La scuola di fronte alle sfide attuali

La scuola di fronte

alle sfide attuali

Verso una scuola educatrice e creatrice di cultura


Pascual Chávez Villanueva[1]

 

Il dramma dell’umanità odierna è la frattura tra educazione e cultura, in genere, e fra scuola ed educazione in particolare. Ho voluto iniziare questo tema parafrasando una celebre frase di Paolo VI (EN 20), perché mi permette di impostare adeguatamente il problema della scuola e la sua necessaria soluzione attraverso l’integrazione dell’educazione nella cultura - sia quella propria come quella universale - e della scuola nell’educazione. Solo così l’educazione sarà pienamente umanizzante - com’è la cultura - e solo così la scuola potrà convertirsi in promotrice e creatrice di cultura, che è uno dei suoi scopi. È questo ciò che intendiamo quando parliamo della conversione ad una scuola educatrice e creatrice di cultura.
La pressante insistenza degli ultimi tre papi, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, di non ridurre l’Unione Europea a un grande mercato di beni, ma a uno scambio di beni culturali e spirituali, sembra echeggiare quello che giustamente riconosceva più di trenta anni fa il Direttore dell’UNESCO inaugurando il “Decennio Mondiale dello Sviluppo Culturale”:
«Lungo i decenni scorsi ci siamo resi conto che, quando si presenta come obbiettivo una crescita economica in divorzio con l’ambiente culturale, si producono gravi squilibri tanto economici come culturali e si indebolisce notevolmente il potenziale creativo di un popolo. Se lo sviluppo tende all’essere di più e allo star meglio di ciascuno e di tutti, deve basarsi sullo sviluppo più intenso delle risorse sia umane come materiali di ogni comunità, attraverso la libera espressione dei talenti e degli interessi di tutti i suoi membri. Ciò significa che, in ultima analisi, devono ricercare le loro priorità, le loro motivazioni e le loro finalità nella cultura» (Parigi, 21 gennaio 1988).
Se questo era il quadro sociale d’allora, adesso è diventato ancora più drammatico appunto perché l’economia è stata eretta a valore supremo al quale restano sottomesse la politica e la società, e al quale si sacrifica l’uomo dando come risultato una cultura del profitto, del successo personale, dell’egoismo, incurante degli altri specialmente dei più poveri, e quindi dello scarto sociale, perché in un tale contesto la scuola viene obbligata a impostarsi come centro di comunicazione di saperi, di tecnologia e scienza, al servizio della crescita economica. Tutto questo rende più urgente che mai la riflessione sul tema della scuola.

La scuola

A parte le complesse problematiche del contesto socio-culturale e quelle derivanti da un quadro socio-politico piuttosto deteriorato, per suo conto la scuola (di qualsiasi tipo) si trova oggi a far fronte a problemi strutturali e culturali specifici, che si vanno sommando senza soluzione da qualche tempo: ad esempio la scolarizzazione di massa, l’adeguazione della cultura e delle procedure ai tempi e ai bisogni della popolazione scolastica, il rapporto con la produzione sociale; l’incidenza delle nuove tecnologie informatiche; il regime di concorrenza cui è sottoposta dal potere economico-sociale, dall’opinione pubblica e dalle altre agenzie sociali di formazione, ecc.
A fronte di tale orizzonte problematico si è presa coscienza della fine dello ‘scuolacentrismo’ formativo, ma allo stesso tempo si è riaperto il dibattito sul necessario o meno ‘ridimensionamento’ dei fini e delle funzioni della scuola (sono essi di pura istruzione o formazione delle intelligenze, o anche di educazione e di socializzazione?) e sullo ‘specifico scolastico’ in una società complessa e differenziata qual è quella in cui abbiamo a vivere e ad operare in questo inizio del terzo millennio.

