più forte». Il messaggio cristiano non vuole eliminare l'ordinamento giuridico. Ma vuole relativizzare il diritto, per amore degli uomini e della pace. Rappresenta per i politici una sfida a rinunciare in determinati casi a far valere i diritti con la forza, a non ricorrere alla violenza. Dopo la Seconda guerra mondiale alcuni uomini di Stato d'ispirazione cristiana, con il sostegno della Chiesa, l'hanno fatto con successo per la riconciliazione tra Francia e Germania prima, e tra Germania e Polonia nonché Repubblica Ceca in seguito. Anche le idee e la pratica della non violenza del Mahatma Gandhi e di Martin Luther King Jr., che sono riuscite effettivamente a cambiare i rapporti di potere, sono influenzate dal modello di Gesù.
Quello che vale a livello di grande politica, vale anche per le piccole guerre quotidiane. Quando un singolo individuo o un gruppo di persone si ricordano che un punto di vista legale non deve sempre essere fatto valere incondizionatamente e spietatamente, allora rendono possibile la rappacificazione, il perdono e la conciliazione. Così qualche litigio, in famiglia, tra vicini, sul lavoro, in una città, ha potuto essere evitato già sul nascere o almeno appianato in seguito, laddove appunto in ambito giuridico si sia esercitata una concreta umanità tra i singoli e i gruppi, invece dell'interpretazione alla lettera della giustizia, permettendo così la crescita di un'equità più profonda. Fortunatamente da qualche anno si ricorre di nuovo alla mediazione e alla conciliazione, prassi che aiuta a evitare qualche causa giudiziaria. La promessa del Discorso della montagna vale in ogni caso per i «miti»: «Perché essi erediteranno la terra» (Matteo 5,5).

Il potere a vantaggio degli altri

Penso al problema del potere economico, che spesso veniva impiegato in maniera brutale anche prima della crisi economica per abbattere i costi e razionalizzare i posti di lavoro. I datori di lavoro sono in costante conflitto con i sindacati ed entrambi danno la colpa al governo. Sempre più spesso negli ultimi anni si parla di Raubtierkapitalismus, capitalismo feroce, poiché spesso si è usato il potere in modo spietato per i propri interessi particolari: il contrario dell'economia sociale di mercato.
Che cosa può qui il messaggio cristiano? Anche in questo caso so, ovviamente, che gli appelli morali da soli non servono. Il messaggio cristiano non dà informazioni su come, per esempio, ottenere la quadratura del cerchio, avere cioè contemporaneamente piena occupazione, crescita economica, stabilità dei prezzi ed equilibrio dei conti con l'estero. Offerta e domanda, commercio estero e nazionale sembrano obbedire a leggi economiche ferree. Il cosiddetto «darwinismo sociale» (che non deriva da Darwin) insegna che chiunque cerca di sfruttare la competizione concorrenziale a proprio vantaggio.
Ma il messaggio cristiano mi invita a riflettere che con le sole leggi non si raggiunge nulla: che nell'ambito degli inevitabili conflitti d'interesse non è una vergogna né per le banche né per le imprese né per i sindacati non utilizzare tutto il loro potere nei confronti della controparte. L'imprenditore non ha bisogno di scaricare sui consumatori ogni minimo aumento dei costi di produzione; il leader sindacale non deve per forza imporre ogni aumento salariale. Perfino le banche possono, in alcune situazioni ben determinate – non deve trattarsi di una legge generale – usare il loro potere a vantaggio degli altri, in particolare del bene comune. Sì, in casi isolati possono «donare» potere, utili, influenza: «A chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello» (Matteo 5,40).
Il legislatore deve compiere una serie di passi per ricondurre il capitalismo, che negli ultimi anni spesso non ha avuto riguardi, entro limiti ben precisi. Contemporaneamente, è necessario un mutamento di mentalità. Soprattutto i principali responsabili della crisi economica mondiale – banchieri, governatori delle banche centrali, politici e giornalisti – devono riconoscere che dietro l'aumento selvaggio dei mercati finanziari, l'inflazione e la bolla immobiliare c'erano le forze dell'avidità incontrollata e della megalomania economica, che devono essere imbrigliate. L'economia deve assoggettarsi di nuovo alla politica, ed entrambe devono essere sottomettesse all'etica. Questo significa che il denaro non deve più essere visto come il valore supremo. Che «la proprietà obbliga» è già scritto nella Costituzione della Repubblica Federale Tedesca. Il potere economico deve essere usato «nel contempo per il bene della comunità»: per il bene di tutti coloro che sono parte del processo economico (stakeholder) e non solo degli azionisti (shareholder). Un simile messaggio non diventa l'oppio della consolazione, bensì un'indicazione valida ovunque i potenti minacciano di schiacciare gli impotenti, ovunque il potere minaccia di soffocare il diritto.
Quello che vale a livelli macroeconomici vale anche nella dimensione di tutti i giorni. Ogni volta che un singolo individuo o un gruppo si ricordano che l'inevitabile lotta della concorrenza non deve andare a scapito degli uomini e dell'umanità, contribuiscono all'umanizzazione della concorrenza stessa e rendono possibile anche nell'ambito della competizione economica il rispetto reciproco, la stima per i propri simili, la mediazione, la conciliazione. E in questo modo anche la composizione leale dei diversi interessi.
Quest'ultima diventa poi stabile quando nei diversi campi si viene a creare un intreccio talmente stretto di interessi che troncare una delle linee di collegamento arrecherebbe a ogni parte più svantaggi che vantaggi. In un periodo di disoccupazione di massa questo è particolarmente importante. La promessa del Discorso della montagna vale per i «misericordiosi»: «... perché troveranno misericordia» (Matteo 5,7).

