"E persino dalla sofferenza

si può attingere forza”

Etty Hillesum e la sofferenza

 

Come per i temi finora trattati, questo è solo un "florilegio" soprattutto dal Diario, dove ricorre la parola e il tema della sofferenza, certamente un'esperienza "di pelle e di cuore" per Etty, in mezzo a un campo allestito per uno sterminio, o per avviare allo sterminio. A confronto con la sofferenza, anche personale, per la sua stessa vita, ma soprattutto degli altri, Etty ha delle parole illuminanti che qui cerchiamo di evidenziare, pur senza un costrutto di "cammino vitale" da ricostruire. Sono appunto stimoli, osservazioni, intuizioni che sono venuti alla luce nella frequentazione del Diario; e i titoli sono solamente indicativi, e nell'insieme non esprimono appunto il cammino percorso da Etty, ma potrebbero esserlo per noi, se essi hanno un senso. Abbiamo fatto una ricerca sul Diario e sulle Lettere attraverso questa parola, ma non abbiamo cercato la parola "dolore", che potrebbe ancora offrire ulteriori scavi.


LA REALTÀ DELLA SOFFERENZA

Certamente di questi tempi c'è tanta sofferenza e dal 10 maggio abbiamo perso così tanti cari, ma questo è totalmente diverso: non ha niente a che vedere con i giorni tumultuosi che stiamo vivendo; qui un intero mondo di sapere e conoscenza è crollato all'improvviso e senza far rumore. Si riesce a malapena a capire come sia potuto succedere: su di me questo ha avuto un effetto più devastante di tutta la guerra. Anzi, è una sorta di lugubre simbolo della guerra stessa, della distruzione della cultura.

Esiste una questione femminile, c'è davvero una complessa questione femminile: abbiamo dato inizio a un'epoca pesante, noi donne in apparenza emancipate, e sono curiosa di vedere dove ci porterà questa strada. Oltre a essere curiosa, quasi scientificamente fredda e oggettiva, il problema lo avverto anche, allo stesso tempo, in maniera soggettiva, assolutamente non fredda e non scientifica, anzi piena di sofferenza e lotta. Non riesco a separare le due cose in me. A volte credo che la situazione ideale sarà raggiunta quando vivrò in modo soltanto oggettivo e nel momento in cui non dovrò più soffrire per tutto, ma in me i due stati sono inscindibili. Non posso neppure permettere che il mio sviluppo intellettuale scavalchi quello spirituale: i due devono andare di pari passo, e in realtà sono molto grata che debba essere così. In ultima istanza traggo tutto il mio sapere oggettivo dalle mie esperienze soggettive e forse è proprio quella la base più solida e affidabile per la conoscenza umana, benché sia anche la più “dolorosa”.

PSICOLOGIA DELLA SOFFERENZA

D'un tratto il collo curvo su questa superficie nera, sotto il peso dei pensieri. Sarò mai capace di scrivere tutto?
Ieri ho pensato questo: c'è una grossa differenza tra il piacere sensuale che si prova nel cercare la sofferenza e l'accettazione della sofferenza in quanto tale. Il primo è un masochismo malato, la seconda, in realtà, è una salutare accettazione della vita. Non c'è neanche bisogno di cercarla, la sofferenza, ma là dove essa ci si impone, non dobbiamo tentare di evitarla. E ci si impone a ogni passo, eppure la vita è bella. Si soffre di più giocando a nascondino con il dolore e maledicendolo. Naturalmente ho pensato tutto questo in un modo molto diverso, ma lasciatemi avere almeno il coraggio di scrivere alcune incerte parole, che forse un giorno si tramuteranno in altrettanti appendiabiti imperfetti ai quali potrò infine attaccare dei pensieri più maturi.
E un po' più tardi, durante il giorno, leggendo Suarès m'imbatto in quanto segue: “Il dolore non è il luogo del nostro desiderio, bensì il luogo della nostra certezza... Non ritengo si debba fare della sofferenza un segno d'elezione. Bisogna piuttosto fare tutto il possibile per liberarsene. Ma bisogna conoscerla. Il vero uomo non è il signore della sua sofferenza, né tanto meno colui che la rifugge o che ne è schiavo: dev'essere il redentore della sofferenza”.