Tornare alle origini dell’educazione
La scuola è, o almeno dovrebbe essere, il luogo in cui l’educazione si realizza attraverso la trasmissione di un patrimonio culturale elaborato dalla tradizione, mediante lo studio e la for­mazione di una coscienza critica. Nella nostra società, però, è l’idea stessa di educazione a essere messa in discussione, supponendo un orizzonte condiviso di valori che oggi non esiste più. Si esalta la libertà dell’individuo di determinare in piena autonomia il proprio cammino, di rielaborare la propria identità fino al caso limite della scelta del proprio genere senza doversi confrontare con uno standard prestabilito di “normalità”. In un clima culturale in cui il confronto con la realtà si sfrangia in una miriade di prospettive diverse e contraddittorie, assumendo la forma di un grande gioco a sfondo estetico, come potrebbe una qualsiasi istituzione - la famiglia e, a maggior ragione, la scuola - pretendere di imporre un modello univoco di verità e di dedurne dei fini valoriali da proporre a tutti?
Un secondo punto è rappresentato da quella che uno studioso francese, Christian Lavai, ha definito “l’ideologia della professionalizzazione”, coltivata da alcune grandi istituzioni sovranazionali che svolgono un ruolo strategico in vari campi. Nei documenti di questi centri di elaborazione e irradiazione anche di cultura pedagogica, la nozione di educazione viene riduttivamente assorbita entro il triangolo scuola-formazione-professione. L’educazione che la scuola impartisce, in particolare, avrebbe senso solo in quanto utile ai processi economici e produttivi. Non è un caso che nei documenti internazionali si parli dell’uomo in termini di risorse umane o di capitale umano e che a proposito della scuola si ricorra alla nozione di school effectiveness [efficacia della scuola]. Con questa espressione si intende un modello scolastico legittimato dalla capacità di restare al passo con i cambiamenti economici, tecnologici e produttivi e, di conseguenza, rispetto alla spendibilità pratica degli apprendimenti.
Essi, a loro volta, vengono definiti soprattutto dal livello di padronanza delle competenze e dunque finalizzati alla capacità di risolvere problemi, più che alla promozione di una crescita personale. Alla concezione tradizionale di un sapere disinteressato, volto alla scoperta della realtà e del suo significato, viene contrapposto un apprendimento capace di confrontarsi con l’immediatezza di bisogni pratici. Di qui una quasi ossessiva attenzione per individuare metodi di valutazione sempre più sofisticati, fino a identificare la valutazione stessa con una misurazione.
Si determina in tal modo una convergenza oggettiva tra una ragione che rinuncia a misurarsi con la ricerca di un fondamento e una tecnologia sempre più potente e sempre più autogiustificatrice. Sia per l’una che per l’altra è inutile e fuorviante spendere tempo nell’educazione di una interiorità capace di interrogarsi sul senso della vita e della morte. La prima responsabilità dell’educazione sembra essere ormai diventata quella di dare istruzioni su “come fare a”, anziché quella di far comprendere i modi che le culture e le tradizioni hanno costruito per dare ordine e senso ai diversi saperi, aiutando così il giovane a costruire la sua risposta alla domanda di significato.
La finalità del processo educativo, a questo punto, rischia di ridursi ad “apprendere ad apprendere”. La convinzione diffusa è che educare non significhi più trasmettere un sapere, proporre contenuti, valori, visioni del mondo, esperienze significative, ma addestrare gli alunni a muoversi agilmente nella complessità, utilizzando tutto senza mai impegnarsi veramente con nulla. Di conseguenza l’insegnante non è più un “maestro” capace di far comprendere le tante sfaccettature di una problematica generale, ma soltanto un allenatore, un trainer, la cui funzione è di far acquisire ai giovani delle competenze ben localizzabili, intese come abilità ristrutturabili e plasmabili in vista dell’acquisizione di altre informazioni. Ma gli educatori non possono essere considerati semplici facilitatori; hanno un ruolo e un compito ben più ampio e importante: presentare, attraverso le diverse discipline, riferimenti simbolici e modelli di comportamento che possano essere significativi per la vita reale dei giovani. Serio è dunque il problema quando gli insegnanti non sanno più perché dovrebbero insegnare quello che insegnano e molti studenti non sanno più perché dovrebbero studiare quello che studiano, in modo particolare quelle materie che non sono considerate immediatamente utili. Come osservava Weber in La scienza come professione: «[…] per l’uomo non ha nessun valore ciò che egli non è capace di fare con passione».
Viviamo in una società opulenta, le cui difficoltà dipendono, non dalla penuria, ma dall’eccesso delle opportunità, degli stimoli, dei messaggi. La complessità delle esperienze è per la persona una ricchezza, ma anche una sfida. La costringe a una continua opera di rielaborazione dei dati, dei messaggi, delle suggestioni, che la pressano da tutte le parti, allo scopo di farli rientrare in una visione complessiva e il più possibile unitaria del suo mondo. Ma ciò è possibile finché la pressione si mantiene entro certi limiti. L’aumento esponenziale delle sollecitazioni, a cui il mondo esterno sottopone l’individuo, alla fine lo travolge. Ed egli rinunzia a discernere e selezionare i diversi stimoli, integrandoli in un quadro coerente. Finisce per affastellare alla rinfusa esperienze, pensieri, stati d’animo, senza essere in grado di darne una valutazione critica e di farne una gerarchia. Piuttosto che raccoglierli dentro di sé, ordinandoli, non riesce a far altro che abbandonarsi indiscriminatamente al loro flusso caotico. In questo modo, però, non soltanto la sua visione della realtà, ma anche la sua identità interiore si frantuma, ed egli diventa, pirandellianamente, “uno, nessuno, centomila”. Da qui nasce un profondo senso di insicurezza, una profonda crisi d’identità degli uomini e delle donne del nostro tempo. Lo rivelano la crescente difficoltà delle persone a fare delle scelte coerenti, la loro incapacità di aderire senza riserve a un ideale, il loro rifiuto delle posizioni dai contorni troppo netti. Lo rivelano la tendenza del singolo a vivere senza drammi nella contraddizione, la sua ripugnanza a rinunziare a una qualsiasi delle possibilità che gli si presentano, la vertigine di essere tutto e l’angoscia di non essere niente. Lo rivela, in ultima istanza, la perdita, da parte del soggetto, di un centro interiore, che gli consenta di ricomporre e articolare in modo coerente la molteplicità frammentaria delle proprie esperienze e di progettare sensatamente la propria storia. L’educazione, infatti, è un’opera che si compie innanzitutto nell’intimo della persona e tramite la quale essa, stimolata e accompagnata dall’esterno, assume una forma dinamica e coerente con i valori riconosciuti e accolti.
È con tutto questo che oggi il compito educativo della scuola deve misurarsi. E proprio nella vocazione culturale che costituisce la sua specificità essa può trovare gli strumenti per rispondere a questa crisi della persona. Perché essa - a partire dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria superiore e (sia pure con diverse modalità) all’università - ha un approccio che privilegia il logos, dove questo termine indica non solo la parola, non solo la ragione, ma anche l’unità che deriva dal mettere in relazione i diversi. Ed è proprio in forza di questo ultimo significato che gli altri due acquistano il loro pieno significato, quello, cioè, di una parola che raccoglie e unifica i diversi aspetti della vita interiore della persona, e di una razionalità che collega i molteplici aspetti del mondo e le diverse esperienze della vita facendone scaturire il significato.[2] Ecco perché diventa necessario tornare alle origini dell’educazione per capirla meglio, anche nel suo sviluppo.