Consumo con misura

Penso al problema della crescita economica e alla società del benessere: sulla base di una teoria economica osannata all'unanimità si deve produrre di continuo, affinché si possa di continuo consumare. La parola d'ordine è: consumare sempre di più perché sia possibile espandere al massimo la produzione. Il livello delle esigenze viene così tenuto costantemente più alto di quello già raggiunto dal loro soddisfacimento, stimolando il consumatore con la pubblicità, gli esempi, le figure di riferimento. Il consumo di beni diventa l'indicatore decisivo di una vita di successo. Questo accade in tutto il mondo, non solo in Europa e in America, ma anche per esemplo in India e in Cina, con gravi conseguenze per l'ambiente.
Che cosa mi dice il messaggio cristiano in questa situazione? Sono consapevole che non può offrire alcuna soluzione tecnica per la tutela del clima e dell'ambiente, per la distribuzione razionale dell'acqua e delle materie prime, per la lotta contro i rumori e lo smaltimento dei rifiuti. Non ci dice nemmeno se questa o quell'idea o riforma siano adatte a eliminare il divario abissale tra i ricchi e poveri, tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo. Ma il messaggio cristiano m'insegna a contrastare la pressione del consumismo con la libertà dal consumo. Non ha alcun senso costruire la propria felicità solo sul consumo e sul benessere, che non ci si deve far guidare dalle leggi del prestigio e della concorrenza, e non si dovrebbe partecipare al culto del superfluo. Una delle tante brame del momento non deve soffocare il grande anelito dell'uomo alla felicità eterna.
Le persone che «vogliono trarre il massimo da tutto», quelle che fanno attenzione al rapporto prezzo-prestazione e vogliono sempre trovare qualcosa di meglio, nella maggior parte dei casi non sono felici. Sono più felici gli individui «sobri», quelli che non continuano in eterno a fare paragoni, ma si accontentano di ciò che hanno scelto e mettono in pratica, in questo modo, una sobrietà discreta. Anche questo vale nelle grandi come nelle piccole cose: invece dell'avidità nociva, mantenere la misura. La misura nelle aspirazioni è l'atteggiamento fondamentale della libertà interiore: una modestia superiore e in ultima analisi una pacatezza priva di preoccupazioni, che non si logora nell'ansia del domani, ma pensa all'oggi. Per questi «poveri in spirito» vale la promessa del Discorso della montagna, perché «di essi è il regno dei cieli» (Matteo 5,3).

