#numero verde

Chiamare il futuro


Rocca n. 7 (1 aprile 2021)

michelle

© Michelle Corazzo, West Wickham UK, 2021



Cittadella Laudato si'

Tonio Dell'Olio

La forza del rinnovamento e la capacità di anticipare i tempi annusanti il futuro, sono nel Dna de3lla Pro Civitate Christiana. Ce lo racconta quella meravigliosa avventura conciliare che trovò nella Cittadella di Assisi più che un semplice scampolo di anticipazione. Si trattò di un vero e proprio accompagnamento che vide don Giovanni Rossi convocato come perito al cantiere del Concilio e tanti padri conciliari di tutto il mondo visitare Assisi trasformando la Cittadella in un «porto conciliare». Poi vi fu la coraggiosa e profetica implementazione del rinnovamento conciliare nella chiesa italiana e non solo. Ce lo raccontano le storie di alcuni protagonisti della cultura, delle arti e della politica del '900 (Pasolini, De Chirico, Guccini, Rossanda, Ingrao, Langer...) che trovarono accoglienza e visibilità negli spazi della Pro Civitate Christiana. È il racconto di donne e uomini che hanno dato un respiro nuovo al cammino delle chiese (Balducci, Zarri, Panikkar, Boff ..). Oggi chiediamo che la stessa Cittadella continui a sporgersi e offrirsi come un'esperienza e non solo come un luogo del sapere. Considerando un prezioso valore aggiunto la propria ubicazione in Assisi, desidereremmo tanto rafforzare le condizioni per cui il «Vangelo sine glossa» si respiri e non solo si apprenda. In questo senso la scelta in linea con le ultime due lettere encicliche di papa Francesco diventa la luce guida delle nostre scelte che non potranno che porsi nella scia di un'ecologia integrale perché, come ci ha insegnato Giovanni XXIII «Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che lo capiamo meglio!». Molto concretamente punteremo a fornire pasti che abbiano quanto meno un'alta percentuale di km 0, al riutilizzo della acque reflue e alla scelta della bioarchitettura e di materiali atossici per arredi e strutture, nonché a utilizzare energia prodotta da fonti rinnovabili. La Cittadella dovrà diventare un'esperienza di eco-ospitalità che potrà essere completata dalla proposta di percorsi ecologico-sensoriali. In maniera particolare la Pro Civitate Christiana si proietterà come un polo di eccellenza per lo studio di una branca particolare del sapere ambientale e di spiritualità interreligiosa del creato. Venendo incontro a un'assenza che riteniamo particolarmente grave, la Cittadella di Assisi darà vita a un cantiere interreligioso di dialogo, incontro, studio e spiritualità sui temi legati alla salvaguardia dell'ambiente. Un'esperienza di fraternità in nome dell'ecologia dove sensibilità, tradizioni millenarie e profondità delle diverse fedi offriranno il proprio contributo a una migliore qualità della vita del pianeta. Pertanto la sfida è che fraternità e cura del creato trovino casa in Cittadella dove il cammino del Vangelo chiede di ricevere nuova luce da «Laudato si'» e «Fratelli tutti» che hanno piena cittadinanza in questo luogo santo di Francesco e Chiara e in cui le fedi hanno congiunto le proprie energie spirituali per la pace e ora iniziano a farlo per la cura della casa comune.

(p. 12)


Quando aggressione all'ambiente e lavoro minorile vanno a braccetto

Maurizio Salvi

Fare una telefonata con uno smartphone, mettersi al volante di una nuovissima automobile elettrica, indossare un paio di jeans, festeggiare il compleanno con una torta al cioccolato, regalare un oggetto d'oro ad una persona cara: cosa hanno in comune questi gesti, oltre a far parte, spesso, della nostra quotidianità? Purtroppo, li unisce il dubbio che possono essere possibili grazie ad oggetti ottenuti attraverso lo sfruttamento del lavoro minorile e/o gravi danni all'ecosistema. Sia chiaro che non si tratta qui di nessuno scoop giornalistico, perché da tempo organizzazioni internazionali e movimenti umanitari e ambientali si battono per ridurre le pesanti distorsioni esistenti nei centri di produzione di Paesi in via di sviluppo. A parole, i responsabili di esse (Fondi di investimento speculativi, Stati accondiscendenti o compagnie multinazionali senza scrupoli) dicono di volerle 'assolutamente' eliminare. Ma nella realtà prevale l'attenzione più ai margini di profitto che ai danni sociali e ambientali causati.

Lo sfruttamento dei bambini

L'occasione per tornare ad analizzare questa situazione, è offerta dal fatto che il 2021 è stato dichiarato dall'Assemblea generale dell'Onu 'Anno internazionale dell'eliminazione del lavoro minorile'. Tutte le attività che si svolgeranno serviranno da supporto alla quinta edizione della Conferenza globale sul lavoro dei minori, che si terrà in Sudafrica nel 2022. Là i partecipanti condivideranno le loro esperienze e si impegneranno a porre fine al lavoro dei bambini in tutte le sue forme entro il 2025, così come al lavoro forzato, alla tratta di esseri umani e alla moderna schiavitù entro il 2030. Nella quarta Conferenza, organizzata nel 2017 a Buenos Aires dall'Organizzazione internazionale del lavoro (Ho), era emerso che ben 152 milioni di minori erano obbligati a lavorare nelle Nazioni in via di sviluppo. Di questi, 73 milioni si trovavano nelle condizioni peggiori, operando come schiavi, reclutati come soldati da movimenti di guerriglia, inseriti nelle reti di prostituzione, assegnati al recupero dei rifiuti di materiali riciclabili o utilizzati come corrieri della droga. Oppure, spinti nelle gallerie di miniere artigianali per l'estrazione di metalli preziosi, come oro e cobalto (ribattezzato 'oro blu'), o l'acquisizione di `terre rare', ossia quei 17 minerali dai nomi poco noti (fra cui europio, neodimio, lantanio, disprosio o terbio), divenuti essenziali per l'industria mondiale dei semiconduttori e delle chip. Una Convenzione internazionale dei diritti dei bambini del 1989, ratificata da 192 Paesi, obbliga questi ultimi a proteggere i minori, preservandoli da un inserimento prematuro nel mondo del lavoro, specie se selvaggio. Dopo oltre 30 anni dall'approvazione la strada da percorrere è ancora tanta, anche se rispetto al 2000, quando i bambini-lavoratori erano 246 milioni, si è avuto un miglioramento del 31,6%. Ma gli esperti non si fanno illusioni, dato che le cause del lavoro 'forzato' dei minori sono spesso strutturali. Perché legate a povertà oggettiva, ad abbandono da parte di famiglie, a difficile accesso all'istruzione, a imprenditori senza scrupoli ossessionati dai profitti, o alle conseguenze di crisi umanitarie o catastrofi naturali. Ma nonostante questo, c'è la coscienza che soprattutto per il segmento dei 73 milioni che si trovano nelle condizioni peggiori, bisogna fare presto perché si tratta di bambini costretti ad usare strumenti pericolosi non adatti alla loro età, a manipolare sostanze tossiche e a fare sforzi che ne compromettono la crescita. Le statistiche ci ricordano che circa il 70% dei minori che lavorano lo fanno nel settore agricolo, dove sono sottoposti a orari impossibili, con esposizione ai pesticidi, a macchinari pericolosi e a tensioni sociali e ambientali insopportabili.

La coltivazione del cacao in Africa

Passando dalle parole ai fatti, uno degli esempi più significativi che illustra l'impiego di bambini in agricoltura e nel contempo gli effetti devastanti per le foreste è la coltivazione del cacao in Africa, continente che soddisfa i 3/4 della domanda mondiale con produttori di rilievo come Costa d'Avorio e Ghana. Il Centro nazionale di ricerche di opinione (Norc) dell'Università di Chicago ha realizzato uno studio per conto del governo nordamericano rivelando che i minori impegnati in Africa occidentale nella produzione di cacao sono ben 1,56 milioni. E la ong ambientalista statunitense Mighty Earth, che segue da anni la dinamica produttiva nelle piantagioni dell'elemento base per la fabbricazione della cioccolata, ha denunciato da parte sua che la corsa ad un fatturato sempre maggiore di cacao è stata una delle principali cause della riduzione della superficie delle foreste in Costa d'Avorio, implicando distorsioni ecologiche nell'assorbimento del CO2, con alterazione anche dei cicli pioggia/siccità. Questo ha comportato una importante riduzione dell'habitat degli animali, in difficoltà per procurarsi il cibo e diventati preda più facile dei bracconieri. «Le foreste naturali ricoprono ormai soltanto il 4% del territorio ivoriano - ha avvertito la ong - e non restano più di 200/400 elefanti, a fronte di una popolazione all'origine di decine di migliaia». Lungi dal rallentare, la deforestazione causata dalla sostituzione degli alberi con le piantagioni di fave di cacao si è trasferita nel subcontinente americano, creando allarme nella foresta amazzonica del Perù, ed in Ecuador.

L'estrazione dell'oro e del cobalto in Congo

Sempre in Africa, un altro Paese su cui sono puntati gli occhi di ambientalisti e difensori dei diritti dei bambini è la Repubblica democratica del Congo. Qui, la pratica del lavoro minorile è ampiamente diffusa, non solo in agricoltura ma soprattutto nell'estrazione mineraria dell'oro, e molto di più del cobalto. La questione ha attirato l'attenzione di molti media, e ha spinto l'Onu ha redigere un allarmante rapporto nel quale si sottolineano le critiche condizioni sociali ed ambientali dell'attività estrattiva. Dopo aver ricordato il ruolo del Congo quale principale fornitore di cobalto all'industria mondiale, il documento precisa che il 20% della sua produzione proviene da miniere artigianali aperte allo sfruttamento di bambini che trasportano i detriti, selezionano e lavano il minerale, e perfino si infilano nei cunicoli per estrarre a mani nude i blocchi di pietre bluastre. E dove si calpestano apertamente i diritti umani. La stima è che nelle miniere del Katanga meridionale congolese lavorano fino a 40.000 bambini, in condizioni estremamente pericolose, con materiali di sicurezza inadeguati, ed una remunerazione da miseria. Per mettere fine a questa situazione, anche Amnesty International (Ai) è scesa in campo denunciando l'ipocrisia dei costruttori che si vantano di essere impegnati a progettare modelli 'verdi' per contribuire al risanamento dell'ambiente, chiudendo gli occhi sul fatto che ad estrarre il cobalto e le 'terre rare' utilizzate per i motori elettrici sono coinvolti spesso bambini in tenera età. Ma a prescindere dall'età dei minatori, l'estrazione di questi minerali rari ha spesso costi ambientali spaventosi. A Baotou, nella Mongolia cinese, dove si concentra il 97% della lavorazione mondiale di neodimio, ogni tonnellata di prodotto causa l'inquinamento di 75.000 litri d'acqua che vengono riversati in un lago vicino che riceve annualmente 600.000 tonnellate di residui radioattivi e tossici. Per cui Mark Dummett, responsabile per Amnesty delle ricerche sulle responsabilità delle imprese in materia di diritti umani, ha dichiarato che, «visto il contesto dubbioso in cui viene estratto il cobalto usato per le batterie, e dato che le vetture elettriche vengono proposte come una 'scelta etica' a automobilisti sensibili ai problemi ambientali e sociali, i costruttori dovrebbero dire la verità e provare che hanno rispettato le regole umanitarie per procurarsi le componenti necessarie ai loro veicoli».
Un danno ambientale che chiama in causa anche, in India, la coltivazione del cotone e la sua trasformazione in tela denim per la fabbricazione di jeans. La stima è che per confezionare un paio di questi pantaloni siano necessari fra 7.000 e 10.000 litri d'acqua. Così, col passare degli anni, grandi regioni indiane sono state colpite da grandi siccità che hanno reso, se possibile, ancora più ardua la vita di decine di milioni di persone fra le più povere del pianeta.