Già, giovane donna, tu con le tue grandi parole sulla sofferenza. Adesso si abbatte su di te sotto un'altra forma, e anche questo va accettato. Fa un male terribile. Ma devi imparare bene a distinguere tra il sentirsi rifiutata come donna e il provare un desiderio vero e grande; tra un attacco di semplice isteria primaverile, che potrebbe essere sfogata su chiunque, e un sentimento che si rivolge a quest'uomo e a nessun altro. Improvvisamente penso di essere ancora tanto piccola, giovane e infantile.
E di nuovo sono stata catapultata in una caotica indistinzione. La sofferenza, con la “S” maiuscola, deve sorgere proprio da quel caos e purificarsi di tutte le sue ignobili sottoparti: anche questa fase dovrà ausklingen, “smorzarsi”.
Mentre lui è impegnato a trasformarsi in una specie di santo, il mio desiderio cresce, generando in me un senso di catastrofe e disperazione. Si sistemerà tutto. Non sono ancora una donna “adulta”. Oggi pomeriggio, piena di fervore, ho fatto la paternale a questa bimbetta, sul fatto che la vita è un lento processo di crescita e che bisogna essere pazienti.

ACCETTARE LA SOFFERENZA

“Bisogna accettare la sofferenza, bisogna accettarla di buon grado e attingerne vita. Dall'esperienza, dalla vita, dal dolore, dalla dedizione, dal matrimonio si crea nuova vita”.

“Arrabbiarsi ed essere scontenti non è produttivo; soffrire davvero per qualcosa è produttivo, e precisamente perché nella scontentezza, nell'arrabbiarsi c'è una passività attiva, mentre nella vera sofferenza c'è un'attività passiva. La passività attiva della scontentezza consiste nella resistenza, nella rivolta con cui ci opponiamo a qualcosa di irrevocabile, per cui le restanti energie della persona si paralizzano. L'attività passiva nel caso della vera sofferenza consiste nel nostro accettare e sopportare qualcosa di irrevocabile, e proprio così si liberano nuove forze”.

Una volta, sulle scale dell'università, Hans du Puis mi ha detto: “Sei una persona davvero radiosa”. Credo sinceramente che potrei esserlo, potrei anche dare un po' di forza alla vita degli altri ed essere davvero felice, perché anche l'autentica felicità è un traguardo: essere davvero felice dentro, accettare il mondo di Dio e goderne senza voltare le spalle a tutta la sofferenza che vi regna. È una così triste orda, l'umanità oggi: tanto poco felice di vivere, nel vero senso della parola, e tanto poco radiosa.

NARRARE LA SOFFERENZA

Voglio continuare a vivere pienamente. Voglio diventare il cronista di tanti fatti di questo tempo (al piano di sotto lamenti e urla, papà grida: vattene allora, e sbatte le porte; anche questo va digerito e d'un tratto piango, dunque non sono ancora così oggettiva; la vita è proprio impossibile in questa casa, ma coraggio, andiamo avanti); sì, un cronista, dicevo. Io noto che alla mia sofferenza personale si accompagna sempre una curiosità oggettiva, un interesse appassionato per tutto ciò che riguarda questo mondo, i suoi uomini, i moti della mia anima. A volte credo che sia questo il mio compito: chiarire nella mia testa, e col tempo descrivere, tutto ciò che accade intorno a me. Povera testa e povero cuore, quante cose vi toccherà digerire! Ricca testa e ricco cuore, avete però una bella vita! Già non piango più. Ma ho la testa che gira in modo terribile. Qui è un inferno. Per rappresentarlo, dovrei saper scrivere già molto bene. In ogni caso, io vengo da questo caos, ed è mio compito portarmi più in alto. S. lo chiama “costruire con nobile materiale”, quel tesoro.