Educazione nel rispetto reciproco

Penso al problema dell'educazione: dalla rivoluzione culturale del '68, stili e metodi educativi, e le stesse figure educative – genitori, maestri, insegnanti – stanno vivendo una crisi profonda. Si vedono esposti alla critica massiccia e a rimproveri impazienti da destra e da sinistra: troppo conservatori per gli uni, troppo progressisti per gli altri; troppo politicizzati per gli uni, troppo apolitici per gli altri; troppo autoritari per gli uni, troppo permissivi per gli altri. Perplessità e disorientamento dilagano.
Che cosa mi dice in questa situazione il messaggio cristiano? Non fornisce nessuna informazione di tipo pedagogico su come devono essere educati i bambini, su come si deve imparare oggi, su come organizzare al meglio la formazione scolastica e professionale e tradurla in pratica, quale tipo di scuola è il migliore in relazione all'età, come deve cambiare l'educazione per i giovani nella pubertà e nell'adolescenza.
Ma il messaggio cristiano stabilisce qualcosa di decisivo riguardo all'atteggiamento fondamentale che l'educatore deve assumere nei confronti del bambino e questi nei confronti dell'educatore, e anche sul perché è necessario impegnarsi in questo compito, nonostante le delusioni e i fallimenti. L'attività educativa deve essere svolta non per amore del proprio prestigio, della propria reputazione e del proprio interesse personale, ma sempre per amore di coloro che ci sono affidati. Un'educazione sostanzialmente non repressiva, dunque, intesa non come una sottile forma di dominio, ma piuttosto come rispetto reciproco della dignità dell'altro, del bambino come dell'adulto.
I bambini non devono essere considerati «partner» degli educatori, sulla base di un'interpretazione ingenua, romantica dell'educazione, bensì devono essere educati dagli adulti in un faticoso processo quotidiano. Ma i bambini non esistono solo in funzione dell'educatore, né quest'ultimo in funzione degli allievi. Gli educatori non devono dominare come tiranni o addirittura sfruttare i loro bambini, ma d'altro canto questi non devono fare lo stesso con gli insegnanti. Gli educatori non devono imporre la loro volontà ai bambini in modo autoritario, ma nemmeno deve accadere il contrario. Rispetto reciproco della dignità dell'altro nello spirito cristiano significa, per gli educatori, un anticipo spontaneo, incondizionato, di fiducia, bontà e soprattutto amore, quell'amore che non si lascia fuorviare. Per i bambini, l'accettazione fiduciosa dei limiti imposti dagli adulti, in uno spirito di cooperazione e di gratitudine.
Così, anche in una fase di insicurezza e disorientamento, entrambi rendono possibile una vita ricca di senso e contenuto. La promessa di Gesù: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me» (Marco 9,37) è rivolta proprio a coloro che intendono l'educazione in questo senso.