Il rapporto educazione - cultura

Intimamente vincolate al progresso umano, l’educazione e la cultura non si colgono se non nel loro vicendevole rapporto. Qui consideriamo l’educazione nel suo rapporto con la cultura, intesa nella sua duplice dimensione, individuale e sociale; si tratta cioè della crescita delle persone, così come del modo tipico di essere delle società umane.
Nessuna società può sussistere senza una forma, almeno rudimentale, di educazione, grazie alla quale si trasmettono alle giovani generazioni i valori, le conoscenze e la percezione di un destino comune. Un passo di uno dei grandi antropologi della cultura illustrava già questo plasticamente:
«Si prenda un uovo di formica di ciascun sesso: uova non covate, fresche. Si distruggano tutti gli altri individui e tutte le altre uova della specie. Si presti qualche cura a questo paio per quanto si riferisce al caldo, l’umidità, la protezione e l’alimento. Tutta la ‘società’ delle formiche, con tutte le sue abilità, poteri, realizzazioni e attività della specie, sarà riprodotta, e riprodotta senza diminuzione, in una generazione. Invece collocate su un’isola deserta o in un terreno recintato duecento bimbi nella migliore condizione fisica, della classe più alta e della nazione più civilizzata, date loro la necessaria incubazione e nutrizione; isolateli totalmente dalla loro specie e che cosa otterremo? La civiltà da cui furono strappati? Una decima parte della medesima? No! Nemmeno una frazione dei risultati ottenuti dalla più arretrata tribù selvaggia. Solo un paio o una legione di muti, senza arte né conoscenze, senza fuoco, senza ordine, senza religione. La civiltà rimarrebbe cancellata all’interno di quei confini; non disintegrata, e nemmeno ferita nel vivo, ma cancellata con un colpo di spugna. L’ereditarietà salva per la formica tutto ciò che essa possiede, di generazione in generazione. Ma l’ereditarietà non mantiene, e non ha mantenuto perché non può mantenerla, una sola particella della civiltà, che è l’unica cosa specificamente umana».[3]
L’educazione informale si realizza in primo luogo nella famiglia e poi nell’iniziazione progressiva alle attività comunitarie: rapporti di parentela e di vicinato, apprendistati diversi, partecipazione al lavoro, alle feste, alle celebrazioni, al culto religioso. Il bambino acquisisce qui la sua lingua e le sue conoscenze, gli usi, credenze, tradizioni, comportamenti e regole sociali indispensabili alla sua integrazione nel gruppo.
Col progresso delle società, l’educazione andò sviluppandosi come una funzione specifica, affidata a gruppi o istituzioni particolari: la scuola elementare, media e superiore, l’università, che avevano il compito di continuare questo processo di inculturazione o integrazione degli individui nella loro rispettiva società, nello stesso tempo in cui assimilavano il progresso dell’umanità. L’educazione formale, quella vincolata ai sistemi educativi delle diverse nazioni, ha infatti il compito di preservare il patrimonio prezioso del passato per rispondere alle sfide del presente e preparare il futuro.

Cultura greco-latina ed educazione
Fondamentalmente il modello educativo delle società moderne ha le sue origini nella cultura greco-latina e giudeo-cristiana. Bene o male, questo modello scolastico ha contrassegnato l’Occidente, così come tutti i Paesi che hanno accolto la modernizzazione economica, politica, sociale ed educativa. Nel bene perché ha favorito l’unità della famiglia umana, nel male perché, sacrificando le culture proprie dei popoli, ha portato alla confusione dell’unità con l’uniformità. In onore della ‘civilizzazione’ si sacrificò l’inculturazione e si impose la ‘transculturazione’ o trasferimento egemonico di una cultura ad un’altra, talvolta cancellando questa! Quante fra le guerre, i conflitti e i disturbi politici in corso hanno la loro origine in questo tentativo di privare popoli e nazioni della loro identità culturale!
È vero che le tradizioni culturali della Cina, dell’India, dell’Egitto, hanno anche prodotto forme pedagogiche ammirevoli a cui può ancora ispirarsi il nostro mondo, ma i loro metodi educativi non hanno conosciuto né la sistematizzazione né l’irradiazione universale del modello greco-romano diffuso dall’Occidente.
L’ideale greco di educazione proponeva un umanesimo, vale a dire, una ragione di vivere degna dell’uomo. Questa pedagogia originale, chiamata ‘paideia’, aveva come cardine la formazione dell’uomo integrale: corpo, anima, immaginazione, ragione, carattere, spirito. Il giovane si sviluppava mediante la ginnastica, la musica, la danza, le matematiche, la grammatica, la lettura, le lettere, le scienze, la retorica, l’arte, la filosofia. La familiarità coi grandi autori offriva modelli di coraggio, di nobiltà, e i giovani si iniziavano in questo modo all’imitazione degli eroi. Occorre notare soprattutto che il genio ellenistico creò tutte le discipline intellettuali, pratiche ed artistiche, di cui vivono tuttora i nostri sistemi educativi: grammatica, matematica, geometria, storia, teatro, scultura, musica, diritto, retorica, filosofia, scienze politiche, medicina, fisica.
Seguendo i greci, i romani si convertirono in propagatori di una pedagogia umanistica legata alla cultura classica: Cicerone traduceva ‘paideia’ con ‘humanitas’, il fatto di diventare pienamente uomo.