Strano, eh? A volte è tutto così limpido e cristallino in me, ma quando poi lo scrivo, ne viene fuori un disastro. È una forma di sofferenza anche dover lottare per conquistarsi una forma in mezzo al caos che regna dentro; non riesco ancora ad affrontarlo; anche se poi è l'unica cosa che mi darebbe soddisfazione nella vita, non un marito o un figlio, lo avverto con sempre maggiore forza. Ma forse è facile dire che l'uomo non è lo scopo ultimo, quando si vive fianco a fianco con un uomo, anche se poi non rappresenta l'essenziale della mia vita.
Che strano bisogno è quello degli uomini di soffrire? Per poter giustificare la propria esistenza. Non c'è nulla di straordinario nell'apprezzare la vita, quando si ha una vita buona.
Eppure qualcosa non va in me: non voglio un uomo, non voglio figli, perché non oserei mai prendermi la responsabilità di un'altra vita - la responsabilità di me stessa mi costa già tutte le energie - e perché temo la sofferenza, la tristezza e la solitudine che scaturiscono da un così piccolo consorzio umano.
Credo poi di essere estremamente egocentrica, e che nessuno possa vivermi accanto. E ho anche un profondo bisogno di tenerezza, comprensione e calore, e di una persona tutta per me; ma al tempo stesso non credo che esista. E lo trovo anche troppo restrittivo, nel mio caso. Ma perché continuare a speculare? È tutto già qui, nella vita, così com'è. Eppure c'è qualcosa di strano in tutto questo. Il sogno e la realtà: problema eterno. La bolla di vetro del sogno che si rompe al contatto con la realtà. Con tutte le energie che a volte sento in me, c'è anche un'enorme fragilità che teme ogni minimo contatto.
Ciò a cui dovrò tendere adesso, e che voglio anche scrivere qui, sono le piccole cose quotidiane, concrete, i singoli gesti. Continuo a parlare della “vita”, della “sofferenza”, della “persona”. Un forte sentimento universalizzante. Le piccole cose, i gesti colti all'improvviso, osservati e studiati con pazienza e amore, ancora non riescono a esprimersi, ecc. - ecco cosa intendo con “richieste eccessive”.

Faccio esperienza delle persone e anche della loro sofferenza. E da quell'esperienza, forse, un giorno si faranno strada a fatica le parole che dovrò dire, e che sgorgano da una sorgente talmente vera che dovranno trovare la loro via. Saranno forse parole molto impacciate, ma vorranno essere dette.

IMPARARE DALLA SOFFERANZA

La cosa più deprimente è sapere che quasi mai, nelle persone con cui lavoro, l'orizzonte interiore si amplia in seguito alle sofferenze che quest'epoca infligge. Non soffrono neppure in profondità. Odiano, e sono ciecamente ottimisti se si tratta della loro piccola persona, e sono ancora ambiziosi per il loro piccolo impiego; è una gran porcheria e ci sono dei momenti in cui mi perdo completamente d'animo e vorrei abbandonare la testa sulla macchina da scrivere e dire: non posso più andare avanti così. Ma poi vado avanti, e imparo sempre qualcosa sugli uomini.

PREGARE NELLA SOFFERENZA

E c'è anche questo: “Oh, Signore, ho detto che prenderò su di me la sofferenza che verrà”. Sembra quasi che io voglia scegliermela, la mia sofferenza, come se dichiarassi: “Sì, questa sofferenza l'accetto, invece quest'altra no”. Ma i problemi e la concreta sofferenza che provengono dalla mia relazione con gli “antenati” o, per dirla in maniera più ponderata, con il caos del mio “patrimonio ereditario”, sono parti integranti dello stesso fenomeno? E questo è qualcosa che non voglio, mi ribello. Di nuovo ci sono stati alcuni momenti in cui ho detestato la vita e non vedevo alcuna via d'uscita, l'esistenza mi si parava davanti come un'infinita via crucis.
Ma affronterò qualsiasi cosa mi tocchi in sorte - ecc. ecc. Nel momento in cui un pensiero simile mi coglie, mi appare suggestivo e potente, e riesco a trovare le parole poetiche che mi sembrano adatte a esprimerlo, ma poi, quando provo a mettere quel pensiero nero su bianco, le parole non ci sono più.