(pp. 13-14)


Il sogno di Ur: 
curare insieme la casa comune

Raniero La Valle

Come di Giovanni XXIII ci fu un «discorso della luna» che la sera del Concilio doveva aprire una nuova stagione della Chiesa fuori dalle strettoie costantiniane e identitarie, così di papa Francesco c'è stato un «discorso delle stelle» suscettibile di aprire una nuova stagione della storia del mondo, fuori dagli affrontamenti religiosi esercitati in nome di un Dio violento. È, il discorso che papa Francesco ha pronunciato nel deserto di Ur, con gli occhi alle stesse stelle additate da Dio ad Abramo, padre delle fedi.
«Dobbiamo riportare l'Iraq all'età della pietra», aveva brutalmente replicato la premier inglese Margaret Thatcher nel 1990 all'inviato di Gorbaciov, Eugenij Primakov, che cercava di scongiurare lo scempio di una guerra scatenata dall'Occidente nella terra tra i due fiumi; ed ecco che ora il ritorno a quelle antiche pietre avviene, ma nel rovesciamento di un papa che va a chiederne perdono per fare di nuovo spazio al «sogno di Dio». E proprio qui sta tutto il significato del viaggio di Francesco in Iraq. Lo aveva enunciato dal messaggio televisivo da cui si era fatto precedere presso gli iracheni: egli andava lì come «pellegrino penitente»: incolpevole, andava a chiedere perdono per guerra e terrorismo, e come pastore di una Chiesa martire, andava a chiederle di non chiudersi nella propria identità ferita. Ciò perpetuerebbe infatti nel tempo un'inguaribile contrapposizione, come dice la storia e come dimostra la mai rimarginata lacerazione del genocidio armeno; infatti «solo con gli altri si possono sanare le ferite del passato».
Ma qual è il sogno di Dio che papa Francesco è andato a risvegliare nel riconsacrato deserto di Ur dei Caldei? E «che la famiglia umana diventi ospitale e accogliente verso tutti i suoi figli; che, guardando il medesimo cielo, cammini in pace sulla stessa terra»; è il sogno di Dio ma è il sogno anche di Francesco, ed è il sogno laico di una terra riconciliata, di una «pace perpetua», per mano degli uomini e delle donne di buona volontà. Sarà un'utopia, ma intanto almeno è un progetto. Abbiamo di che lavorare.
C'è una condizione perché questo sogno si realizzi: occorre che nessuno resti murato nella propria identità, ma che ciascuno si scambi con l'altro, prenda su di sé le sofferenze e il destino dell'altro, e insieme anche la cura della terra, la responsabilità della casa comune. Perciò come cristiano papa Francesco ha voluto andare li per riconciliarsi con i musulmani, con gli ebrei e coi fratelli e sorelle di altre religioni, e come figlio di Abramo è andato lì a invocare «passi concreti» di un peregrinare di ciascuno «alla scoperta del volto dell'altro», protesi tutti a «condividere memorie, sguardi e silenzi, storie ed esperienze», per scoprirsi tutti fratelli.
Tutto il viaggio si è mosso su questo doppio registro, quello dell'identità, per l'immersione nelle comunità cristiane sconvolte, e quello della totalità per l'abbraccio più che fraterno con tutte le religioni e le sofferenze umane; ma la novità era che la stessa identità cristiana ormai non si mostrava più come l'orgogliosa rivendicazione di un proprio privilegio in ordine alla salvezza, ma era già giocata nella totalità, nell'uscita da sé, essendo le due cose, identità e totalità, congiunte già dall'origine nella duplice missione del Cristo, fonte della sua Chiesa e pegno dell'unità dell'intera famiglia umana. Ma la novità era pure che a questo stesso processo apparivano convocate oggi le altre religioni del mondo; e se ad Abu Dhabi papa Francesco aveva celebrato la fratellanza col grande Imam al-Tayyeb dei sunniti, a Najaf ne ha ripreso la trama nell'incontro con il grande Ayatollah Al Sistani leader della comunità sciita. Questi gli ha detto una frase che lo ha colpito, e ha poi ripetuto ai giornalisti nel volo di ritorno a Roma: «gli uomini sono o fratelli per religione o uguali per creazione»: la fratellanza e l'uguaglianza, ha commentato Francesco, ed ha aggiunto: ma al di sotto dell'uguaglianza non possiamo andare. È per il lascito della creazione che tutti insieme abbiamo la responsabilità della salvezza anche fisica della Terra.
Per parte sua papa Francesco ha fatto la sua scelta, ha attestato la Chiesa sulla frontiera della fratellanza. Non è affatto questa una scelta scontata, non è senza rischi; ma, ha aggiunto su quell'aereo del ritorno che spesso aggiunge ai viaggi un inedito momento di verità, «tante volte si deve rischiare per fare questo passo: ci sono alcune critiche: che il papa non è coraggioso, è un incosciente, che sta facendo dei passi contro la dottrina cattolica, che è a un passo dall'eresia... Ci sono dei rischi...».
Francesco si è preso i suoi rischi. Sulla sua parola, sarebbe tempo che tutta la Chiesa si assumesse i suoi.
(p. 15)


Cura interconnessione sostenibilità, le tre chiavi per un futuro possibile

Conversazione con Grazia Francescato *
Marco Bevilacqua

Da mezzo secolo Grazia Francescato combatte la sua battaglia sul fronte della difesa dell'ambiente e dei diritti fondamentali, ma non si è ancora stancata. L'energia e la determinazione sono le stesse di sempre, e la presa di coscienza della complessità dei temi da affrontare ha semmai conferito ulteriore carburante alla sua voglia di confrontarsi, di incidere sulle cose.

Il mondo sta attraversando uno dei momenti più complessi e dolorosi della sua storia recente. C'è bisogno di una nuova visione, di strategie e di programmi adeguati al mutamento degli scenari. Grazia Francescato, cosa ci ha insegnato un anno di pandemia, con la prospettiva di dover convivere con questa grave crisi ancora a lungo?
Ci ha insegnato molto, bisogna vedere cosa abbiamo imparato noi... Il sentimento più diffuso è ovviamente il desiderio di tornare il più in fretta possibile alla cosiddetta normalità. Tuttavia dobbiamo pensare che è proprio nella normalità che, come un baco nella mela, si annida il virus, e non parlo del Covid 19, ma della catena di errori innescata dal modello di sviluppo dominante. Dobbiamo resistere alla tentazione di fare un salto indietro nel passato, di tornare a parlare di crescita economica buttando a mare, come avrebbe voluto fare Trump, gli accordi di Parigi, gli studi sul cambiamento climatico, gli appelli degli scienziati. Non c'è più un prima cui tornare, ma un dopo da inventare insieme. Bisogna rifondare tutto, per progettare una vera e propria conversione ecologica dell'economia e della società. Una definizione coniata da Alex Langer, l'anima più alta e nobile degli ecologisti europei, che per me era come un fratello.

Un'idea che anche papa Francesco sostiene con forza.

È esemplare in questo senso la sua stupenda enciclica Laudato si', che a mio avviso rappresenta uno dei documenti più importanti mai prodotti dall'umanità. In quelle pagine il pontefice esprime l'importanza della cura della 'casa comune': una sorta di ecologia integrale in cui si fondono insieme l'equità verso i poveri, la preoccupazione per la natura, l'impegno nella società, ma anche la gioia e la pace interiore. Si tratta di concetti inseparabili l'uno dall'altro. È questo il grande messaggio che dobbiamo comprendere.

Serve quindi un salto di qualità nella coscienza collettiva. Qual è la strada giusta per innescarlo?
Se vogliamo assicurare un futuro ai nostri figli dobbiamo mettere al centro delle nostre vite tre valori fondanti, che non a caso sono tutti declinati al femminile, perché è sempre stata la donna a custodire le prerogative e le qualità più preziose dell'umanità. Ma ovviamente questo non significa che gli uomini ne siano esclusi. In cima alla lista c'è proprio il concetto di cura, che sottende i principi di responsabilità individuale e collettiva. Parlo di una responsabilità non asettica, ma riscaldata dall'amore, dall'empatia, da una circolarità di relazioni che spezza la catena gerarchica dei rapporti verticali, tanto cara alla cultura patriarcale: come mi prendo cura del vecchio genitore, dei figli, del vaso di gerani sul terrazzo o del gatto di casa, così devo avere riguardo per il mio territorio, per l'ambiente che mi circonda, per le persone e per tutti gli esseri viventi con i quali condivido il pianeta. Un altro valore-cardine su cui fondare la rinascita è l'interconnessione, concetto che ha molto a che fare con l'idea che tout se tient, come diceva de Saussure. A questo mondo ogni cosa è collegata, perciò è necessario adottare una visione e un comportamento di ispirazione olistica. I segnali sono chiari: la disarmonia fra l'essere umano e il resto del mondo è ormai intollerabile e pericolosa. L'uomo si è sempre visto come dominatore del mondo, ma in realtà ne è solo custode, compagno di viaggio degli altri esseri viventi. Ecco perché è necessario destrutturare la contrapposizione vincente/perdente che così profondamente innerva la cultura occidentale e che mai come oggi provoca spaventose disuguaglianze socioeconomiche e depredazione delle risorse naturali a vantaggio di pochi.

Il concetto di interconnessione dovrebbe investire anche l'ambito dalla salute.
Ecco un'altra lezione del Covid. Scienziati ed esperti parlano ormai di one health, una salute sola: il benessere degli esseri umani è indissolubilmente legato al benessere degli animali e dell'ambiente. Tornando a papa Bergoglio, il concetto è che non si può essere sani su un pianeta malato. Se noi continuiamo a deforestare, a trivellare il suolo, a distruggere ecosistemi, e quindi a portare gli animali selvatici e i loro virus a contatto con gli umani, creiamo le condizioni ideali per il cosiddetto spillover, il salto con cui un agente patogeno passa da una specie ospite a un'altra, fenomeno che quasi certamente è alla base dell'origine del nuovo coronavirus. Il rischio è che un domani non troppo remoto ci si possa ricordare del nefasto 2020-21 come di un periodo tutto sommato accettabile e felice, perché le prossime pandemie potrebbero essere di gran lunga più incontrollabili e letali di questa.

Dei concetti di cura e interconnessione abbiamo detto. Qual è il terzo valore su cui dovremmo fondare la nostra esistenza?
È il principio di sostenibilità, una specie di mantra con cui tutti oggi si riempiono la bocca, ma il cui vero significato va riconnesso alla definizione espressa nel 1987 dalla premier norvegese Gro Harlem Brundtland: si dice sostenibile uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri. La chiave è tutta qui: la solidarietà intergenerazionale.

Ma che possibilità reale di cambiamento ci può essere in una società che fa del profitto, della crescita illimitata e dell'onnipotenza dell'individuo le proprie stelle polari?
Forse l'uomo è l'errore di Dio e io non sono così ingenua da credere che tali cambiamenti possano realizzarsi a breve. L'eresia ha bisogno di molto tempo per diventare ortodossia. Il problema è che il tempo a nostra disposizione sta per scadere. Se lei mi chiedesse quale ecosistema sia oggi più a rischio estinzione, non risponderei la barriera corallina, la foresta amazzonica o magari i ghiacciai, con la bomba ecologica del permafrost che sottendono. Il più compromesso, il più vulnerabile di tutti è l'ecosistema mente, o meglio il rapporto mente-cuore: è qui il teatro della più grande catastrofe. Non riusciamo più ad accettare le verità scomode e il confronto, perciò ci rinchiudiamo sempre più spesso in asettiche comfort-zone che confermano e santificano i nostri punti di riferimento. Nel contempo, ogni nostro desiderio ci sembra un diritto e di doveri non parla nessuno. È l'epoca dei selfie, di una demenza collettiva fondata sull'egolatria. L'idea di comunità è caduta in desuetudine, così come la capacità di confrontarsi con l'altro da sé. Senza un radicale mutamento di visione, da questa palude non si esce.

Una battaglia impossibile?
Non mi faccio illusioni sulla capacità di autoredenzione dell'essere umano, ma nemmeno mi spavento, e sono certa che tanti come me continueranno a lottare per il cambiamento in tutti gli ambiti, da quello domestico e privato a quelli più 'alti'. Oltre al fattore tempo, che ci impone rapidità e risolutezza, l'altro fattore in gioco è quello della complessità: è ormai palese che qualunque cosa facciamo mette in moto altre azioni, perché tutto è interconnesso. Le nuove generazioni, Greta Thunberg e il movimento Friday for Future ce lo stanno dimostrando, ne sono ben consapevoli. È su di loro che bisogna contare per trasformare i punti luce della speranza in costellazione; ma abbiamo il dovere di non lasciare in eredità ai più giovani un pianeta in condizioni di irreversibile degrado, perciò non siamo esentati dall'urgenza di agire. Per introdurre un elemento positivo in questo ragionamento, va detto che ora possiamo disporre di strumenti importantissimi per cambiare l'inerzia, come l'Agenda 2030 dell'Onu, il Green Deal europeo, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (ricordiamo che il 37% dei fondi messi a disposizione dal Next Generation UE dovrà essere indirizzato verso la transizione ecologica). Anche le nostre articolazioni territoriali dispongono di fondi e possibilità per tutelare il territorio e correggerne le fragilità. Gli strumenti per avviare un cambiamento concreto e tempestivo ci sono, basta avere la volontà e la competenza di utilizzarli.

A parte lo sconcerto e l'inevitabile impreparazione sanitaria di fronte al dilagare del Covid 19, cosa le sembra sia più mancato nella società italiana di fronte alla complessità di uno scenario così drammatico?
Da oltre un anno il Coronavirus è il dominus assoluto: per la prima volta l'invisibile controlla le nostre vite, le minaccia e le mutila nelle loro relazioni. È un nemico insidioso, proprio perché non lo si può fisicamente individuare come lo straniero, il diverso, il marginale, il concorrente in genere. Di conseguenza le persone vanno in crisi e faticano ad affrontare la realtà. In un tale contesto, i grandi assenti (non solo in Italia) sono stati proprio i principi di cui si è detto: si parla solo e sempre di vaccino come la panacea in grado di cancellare perfino il ricordo del virus, senza capire che si può uscire da questo e da possibili altri incubi solo cambiando prospettiva, interiorizzando e facendo propri i concetti di cura, interconnessione e sostenibilità. Altra carenza grave, non solo italiana, è quella dell'obiettività, dell'attenzione per le verità dimostrate, che invece sono messe al pari delle fake news più becere. La presenza di un fronte negazioni-sta così aggressivo dimostra che, oltre a quella prettamente sanitaria, fra le criticità più acute vanno annoverate la gestione e la somministrazione delle informazioni. La responsabilità dei media e dei social è innegabile, soprattutto quando si tratta di decidere se propalare allarmi e sospetti oppure contribuire a diffondere informazione obiettiva, basata su fatti dimostrati e dunque non sensazionalistica. L'equivoco è pensare che abbia ragione chi grida di più. Ma Shakespeare diceva che le zucche vuote fanno più rumore...