La pedagogia cristiana delle origini
La diffusione del cristianesimo in tutto l’Impero Romano provocò una nuova sintesi culturale, in cui i valori classici si integrarono e si arricchirono con una visione cristiana del mondo e del destino umano. Questi valori si incentrano su una certa filosofia della persona umana e del suo destino trascendente, su un ideale di famiglia e del bene comune, su una concezione del lavoro e del rapporto con la natura, su una visione dell’economia e della politica, su un’idea della propria nazione e dei suoi rapporti col resto del mondo. È in questo contesto che nacquero i diritti dell’uomo, la democrazia, la scienza moderna, lo Stato rappresentativo, l’esplorazione e lo sfruttamento della terra, il diritto universale.
Se volessimo descrivere brevemente i valori tipici apportati da questo modello di educazione alla cultura dell’uomo moderno, dovremmo riconoscere i seguenti elementi: la visione propria della felicità dell’uomo visto nell’economia divina, il rispetto per lo spirito e per la libertà, il gusto della creazione e del superamento, la razionalità di fronte ad un universo da conoscere e da sfruttare, il bisogno di intraprendere e di distinguersi, la ricerca dell’eccellere, il senso della competizione e dell’emulazione, la preoccupazione per la città e per i diritti umani, l’attitudine a servire il bene comune mediante un lavoro competente, una concezione della persona creata ad immagine di Dio e chiamata ad un destino eterno. L’educazione classica raggiungeva il suo obiettivo quando i giovani si convincevano, come dice Pascal, che “l’uomo supera infinitamente l’uomo”.

Verso un nuovo modello culturale ed educativo
Per una specie di paradosso, è stato proprio il successo dell’educazione classica che ha portato al suo disorientamento, giacché questa pedagogia favorì quel prodigioso sviluppo delle conoscenze che condusse alla rivoluzione tecnologica e alla nascita dello spirito moderno. Oggi all’educazione costa fatica definirsi, in una cultura contrassegnata, da allora, dal pluralismo delle convinzioni e dei comportamenti, dalla caducità e dalla sostituzione rapida delle conoscenze, dalla socializzazione dei beni culturali, dalla scolarizzazione generalizzata e dall’università di massa, dal ruolo dominante dei mezzi di comunicazione sociale nella cultura moderna, dallo sviluppo del settore quaternario che privilegia l’innovazione costante e la ricerca. Nulla di strano quindi che la scuola e l’università tradizionali siano realmente in crisi di fronte ad un mondo in cambio profondissimo e accelerato che difficilmente accetta le élites e le gerarchie prestabilite.
La sociologia dell’educazione si è dimostrata attenta a questi problemi per misurarne la gravità e la complessità. Ma da sola è incapace a dare loro soluzioni soddisfacenti. E allo stato attuale delle riflessioni pedagogiche e filosofiche vale la pena sottolineare alcuni orientamenti fondamentali:
Oggi più che mai importa ridefinire gli obiettivi dell’educazione. La tradizione bimillenaria dell’educazione classica e cristiana offre una risposta sempre valida affermando che obiettivo dell’educazione è la formazione di uno spirito capace di giudicare con libertà. È una contraddizione pedagogica ridurre la scuola ad un semplice mezzo di riproduzione ideologica o semplicemente alla formazione tecnica richiesta dal sistema economico. Pur senza negare gli obiettivi pratici dell’educazione, la sua finalità più elevata, che è di ordine umanistico, cioè collaborare col giovane nella difficile arte di imparare ad essere persona, esige una ferma rivendicazione.
Occorre perseguire un delicato equilibrio tra la formazione personale dello studente e la sua informazione enciclopedica. Il prodigioso sviluppo delle conoscenze in tutti i campi rende ora impossibile un’assimilazione sintetica di tutto il sapere. Nella cultura moderna d’ora in poi occorre imparare a vivere con un immenso margine di non-sapere: quei vasti settori delle scienze riservati agli esperti di discipline sempre più specializzate. Si impone, di conseguenza, uno sforzo comune affinché si percepisca e si affermi la finalità umanistica ed etica del sapere che si comunica. La scuola si sforzerà, da parte sua, di far comprendere che la conoscenza è ancora più importante del sapere, poiché è l’unica che porta alla responsabilità morale e alla sapienza.