Nei momenti in cui le sensazioni di malessere mi minacciano seriamente, mi pongo di regola la domanda: sei davvero convinta quando dici di voler prendere sul serio la vita? Sei davvero ispirata quando, nei momenti positivi, dici: Ho fiducia in Dio, voglio fare della mia vita qualcosa di buono, accetto tutta la sofferenza che arriverà, ma lo pensi sul serio, se poi ti lasci andare ogni volta che sei depressa?
Però ultimamente non mi lascio più andare. Mi sto esercitando a vivere in maniera più salda, a fare in modo che la distanza tra gli alti e i bassi diminuisca. Devo attivare tutte le mie forze, e tenerle attive, ma al tempo stesso continuare a sognare. Dev'essere possibile unire le due cose. In passato ho buttato via tanti giorni solo per puro malessere. Mi sono anche viziata; mi abbandonavo alla lettura di libri sul divano, al sonno e al sogno, finché non arrivava un momento di rinnovata energia, in cui mi ripromettevo di fare di tutto.

Sono le dieci e mezzo. Sono rimasto inginocchiato fino adesso davanti alla mia seggiola e ho pregato con grande fervore nel profondo dell'animo. Ho implorato protezione e aiuto per tutte le povere creature traboccanti di paura, interiormente impreparate, che trascorrono le ultime ore nel loro rifugio. Sì, e siccome condivido la loro sofferenza, il mio cuore è così pesante e così pieno di amore, vorrei accoglierli tutti in me

GESTIRE LA SOFFERENZA

In più, la Sofferenza non è grave per una persona, ma le cose che vi si affastellano attorno la rendono così meschina e infantile. E non fare soffrire gli altri solo perché ti trovi a soffrire tu: non essere così piccola e infantile!

Già, sulla “sofferenza”: mi sta andando fin troppo bene in questo momento per poter scrivere questa parola con tanta disinvoltura.

Due ore fa pensavo che questa situazione mi avrebbe lacerata, non sapevo come uscirne, e adesso invece respiro di nuovo liberamente. Nei miei occhi sono in attesa ancora molte lacrime, e la testa è affaticata come se fossi uscita da una grave malattia; ho ancora una strana sensazione addosso, mi sento “trafitta dalla sofferenza”, per usare un'espressione forte, e sul cuore resta un peso enorme, ma si vive di nuovo. Ho ricominciato a vivere nel momento in cui sono corsa al telefono e ho chiesto: Stammi un po' a sentire, non è che per caso mi ritieni una persona priva di gusto?

Ieri mi sono di nuovo chiesta se io non sia davvero “fuori dal mondo”, perché tutte quelle misure mi toccano così poco, personalmente, anche se in effetti non mi illudo, neanche per un momento, circa la gravità di tutta questa situazione. Ma a volte riesco a considerare una misura come qualcosa che fa impressione per via della sua singolarità storica; ogni nuovo regolamento trova subito, per così dire, il suo posto nel nostro secolo, e io riesco a vederlo dal punto di vista di un secolo successivo. E la sofferenza, tutta la sofferenza umana, e l'odio e la lotta?
All'improvviso ieri ho pensato questo: la sofferenza ci sarà sempre e non è davvero importante se si soffre vuoi per l'una vuoi per l'altra ragione. È come con l'amore. Deve riguardare sempre meno l'oggetto, se vuole essere vero amore. A volte si può soffrire forse di più per un gatto investito che per una città rasa al suolo dai bombardamenti con una quantità indicibile di vittime. Non si tratta dell'oggetto, ma della sofferenza in sé, dell'amore, delle grandi emozioni e della qualità di queste emozioni. E i grandi sentimenti, quei toni elementari e segreti, diventano sempre più brucianti (“toni brucianti” non è male!) e ogni secolo alimenta il fuoco con sostanze diverse, ma ciò che conta è il calore del fuoco e non le sostanze usate. E che si tratti di stelle gialle e campi di concentramento e terrore e guerra, è una questione di secondaria importanza. E non mi sento certo meno combattiva per via di pensieri del genere, perché certezza morale e indignazione morale appartengono anch'esse ai “grandi sentimenti”. Ma l'indignazione morale genuina deve essere racchiusa entro un'ampia cornice umana che si allarghi agli accadimenti mondiali, e non sia un odio personale, che spesso usa gli eventi attorno a noi come scuse per fomentare piccole irritazioni private, anche forse rancori di anni addietro, sostanze velenose mai rielaborate.