Il mondo è sempre più interconnesso e oggi più che mai le grandi potenze hanno un ruolo decisivo negli equilibri generali. Archiviata, almeno per il momento, la visione asfittica e isolazionistica dell'America First di Trump, come le sembra si stia muovendo il presidente Biden di fronte alle grandi sfide poste dalla pandemia e dai cambiamenti climatici?
Il fatto stesso che all'indomani del suo insediamento il presidente americano abbia voluto che gli Usa rientrassero negli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici è emblematico. Poi Biden ha reso noto al G7 che gli Stati Uniti investiranno quattro miliardi di dollari per rafforzare l'acquisto e la distribuzione del vaccino anti-Covid alle nazioni povere. Mi sembrano segnali molto incoraggianti in una prospettiva di cooperazione e di multilateralismo. Nei grandi summit in programma nel corso del 2021, fra cui la conferenza sul clima di Glasgow di novembre, l'apporto statunitense sarà fondamentale.

A differenza che in altri Paesi, come Germania, Austria, Svizzera o Svezia, in Italia i Verdi non hanno mai sfondato come formazione politica dotata di un progetto di governo, di una visione del mondo realmente alternativa ai partiti tradizionali, se non per le tematiche strettamente legate all'ambiente. Ora che è necessaria una visione di ecologia globale (nei consumi, nei comportamenti, nelle modalità di produzione e di allocazione delle risorse) c'è forse spazio per una riproposizione a tutto tondo di un partito «verde»?
In tutti i Paesi mediterranei il movimento verde non ha prodotto negli ultimi decenni risultati politici apprezzabili, a differenza che nelle nazioni del centro e del Nord Europa. Ciò si spiega per motivi culturali, legati anche all'idea, poco contemplata nelle nazioni protestanti, che specialmente sui temi ambientali il cittadino, più che assumersi le proprie responsabilità, possa delegale al politico `salvifico' di turno, che semplicemente promette di occuparsi dei problemi, ma non li risolve. I Verdi italiani hanno anticipato venti - trent'anni fa le cose che oggi stanno dicendo tutti. Tant'è vero che anche da noi il concetto di transizione ecologica è ormai patrimonio condiviso in una larga fetta di popolazione. La pretende l'Europa, ma prima di tutto la invoca la scienza e la consiglia il buon senso. Quindi sì, penso che nel prossimo futuro le istanze verdi avranno uno spazio politico crescente, nonostante il nostro ritardo culturale.

* Grazia Francescato, leader ambientalista, giornalista, scrittrice, da quarantacinque anni sul fronte della difesa dell'ambiente, è stata presidente del WWF Italia, membro del Board del WWF International per due volte Presidente dei Verdi, Parlamentare verde e Portavoce dei Verdi Europei. È membro del Consiglio Generale di Aspen Institute e testimoniai di varie associazioni ambientaliste e animaliste

(pp. 16-18)


La città tomi ad essere un bene pubblico

Paolo Berdini *

La cultura che ha permeato le città nel lungo percorso della storia ha quale costante indelebile la difesa dal nemico esterno, dall'altro da sé. Sono innumerevoli i casi di ampliamento delle cinte murarie da parte delle città che cercavano di guadagnare spazi per nuove attività economiche e per nuovi quartieri in grado di soddisfare la crescita demografica. Ma prima di ampliare, dovevano essere completate le nuove difese murarie. La seconda cinta muraria dell'Assisi medievale testimonia ancora dello sforzo che fu compiuto nella seconda metà del '200 per dare respiro e spazi per una città che cresceva in fretta. In età recente le mura non serviranno più. Le armi moderne le hanno rese inutili. Questo decisivo passaggio storico non ha però cancellato la cultura della ricerca del nemico esterno da cui difendersi. Oggi, gli immigrati dai paesi poveri sono l'altro da sé, da cui bisogna difendersi non solo con leggi ingiuste, ma anche con ordinanze dei sindaci che hanno cercato di cancellare addirittura - senza rendersi conto della mostruosità che si compiva - la possibilità di chiedere elemosine.

Non c'eravamo accorti del nemico in casa

Con il Covid 19 si è aperta una nuova fase della vita delle nostre città. Il nemico lo avevamo a casa e non ce ne eravamo accorti. Il virus è nato e si è diffuso con rapidità perché le condizioni di vita nelle grandi città, dal turismo ridotto a macchina insostenibile alla sistematica riduzione del welfare urbano, dal degrado ambientale all'incuranza per la vita degli animali. Il virus che ha cambiato la vita nelle nostre città l'abbiamo creato noi, non ha dovuto scalare mura. La pandemia ha svelato che è il trentennale dominio culturale neoliberista ad aver distrutto le città. L'anno trascorso ha infatti mostrato la parte destruens generata dalla cultura predatoria verso le città e l'ambiente. Ma insieme ad un disastro di proporzioni inedite, la pandemia ha anche reso evidente l'esistenza di straordinarie energie che hanno saputo mantenere un diverso modello di relazioni sociali. Ha fatto emergere la parte construens rappresentata dal mondo dell'associazionismo cattolico e laico che ha tentato di sopperire ai vuoti del welfare urbano. In ogni città - grande o piccola che fosse - è stato il mondo dell'associazionismo no profit ad aver garantito la convivenza civile distribuendo un pasto caldo, un aiuto economico o un sostegno alle famiglie più anziane o alle persone costrette a casa dall'infezione.
Una dualità delle pulsioni umane acutamente descritta da Ernesto Balducci oltre venti anni. Egli scriveva infatti che «La città è il modulo in cui ha cercato la sua sintesi il duplice impulso che governa l'uomo come individuo e come specie: l'impulso unitario allo scambio, alla collaborazione, all'intesa e l'impulso distruttivo, antagonistico che si esprime nella volontà di potenza e quindi nella riduzione dell'altro a oggetto di occupazione». La pandemia ha dunque svelato che esiste un tessuto sociale in grado di incarnare una prospettiva unitiva, rispettosa della dignità della persona e dell'ambiente, rispettosa della città intesa come polis. Questo tessuto di sensibilità ed esperienze è però dominato da un'economia di rapina che sta mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza del pianeta, se si pensa ai cambiamenti climatici in atto. Non sarà dunque l'economia dominante a salvare le città. Si sente affermare spesso che quando la pandemia sarà stata sconfitta, nulla sarà come prima. Ed in effetti, se si rimanesse all'interno dei paradigmi economici e culturali che sono alla base di quanto è avvenuto, la ricostruzione delle città dopo la pandemia potrebbe riservarci altre amare sorprese, come l'ulteriore riduzione dei servizi pubblici e l'aumento delle disuguaglianze. Del resto, come non ricordare che durante il primo lockdown del 2020 c'era stato un coro unanime che aveva garantito interventi rapidi per ricostruire la sanità territoriale smantellata, per garantire alle scuole la manutenzione che manca da tre decenni, per potenziare i trasporti pubblici così da garantire distanziamento sociale. È passato un anno e nulla è stato fatto in tal senso. L'economia dominante è impegnata soltanto nella ricerca dei finanziamenti del Recovery fund ma non sembra disposta a mutare di nulla il sistema che ha dimostrato di aver fallito.

Un nuovo modello sociale può salvare le città

È dunque nella ricerca del superamento dell'attuale modello economico e culturale che dobbiamo ripartire se vogliamo salvare le città. Si tratta di mutare i paradigmi che non si sono dimostrati in grado di garantire uno sviluppo equilibrato delle città e dei territori e di passare ad una nuova fase di interventi pubblici, i soli in grado di scongiurare un ulteriore aumento delle disuguaglianze sociali. Peraltro, la pandemia ha avuto un effetto collaterale gravissimo: la questione ambientale è scomparsa dai media ed è invece questo il nodo che deve essere risolto. Per uscire dalla crisi, le città vanno ripensate nella chiave dell'attuazione del concetto di Ecologia integrale. Questa proposta sociale e culturale è stata come noto formulata da papa Francesco cinque anni fa, affermando che: «È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura, (139)». Un'dea di "città dell'ecologia integrale" si fonda su tre diritti rappresentati dalle tre «t» (tierra, tetho, trabajo). La terra, e cioè l'ambiente da ricostruire, il tessuto verde che dovrà permeare le città del futuro; l'abitare, concetto che supera l'esclusivo bisogno di casa e comprende proprio quel sistema dei servizi sociali indispensabili per la piena realizzazione dei diritti e falcidiati dall'economia neoliberista; il lavoro, infine, e cioè il perseguimento del modello della riconversione ecologica che fornisca a tutti la possibilità di sperimentare la proprie capacità di costruire occasioni di futuro.

Creare sistemi verdi urbani e territoriali

La crisi ambientale si supera se tutte le città inizieranno ad attrezzarsi per rispondere ai cambiamenti climatici. Le uniche possibilità di mitigazione stanno nella costruzione di cinture verdi intorno agli abitati, parchi urbani, viali alberati e percorsi protetti. tunica possibilità per costruire il riscatto della città, sta nella costruzione di un nuovo rapporto con l'ambiente circostante. Si tratta di disegnare un sistema di parchi urbani in grado di creare bellezza e mitigare gli effetti del cambiamento climatico in atto. La creazione di "sistemi verdi" urbani e territoriali è il primo passo della costruzione della città dell'ecologia integrale.
Anche il bisogno di case per le famiglie più povere si può superare solo con un rinnovato intervento pubblico. La cancellazione del governo pubblico delle città negli ultimi trenta anni ha provocato la più grave crisi abitativa dagli anni '80, e cioè da quando si era vicini alla soluzione del problema. Da allora l'Italia - unico caso in Europa occidentale - ha cancellato la costruzione di alloggi pubblici. Non ce n'era più bisogno, affermava la cultura dominante; perché il mercato avrebbe risolto la questione. Negli anni '80 venivano costruite in media 18 mila case popolari all'anno. Nel decennio '90 la produzione scende a 10 mila. Nel decennio 2000-2010 si è arrivati a poco più di 5 mila. Oggi non si costruiscono più: nel 2009 la legislazione nazionale ha ratificato il capovolgimento culturale: nasce l'housing sociale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: mancano case popolari e in molte grandi città esistono occupazioni in edifici impropri, unico modo per non dormire per strada. Questo processo di creazione di alloggi pubblici non deve fermarsi alle periferie. La pandemia del Covid-19 ha mostrato centri storici vuoti di persone, perché tutto è stato piegato alla monocultura del turismo. Se vogliamo dare ancora un senso compiuto alla città, uno degli obiettivi più urgenti è quello di aumentare l'offerta abitativa pubblica nel centro storico. Una città deserta non serve a nessuno. Servono città abitate che devono tornare a riempirsi di famiglie e di bambini.

Non basta la casa per abitare

Ma, come afferma il concetto di ecologia integrale, non basta la casa. Abitare significa anche poter disporre dei servizi indispensabili a costruire l'inclusione, ad affermare i diritti sociali. Ad iniziare dalla salute. Deve essere ricostruita la rete di protezione territoriale della salute pubblica attraverso una rete efficiente di presidi territoriali permetterà di comprendere senza ritardi l'insorgenza di nuove pandemie o di malattie. Ogni quartiere si deve ad esempio dotare di 'case della salute' in grado di garantire il primo screening e la prima assistenza per tutti i cittadini.
In questo stesso ambito, è indispensabile rimettere mano alla rete di assistenza degli anziani. La civiltà di una società si misura su come tutela gli anziani. Troppe Rsa sono state infatti localizzate senza un'idea di inclusione ma solo sulla base degli interessi della proprietà immobiliare o dei gruppi privati che le gestiscono. Occorre tornare a una visione pubblica del problema in grado, per esempio, di ubicarle in maniera strategica all'interno del grande patrimonio immobiliare pubblico - spesso abbandonato - che potrebbe essere recuperato per creare occasioni di lavoro preziose.
Abitare significa anche garantire il diritto all'istruzione, da perseguire attraverso una nuova offerta scolastica. Al di là dell'emergenza dettata dalla pandemia, occorre ridisegnare gli spazi della didattica. Le scuole e gli spazi che le caratterizzano devono tornare ad essere centrali nel ripensamento di tanti tessuti periferici in cui esistono spesso soltanto le sale del gioco d'azzardo. È ora di sostituirli con un nuovo senso comunitario. Sono molte le esperienze di volontariato che hanno saputo ampliare l'offerta dei servizi educativi per i ragazzi più sfavoriti. Questo processo spontaneo deve diventare il modello con cui si ridisegna il diritto all'educazione dei giovani. Abitare significa avere il diritto alla mobilità. Siamo il paese che ha il record di veicoli a motore circolanti. Costruire moderni sistemi non inquinanti serve dunque a garantire il diritto delle periferie urbane e territoriali a spostarsi. Abitare significa infine avere diritto alla cultura. Le nostre città hanno sofferto per i continui tagli di risorse al settore, ma sono le periferie ad aver pagato un prezzo elevatissimo con le difficoltà di proseguire la loro attività dei pochi teatri esistenti. La cultura genera inclusione e senso di appartenenza e deve pertanto diventare occasione preziosa per costruire una città nuova.