La famiglia, come primo ambiente educativo, e gli insegnanti di professione conservano tutto il loro posto nella società moderna. Col pretesto di una razionalizzazione politica, economica, non si può, senza cadere in contraddizione, mobilitare la scuola per farne uno strumento di potere, di manipolazione economica, di riproduzione sociale, ideologica. L’esperienza dimostra che nessun progetto educativo può ottenere successo senza la partecipazione delle famiglie, degli insegnanti competenti e delle forze vive di una cultura. In una nazione, la politica dell’educazione è chiamata anzitutto a favorire l’uguaglianza di opportunità nei riguardi dell’istruzione a tutti i livelli, mettendo le risorse dello Stato al servizio del sistema educativo. Il ruolo di stimolare, di animare e di coordinare i compiti educativi spetta allo Stato, ma la missione di educare e di istruire appartiene alla comunità umana, alle famiglie, alla scuola, alle università, a tutte le istituzioni culturali che formano l’ambiente educativo propriamente detto.
Anche se occorre difendere la prospettiva umanistica dell’educazione, bisogna riconoscere che la scuola del passato ha potuto favorire, più o meno consapevolmente, un individualismo che poco si preoccupava delle responsabilità degli insegnanti e degli studenti di fronte al cambio sociale. Si impone una revisione nelle culture, che ora valorizzano – almeno nell’intenzione – la solidarietà e l’aspirazione di tutti allo sviluppo e alla giustizia. Se la formazione umanistica delle persone conserva tutta la sua validità, occorre pure accentuare, molto di più che nel passato, la funzione sociale dell’educazione. Le società tradizionali si rappresentavano il mondo come qualcosa di relativamente statico, in cui i rapporti tra le classi sociali e tra i popoli si coglievano come un dato praticamente immutabile. Uno dei cambi più profondi della nostra epoca è la convinzione crescente che le società si possono effettivamente cambiare mediante uno sforzo umano accomunato. È questo il senso dell’interdipendenza che oggi viviamo e che si traduce nell’attuale processo di globalizzazione. Ciò richiede un’educazione alla responsabilità sociale, in senso civico e politico, inteso nel senso più ampio della parola, di costruttori della città. Questo aspetto dell’educazione si carica di un’urgenza particolare in un mondo in cerca di giustizia e di partecipazione universale alla cultura. L’educazione, d’ora in avanti, si concepisce come un servizio all’individuo, certo; ma anche come un fattore di sviluppo e di promozione per l’insieme della società.
La capacità di analisi sociale e culturale, quindi, è parte integrante di ogni formazione umana. La formazione al discernimento culturale è una necessità, se si vuole evitare l’indeterminazione etica e la perdita di identità. Così si assicura, come contropartita del punto precedente, la crescente valorizzazione dell’identità culturale di ogni popolo. In altri tempi l’ambiente e le istituzioni stabili aiutavano gli individui a situarsi nel cuore di una cultura. Adesso la responsabilità è diventata in gran parte personale. L’educazione classica insegnava ad analizzare le grandi opere letterarie del passato; l’educazione moderna, senza trascurare questa attitudine, deve preparare gli studenti ad analizzare le culture vive, i loro valori dominanti, le loro evoluzioni, il loro impatto sulle mentalità e sui comportamenti. Oggi educare significa insegnare alla persona ad auto-educarsi senza sosta in un ambiente culturale fluido ed in costante evoluzione. Di qui la necessità dell’educazione permanente, che è diventata un’esigenza ineludibile per le culture in cambio.
Nella società moderna il pluralismo culturale pone problemi nuovi e difficili ai responsabili dell’educazione. Una soluzione di falsa razionalità induce certi governi ad una politica educativa che semplicemente prescinde dalle convinzioni religiose e morali delle famiglie, relegando questi valori alla sfera del privato. Questo significa dimenticare il diritto primario che hanno le famiglie di trasmettere ai loro figli le proprie credenze ed eredità spirituali. In nome dello stesso pluralismo si rivendica attualmente un’altra soluzione: quella di diversificare i servizi offerti alla popolazione, tenendo conto delle convinzioni della famiglia e delle risorse disponibili da parte dello Stato. Una politica educativa rispettosa del pluralismo culturale, pertanto, riserverà un luogo legittimo all’insegnamento religioso e alla formazione morale. È questa una delle concretizzazioni più perfette della ‘libertà di educazione’.
Come si vede, la gestione di un sistema educativo moderno pone alla società problemi amministrativi molto complessi; ma la sfida maggiore è quella di ordine culturale.