Lealtà nello sport

Anche lo sport fa parte, se non necessariamente della vita, almeno dell'arte di vivere. Essendo una persona che fino a ottant'anni ha praticato regolarmente lo sci alpino, so che sciare sulle Alpi è e rimane – a differenza delle mie nuotate quotidiane – uno sport rischioso, per il quale le persone intelligenti stipulano un'assicurazione speciale. Nello spazio di un secondo possono accadere disgrazie dalle conseguenze fatali: ogni sciatore può raccontare di avventure e cadute, talvolta anche di imprudenze e stupidaggini. Nonostante negli ultimi anni le attrezzature siano notevolmente migliorate, i rischi non sono affatto diminuiti, anzi, è vero il contrario. Gli incidenti più pericolosi sono le collisioni con un altro sciatore, che possono risultare fatali. Perciò, non ci si deve meravigliare che molti chiedano più regole sulle piste, più provvedimenti legali, in alcune circostanze perfino la presenza di una sorta di polizia delle piste.
Ma servirà? Non penso solo allo sci, ma anche ad altri sport, in particolare al calcio: anche il mondo dello sport, così come la società in generale, soffre già di un enorme proliferare di leggi nate sulla scia del professionismo e della commercializzazione di tutto l'ambiente sportivo. Non mancano dunque le leggi e le istanze giuridiche, ma spesso è proprio il non scritto, ciò che appunto non è prescrivibile per legge, a essere deficitario: un'attitudine interiore, l'atteggiamento morale di fondo. Manca un ethos, senza íl quale le norme scritte possono essere aggirate, ignorate, minate. Ethos significa un obbligo che l'uomo si assume volontariamente di rispettare valori vincolanti, criteri sensati e atteggiamenti personali di fondo.
Nel 2005, ad Hannover, in occasione della Giornata delle Chiese evangeliche, ho avuto una discussione costruttiva sullo sport e sull'etica mondiale con i responsabili della Lega calcio tedesca (il presidente, l'allenatore e un giocatore della nazionale e un arbitro). Tutti erano d'accordo: le regole migliori non servono a nulla se le persone non si sentono in dovere di seguirle nel proprio intimo. Proprio lo sport è l'ambito della nostra realtà in cui tutto dipende dal fatto che le regole non siano soltanto «conosciute», ma anche vissute. Quando si parla di «spirito» dello sport s'intende proprio questo: la disponibilità alla correttezza, che include le pari opportunità e la sincerità.
Proprio uno sport di ampia diffusione come il calcio dovrebbe essere la manifestazione più impressionante di correttezza. Il termine fair, accolto nella lingua dello sport dall'inglese, significa semplicemente «perbene», «onesto», «giusto». Il fair play è un comportamento corretto e solidale, conforme alle regole del gioco. Non è un caso che l'espressione «comportamento sportivo» sia diventata proverbiale. Nel frattempo bisognerebbe avviare una nuova riflessione sul significato della parola correttezza in rapporto a ogni singolo partecipante all'evento sportivo: l'agire ragionevole in conformità alle leggi morali non scritte. Scorretto è chi gode di vantaggi che non gli spettano e che, così facendo, lede il patto comune. Negli ultimi anni, il sospetto di corruzione ha colpito giocatori e funzionari, e perfino la categoria arbitrale, il cui comportamento, in precedenza, era stato irreprensibile. Ora è addirittura tutto il sistema calcio – inclusi i tifosi, inclini alla violenza – ad apparire sotto una luce ambigua. Molta fiducia è andata distrutta. Un mondo apparentemente sano è crollato. Ma anche sul ciclismo e altri sport, persino la pallamano, incombe la stessa minaccia.