Riconversione modale del trasporto urbano

Il salto tecnologico delle città, dal rinnovo energetico degli edifici alla riconversione delle modalità di spostamento su ferro, è l'elemento portante per creare nuove occasioni di lavoro qualificato, in particolare per i giovani. La riconversione modale del trasporto territoriale e urbano favorirà, come è avvenuto in tutta l'Europa che l'ha già sperimentata, la nascita di aziende di produzione, di ricerca, di innovazione, di sperimentazione di materiale rotabile e sistemi di sicurezza. Occasioni di prezioso lavoro qualificato per uscire dalla crisi economica incombente e per delineare un nuovo volto della città. Il trasporto su ferro è lo strumento per ridurre le, emissioni e migliorare la qualità dell'aria. E soltanto il processo di riconversione ecologica urbana a poter garantire occasioni di lavoro stabili, qualificate e durature.
Le città hanno attraversato millenni di mutamenti in virtù del fatto che sono sempre state progettate e gestite dalla mano pubblica. L:ultimo trentennio rappresenta dunque un'eccezione imposta dall'economia dominante. Di fronte alla crisi economica, ambientale e sociale generata dal liberismo selvaggio, l'unica speranza è di tornare a concepire le città come bene pubblico da tutelare gelosamente.

* Paolo Berdini è un urbanista e saggista italiano. Ex assessore all'Urbanistica della giunta capitolina, ha pubblicato numerosi saggi di urbanistica con taglio fortemente critico sulle politiche di saccheggio delle città; è stato editorialista del Manifesto, del Corriere della Sera e del Fatto Quotidiano e membro di Italia Nostra e del consiglio nazionale del WWF dal 2009 al 2012

(pp. 19-21)


La vista lunga di Naomi Klein

Ritanna Armeni

Non ci sarebbe Greta Thumberg se non ci fosse stata Naomi Klein l'attivista svedese, che ha sollecitato un movimento giovanile mondiale contro il cambiamento climatico e che oggi orienta milioni di giovani nel pianeta, non avrebbe potuto dire la sua con tanta forza se, poco più di vent'anni fa un'altra donna, anch'essa giovane, anch'essa interessata alle sorti della terra e dei suoi abitanti, non avesse pubblicato un libro che diventò in pochi mesi il più grande atto di accusa contro il capitalismo e contro il suo nuovo modo di essere, «la globalizzazione ».
Siamo alle soglie del duemila quando in Canada Naomi Klein, famiglia borghese e progressista con limitate seppur importanti esperienze giornalistiche, pubblica un libro «No logo» che, in breve tempo, diventa un best seller internazionale, tradotto in 30 paesi, oltre un milione di copie.
Come si spiega all'inizio il successo di una scrittrice ancora sconosciuta? Probabilmente perché denuncia e consente di vedere qualcosa che era sotto gli occhi di tutti e che, proprio perché diffuso, evidente e pervasivo, era difficile da individuare anche da parte di competenti analisti.
Il capitalismo - dice Klein - è radicalmente cambiato, mentre fino al decennio precedente era centrale la produzione di merci, quindi il rapporto con la loro materialità, il loro costo, ora è diventato fondamentale il branding, il logo, la marca, la pubblicità, un valore immateriale ma sul quale convergono ingenti risorse e sul quale si gioca il successo nel mercato.
Naomi Klein vede e descrive per prima quello che ancora oggi è sotto gli occhi di tutti.
I grandi brand, Mc Donald, Shell, Adidas, Nike, Marlboro, Coca Cola hanno rivoluzionato il proprio rapporto con il cliente, creando un legame che passa per il condizionamento e la conquista psicologica. Un giovane si sente importante se ha le scarpe Nike o la maglietta Adidas, la Coca Cola diventa stile di vita, Starbucks segno di modernità e innovazione. Le multinazionali entrano attraverso nuove e straordinarie capacità pubblicitarie nell'esistenza di tanti, ne creano i valori, modificano l'approccio al mondo, si impadroniscono di spazi pubblici e privati, dirigono le aspirazioni, creano desideri. Il nuovo capitalismo non si accontenta di appropriarsi del lavoro ma vuole anche l'anima e la vita. Non vuole solo soddisfare desideri e bisogni. Vuole determinarli, addirittura crearli.

Una critica globale al modo di produrre e consumare

Solo in questo modo può pensare di estendersi e avere nuovi profitti.
Ma come si procurano le ingenti quantità di denaro che servono a conquistare le anime dei paesi ricchi e consumatori? Klein indaga ancora e risponde: dai maggiori profitti che provengono il lavoro, dai corpi, dalla fatica e dallo sfruttamento degli abitanti dei paesi poveri dove non esistono leggi che proteggono il lavoro e il suo costo è bassissimo: Vietnam, Cina, Turchia, India, Marocco, Europa dell'est, paghe da fame, orari estenuanti, nessun sindacato, nessuna protezione. L'ideale per produrre a basso costo, per vendere con grandi margini di profitto, per finanziare le grandi campagne che conquistano, promettendo modernità, soddisfazione e felicità. Naomi Klein non si limita a denunciare. Esamina, descrive, racconta, documenta. Nel suo libro il villaggio globale è per la prima volta scoperto e sezionato in tutte le sue parti.
E No logo diventa il manifesto del movimento no global. Perché questo avviene agli inizi del secondo millennio: insieme alla globalizzazione nasce un movimento che a questa si oppone. Essa non è, come anche i partiti e i sindacati dei paesi avanzati sostengono, il bene possibile, un cambiamento che, adeguatamente guidato, porta la ricchezza per tutti. È solo un più ampio e radicale sistema di sfruttamento.
È difficile dire se i giovani che agli inizi del millennio scesero in piazza contro il Fondo monetario internazionale o l'Organizzazione mondiale del Commercio agli inizi del duemila abbiamo subìto l'influenza del libro di Naomi Klein o la scrittrice sia stata influenzata dalla proteste che in quegli anni cominciavano a montare nelle piazze del pianeta. È certo che entrambi hanno svelato il doppio sfruttamento, quello che si diffonde nei paesi ricchi, attraverso l'esaltazione del brand e quello che impoverisce sempre più i già poveri. E che il libro di Naomi Klein ha dato il via ad una critica globale del modo di produrre e di consumare.

Lo sfruttamento e la mancanza di cura della Terra Madre

Tanto globale che non si è limitata negli anni successivi a descrivere i sistemi di sfruttamento dell'uomo e della donna ma ha esaminato quello - altrettanto grave -del pianeta. Un filo rosso lega la lotta alla globalizzazione delle imprese a quella contro l'inquinamento, lo sfruttamento illimitato delle risorse, la mancanza di cura per la Madre Terra. I ragazzi e le ragazze che protestavano agli inizi del duemila hanno creato le basi per la rivolta degli, ancora più giovani, seguaci di Greta nella difesa del pianeta, anch'esso colpito dai superprofitti, dall'incuria e dallo sfruttamento.
Naomi Klein con il suo 'No Logo' ha ben seminato, ci ha reso più vigili, meno sicuri dei benefici assoluti del progresso, più guardinghi nei confronti della pubblicità e dei mass media. Contro il consumismo a favore del 'civismo'.
Che cosa direbbe oggi la scrittrice di fronte alla pandemia che sta sconvolgendo il pianeta?
Qualche anno fa ha parlato dell'ascesa del capitalismo dei disastri, e di shock economy e ha spiegato: «La dottrina dello shock è la strategia politica dell'usare la crisi su larga scala per far passare politiche che sistematicamente aumentano le diseguaglianze, arricchiscono le élite e tagliano fuori chiunque altro». Essa è possibile «perché nei momenti di crisi le persone tendono a concentrarsi sull'emergenza quotidiana del sopravvivere alla crisi, qualunque essa sia, e tendono a riporre fiducia eccessiva nel gruppo di potere». Ancora una volta ha ragione?

(pp. 22-23)


Ambiente ed etica: per un nuovo rapporto

Giannino Piana

La questione ecologica è divenuta, negli ultimi decenni, il nodo critico più rilevante della società in cui viviamo. La gravità della situazione è resa trasparente dal rapido avanzare di fenomeni che mettono in serio pericolo la vita del pianeta: dall'inquinamento ambientale in costante aumento e che intacca beni fondamentali per la vita - l'aria, l'acqua e la terra - alla progressiva erosione delle risorse, molte delle quali non rinnovabili, che rendono precario il futuro dell'umanità nel frattempo cresciuta in termini esponenziali (e tuttora in costante crescita).
È riduttivo - come avviene da alcune parti - ricondurre la crisi esclusivamente a fattori di carattere tecnico - lo sviluppo della tecnica e la proposta di un ideale tecnocratico hanno senza dubbio avuto (ed hanno tuttora) un peso di grande rilevanza a tale proposito - ; essa rinvia, più radicalmente, a fattori di ordine antropologico ed etico, che danno ragione in radice dei processi manipolativi che l'uomo ha messo in atto sfruttando le nuove conoscenza acquisite e servendosi degli strumenti sempre più sofisticati e pervasivi oggi a propria disposizione.

Le radici antropologiche

La radice più immediata della crisi è senz'altro costituita dalla mentalità economicista, che ha preso, a partire dalla rivoluzione industriale, il sopravvento. L'ideologia capitalista da essa derivante, fondata su una logica quantitativa, che privilegia la massimizzazione della produzione e del profitto, ha finito per considerare la natura come un semplice contenitore di risorse da sfruttare in maniera illimitata e incondizionata. Ad accentuare questa tendenza utilitaristica ha concorso, a sua volta, l'affermarsi di una visione di stampo illuminista che fa capo alla ragione strumentale, per la quale si identificano, in maniera ottimistica, progresso tecnologico e crescita umana, non tenendo in considerazione le ricadute negative dei processi attivati.
Ma la ragione più profonda dell'odierna crisi ecologica va ascritta alla presenza di una concezione antropologica dualista, che ha le sue origini nella filosofia greca - si pensi a Platone e al neoplatonismo - e che ha trovato espressione anche in altre correnti culturali, mantenendosi a lungo viva anche in epoca moderna - non si può dimenticare in proposito il dualismo cartesiano - la quale ha prodotto un'interpretazione del corpo come 'oggetto' (il corpo che `abbiamo' e non il corpo che 'siamo') e, di conseguenza, una oggettivazione della natura extraumana, assoggettata al dominio assoluto dell'uomo.
Si deve aggiungere che il fenomeno della secolarizzazione - tuttora in corso fino ai limiti del secolarismo - che ha provocato il distacco della natura dalla relazione fondamentale che la legava a Dio - il mondo non viene più considerato «creazione» ma «natura» e «cosmo» - ha determinato anche la separazione della natura dall'uomo, rimettendola a se stessa e alla sua piena autonomia, e facendogli perdere la dimensione di habitat da cui l'uomo non ricava soltanto sostentamento materiale ma anche nutrimento spirituale, e trasformandola in «cosa» del tutto manipolabile.

Una nuova relazione uomo-ambiente

Il rapporto uomo-ambiente va dunque ripensato, evitando tanto una forma di 'naturalismo' radicale, che non fa i conti con i limiti della natura - non solo madre ma anche matrigna -, la quale esige pertanto di essere controllata e trasformata dall'uomo, quanto una forma di riduzionismo culturale, che giustifica un utilizzo indiscriminato della natura, che finisce per alterarne radicalmente l'identità. Si tratta di dare vita a un equilibrio dinamico, che integri tra loro conservazione e cambiamento, rispetto ed esercizio della signoria. Ad esprimere nel modo migliore questo duplice rapporto, recuperando ambedue i significati, sono i due verbi `coltivare' e 'custodire', presenti nel secondo racconto della creazione (Gen 2, 15), dove il 'giardino', uscito dalle mani di Dio, è rimesso alle mani dell'uomo perché lo porti a compimento trasformandolo senza distorcerne il carattere originario.
La possibilità di dare concreta attuazione a questo equilibrio implica tanto il superamento della razionalità ideologica, che si fonda su una ragione totalizzante (e astratta) quanto di una razionalità strumentale, per la quale - come ci ha ricordato Bacone - 'conoscere è potere', cioè esercizio di un dominio incondizionato sulla realtà, per fare spazio a una razionalità simbolica, evocativa o allusiva, che guarda alla natura in una prospettiva aperta, senza la pretesa di circoscriverne in termini assoluti i contorni, ma rinviando costantemente oltre. Di qui nasce allora un rapporto di vera comunione che fa della natura non solo una realtà da utilizzare strumentalmente ma anche (e soprattutto) da fare oggetto di contemplazione in vista di un arricchimento interiore.