Il rapporto scuola - educazione

Nel corso della sua lunga storia, la scuola come istituzione rare volte ha dovuto vedersela con un insieme così impressionante di convulsioni politiche, sociali, scientifiche e culturali. Partiamo da ciò che è più vicino: i nuovi modi di produzione della cultura. Per secoli la scuola si è identificata con una certa idea della civilizzazione riconoscendo che svolgeva un ruolo civilizzatore proprio. Orbene, questo postulato pare esser crollato nell’attualità, giacché è una nuova cultura quella che ora si produce e si trasmette per mezzo di poderosi rivali extra-universitari che hanno invaso il campo dell’insegnamento, dell’investigazione, della documentazione e dell’informazione. Le scuole devono ancora terminare di scoprire come passare dalla competitività alla cooperazione con questi nuovi agenti di produzione culturale. Pensiamo, per esempio, ai potentissimi mezzi di comunicazione sociale, alle industrie culturali, alle banche-dati, alle comunicazioni via satellite, agli insegnamenti e studi legati all’industria privata e allo Stato.
La principale sfida per la scuola sarà quella di definire il proprio ruolo nello sforzo di modernizzazione delle società. Come riconciliare la crescita economica col progresso in umanesimo? Bisogna essere consapevoli che il duro linguaggio della produttività moderna non si compagina facilmente col discorso umanista. Basterebbe pensare a un teorico del neoliberalismo, come Francis Fukujama e la sua tesi del fine della storia.[4] Gli agenti economici sentono infatti una specie di pudore e di malessere quando sentono dissertare sui valori che reggono la cultura dello spirito. La fredda razionalità del pragmatismo, della redditività, della competitività, non si armonizzano facilmente con la logica del sapere e della ricerca, ma soprattutto con l’educazione umanista. Come si vede, la questione di fondo è quella del ruolo culturale che corrisponde propriamente alla scuola.
Il discorso sulla cultura non è mai stato facile e rare volte è stato affrontato senza vacillamenti e senza riserve, poiché tocca il terreno dello spirito, dell’ideale, dei valori più alti che la scuola rappresenta. Gli avvenimenti stessi si incaricano di rivelare alle società e agli studenti che ciò che è maggiormente in gioco nell’avvenire è il problema della cultura. In effetti, le questioni più urgenti sono anzitutto di ordine etico e culturale, perché riguardano il senso della vita umana, i nuovi modi di procreare, la sperimentazione biologica, la biotecnologia, l’intelligenza artificiale. In questa situazione, avvertiamo appena che i nuovi ritrovati della scienza e della tecnologia non solo stanno cambiando l’interpretazione dell’uomo e della vita, ma che hanno raggiunto addirittura la capacità tecnologica di riprodurre la vita, come è stato dimostrato chiaramente dal successo ottenuto nella determinazione della mappa genetica e nella clonazione. A questi problemi aggiungiamo quelli che si riferiscono alla protezione dell’ambiente, alle nuove povertà, al giusto sviluppo di tutti i gruppi e di tutti i popoli, alla responsabilizzazione dei grandi settori culturali, come i mezzi di comunicazione sociale, e alle nuove sfide che suppongono le migrazioni interetniche in costante aumento. Qui in Italia non è l’eccezione, anzi!
In tale società, in cui entrano in crisi tutte le ideologie e in cui il pragmatismo puro rivela la sua drammatica insufficienza e i suoi effetti destabilizzatori, la scuola deve affermarsi come luogo generatore di cultura, dedita alla ricerca di senso, come centro di libera riflessione ed educazione, indispensabili per la salute culturale di una nazione.
La missione della scuola non è meno necessaria e urgente oggi di ieri. Al contrario! Le società libere non potrebbero sopravvivere e progredire per molto tempo senza la libera ricerca del sapere, senza la creatività che nasce dalla ricerca, senza un approfondimento - fatto da ogni generazione - dei valori permanenti del mondo civilizzato. Questi valori hanno il loro fondamento in una antropologia umanista e spirituale: si chiamano verità, giustizia, diritto, libertà, primato della persona e del suo destino spirituale, senso di solidarietà e del bene comune. Questi valori fondamentali delle società civilizzate non si acquisiscono una volta per tutte. E non possono svilupparsi se non mediante la riflessione, l’educazione e lo studio, che li fanno penetrare nelle coscienze e nelle istituzioni. È questa una delle funzioni più alte della scuola.
Di fronte a questo panorama di sfide è naturale, quindi, che la scuola, almeno in gran parte del mondo occidentale, si sforzi per adattare/accordare piani e programmi, come dimostrano le riforme educative che si stanno realizzando già da anni in molti Paesi. Il contributo di Hannah Arendt è stato proprio quello di far vedere che l’educazione si colloca “fra il passato e il futuro”, fra la stabilità e il cambio, fra la tradizione e l’innovazione.[5] Nonostante ciò, mi pare che più importante di ciò è il cambio globale della scuola, determinato specialmente dalla modifica di due rapporti: il rapporto tra scuola ed educazione, e il rapporto tra scuola e società.

Scuola ed Educazione
Negli anni passati, la famiglia e la scuola coprivano l’arco di tutta l’educazione di un giovane. Non vi era margine per altri influssi educativi o diseducativi. Oggi - come detto sopra - si possono contare altre agenzie educative, a volte con più peso che la stessa famiglia o la scuola.
I mezzi di comunicazione sociale, che sono passati da catene di informazione a vere e proprie reti educative, creatrici di nuova cultura, con tutto ciò che questo implica: fucina di modelli, diffusione di valori, modo di organizzare la vita, di interpretare la realtà, ecc. Data la loro efficienza e continuità, anche se non si presentano con propositi formalmente educativi, hanno, su una personalità in formazione, una percentuale elevata di influenza.
Gli ambienti del tempo libero e le attività di libera scelta, che si sono venuti moltiplicando, e che non sono determinati da un programma scolastico, ma che esercitano anche un influsso sulla costruzione della persona e contribuiscono a plasmarla.
Gli ambienti di socializzazione propri della gioventù, in cui si discute e avviene l’incontro con gli adulti e i compagni, luoghi che si convertono in una specie di “università della vita”, in cui si va elaborando un modo di vedere l’esistenza e delle norme di comportamento.
È questo il primo cambiamento: la nuova distribuzione delle istanze educative. La scuola e la famiglia continuano a svolgere un ruolo importante, ma non sono più le uniche che intervengono nel processo educativo. Esse devono riconoscere che oggi viviamo in un clima di pluralismo di proposte e che, pertanto, devono assumere più di prima il compito di convertire in influssi convergenti proposte e stimoli magari paralleli o divergenti. Di qui la nuova necessità che sperimenta la scuola di non essere semplicemente supermercato dell’informazione, di trasmissione di dati, ma che deve dare forza alla testimonianza e all’elaborazione di quei valori che agglutinano o servono da filtro critico ai molteplici influssi che oggi assediano tutte le persone, specialmente i giovani.

Scuola e Società
Il secondo cambiamento notevole si riferisce al rapporto tra la scuola e la comunità umana in cui essa opera. La scuola non è più proprietà di un gruppo di educatori - religiosi e Stato -, e le famiglie non sono semplici clienti di una impresa educativa a cui affidano i propri figli, esigendo un servizio specifico retribuito direttamente (scuola privata) o indirettamente (scuola statale).
Oggi la scuola si integra sempre più nella dinamica della comunità sociale, e questa partecipa - deve partecipare - con responsabilità alla programmazione e alla gestione. In alcuni posti si è arrivati alla gestione comunitaria della scuola sanzionata dalla legge. Il rapporto tra Scuola e Comunità oggi è marcato da una realtà chiamata partecipazione. Tanto la società come le famiglie non si collocano più fuori dalla scuola. Oggigiorno non si accontentano di provvedere agli allievi. Ora rivendicano il loro diritto a partecipare nell’elaborazione del progetto educativo e delle norme che servono da guida all’educazione.