Come facciamo ad avere un calcio sano, uno sport corretto? Ci vuole molto di più che «l'osservazione delle regole specifiche dello sport indotta mediante la minaccia di sanzioni», come si è espresso nel 1998 il comitato di Costanza per diritto sportivo. Si richiede «una mentalità complessiva, che risponda a principi etici e
– accetti queste regole anche interiormente;

– non voglia ottenere a qualunque costo il successo, pur se questo rappresenta sempre un obiettivo a cui tendere con tutte le forze;
– non veda nell'avversario il nemico che deve essere sconfitto con tutti i mezzi;
– lo rispetti piuttosto come partner nell'ambito della competizione sportiva;
– gli conceda pertanto il diritto alle pari opportunità, al rispetto della sua integrità fisica e della sua dignità umana, indipendentemente dalla nazionalità, dalla razza e dalla provenienza».
Tutto questo può essere inteso come la concretizzazione della regola d'oro: «Non fare agli altri quello che non vuoi venga fatto a te». Un assunto che vale anche tra squadre diverse, tra tifosi avversari e tra le varie nazioni. Vista dalla prospettiva del Discorso della montagna può diventare perfino una regola declinata in positivo: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Matteo 7,12).
Il calcio può fare seriamente concorrenza alla religione, può diventare una religione sostitutiva. Si parla di «culto» del calcio, di «dio calcio». I riti da stadio rivelano alcuni parallelismi con la liturgia: quando uno sportivo bacia una coppa ricorda la consuetudine di baciare le icone. La coppa alzata ricorda l'ostensorio. Ed è fuori di dubbio che migliaia di persone che cantano in coro e scandiscono slogan faccia pensare alle esperienze di comunità parareligiose. L'aspetto decisivo, tuttavia, non .è il fenomeno in sé, ma l'atmosfera generale, che suggerisce al singolo che quella che sta vivendo in quel momento è l'esperienza più straordinaria della sua vita. Ma se il calcio riempie solo il vuoto della testa e del cuore, e dentro non c'è nient'altro, diventa pericoloso per gli uomini. D'altra parte, birra e grappa non sono una medicina, ma stimolano la brama nichilista di violenza.
Con le giuste premesse, la globalizzazione dello sport costituisce un'opportunità. Sono convinto che lo sport offra un'occasione straordinaria per riunire persone di diverse nazioni, culture e religioni. Lo indicano le manifestazioni sportive ben riuscite. Lo sport ha un significato che trascende nazioni, culture e religioni. In questo risiede ancora oggi la forza dell'«ideale olimpico», che nonostante la commercializzazione e il doping non è ancora del tutto logoro e ha una forza altamente simbolica per la comprensione interculturale e interreligiosa.
Le persone si sono accordate su un corpo di regole comportamentali, indipendentemente dalla loro impronta nazionale, culturale e religiosa. Con l'aiuto dello sport s'incontrano, collaborano, imparano a comprendersi: un esempio eccellente di etica mondiale. Nello sport, come in altri campi, non si tratta però solo di rispettare delle «regole», ma di possedere un determinato «spirito» e anche questo riveste una grande importanza culturale, religiosa e politica. Lo spirito della correttezza, delle pari opportunità, della tolleranza, della dignità umana, della partecipazione può essere vissuto da persone di ogni cultura e religione. Non perché così dovrebbero cancellare o smussare i contorni delle rispettive culture e religioni, bensì perché proprio in esse trovano elementi a sostegno di questi ideali. Così, mi batto affinché il calcio e lo sport in generale acquistino una nuova credibilità. Perché ciò avvenga tutti devono offrire il loro contributo: giocatori, atleti, arbitri, funzionari e naturalmente anche il pubblico.