Le dimensioni etiche

L'etica che discende da questa concezione fa appello a una visione della realtà nella quale non compete all'uomo l'esercizio di una signoria dispotica nei confronti della natura, ma l'assunzione di una precisa responsabilità. Il riconoscimento che esiste una gerarchia tra gli esseri viventi al vertice della quale vi è l uomo - come vuole una forma di antropocentrismo moderato - non implica la possibilità di un uso puramente strumentale di ciò che è inferiore; comporta anzitutto la messa in atto di un rapporto comunionale con esso; rapporto che non esclude l'intervento manipolativo nel rispetto tuttavia dell'equilibrio tra i diversi ecosistemi.
L'esercizio della responsabilità deve svilupparsi, al riguardo, in due direzioni: le scelte strutturali (o di sistema) e le scelte personali. L'intreccio tra etica pubblica ed etica privata (o personale) è qui molto stretto. La prima direzione - quella riguardante le scelte strutturali - esige il superamento dell'attuale modello di sviluppo per dare vita a un modello che sappia fare seriamente i conti con il limite delle risorse disponibili e con la necessità di contenere l'inquinamento. Questo implica il rifiuto del sistema capitalista (o neocapitalista) imperniato su una logica quantitativa, per fare spazio a una logica qualitativa che privilegi i beni relazionali e la promozione della qualità della vita. La consapevolezza che -come ci ha ricordato papa Francesco nella Laudato si' - questione ambientale e questione sociale sono tra loro strettamente connesse sollecita a dare vita a un sistema insieme ecosostenibile ed equisostenibile: un sistema - per usare ancora un'espressione dell'enciclica papale - di «ecologia integrale»; che saldi, in altri termini, cura dell'ambiente e ridimensionamento delle diseguaglianze sociali. Un sistema che abbia di mira, in definitiva, il bene comune umano non più definibile soltanto in senso sincronico - tutto l'uomo e tutti gli uomini esistenti - ma anche in senso diacronico, coinvolgendo le generazioni future alle quali va consegnato un mondo abitabile.
La seconda direzione - quella delle scelte personali - implica l'adozione di nuovi stili di vita. Si tratta di fare il passaggio da un regime basato sullo spreco delle risorse («l'usa e getta»), sulla moltiplicazione dei rifiuti e sulla rincorsa dei bisogni, quelli superflui, che risultano spesso anche alienanti perché indotti dalla pressione socialé esercitata dai media, ad un regime caratterizzato dalla sobrietà, cioè dall'uso parsimonioso delle cose e del tempo, dalla riduzione dei bisogni e dall'assegnazione del primato al ricupero della propria interiorità e dell'impegno verso gli altri, a partire da coloro che si trovano in situazioni di particolare disagio con i quali occorre stabilire condizioni di solidarietà e di condivisione dei beni.
La questione ecologica reclama dunque una vera rivoluzione culturale e socioeconomica - la crisi attuale non è congiunturale, ma strutturale e di sistema -; ma esige anche una ampia partecipazione dal basso, che, oltre a contribuire in misura determinante a ridurre gli effetti negativi dei processi in corso, rende possibili gli stessi cambiamenti strutturali, che hanno bisogno per imporsi con efficacia di un ampio consenso di base. E evidente in tutto questo il ruolo imprescindibile della politica, la quale deve ritrovare la propria autonomia e la propria autorevolezza, uscendo dalla sudditanza nei confronti del potere economico e dal provincialismo degli Stati nazione, che la rende impotente a gestire processi che vanno ben oltre le loro frontiere, e assumendo il ruolo che costitutivamente le spetta, quello di fare da guida alla vita associata in vista della crescita del bene comune.

(pp. 24-25)


Transizione ecologica

La scuola c'entra eccome
Fiorella Farinelli

Transizione ecologica, ma cosa c'entrano le scuole? C'entrano eccome, risponderebbero i tanti insegnanti che l'educazione ambientale la prendono sul serio, non un argomento minore o occasionale ma un ingrediente fondamentale delle competenze di cittadinanza. Non è solo di questo però che si tratta. Sono le scuole nella loro fisicità, il più vasto patrimonio edilizio pubblico con oltre 40.000 sedi disseminate capillarmente in ogni angolo del territorio, a dover entrare finalmente in modo esteso nella partita strategica della riduzione delle emissioni. Utilizzando la grande - «l'ultima»? - occasione del Recovery Plan. E se succederà che la restituzione del debito (ben 127 dei 209 mld europei sono un prestito da ripagare in trent'anni) dovesse davvero ricadere soprattutto sulle spalle dei bambini e dei ragazzi di oggi, c è da augurarsi che con quelle risorse siano state anche riqualificate dal punto di vista ambientale le loro scuole e, per questa via, sia stato liberato almeno un po' il loro futuro dall'incubo di un catastrofico riscaldamento globale. Ha ragione chi dice che c'è una grande differenza tra debito «buono» e debito «cattivo».

Lo stato della situazione

Il tema è del resto all'ordine del giorno da molti anni. Perché in più del 70% dei casi gli edifici scolastici sono stati costruiti prima della prima legge del 1976 sul consumo energetico degli edifici, e perché negli ultimi decenni si è fatto troppo poco per rimediare. Un'avarizia di intelligenza e di efficienza che si è manifestata anche quando le risorse non sono mancate (solo metà dei 4.601 progetti finanziati dal 2014 al 2020, denuncia il dossier «Ecosistema Scuola» di Legambiente, sono stati portati effettivamente a termine). Diversi interventi, intendiamoci, ci sono stati, anche grazie alle nuove Linee guida sull'edilizia scolastica del governo Monti, agli investimenti e al bando per le «Scuole Innovative» del governo Renzi, all'impegno finanziario e progettuale di qualche Fondazione, alla lungimiranza di alcuni Enti Locali. Anche in questi giorni, con il suo primo decreto, il ministro dell'istruzione Bianchi ha stanziato un corposo finanziamento di 1,1 mld, con un bando a brevissimo termine rivolto agli Enti Locali mirato in particolare a quegli istituti tecnici e professionali che il presidente Draghi ha intenzione di rilanciare, per ammodernarli e renderli più efficienti anche dal punto di vista energetico. Quanto al Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, almeno nelle versioni circolate finora, si destinano allo scopo 7 miliardi, troppo pochi in verità rispetto alla vastità dell'impresa (secondo stime qualificate occorrerebbero 200 miliardi in un arco di 20 anni), e per di più circoscritte al solo «efficientamento energetico». Una scelta che non convince perché, una volta che si metta mano alle scuole, sarebbe antieconomico e poco razionale limitarsi a «incappottare» gli edifici, meglio invece lavorare - come precisa il bando Bianchi - perché diventino «luoghi di sicurezza, 'sostenibilità, accoglienza e socialità». E veri e propri «Civic Center», luoghi di incontro e di crescita culturale e di partecipazione civile delle comunità. E qui la sostenibilità ambientale si sposa non solo con la modernizzazione degli ambienti di apprendimento, ma anche con i programmi, sollecitati dalle stesse trasformazioni del vivere e del lavorare indotte dalla pandemia, di rigenerazione urbana. Cosa può richiedere, per esempio, alle scuole l'idea della «città a 15 minuti» attorno a cui si sta cominciando a pianificare e progettare in tutta Europa?
Il primo focus è dato comunque dal fatto che quello che stiamo imparando ad esigere nell'abitare privato è paradossalmente disatteso nelle sedi pubbliche dell'educare, proprio dove crescono i giovani. Gli edifici scolastici presentano frequentemente un conto energetico da far paura, sprechi enormi di energia, bollette stratosferiche, bassi livelli di agio e vivibilità. In moltissimi casi pareti esterne e interne, tetti e solai, finestre e porte disperdono calore e ci vuole una montagna di energia per riscaldare gli ambienti, col risultato che sono freddi d'inverno e infuocati d'estate. Le caldaie sono spesso vecchie, non ci sono i termomisuratori né la zonizzazione del riscaldamento, mancano i doppi vetri, le schermature dal sole, la giusta ventilazione, areazione, insonorizzazione, illuminazione. I punti luce non sono a Led ed è rarissimo l'utilizzo di energie alternative. Non solo. Alla vetustà e all'incuria si aggiungono i guasti dovuti a decisioni nemiche della 'qualità ambientale. Non sempre le scuole dispongono di aree all'aperto, ma quelle che ci sono in molti casi sono ridotte, ingombrate, inquinate per fare spazio alla sosta-auto del- personale, i cortili asfaltati per semplificarne la pulizia, il verde trascurato, e talora anche eliminato per evitare il pericolo di insetti e piccoli animali, e così via. Gli studi tecnici dicono che, con appositi interventi strutturali e sugli arredi (quanto abbiamo speso per i banchi a rotelle? Quanta altra plastica in più? Quanti i vecchi banchi da rottamare?), si potrebbe risparmiare il 50% dell'energia, e relative emissioni. Il buon senso pedagogico dice che scuole fatte così non favoriscono affatto la sensibilità e la responsabilità ambientale degli studenti. Le esperienze indotte dalla pandemia non evidenziano solo il deficit di connessioni e reti insufficienti, ma anche i gravi limiti degli spazi non flessibili, degli accessi che non consentono ingressi e uscite articolate e distanziate, della mancanza o della scarsa fruibilità delle aree all'aperto. Di un modello didattico obsoleto ma incarnato nella struttura stessa degli edifici, uno dei tanti casi in cui il contenitore fa il contenuto, ostacolando o scoraggiando ogni innovazione.

Interventi integrati di sistema e di contesto

La transizione ecologica però non è fatta solo di riduzione delle emissioni, richiede anche interventi integrati di sistema o di contesto. Dovranno infatti contribuire anche le politiche di rigenerazione urbana, anch'esse rese più visibili e urgenti dagli effetti della pandemia, a partire dalla diffusione di uno smartworking che in diversi settori di lavoro non farà grandi passi indietro anche quando l'emergenza sarà finita. C'è in Europa una grande discussione e una forte mobilitazione di energie progettuali cui concorrono sociologi, urbanisti, architetti, politici sull'idea della «città in 15 minuti», già accolta dalla sindaca di Parigi Anna Hidalgo e a cui si guai-, da con interesse anche in altre capitali. L'idea postula una riorganizzazione dei servizi e dei luoghi della città finalizzata alla possibilità per i cittadini di raggiungere il lavoro, gli alloggi, le attività educative, culturali e del tempo libero in breve tempo, a piedi o in bicicletta. Mobilità sostenibile, dunque, attraverso il superamento della «zonizzazione» tipica della società industriale che ha diviso i luoghi della produzione da quelli dell'abitazione, ha spostato lontano da entrambi quelli dello shopping, ha sacrificato all'economia la necessità vitale di un rapporto libero delle persone con le aree verdi, la natura, il paesaggio. Con l'esito di luoghi urbani affollati di giorno e svuotati di notte, di luoghi-non luoghi, di aree asfissiate dall'inquinamento, dell'obbligo a lunghi percorsi in auto o mezzi pubblici. Ma un'idea nuova di città spinge anche a un rapporto diverso tra città e scuole, e dunque anche a nuove idee di scuola. Rese praticabili, nei prossimi anni, da un calo demografico così consistente (in Italia perdiamo circa 95.000 iscritti l'anno, e sarà peggio dopo la pandemia) che renderà possibile non solo di-smettere le sedi scolastiche inadatte o non riqualificabili ma anche liberare e flessibilizzare una parte degli spazi scolastici che oggi sono dedicati unicamente alla didattica tradizionale, destinando ad altre funzioni quelli sprecati in corridoi e in aule magne quasi sempre deserte. Istituti scolastici raggiungibili a piedi o in bicicletta, dunque, dedicati non solo all'apprendimento ma anche a servizi culturali, sociali, ricreativi utilizzabili dalla comunità. «Centri civici» sempre aperti la sera e nei tempi di sospensione delle attività scolastiche, con auditorium, palestre, biblioteche, consultori, formazione per gli adulti. Dotati, se possibile, di aree verdi aperte anche ai cittadini, o abilitati ad utilizzare a fini didattici e di socializzazione anche parti dei parchi della città. L'obiettivo di Carlos Moreno, lo scienziato franco-colombiano che ha lanciato l'idea della «città in 15 minuti», è dimezzare il gas serra entro pochi anni nelle aree metropolitane ed urbane. Le suggestioni sul modello di funzionamento degli edifici scolastici non sono granché distanti dagli obiettivi a cui, anche partendo da altri presupposti, si sta già lavorando in alcune città italiane, tra cui Torino, Milano, Reggio Emilia. Bisogna avere uno sguardo lungo, in tempi di pandemia. Bisogna volare alto, per accelerare la transizione ecologica. La scuola, proprio perché luogo simbolico dell'eguaglianza e della cittadinanza e proprio perché diffusa capillarmente in tutto il territorio, è il più vasto e promettente campo di gioco di una trasformazione ambientale che sia sostenibile, e vantaggiosa anche socialmente. Meglio non dimenticarlo.