Futuro della scuola

Non sorprende dunque, anzi, che in simile contesto si deva parlare del futuro della scuola e la scuola del futuro, un tema che è, allo stesso tempo, complesso e difficile, ma anche appassionante e sfidante, perché siamo consapevoli che da qui passa la crescita del nostro Paese – diceva l’On. Valentina Aprea in un suo intervento[6] – «[…] oggi toccato da crisi e pericolo di declino sugli scenari mondiali. Una crisi che rischia di consolidarsi se istruzione e formazione non creeranno una classe dirigente adeguata e capace di confrontarsi con quella degli altri Paesi; se il sistema riproporrà ancora dinamiche socialmente parassitarie, che non hanno ragione di esistere in un mondo ormai globalizzato. Per questo motivo formare professionisti all’altezza delle sfide in una società post industriale competitiva, multiculturale e della conoscenza diventa un must imprescindibile per qualsiasi Paese che voglia crescere; un obiettivo che non può essere conseguito senza innalzare per tutti la qualità dell’istruzione e della formazione posseduta.
Abbiamo bisogno - diceva - di un numero sempre maggiore di studenti che siano all’altezza nei settori culturali e professionali scelti, individuando all’interno di questa platea generazionale: persone che non prosperino in settori professionali protetti e a mandato quasi ereditario (i figli dei medici che fanno i medici, dei giornalisti che fanno i giornalisti, degli avvocati che fanno gli avvocati ecc.), ma che emergano da un confronto leale nel mare aperto della competizione; che superino meglio l’handicap storico della nostra classe dirigente: quello per il quale i suoi appartenenti “non si sporcano le mani” con attività più tecniche e pratiche, isolandosi in una teoria slegata dal concreto. Sarà, dunque, opportuno valorizzare al meglio la lezione della cultura occidentale, secondo la quale sarebbe impossibile praticare téchne (tecnica, tecnologia) senza fare i conti con theoría ed episteme (la scienza) e, ancor di più oggi, con phrónesis (la saggezza). Anche a non volerlo, infatti, queste tre dimensioni starebbero insieme in una professionalità matura, autentica e non semplificata da logiche scompositive ed alienanti. Questo vale il superamento del pregiudizio per cui chi sa non fa e chi fa non sa; chi studia non deve lavorare, fare, operare con le mani e chi lavora, simmetricamente, non deve studiare. Dimostrare, infine, che le due consapevolezze precedenti nascono e trovano la loro stessa condizione di praticabilità all’interno di un’esperienza storica che si è alimentata al patrimonio ideale, pratico e morale della civiltà classica (greco-latina) ed ebraico-cristiana, ci incoraggia, anche e soprattutto oggi, a sperimentare una prospettiva personalista secondo cui c’è davvero istruzione e formazione e vero sviluppo quando si esalta il compimento di ogni persona, nella unicità della sua intelligenza, libertà e responsabilità. In sintesi, e questo dovrebbe valere in particolar modo per le classi dirigenti, la matematica, le scienze e l’informatica dovrebbero essere riconosciute da chi ha studiato non solo come mezzi per perfezionarsi, per rendere sapiente chi le impara o le possiede o per autenticare la propria immagine di sé, ma per rendere sempre più persona ogni persona in vista di un’utilità sociale rivolta al bene comune. Le classi dirigenti, perciò, saranno tali non solo se saranno funzionali al mercato, ma se concorrono ad un bene di tutti che è anche (Platone insegna) un “Bene per noi”.
Di questo stretto rapporto tra theoría, téchne e phrónesis si dovrà tenere conto, in particolare, nell’attuare il riordino del secondo ciclo della scuola italiana. Una scuola che rimane disorientata di fronte alle sfide di oggi, dimostrando, se mai ce ne fosse bisogno, quanto essa sia ancora autoreferenziale e quanto sia lontana dai bisogni delle famiglie e del tessuto produttivo… Pertanto, in un orizzonte di sussidiarietà educativa, la costruzione del percorso formativo non va interamente dettata a livello centrale ma una sua parte dovrebbe essere lasciata alla scelta di studenti e genitori. Parallelamente sarebbe utile che orientatori e docenti specializzati potessero essere impegnati per accompagnare l’alunno nella sua ricerca.
L’educazione scolastica, infatti, tende sempre più a ridursi a trasmissione di determinate conoscenze e abilità che non cambiano il sistema dei valori e dei comportamenti personali e che incidono sempre meno anche sul sistema dei valori e dei comportamenti sociali. Un’inversione di tendenza è richiesta dalla società, dalle aziende e dalle stesse famiglie, considerando la crescente domanda di una scuola educativa… Nell’introduzione al White Paper, Higher Standards, Better Schools For All, Tony Blair aveva scritto: “Siamo ad una svolta epocale, saremo fra i primi al mondo se avremo il coraggio di riformare e investire ancora nella scuola e mettere genitori e studenti al centro del sistema”. E aveva concluso: “Le nostre proposte non costituiscono solo il nuovo fondamentale passo della più radicale e riuscita riforma della scuola, esse assicurano anche il cambiamento irreversibile del miglioramento dell’istruzione”. … Ci si riferisce ai fini della scuola in rapporto allo sviluppo spirituale, morale, culturale e sociale degli allievi e al modo in cui essi si rapportano tra di loro. In sostanza, la scuola dovrebbe mirare a dare senso all’insieme degli apprendimenti, organizzati attorno ad un progetto culturale, professionale, spirituale, ideale che, dal basso (ossia più vicino all’utenza), sia espressione del territorio in un’applicazione intelligente della sussidiarietà; che sia una leva per motivare il ragazzo a costruire le basi del suo rapporto con se stesso e con gli altri. Su questo piano riteniamo anche noi di doverci muovere, proprio quando il progetto educativo della scuola, stretta da più seducenti maestri (la strada, internet, i videogiochi, ecc.) sembrerebbe perdere forza.
Volendo giungere ad una conclusione, riteniamo di doverci impegnare:
a) perché vi sia una revisione dei piani di studio secondari e universitari nella prospettiva di assicurare in tutti i percorsi che pur devono restare specifici (e valorizzare questa loro specificità) la presenza di una circolarità tra dimensione tecnica, scientifica e umanistico-etica;
b) perché vi sia pari dignità educativa e culturale tra percorsi formativi liceali e di istruzione e formazione tecnico-professionale;
c) perché si possa rendere  sistematica la metodologia dell’alternanza scuola lavoro a livello secondario e superiore per legare sempre più formazione e territorio, teoria e pratica, perché abbiano cittadinanza anche nel nostro Paese il pensiero manuale e la cultura del lavoro, colpevolmente sviliti fino ad oggi nei percorsi formativi;
d) perché si modernizzino i percorsi di studio rendendoli più flessibili e più attraenti rispetto alle attitudini e ai talenti di ogni studente, con un’attenzione particolare allo studio delle lingue, delle nuove tecnologie e delle scienze, come auspicato anche dal Processo di Lisbona.