Arrabbiarsi ed essere scontenti non è produttivo; soffrire davvero per qualcosa è produttivo, e precisamente perché nella scontentezza, nell'arrabbiarsi c'è una passività attiva, mentre nella vera sofferenza c'è un'attività passiva. La passività attiva della scontentezza consiste nella resistenza, nella rivolta con cui ci opponiamo a qualcosa di irrevocabile, per cui le restanti energie della persona si paralizzano. L'attività passiva nel caso della vera sofferenza consiste nel nostro accettare e sopportare qualcosa di irrevocabile, e proprio così si liberano nuove forze.

Per tanti, la peggior sofferenza è la totale impreparazione interiore, per cui crollano miseramente già prima di aver visto un campo di lavoro. Secondo loro, la nostra catastrofe è completa e definitiva. L'inferno di Dante è davvero un'operetta frivola al confronto. “Questo è l'inferno”: così aveva detto lui poco tempo fa, molto semplicemente e molto oggettivamente. Certe volte la mia testa si sente urlare, mugghiare, e fischiare intorno, e i cieli si stendono così bassi e minacciosi sopra di me. Eppure, di tanto in tanto, riaffiora quell'umore leggero e come danzante che non m'abbandona veramente mai e che non è umorismo macabro, perlomeno non credo. Col passare del tempo mi sono pian piano preparata a questi momenti, ora posso continuare a vivere indisturbata guardando con occhio limpido alle cose. In questi ultimi anni non mi sono solo occupata di belle lettere, alla mia scrivania.
E queste cose potranno ora compensare un anno e mezzo, che è stato come un'intera vita di dolore e di distruzione: sono cresciute dentro di me e io con loro, sono diventate una perenne riserva che mi aiuterà a vivere senza stentare troppo.

LA MATURAZIONE NELLA SOFFERENZA

So già che, fra molti anni, sarò grata per tutto quello che è maturato dentro di me attraverso la sofferenza per lui, perché è solo grazie a lui che le forze creative, latenti in profondità, hanno cominciato a dare segni di vita. E benché sappia che in futuro gliene sarò grata, e che lo sarò anche per il fatto che lui mi ha lasciato andar via, devo prima soffrirne. E d'un tratto mi stupisco non poco nel vedere scorrere di continuo dalla mia penna la parola “soffrire”. La mia vita non merita affatto quella parola.

Un po' di sofferenza non è poi così grave, ragazzina mia, fa parte della vita e se non impari a soffrire in questa maniera, non puoi neanche essere così felice come talvolta, anzi spesso, sei. Non puoi neanche fissarti ossessivamente su quell'unico uomo, perdere il tuo senso di prospettiva mettendo quell'uomo, ingrandito a dismisura, al centro della tua esistenza.