La scuola (non) ha il pollice verde

Marco Gallizioli

Per affrontare il tema del rapporto scuola-ambiente devo giocoforza partire da lontano, dalle tante sollecitazioni di cambiamento che il pianeta scolastico ha sopportato in questi ultimi tempi. Cambiare la scuola è stato l'obiettivo di tutti i governi che si sono succeduti nel nuovo millennio, ma i risultati ottenuti paiono, allo stato dei fatti, modesti. Le dichiarazioni dei vari ministri sono risultate tanto ambiziose, quanto spesso inconcludenti. L'importante è sempre stato dichiarare a gran voce quanto la scuola sia imprescindibile, centrale nella società, degna di investimenti. In ogni discorso d'insediamento, non c'è stato presidente del consiglio che non abbia citato gli investimenti nella scuola pubblica come uno degli assi portanti dell'azione di governo, quasi a dire che solo ora si farà sul serio. In realtà, a conti fatti, dispiace verificare che tutto questo ampolloso pontificare sulla scuola si sia risolto in semplici operazioni di trucco e parrucco, che, di fatto, hanno finito solo con il trasformare l'istruzione pubblica in maniera - mi si consenta l'espressione azzardata - grottesca. Un colpetto all'esame di stato, un altro all'alternanza scuola-lavoro, un po' di vuota retorica sull'educazione civica, et voilà, la scuola è sembrata pronta per essere presentata in società come buona, o bella, o efficiente, o seria, o come sembrava opportuno. Ma chi ha a che fare con l'istituzione scolastica, più o meno direttamente, sa che la scuola va coi suoi tempi. Sì, insomma, assomiglia ad un pachiderma, dall'incedere flemmatico e costante, che ascolta tutti i discorsi roboanti della politica con indolenza. La scuola si mostra di fatto refrattaria a queste operazioni di facciata, alle quali si accomoda con malcelata indolenza e sopportazione.

Andare oltre il trucco e parrucco

Basterebbe questa lunga premessa, per far comprendere quanto di fatto lontano sia un vero discorso ecologico dalla scuola. Certo, nelle nuove linee dell'educazione civica, uno degli ambiti da trattare è proprio relativo all'educazione ambientale, come aspetto fondamentale dell'educazione alla cittadinanza globale. E quindi giù, con discorsi di varia retorica, per incensare la svolta epocale, rappresentata dalla reintroduzione di questa disciplina nell'asse della formazione. Improvvisamente, è sembrato tutto chiaro, lapalissiano: i ragazzi non hanno coscienza civica? Si comportano da bulli? Imbrattano e sporcano? La responsabilità è della scuola che non li forma civicamente e, dunque, la soluzione è semplice, basta introdurre una nuova disciplina apposita, l'educazione civica, che poi tanto nuova non è. Ora sì che i ragazzi capiranno tutto del mondo, visto che potranno seguire corsi di educazione civica! Ecco, chi ragiona in questo modo è assimilabile a chi pensa che l'educazione sessuale nelle scuole possa essere ridotta ad una serie di lezioni, spesso noiosissime, sulle malattie sessualmente trasmissibili. Ossia, la risposta è sempre quella: organizziamo un corsetto, cambiamo un'etichetta, scardiniamo una dicitura ed il gioco è fatto. Ovviamente, fuori dalla provocazione, non si può negare che certi interventi siano necessari, così come determinati approfondimenti, ed è bene che la scuola si faccia carico di determinati problemi, avviando un processo di riflessione critica negli studenti. Ciò che va molto meno bene sono le modalità fumose con cui questi interventi, splendido-splendenti sulla carta, si realizzino poi nei fatti. La mia esperienza ventennale di docente negli istituti di istruzione secondaria superiore mi porta a dire che, in realtà, tutto è rimandato alla creatività, all'intraprendenza dei singoli docenti, perché il più delle volte nei «grandi» progetti ministeriali manca una reale visione d'insieme e a lungo raggio. Così, l'educazione ambientale, quale altisonante tematica da sviluppare all'interno dell'educazione civica, viene troppo spesso tradotta nella prassi scolastica in un progettino al quale un nugolo di docenti partecipa, ciascuno per una manciata di ore, mettendosi a disquisire degli obiettivi dell'agenda 2030, di sviluppo sostenibile, di energia pulita e accessibile, e di crisi idrica.
Onore ai docenti, quindi, che, con un contorsionismo alla Frumboli, tra un collegamento in dad e una gestione mista della classe, devono diventare capaci di trattare ogni tema, proponendo, in un itinerario multidisciplinare di 30 ore annue, la disamina dei massimi problemi ecologici globali, con tanto di verifiche e di certificazione di competenze. Poi, però, quando si alzano gli occhi da questo parlarsi addosso, ci si rende conto che la realtà è differente. Non voglio, né posso, generalizzare; probabilmente ci saranno istituti in cui si mettono in campo risorse umane e progettualità di altissimo profilo, in grado davvero di sensibilizzare i nostri studenti, ma, in base alla mia esperienza, le cose stanno in modo diverso e siccome a me piace l'arrosto e del fumo non so che farmene - parafrasando la locandiera goldoniana - non vorrei unirmi al coro di chi vende lucciole per lanterne. Se si leva lo sguardo dall'orizzonte ristretto del proprio progettino ecologico, ci si rende conto che la scuola è semmai maestra di contraddizioni.

Maestra? sì, di contraddizioni

Da un lato, stigmatizza l'utilizzo eccessivo di plastica e carta, dall'altro dispensa bottiglie e bicchierini di plastica dai distributori automatici, e inonda di carta gli studenti. Per un verso grida allo spreco energetico e dall'altro usa ancora lampadine ad incandescenza, o neon antiecologici in cambio di un'illuminazione a led. I plessi, poi, spesso vetusti, hanno infissi che lasciano passare il bello e il cattivo tempo, costringendo ad un uso parossistico del riscaldamento e, anche quando va bene, perché ci si trova ad insegnare in un istituto efficiente e moderno, la rigidità burocratica impone accensioni e spegnimenti con date decise dall'alto e che non tengono in alcun conto le specificità atmosferiche. Dove, poi, ci sono mense annesse, le mille regole che disciplinano la divisione dei pani e dei pesci comportano di fatto uno spreco scandaloso di cibo, mentre magari in classe si è appena parlato del problema gravissimo della malnutrizione e delle diseguaglianze. In questi ultimi mesi, poi, in cui la scuola, come molti altri ambienti, è stata sconvolta dal ciclone pandemico, alcune cose appaiono più evidenti. Ogni settimana, per esempio, vengono riversate nelle classi, dimezzate per legge, vagonate di mascherine, perché, giustamente da un lato, la scuola si preoccupa che tutti gli studenti possano disporne. Il problema è che le mascherine distribuite spesso sono scomode e i ragazzi finiscono col portare le proprie, lasciando sul terreno una montagna di presidi inutilizzati. Dunque, se dovessi sinceramente giudicare il grado di ecologismo delle scuole italiane a partire da questi dati, dovrei per forza ammettere che si è in una situazione schizofrenica, in cui si parla di qualcosa e ci si comporta in modo differente, quando non opposto.

Ma c'è un contagio positivo

Tuttavia, in questa cornice negativa, occorre mettere in rilievo anche qualcosa che, lentamente ma inesorabilmente, sta cambiando il modo di vivere all'interno delle comunità scolastiche. Per esempio, la maggior parte dei miei studenti viene in classe con una propria bottiglia riutilizzabile che riempie al rubinetto dei bagni e che esibisce, con orgoglio sul banco. Inoltre, sono gli studenti che più spingono al rispetto della differenziazione dei rifiuti, chiedendo a gran voce che dentro le classi ci siano bidoni specifici per la raccolta differenziata. Dunque, anche se la scuola non ha ancora sviluppato un vero discorso ecologista, se ancora non è riuscita a declinare in maniera non superficiale un percorso credibile di coscientizzazione, è ancora, quasi suo malgrado, un luogo in cui può avvenire un contagio positivo delle idee. È nella scuola, dunque, che può davvero declinarsi una trasformazione dei comportamenti, capace di indurre gli studenti, ma anche gli insegnanti e tutte le componenti che vi lavorano, a cambiare mentalità, a rendersi conto che certe abitudini possono trasformarsi senza stravolgere l'esistenza. È nella scuola, dunque, che si può prendere coscienza che esiste una relazione ormai non più negabile tra i comportamenti individuali, i comportamenti collettivi e l'ecosistema; è nella scuola che c'è ancora la possibilità di aiutare i ragazzi a guardare oltre il ristretto orizzonte di ciò che serve ora, per protendere lo sguardo e traguardare il limite del proprio egoismo immediato. Per cui forse, la scuola ecologicamente obsoleta, può ancora fare qualcosa per questo pianeta sgangherato e per una reale crescita civica dei suoi futuri cittadini.

(pp. 28-29)


Uno sguardo sulle foreste tra azione e contemplazione

Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino dell'Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse (Gen. 2, 15).
Antonio Brunori *

Le foreste hanno un ruolo centrale nelle nostre vite, molto più di quanto ci possa apparire; quando respiriamo a pieni polmoni, quando beviamo un bicchiere d'acqua, quando scriviamo su un quaderno o quando costruiamo una casa, siamo connessi alle foreste, anche se con fili invisibili. Ma sono i numeri che ci fanno capire la loro rilevanza per la vita: le foreste costituiscono l'habitat di oltre 1'80% di tutte le specie terrestri di animali, piante ed insetti. Inoltre 1,6 miliardi di persone in tutto il mondo dipendono dalle foreste per il loro sostentamento, dalle popolazioni indigene che vivono nelle foreste primarie alle comunità montane delle aree interne del nostro Paese, per il legname e per il cibo. Ma esiste una vera gestione forestale che preservi il Capitale naturale e soddisfi le esigenze sociali ed economiche dell'uomo? Si può tagliare un bosco e allo stesso tempo preservarlo per il futuro?

Proteggere l'ecosistema

La loro gestione sostenibile e l'uso delle risorse, anche in fragili ecosistemi, sono fondamentali per contrastare i cambiamenti climatici e contribuire alla prosperità e al benessere degli abitanti del Pianeta e delle generazioni future. Questo delicato equilibrio è stato sperimentato nel passato, come testimonia il primo documento storico ufficiale che teorizzi una gestione forestale in equilibrio tra Natura ed Economia, cioè il Codice forestale camaldolese, che rappresenta la sintonia profonda tra la ricerca spirituale e la cura della foresta e del territorio socialmente interessato. Tale documento è costituito da una complessa serie di norme e disposizioni con le quali per secoli - dal 1027 al 1866 - i monaci benedettini camaldolesi hanno gestito e tutelato le loro foreste appenniniche, teorizzando la 'selvicoltura razionale', con la messa a dimora di ettari ed ettari di abeti bianchi, con razionali cicli colturali centenari, creando foreste coetanee e monospecifiche destinate al commercio del legname da opera in tutta Italia. Parallelamente le Confraternite francescane praticavano regole semplici e pratiche nella gestione dei boschi intorno a eremi, cenacoli e conventi, una vera e propria 'selvicoltura naturalistica' basata sulla semplice raccolta del necessario per vivere, con approccio questuante e rispettoso nella raccolta della legna da ardere e delle travi per costruire le strutture, con il risultato di generare boschi disetanei e plurispecifici, con conseguente alta ricchezza floristica e animale. Papa Francesco ha chiarito molto bene nell'Enciclica Laudato si' questo approccio: «Credo che Francesco sia l'esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale... un mistico e un pellegrino che viveva con semplicità e in una meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se stesso».
Da queste parole chiare si capisce che il protettore autentico della Natura è colui che mantiene un rapporto armonico anche con Dio e con gli uomini, un equilibrio appunto che va ben oltre la teorizzazione di valutazioni di ordine etico, scientifico, economico.

Il bosco un organismo vivente

Questo equilibrio è percepibile al cuore aperto dell'Uomo che entra in un bosco, e anche se lo si sapeva da sempre, ora anche la scienza ha dimostrato che un bosco è un organismo costituito da esseri viventi che si servono uno dell'altro, un ecosistema strettamente interconnesso, con tutti i suoi elementi viventi capaci di comunicare tra loro per scambiarsi risorse e informazioni anche a grandi distanze, proprio come noi animali, se non meglio. E questo equilibrio dinamico è chimico ed energetico, così tanto che ci sono molteplici studi che dimostrano l'importanza degli alberi e della natura per l'essere umano, per il suo benessere. Molti di noi sentiamo una sorta di rilassamento dopo e durante una passeggiata in una foresta o in un bosco. E non sorprende quindi che ci siano così tanti rapporti di ricerca che dimostrino che questo è un dato di fatto. Quando ci troviamo in una foresta l'ormone dello stress, il corti-solo, si abbassa, così come la pressione sanguigna, mentre il sistema immunitario aumenta e il contatto con la natura ci rende anche più concentrati, meno aggressivi e violenti e più creativi.
La foresta era ed è tuttora un elemento inscindibile dalla vita monastica, è il luogo fisico e psicologico per trovare quel silenzio e quella solitudine, indispensabile per l'incontro con Dio, che i monaci-eremiti orientali trovavano nel deserto. Ma la vita attuale è lontana dal silenzio e dalla contemplazione, lontana anche dal rispetto praticato da chi alla Natura fa affidamento con sguardo saggio e grato per il dono del Creato. E sotto gli occhi di tutti la distruzione causata dagli incendi forestali dell'estate 2019 in tutte le foreste del mondo, dalla Siberia al Sudamerica, dall'Africa centrale al Sudest asiatico. Se le cause degli incendi in Siberia sembrano essere naturali (fulmini) ma indotte da stagioni innaturalmente secche e con temperature elevate mai registrate prima, per il resto del Mondo gli incendi sono causati dall'uomo per pratiche intensive di zootecnìa, agricoltura industriale, conversione di foreste in piantagioni per cellulosa o palma da olio. A questa piaga va aggiunta l'azione criminale dei tagli illegali delle foreste, per ottenere legno di pregio da inviare alla parte ricca del mondo (Europa, Nord America e Cina). Questa pratica, è un vero e proprio business internazionale che muove centinaia di miliardi di euro l'anno ed è l'anticamera che apre la strada alla sostituzione della foresta con un'area agricola. Il taglio illegale porta con sé ulteriori conseguenze negative, come fenomeni di riciclaggio di denaro sporco, di traffico di armi e di droga; finanziamento illegale di guerre o di dittature militari; concorrenza sleale verso imprese che operano nel rispetto delle leggi; concorrenza sleale verso chi è corretto nel mercato.
A livello mondiale, fino al 2018 la media di ettari di foreste persa all'anno è di 13 milioni: il 94% di tale superficie deforestata era rappresentato dalle foreste tropicali, in particolare quelle di Brasile, Congo ed Indonesia. Per avere un termine di paragone, ogni anno è come se sparissero tutte le foreste italiane e austriache messe insieme (o in ter-
mini di superficie, come se sparisse una foresta grande come la Grecia). Questa perdita di foreste, con la doppia conseguenza di immettere anidride carbonica in atmosfera per gli incendi e di ridurre la superficie assorbente della CO2, rappresenta la seconda causa di incremento di gas serra del Pianeta, solo secondo alle emissioni provocate dalla combustione di energia fossile per produrre energia.