Salute senza mania del salutismo

In ogni occasione, e lo capisco, le persone mi augurano «tanta salute – questo è l'importante!». La salute è davvero la base dell'esistenza e prendersi cura di se stessi fa parte dell'arte di vivere. Ma la salute è davvero la cosa più importante?
Non c'è dubbio che molti individui se la rovinino da sé, conducendo una vita malsana: fumo, alcol, droghe, eccessi di ogni tipo, pigrizia, malessere psichico. Anche se non si rovinano la vita, è probabile che la danneggino e l'abbrevino. Posso risparmiarmi di offrire ricette per il mangiare e dormire sani, per mantenere la linea e il benessere, perché lo fanno già quotidianamente i media.
Indubbiamente, il fatto che mi tenga in forma praticando tutti i giorni un po' di sport, abbia un'alimentazione sana, beva vino con moderazione e conduca in generale una vita regolata ha contribuito a farmi giungere alla mia veneranda età. Ma nello stesso tempo ho sempre avuto chiaro in mente che la salute non è il bene supremo. Se nella vita gira tutto intorno a essa, si finisce per diventare egocentrici. La salute, che l'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce come lo stato di completo benessere fisico, psichico e sociale, non si riesce a ottenere con tutti i mezzi. Il continuo ingurgitare pillole di tutti i tipi difficilmente produce un simile benessere. Perfino il ripetuto ricorso alla chirurgia estetica non è in grado di procurare l'eterna giovinezza. Chissà se in alcuni casi alla psiche tormentata non farebbe meglio una visita alla casa del Signore invece che una seduta in un centro benessere.
Che una sana risata sia la migliore medicina lo indica la biologia moderna: invece degli «ormoni dello stress», adrenalina e cortisolo, il corpo rilascia «ormone della felicità», le endorfine, che rilassano. Per quanto mi riguarda, al ridere può al massimo far concorrenza la musica, che è stata anche definita la più dolce delle medicine. Per controbilanciare tutti gli affanni di questa vita, il cielo avrebbe dato all'uomo tre cose, come disse già Kant: la speranza, il sonno e il riso. La speranza non l'ho mai abbandonata, malgrado tutte le mie difficoltà con la Chiesa. E a casa nostra si sente ridere spesso; in generale abbiamo tutti quanti una vita molto faticosa, ma anche felice.
Quando ho grosse preoccupazioni, però, raramente mi viene concesso di dormire bene, e sono consapevole che non posso restare sano in eterno. Molte promesse di biologi e medici sulla possibilità di prolungare la vita all'infinito sono illusorie. La cura della salute non deve trasformarsi in una religione. Per questo motivo ben venga un medico che si batte contro i sadici della dieta, la smania di salutismo e il culto del fitness a favore della voglia di vivere.
Oggigiorno tuttavia sono sempre meno coloro che credono ai medici come se fossero dei semidèi, sempre meno i medici che hanno paura del loro ordine professionale come di una santa Inquisizione, e anche negli ospedali si evita, dove possibile, di usare con i pazienti la lingua sacra della medicina, zeppa di termini derivanti dal greco e dal latino. Ma ai risparmi forzati della sanità non si piegano spontaneamente né l'industria farmaceutica né i medici e i farmacisti, e nemmeno gli ospedali e i politici.
La cosa più importante rimane comunque il fatto che anche la persona malata, anche il malato terminale, restano in tutto e per tutto esseri umani. Anche se sembra essere concesso solo a pochi, ci sono individui in grado di vivere alquanto felicemente la loro malattia. Altri pesi, come per esempio una colpa grave, espiata o meno, possono essere più difficili da portare della malattia stessa.
Uno dei miei versetti preferiti del Discorso della montagna è: «Non affannatevi dunque per il domani... A ciascun giorno basta la sua pena» (Matteo 6,34). Gesù stesso, pur prendendo sul serio la vita, non era affatto un asceta e, come detto, partecipava alla vita delle persone e alle loro feste; l'insulto che fosse «un mangione e un beone» (Matteo 11,19) potrebbe avere un fondamento storico, anche se si tratta di una calunnia. Leggendario è in ogni caso il racconto giovanneo dell'acqua tramutata in vino alle nozze di Cana in Galilea (Giovanni 2,1-2). Talvolta la cosa giusta potrebbe essere seguire il consiglio che Paolo dà al suo discepolo Timoteo: «Smetti di bere soltanto acqua, ma fa' uso di un po' di vino a causa dello stomaco e delle tue frequenti indisposizioni» (1 Timoteo
5,23).