L'improvvisa visione cosmica di Liesl: una serata con Chianti bianco in una stanza appartata, quattro persone - due donne e due uomini - e il Vangelo di Giovanni.
E non è forse questa l'unica via giusta? Vivere e soffrire intensamente e perdersi in questo pezzo di vita, giorno dopo giorno, pur restando sempre rivolti con lo spirito ai vasti orizzonti che giacciono dietro i giorni e gli anni. E avere sin d'ora, almeno a tratti, un senso di purificazione, quello che forse avremo quando, dopo anni, maturi e cambiati, guarderemo indietro a questi tempi. Vivere così, completamente, con ogni battito del cuore, in questo ricco e intimo presente pur sapendo sempre che ampie e infinite sono le strade verso gli anni a venire, verso terre lontane e, anche verso il cielo. Ieri era tutto così in equilibrio dentro di me, e io ero in pace con ogni cosa, con Hertha, con l'atteggiamento di lui nei confronti di Hertha, con tutta la sofferenza che dovrà arrivare e che io non percepivo più come sofferenza. Forse perché ieri ero tanto legata a lui e sentivo la possibilità, anche in lui, di un sempre più stretto legame?

E siccome ho tutto alle spalle, a volte posso far luce sulle vostre esperienze, sulla vostra sofferenza riguardo a cose per le quali la mia stessa sofferenza è già passata” ha detto riflessivo. “D'altro canto, posso aiutarvi ancora di più non prendendo le cose con drammaticità come fate voi, altrimenti finirei per "agitarmi" interiormente, insieme a voi”. E così via; non posso proprio rendere tutto il discorso, sono cento dettagli e c'è quell'eterno sfondo grandioso. Non sarebbe male se adesso mi mettessi finalmente al lavoro.

Ci priviamo della sofferenza finale e la allontaniamo da noi con le parole. Il russo sopporta fino alla fine e, se non soccombe, diventa sempre più forte. Il resto, quello che non vogliamo sopportare, lo formuliamo a parole, parole sulla sofferenza, sulla bellezza e per questo motivo risultiamo più produttivi circa i frutti dell'intelletto. Per il momento mi fermo qui, ci tornerò sopra per chiarirlo a me stessa.

La sofferenza non è al di sotto della dignità umana. Cioè: si può soffrire in modo degno, o indegno dell'uomo. Voglio dire: la maggior parte degli occidentali non capisce l'arte del dolore, e così vive ossessionata da mille paure. E la vita che vive la gente adesso non è più una vera vita, fatta com'è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione. Dio mio, tutto questo si può capire benissimo: ma se una vita simile viene tolta, viene tolto poi molto? Si deve accettare la morte, anche quella più atroce, come parte della vita.

IL SILENZIO NELLA SOFFERENZA

Sulle cose ultime e gravi della vita e della sofferenza non si può parlare, la voce non ce la fa. Comprendo tutto di te e con te condivido ogni peso, e ho di nuovo ringraziato Dio che ci sia nella mia vita una persona come te. Devi aver cura della tua salute: se vuoi aiutare Dio, questo è il tuo primo, sacrosanto dovere. Una persona come te, una delle poche ancora in grado di dare autentico ricetto a un po' di vita, di sofferenza e di Dio - i più hanno già da tempo rinunciato, e per loro «vita», «sofferenza» e «Dio» sono solo parole vuote - ha il sacrosanto dovere di mantenere il più possibile in buona salute il proprio corpo, la propria «casa terrena», per poter offrire ospitalità a Dio quanto più a lungo possibile. La fine è ancora lontana. Anch'io avrò buona cura di me. Ho tante energie. Puoi prenderle tutte, e in me ne sorgeranno di nuove. Ti voglio un bene immenso, la mia anima vuole un bene immenso alla tua anima. Di tanto in tanto la mia anima vorrebbe coricarsi accanto alla tua anima. A poco a poco non ha più nulla a che fare con il desiderio che una donna può provare per un uomo. A volte vorrei poter distendere il mio corpo nudo, così come Dio l'ha creato, accanto al tuo corpo nudo, così come Dio ti ha creato - e in questo modo avrei solo la sensazione che la mia anima potrebbe distendersi accanto alla tua.