Conclusioni

La sostenibilità promossa dai nostri Padri e da accorte legislazioni ha lo scopo di mettere in equilibrio produzione legnosa e lavoro in montagna con fornitura di servizi ecosistemici da parte delle foreste, soprattutto conservazione di biodiversità, mitigazione climatica e difesa idrogeologica. Qui in Italia, ma anche nel resto del mondo, dobbiamo credere che la sostenibilità si possa vivere attraverso l'educazione al consumo responsabile, attraverso il sempre maggior uso di fonti rinnovabili per la produzione di energia, attraverso l'uso di prodotti certificati per la loro legalità e sostenibilità,
Questo significa vedere i consumi attraverso la lente della bioeconomia e della decarbonizzazione, quella che da sempre è stata vissuta dalle società precedenti a quelle dell'ubriacatura dell'economia lineare, quella dell'uso e del rifiuto, basata sul petrolio e sui suoi derivati. Un'economia tecnologica basata sull'uso di materiali rinnovabili derivanti dalla Natura è la visione che salverà il nostro mondo, ed è per questo che il mondo forestale ha tanto da contribuire per realizzare una visione del mondo affrancato dall'abbraccio dell'economia basata sulle energie fossili e sulla plastica. Ma solo se la gestione sia responsabile e sostenibile, se i consumi saranno adeguati alle necessità e se ci sia uguale attenzione al Capitale sociale e al Capitale Naturale.
Pertanto, nell'apparente contraddizione del taglio delle foreste per mitigare i cambiamenti climatici e ridurre l'inquinamento si trovano le basi pratiche della bioeconomia e dell'economia circolare, a patto che ci sia una valorizza zinne 'a cascata' della materia prima legno e che le filiere siano tracciate, locali e certificate, in maniera tale da minimizzare gli effetti deleteri della globalizzazione dei mercati (del legno, ma anche delle derrate agricole, del cuoio, della carne, delle risorse energetiche, tra loro legate e interdipendenti), riducendo così l'insorgenza di situazioni di sfruttamento insostenibile e/o illegale delle risorse naturali ed umane nel pianeta.

* Dottore Forestale e Giornalista pubblicista, attualmente è Segretario Generale del Pefc Italia (dal 2001) e membro nel Pefc Internazionale del Gruppo di Lavoro per la Catena di Custodia e della Task Force per lo sviluppo dello standard di certificazione per l'agro-selvicoltura sostenibile

(pp. 30-31)


Dalle oasi alla carovana

Walter Ganapini *

Non sarò mai sufficientemente grato a Francesco per il dono della Laudato sì', a partire dall'incipit che ci parla del grido di dolore della Terra, unica nostra casa comune, grido da anni occultato da un negazionismo prezzolato dagli enormi interessi associati all'energia fossile, che porta 63 persone fisiche a detenere una ricchezza pari a quella di 3,5 miliardi di donne e uomini.
I poteri fossili della finanza deregolata e idolatri di Mammona controllano una società che molti ormai definiscono `neofeudale' e vogliono continuare ad imporci il modello consumistico vissuto da 6-700 milioni di persone del. Nord del mondo, quando l'Impronta Ecologica dice che servirebbero 3,5 Terre se tutta l'Umanità volesse condividere quello stile di vita dissipativo.
Quei poteri hanno ostacolato qualunque pur tardiva resipiscenza resiliente da parte di istituzioni nazionali e internazionali in tema di mitigazione degli effetti irreversibili del Cambiamento climatico globale e di adattamento alle nuove condizioni di un Pianeta lordato da inquinamento di megalopoli, aree industrializzate e di agricoltura intensiva, da deforestazione massiva in atto dall'Amazzonia all'Indonesia all'Africa, da devastante perdita di bio-diversità, quando la scienza predice per l'Umanità rischi di estinzione se il riscaldamento globale arrivasse al valore +2°C. Per decenni si è lavorato per farci dimenticare che l'ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l'umanità e responsabilità di tutti e che chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti: ci si è voluti assuefatti all'idea di una crescita illimitata, quasi le risorse di un Pianeta finito potessero ritenersi infinite: la disponibilità infinita di fonti energetiche e minerarie che dovrebbe renderci possibile «spremere» il Pianeta oltre ogni limite, è mera menzogna.

La critica del paradigma tecnocratico

Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare dominio sulla politica, su una economia che legge ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza attenzione a conseguenze negative per l'essere umano, su una finanza tossica che soffoca l'economia reale e nasconde gli impatti dell'ideologia della crescita, sempre più negativi se permanessero gli attuali modelli di produzione e consumo e in assenza di politiche di riduzione di emissioni di CO2 e altri gas climalteranti.
La critica di tale stato di cose mi coinvolse presto, grazie a letture che gli scenari sopra citati già delineavano, dal Silent Spring' di Rachel Carson al `Limits to Growth' dei coniugi Meadows, e mi portò ad aggregarmi a metà '70 al gruppo che diede vita all'ambientalismo scientifico italiano, venendo dagli studi di chimica con Vincenzo Balzani ed avendo vissuto e condiviso l'avvio in Emilia dei primi Servizi di Medicina del Lavoro fortemente voluti da Giovanni Berlinguer e resi operativi grazie alla scuola di Benedetto Terracini: mi era ben evidente che non potesse darsi ambiente salubre in presenza di attività produttive industriali ed agro-zootecniche insalubri.
Ebbi così la fortuna di crescere, culturalmente, con Laura Conti, Giorgio Nebbia, Giulio Maccacaro, G.B. Zorzoli, Antonio Cederna e, professionalmente, con Umberto Colombo e Giancarlo Pinchera. Sapevamo quanto fosse radicata l'ancestrale attitudine umana ad occuparsi di ciò che è vicino nel tempo e nello spazio, rendendo difficile la comprensione della dimensione spaziale dei temi ambientali, planetaria come quella temporale, regolata da ritmi altri dai nostri.
Oltre a renderci difficile comunicare nozioni di solidarietà diacronica e di equità intra- e inter-generazionale, leggevamo quell'attitudine 'ancestrale' come concausa del prevalere dell'idea di dominio dell'uomo sulla natura fino a considerare 'normale' l'eroderne il capitale, quasi fossero inesauribili qualità e quantità delle risorse, fino a mettere a rischio la sopravvivenza come specie. Già in quella seconda metà dei '70 si evidenziava come l'Antropocene impattasse sui sistemi naturali generando riscaldamento globale che modificava circolazione oceanica, livello dei mari, ciclo del carbonio e dei nutrienti, qualità dell'aria, produttività di ecosistemi naturali e di terre agricole, praterie e foreste, distribuzione geografica, comportamento, abbondanza e sopravvivenza di specie animali e vegetali, inclusi vettori ed ospiti delle malattie dell'uomo, al contempo modificando frequenza ed intensità di fenomeni estremi (ondate di caldo, freddo, siccità, alluvioni).
Temevamo la sottovalutazione dell'enorme potenziale distruttivo delle armi nucleari e dell'impatto a lungo termine delle scorie della produzione elettrica termonucleare, così come del ruolo delle catene alimenta-
ri come accumulatori biologici di inquinanti dispersi per diluizione in acque, aria, suolo: l'interferenza con tali catene trofiche di amianto, metalli pesanti, idrocarburi policiclici persistenti, pesticidi, microplastiche trasferisce la contaminazione al terminale 'essere umano'.

Governare la complessità

Grazie a Prigogyne, Laszlo, Kapra, Morin ci addentravamo nella cultura della complessità, sapendo che la nostra sfida doveva essere il contribuire al governo di quella complessità in regime di incertezza ed incombere di rischio, assumendo l'analisi sistemica come unica metodologia di lettura dei fenomeni e le 'no regret actions' (nessuna azione di rimpianto ndr) come unica opzione disponibile quando si intravedesse il rischio di perturbazioni con effetti irreversibili, come verificatosi con il cambiamento climatico.
All'interfaccia tra scienza e politica ci impegnammo per cambiare paradigma dal «fatti consistenti - valori deboli» al «deboli fatti/deboli segnali scientifici - forti valori pubblici», da cui discese il 'Principio di Precauzione' contro cui si sono erte barriere da parte dei poteri messi in discussione. Per i nativi d'America «abbiamo ricevuto la terra in prestito dai nostri figli», ma all'ambientalismo scientifico italiano risultò difficile contagiare di tale consapevolezza l'intero corpo sociale, a mio avviso anche per l'errore commesso traslando al mercato politico un pensiero, quello ambientalista, per definizione trasversale e orientato a contaminare ceti, culture, saperi, comportamenti.
Cominciò la campagna di discredito dell'« agire locale» sotteso dal «pensare globale», il rimando alla 'sindrome Nimby' («not in my backyard») (non nel mio cortile ndr) come causa di un 'non fare' in realtà derivante dalla incapacità/inefficienza/ corruzione del nostro sistema-Paese, imputandolo a «gente irrazionale ed emotiva» che si oppone a tutto, quando il monitoraggio europeo delle cause di conflitti ambientali chiariva già nel '90 come la prima fosse la 'sindrome Nimto' («not in my terms of office») (non nel mio mandato ndr), lo scaricabarile tra istituzioni, l'italico «non è di mia competenza», «non durante il mio mandato». Personalmente mi concentrai sull'urgenza di 'inoculare', in un sistema industriale e sociale incapace di riutilizzare rifiuti alla fine del ciclo di produzione e consumo, 'tecnologie più pulite' per offrire 'prodotti più puliti' disegnando modelli circolari per assicurare risorse per le generazioni future, minimizzando sfruttamento di risorse non rinnovabili e contrastando la cultura dello scarto. Nel mezzo di un guado sempre più difficile da superare, straordinario slancio è venuto, non solo a me, dalla Laudato sì', che ha sotteso nel 2015 lo sforzo che condusse finalmente quasi 200 Stati a siglare il 'Paris Agreement', sottoscrivendo l'impegno cogente ad intraprendere le necessarie azioni tese a ridurre drasticamente le emissioni di ognuna delle modalità/drivers in cui si articola l'attività antropica sul Pianeta: è grazie a quella convergenza di attori responsabili che le Nazioni Unite sono arrivate ad adottare la 'Agenda 2030' ed i suoi Obiettivi di sviluppo sostenibile.
Prima dell'Enciclica prevaleva in me il «Sentinella, quanto resta della notte?» che Dossetti mia guida spirituale scelse come 'incipit' del suo ricordo pubblico di Lazzati, poi Francesco ha tagliato il nodo gordiano degli interessi che sottendono il controllo di risorse strategiche limitate, dalle fonti energetiche fossili all'acqua al suolo («land grabbing») (accaparramenti di terre ndr), controllo per il quale si fanno guerre in un mondo in cui la finanziarizzazione deregolata genera, a fronte di un Pil di 76.000 miliardi di dollari, una nuvola di 760.000 miliardi di 'derivati tossici', distruggendo persone, salute e ambiente. Una volta sussunto l'orientamento di fatto unanime del mondo scientifico circa la Crisi Climatica, Francesco ha elevato il tema a livello morale (non a me compete di ragionare degli aspetti teologici) sottraendolo a letture riduttive ed interessate e ponendo l'obiettivo imprescindibile della Transizione verso l'Ecologia Integrale, che riporti al centro persona, comunità, relazioni umane.