Per concludere

Ecco perché sia tanto significativo, ed è molto importante notarlo, che Mario Draghi, nel suo Discorso al Senato, parlando delle priorità, subito dopo quella del piano di vaccinazione, abbia scelto quella della scuola. Ha evidenziato in primo luogo l’urgenza di venire incontro alle sfide che la pandemia ha fatto subire al funzionamento normale della scuola, in particolare con la didattica a distanza cercando di recuperare le ore di didattica in presenza perse, soprattutto dove la DAD ha incontrato maggiori difficoltà.
Ma in sintonia con il tema “la scuola di fronte alle sfide attuali” e con quanto è stato detto, ha ribadito - e cito letteralmente - che: «È necessario investire in una transizione culturale a partire dal patrimonio identitario umanistico riconosciuto a livello internazionale. Siamo chiamati a disegnare un percorso educativo che combini la necessaria adesione agli standard qualitativi richiesti, anche nel panorama europeo, con innesti di nuove materie e metodologie, e coniugare le competenze scientifiche con quelle delle aree umanistiche e del multilinguismo.
Infine è necessario investire nella formazione del personale docente per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni.
In questa prospettiva particolare attenzione va riservata agli ITIS (istituti tecnici). In Francia e in Germania, ad esempio, questi istituti sono un pilastro importante del sistema educativo. È stato stimato in circa 3 milioni, nel quinquennio 2019-23, il fabbisogno di diplomati di istituti tecnici nell’area digitale e ambientale. Il Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza assegna 1,5 md agli ITIS, 20 volte il finanziamento di un anno normale pre-pandemia. Senza innovare l’attuale organizzazione di queste scuole, rischiamo che quelle risorse vengano sprecate.
La globalizzazione, la trasformazione digitale e la transizione ecologica stanno da anni cambiando il mercato del lavoro e richiedono continui adeguamenti nella formazione universitaria. Allo stesso tempo occorre investire adeguatamente nella ricerca, senza escludere la ricerca di base, puntando all’eccellenza, ovvero a una ricerca riconosciuta a livello internazionale per l’impatto che produce sulla nuova conoscenza e sui nuovi modelli in tutti i campi scientifici. Occorre infine costruire sull’esperienza di didattica a distanza maturata nello scorso anno sviluppandone le potenzialità con l’impiego di strumenti digitali che potranno essere utilizzati nella didattica in presenza».[7]
Questa è la risposta alle sfide attuali della scuola!

NOTE

[1] Rettor Maggiore emerito della Congregazione Salesiana.
[2] Cfr. Comitato per il progetto culturale della CEI, La sfida educativa, Laterza, Bari 2009.
[3] Kroeber A.L., 1917, pp. 177-178 [sic!], citato da Murdoch G.P., Cultura y Sociedad, México, 1987, p. 72.
[4] Cfr. Fukuyama F., La fine della storia e l’ultimo uomo. UTET, Milano, 2020. Per Fukuyama la forma di stato ispirata al liberalismo democratico è l’ultima possibile per l’uomo, e anche la più perfetta: essa non può infatti degenerare in niente di peggio, ed essa stessa non è degenerazione di nessun’altra forma politica. La storia si muove verso il progresso e il progresso tecnologico e industriale è stato assicurato, guidato ed indirizzato dal capitalismo in ambito economico. Il capitalismo ha il suo corrispettivo politico nella democrazia liberale, sia perché questa è meglio compatibile con il governo di una società tecnologicamente avanzata, sia in quanto l’industrializzazione produce ceti medi che esigono la partecipazione politica e l’uguaglianza dei diritti.
[5] Arendt H., Tra passato e futuro (Milano, Garzanti 1991).
[6] Intervento dell’On. Valentina Aprea al Convegno: Cultura per l’educazione della persona, il futuro della scuola italiana Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, 9 marzo 2009
[7] Draghi M., Discorso al Senato della Repubblica: “L’unità non è un’opzione, è un dovere guidato dall’amore per l’Italia”. Senato della Repubblica, 17 febbraio 2021.