Ars vivendi

Credenti o no, gli uomini hanno oggi il centro dei loro progetti e delle loro aspirazioni nell'aldiquà. Se vogliono, possono avere una vita più piena, riempiendola con ogni possibile esperienza come nessuna generazione precedente. Così, oggi l'arte di vivere consiste in molti casi nel vivere meglio la nostra vita, nell'avere appunto una vita più piena.
Ma abbiamo davvero una vita piena solo perché possiamo riempirla più facilmente e vivere sempre più in fretta? Le osservazioni che il sociologo Hartmut Rosa ha raccolto nel suo libro sulla società ad alta velocità (Die Beschleunigung. Die Verdnderung der Zeitstruktur in der Moderne, 2005; L'accelerazione. Il mutamento della struttura del tempo nella modernità) mi hanno molto colpito: l'accelerazione tecnica (del trasporto, della comunicazione e della produzione) ha avuto come conseguenza un'accelerazione del mutamento sociale, per esempio delle mode e degli stili estetici, letterari e filosofici. Entrambe queste accelerazioni hanno portato a loro volta a un'accelerazione del ritmo di vita. Noi cerchiamo di fare più cose in un giorno, in una settimana o in una vita: facendole più in fretta, riducendo le pause, i tempi di attesa e i tempi morti, e svolgendo più attività contemporaneamente. Così finiamo per cadere in un circolo vizioso di accelerazione, in cui una dimensione di velocità innesca l'altra. Tutto ciò porta allo stress.
Sono stato sempre consapevole che, nonostante tutta questa accelerazione, non si può realizzare la vita eterna prima della morte, anzi, che questa vita può avere fine da un momento all'altro. Spesso, volgendo lo sguardo all'indietro, alla varietà e molteplicità di esperienze fatte nel corso della mia esistenza, penso di aver vissuto sette vite. Eppure non sono mai stato vittima dell'illusione che vivendo più in fretta e avendo una vita più piena avrei superato la mia finitezza e dato un senso alla mia vita e alla mia morte.
Se, ora che ci avviciniamo alla fine di questo libro, dovessi riassumere in cosa consiste per me personalmente l'arte di vivere, rimanderei a tutto ciò che ho cercato di spiegare nelle pagine scritte finora:
– la fiducia nella vita, mantenuta in tutte le età e le fasi dell'esistenza;
– la gioia di vivere, che ho potuto conservare malgrado tutte le preoccupazioni e le delusioni della vita;
– il cammino della vita, che ho cercato di seguire con costanza e coerenza, nonostante tutte le esigenze e le opposizioni;
– il senso della vita, che ho sempre trovato e realizzato lungo tutta la mia vita di esperienze spirituali, diretta verso un senso più grande;
– il fondamento della vita, da cui io traggo la mia esistenza, quel fondamento dei fondamenti, su cui poggia la mia fede alimentata dalla fiducia;
– la potenza della vita, che in quanto Spirito Santo è origine, mezzo e fine del processo vitale, m'infonde la forza di seguire il mio cammino fino in fondo;
– il modello di vita, che seguo fin dalla mia gioventù e che mi ha sempre rinfrancato;
– la sofferenza della vita, che in corrispondenza a questo modello spero di combattere e nel contempo di superare nel mio intimo.
Nessuno può evitare di invecchiare (cosa che è fisicamente sempre più faticosa). Ma la nostra generazione dispone di molti mezzi per alleviare il peso degli anni. Non ci si deve arrabbiare di dover mettere gli occhiali, l'apparecchio acustico, una protesi o qualsiasi altro aggeggio, ma accettare tutto ciò come un'evoluzione ovvia. I risultati della medicina e della farmacologia aiutano le persone anziane, così come le migliorate condizioni abitative e la possibilità di viaggiare. Ma nonostante tutti gli ausili e i medicinali, con il passare degli anni i nostri organi diventano più deboli e il nostro corpo non ci serve più come negli anni precedenti. Soprattutto l'ossatura, sottoposta a quotidiani strapazzi, mostra debolezze nei punti nevralgici e a volte duole.
«Rinuncia con grazia alle cose della vita» consiglia la teologa luterana Elisabeth Moltmann-Wendel nel libro omonimo del 2008, in cui parla con comprensione di che cosa significa invecchiare. Abbiamo camminato «dritti» per tanto tempo. Perché non chiedere una sedia e sedersi, adesso che stare in piedi è faticoso? Perché non sdraiarsi, quando non si può stare alzati e quando ci si può rilassare, «lasciarsi andare»? Perché non parlare delle nostre esperienze, delle tante cose represse, delle ferite mai del tutto rimarginate? Ho provato io stesso quanto possa essere liberatorio e quanto bene faccia rielaborare le proprie «memorie» e metterle per iscritto. Porterò a termine, dopo La mia battaglia per la libertà e Umstrittene Wahrheit (Una verità controversa), anche il terzo volume di memorie, che ho già cominciato a scrivere? Ho dei dubbi, ma prendo la vita come viene.

Ars moriendi

Tutto è andato diversamente da come pensavo. Come molti miei contemporanei, grazie ai progressi enormi nel campo dell'igiene e della medicina, ho avuto in dono la possibilità di vivere molto più a lungo di chi mi ha preceduto. Mi sono già incamminato sulla strada del mio nono decennio. Per quanto, ancora? Più divento vecchio, più mi interesso a che la mia vita abbia una fine degna. Dell'ars vivendi, l'arte di vivere, fa parte anche l'ars moriendi, l'arte di morire, se me ne verrà dato il tempo.
Da quando, negli anni Cinquanta, mio fratello morì a ventitré anni, soffocato dall'acqua che gli aveva riempito i polmoni, dopo mesi di sofferenze per un tumore al cervello, so che io non voglio morire così. Da quando Hans Mayer, famoso docente di letteratura a Tubinga, si è lasciato morire di fame a novantaquattro anni, so che Dio non vorrà per me una morte simile. Da quando Walter Jens, mio caro collega e amico, vegeta – per quanto curato e assistito nel migliore dei modi – in preda alla demenza senile, spesso piangendo, gridando e dibattendosi, ho compreso che non devo assolutamente perdere il momento di decidere personalmente come e quando morire (un diritto che anche lui un tempo ha sostenuto insieme a me). Come desidero morire, dunque?
Mors certa, hora incerta, la morte è certa, l'ora della dipartita no. Quando, dove e come finirà la nostra vita, non ci è dato saperlo. Da giovane, come ho accennato, pensavo di essere destinato a morire presto. E, spesso, quando finivo un libro, provavo una grande gratitudine: che bello che abbia potuto finirlo, mi dicevo. Durante la stesura dell'opera, raramente pensavo che avrei dovuto per forza finirla. Il mio punto di vista è sempre stato: come viene, viene. Non coltivo nostalgie del passato, non mi concedo la malinconia tipica della vecchiaia. Non mi aggrappo alla giovinezza. Chi tiene presente la morte ogni giorno ha meno paura di morire. Alla domanda: «Come desidera morire?», che spesso mi viene rivolta nelle interviste, nella maggior parte dei casi rispondevo sorridendo: «In viaggio di lavoro!». E ora aggiungo: «Comunque non in un ospizio».
Sono convintissimo di essere responsabile fino all'ultimo respiro della vita che Dio mi ha donato. È rimessa alla mia responsabilità e non a quella un medico, di un prete o un giudice. Per questo, nel 1995, nel libro che ho pubblicato con Walter Jens, Della dignità del morire, ho scritto un Discorso a favore della responsabilità personale e nel 2009 l'ho rafforzato mediante venti tesi, che non ho bisogno qui di riassumere. Io, che credo nella vita eterna, non ho bisogno di trascinare all'infinito la mia vita su questa terra.
Anche questo per me fa parte dell'arte del morire. Quando sarà l'ora, è lecito che io, se ne sarò in grado, decida da me il momento e il modo di morire, e del resto si dovrà tener conto del mio testamento biologico. Che il Parlamento tedesco, nel giugno 2009, abbia stabilito la validità del suddetto «testamento» per i medici e per chi assiste i malati, mi ha confermato nella mia idea.
Per tutti questi anni, malgrado le delusioni, sono. sempre riuscito a mantenere quella fiducia che ho appreso al seno di mia madre e ho posto a fondamento della mia esistenza già durante il primo anno di vita, e che ho confermato come fiducia provata superando tutte le oppressioni e le delusioni, le inimicizie e le contestazioni che ho vissuto. Ma, mi chiedo, riuscirò a conservarla fino alla fine? Non lo so. Nessuno lo sa. Dai tempi di Agostino si parla di perseverantia – tener duro, resistere fino alla fine – come di una «grazia» speciale: la gratia perseverantiae
Spero che mi venga donata, questa grazia speciale, di mantenere la fiducia fino alla fine, quella fiducia da cui dipende in fin dei conti tutto ciò che ho raggiunto nella mia vita, i successi ma anche i fallimenti. Se mi dovesse essere concessa, mi piacerebbe morire con consapevolezza e prendere congedo in maniera degna dell'uomo. Con tutte le cose a posto. Nella gratitudine, nell'attesa e in preghiera.
E se dovessi essermi sbagliato e non entrassi nella vita eterna di Dio, ma nel nulla? Allora avrei comunque condotto, l'ho detto spesso, una vita migliore e più sensata che non senza questa speranza.
«Tutto qui?» ha detto una volta lo scrittore berlinese Kurt Tucholsky, che nel 1935 si è tolto la vita dalla disperazione per il successo ottenuto dal nazional-socialismo. «Se dovessi morire adesso, direi: "Tutto qui? Non ho capito tanto bene". E: "C'era un po' di rumore".»
Ma io non la penso così. Non era ancora tutto qui. Voglio «capirla bene» la mia vita, vedere finalmente dal principio il tappeto della mia vita, con tutta la sua trama intricata di fili e colori. Tutti gli enigmi risolti, tutto compreso, tutto alle spalle. E niente più rumore, tutto calmo, lieto, pieno. Questa, è la mia speranza di una vita eterna, una vita infine compiuta, in pace e armonia, nell'amore durevole e nella felicità duratura. Prima vale però quello che il grande Agostino ha detto all'inizio delle sue Confessioni: «Inquietum est cor nostrum, donec requiescat in Te, Domine – Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».

(FONTE: Ciò che credo, Rizzoli 2010, pp. 285-316)