La semina della Laudato si'

La 'custodia del Creato' è premessa dell'unico futuro possibile per l'Umanità, la sostenibilità («garantire ai posteri opportunità d'accesso alle risorse almeno pari a quella da noi avuta») come scelta di adesione al valore «solidarietà diacronica» e ricerca di una nuova economia e di modelli di produzione, stili di vita e comportamenti individuali e collettivi ispirati al principio «to take care of» (prendersi cura di ndr), avere cura per persone e ambiente anche in dimensioni spaziali e temporali lontane da noi. Purtroppo, oggi dobbiamo lavorare per far sì che le già tante 'oasi del cambiamento' frutto della semina della Laudato sì' si connettano per dare vita alla 'carovana del cambiamento' in un momento in cui i 'pozzi avvelenati' da pochi decenni di crescita fossile hanno generato tre gravi crisi sistemiche tra di loro connesse: la climatica, la industriale/finanziaria, la pandemica.
Affrontare la reazione della natura ai guasti che abbiamo generato ci ricorda bruscamente che essa non ci appartiene, mentre noi le apparteniamo: le crisi sono evidente risposta attiva della natura e ci chiedono rispetto della natura stessa, a fronte dell'incertezza con cui la globalizzazione ci ha restituito un 'tenersi insieme' con la natura segnato dalla circolazione dei suoi virus, dai suoi tifoni, dal cambiamento climatico, dai cascami di una tecnologia che mostra il suo lato nascosto.
Fare ambientalismo oggi in Italia vuol dire contribuire a vincere le sfide epocali del Green Deal con cui l'Unione Europea intende generare un'economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse, competitiva, in cui nel 2050 non siano più generate emissioni nette di gas a effetto serra, la crescita economica sia dissociata dall'uso delle risorse, nessuna persona e nessun luogo sia trascurato, in coerenza con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
Focus di tale strategia è la `defossilizzazione' del modello di sviluppo che promuova uso efficiente delle risorse per l'economia pulita, circolare, che ripristini biodiversità e riduca l'inquinamento, perseguendo una Transizione Ecologica giusta ed inclusiva, a mio modo di vedere segmento coerente del cammino proposto da Francesco in termini di transizione all'Ecologia Integrale.

* È uno dei fondatori dell'esperienza di Next - Nuova Economia X Tutti. È inoltre membro del Comitato Scientifico della Federazione Italiana dei Media Ambientali Fima e dal 2014 è direttore generale dell'Agenzia regionale umbra per la protezione ambientale. Nel 1978 è tra i fondatori di Legambiente. Dal 1988 al 1994 presiede il Comitato Scientifico Rifiuti del Ministero dell'ambiente e nel 1994 è selezionato come membro effettivo del comitato scientifico dell'Agenzia europea dell'ambiente

(pp. 32-34)


Ambiente e pace un problema solo

Enrico Peyretti

La responsabilità verso l'ambiente naturale sta diventando un dovere morale verso tutti gli umani e tutto ciò che vive. Con la coscienza, il diritto, la politica non abbiamo fatto ciò che fa ora la pandemia: unisce l'umanità in un'unica sorte. Lo faceva già l'atomica: «La prima verità di Hiroshima è che il genere umano ha un destino unico di vita o di morte» (Balducci-Grassi, La pace, realismo di un'utopia, 1985, p. 4). La morte non può più essere usata per difendere la vita: la tua morte è la mia, la tua vita è la mia.
Noi siamo terra e «carne in cui è Spirito» (Malachia 2,15; Zaccaria 12,1). Rompono questa unità sia lo spiritualismo che disprezza i corpi, sia la conquista, sacralizzata, che toglie la terra ai deboli. Ora tutto è da ricomporre. La terra non è per noi se non è anche per gli altri. C'è un valore nella terra.
La politica sembra prendere coscienza di dover curare il gran corpo malato. Nel nostro convivere, sulla terra e con la terra, il «non uccidere» diventa un fondamento, come il respirare: «I can't breathe». Lo soffocava il ginocchio di un potere feroce: così può soffocarci tutti un feroce potere sulla natura, che è il nostro respiro comune. Pace e ambiente sono un unico problema. Ogni guerra infligge alla terra non solo danni fisici, ma il danno esistenziale che chiama vittoria la morte. Alla nemica della vita si consegna la difesa della vita. Così fanno gli Stati che si attrezzano alla guerra con ingenti spese sottratte alla vita, e i mercati che speculano sul sangue. E triste che oggi, per vaccinare, sia più efficiente l'organizzazione militare di quella civile: segno di quanto siamo primitivi. La rassegnazione passiva alla violenza nei conflitti umani vorrebbe difendere la vita con la morte. Ambiente, vita e pace sono un solo problema. È inutile che le politiche si accorgano dell'ambiente, se non aboliranno la guerra: sembra ancora impossibile, ma è questa scelta che fa possibile la vita. La guerra mira ai corpi umani, per dominarli. Perciò distrugge le condizioni vitali: case, strade, campi, foreste. Tutto studiato dalla scienza militare, ben finanziata e onorata. La terra stessa che ci nutre viene avvelenata: il genio della terra ritorce nei nostri corpi il veleno che immettiamo nella vita del pianeta.
L'economia attuale ci dà molti vantaggi immediati, pure positivi, ma fa guerra alla natura. L'antica sapienza mitica capiva le qualità della natura più della tecnica che calcola le quantità. Natura significa «ciò che sta per nascere»: il suo sfruttamento è mortale. Dentro questa contraddizione epocale ci siamo tutti. «Questa economia uccide». Vediamo il contesto: «Così come il comandamento 'non uccidere' pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire 'no a un'economia dell'esclusione e della inequità'. Questa economia uccide...» (Evangelii Gaudium, n. 53). Non uccide solo le vite umane scartate, ma la fonte e la nascita della vita.
Forse le nostre coscienze avvertono la nuova etica che la realtà ci chiede: non solo la vita e la dignità umana sono inviolabili, ma va rispettato tutto l'ambiente vitale di cui siamo parte e frutto. Certo, noi neutralizziamo e uccidiamo virus mortali per noi: io sono vaccinato dal covid-19. Ma una necessità marginale non contraddice il valore di insieme del mondo vitale, ormai da difendere come ogni vita umana. Un vincolo sta emergendo tra cultura della pace ed ecologia integrale.
La nuova etica chiede di preservare ogni vita, perciò di bandire la guerra. Le due esigenze vengono a coincidere. Finora la politica si autorizzava ad uccidere, ora le si impone il «non uccidere». Il bando internazionale delle armi atomiche ha effetto dal 22 gennaio scorso, ma le potenze atomiche e gli stati dipendenti, come l'Italia, non accettano questo dovere vitale. E non solo le atomiche, ma ogni arma è nemica della vita: molte armi, molta morte. Abbiamo già letto qui che «solo il disarmo è razionale» (Rocca n. 02, 15 febbraio, p. 24).

(pp. 35)


Il virus ecomafioso e le sue mutazioni

Enrico Fontana *

La trasmissione del contagio avviene a causa dei contatti ravvicinati. E la sua capacità di mutare ne accelera la diffusione, che rischia di sfuggire anche ai migliori vaccini. Non è lo scenario da incubo di una nuova pandemia, scatenata da un virus ancora oggi sconosciuto, ma la fotografia di quanto sta avvenendo nel nostro Paese a causa di quel fenomeno criminale che Legambiente ha definito, nel 1994, con il termine di `ecomafia'.

Il rapporto ecomafia 2020

Inizia così la premessa del Rapporto Eco-mafia 2020 di Legambiente. Un lavoro di ricerca che si presta, in questa edizione, a una doppia chiave di lettura: da un lato, il livello della «pressione ecocriminale» esercitata sul patrimonio ambientale del nostro Paese nel 2019, grazie all'elaborazione dei dati forniti da forze dell'ordine, capitanerie di porto, Sistema nazionale di protezione ambientale, Ministero della giustizia e Agenzia delle dogane; dall'altro, i rischi di un'ulteriore espansione delle mafie a causa della crisi economica determinata dalla pandemia, a partire da quelli che si corrono nell'utilizzo delle ingenti risorse (191,5 miliardi di euro) destinate alla transizione ecologica dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, secondo le indicazioni fornite dal ministro Roberti Cingolani al Parlamento. Rischi ribaditi anche nell'ultima relazione della Direzione investigativa antimafia, relativa al primo semestre del 2020: «Le capacità di infiltrazione delle mafie e di imprenditori senza scrupoli nella pubblica amministrazione, anche in questo momento di crisi, emerge chiaramente con l'andamento dei reati di induzione indebita a dare o promettere utilità, traffico di influenze illecite e frodi nelle pubbliche forniture, tutti in aumento rispetto allo stesso periodo del 2019».
Per quanto riguarda la 'pressione ecocriminale' registrata prima dell'esplodere della pandemia, l'analisi dei dati lascia, purtroppo, pochi margini d'incertezza: l'illegalità ambientale nel 2019 è cresciuta, con 34.648 reati accertati, alla media di 4 ogni ora. L'incremento rispetto al 2018 è del 23,1%. La Campania è, come sempre, in testa alle classifiche, con 5.549 reati contro l'ambiente, seguita nel 2019 da Puglia, Sicilia e Calabria (prima regione del Sud come numero di arresti). Nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa si concentra quasi la metà di tutti gli illeciti penali, esattamente il 44,4%. Ma la Lombardia, da sola, con 88 ordinanze di custodia cautelare, colleziona più arresti per reati ambientali di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia messe insieme. Una chiara indicazione di come il `virus ecomafioso' sia mutato nel corso di questi anni. «La `ndrangheta in Lombardia ha una irresistibile attrazione per i rifiuti, un settore che è una testa di ponte per allargare i rapporti con il mondo imprenditoriale e, quindi, il capitale sociale», ha dichiarato non a caso nel giugno scorso Alessandra Dolci, che guida la Direzione distrettuale antimafia di Milano, durante un'audizione davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti.
Ai reati in crescita durante il 2019 corrisponde anche un incremento del business potenziale dell'ecomafia, tra mercati illegali e investimenti a rischio, in appalti per opere pubbliche e gestione dei rifiuti, nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa: ben 19,9 miliardi di euro, circa 3,3 in più rispetto al 2018. I numeri e le storie dei Comuni sciolti perché di fatto governati dalle mafie (ben 29, tra il 2019 e i primi dieci mesi del 2020) dimostrano quanto debba essere alta l'attenzione in questi territori: non c'è amministrazione locale sciolta con decreto dal ministero dell'Interno in cui gli interessi dei clan non abbiano 'orientato' verso le loro imprese gli investimenti pubblici analizzati nel Rapporto Ecomafia.

Ecomafie nella pandemia

Le consolidate 'radici storiche' dell'ecomafia, in particolare per quanto riguarda il ciclo dei rifiuti e quello del cemento, lasciano facilmente intuire quanto sta accadendo durante la pandemia e quello che dobbiamo attenderci per la fase dell'auspicabile ripresa. Sulla gestione dei rifiuti in questa lunga stagione di emergenza sanitaria, le `ndrine hanno «progetti in divenire», afferma sempre Alessandra Dolci davanti alla Commissione d'inchiesta: «Monitoriamo soggetti in odore di 416bis e abbiamo colto l'immediato interesse a sfruttare questa occasione». È uno scenario che non riguarda soltanto il nostro paese. In un rapporto pubblicato nell'aprile del 2020, l'Interpol riassume così i risultati delle sue analisi: «L'aumento dei rifiuti sanitari dovuti al Covid-19 ha sicuramente creato l'opportunità per le organizzazioni criminali di trafficare e smaltire i rifiuti sanitari. È piuttosto sicuro che le organizzazioni criminali siano coinvolte nel traffico, riciclaggio illegale e smaltimento illegale di rifiuti sanitari».
Un'altra correlazione che merita di essere approfondita, sempre a proposito di 'contatti ravvicinati' tra mercati legali e interessi illeciti, è quella relativa al trend delle nuove abitazioni ultimate in Italia nel 2019 (cresciute secondo i dati del Cresme del 4,4% rispetto al 2018) e il vero e proprio boom di illeciti nel ciclo del cemento, compreso il caporalato nei cantieri: con 11.484 reati (+74,6% rispetto al 2018), infatti, questa filiera dell'ecomafia si colloca al primo posto nella graduatoria delle diverse tipologie di attività illecite. A guidare la classifica è la Campania, con 1.645 reati, seguita da Puglia, Calabria, Lazio e Sicilia.

Business ecomafioso nella transizione ecologica

Non saranno certo le dinamiche di mercato, insomma, a scongiurare la quasi matematica certezza che le mafie decidano di investire gli ingenti capitali illeciti di cui dispongono anche nel business della 'transizione ecologica', dall'economia circolare alle energie rinnovabili, passando per l'efficientamento energetico del patrimonio edilizio. Anzi, il moltiplicarsi delle inchieste sugli affari sporchi consumati in nome del 'finto riciclo' di fanghi di depurazione piuttosto che di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, come di quelle sulle 'pseudo biomasse', in particolare di origine legnosa, conferma quello che con il Rapporto Ecomafia abbiamo sempre denunciato: senza un efficace sistema di semplificazioni normative, potenziamento dei controlli e inasprimento delle sanzioni (com'è avvenuto nel 2015 grazie all'introduzione dei delitti contro l'ambiente nel Codice penale) l'impatto dell'economia ecocriminale è destinato a crescere. E a distorcere, com'è già capitato con gli impianti eolici o quelli fotovoltaici a terra, nuovi mercati e nuove opportunità di cui abbiamo assolutamente bisogno, per raggiungere gli obiettivi fissati dall'Unione europea in termini di riduzione delle emissioni di anidride carbonica (-55% al 2030, per arrivare alla carbon neutrality nel 2050) e di incremento dell'economia circolare (fino al 65% di riciclo dei rifiuti urbani prodotti nel 2035).

Coniugare efficienza efficacia trasparenza legalità

Staremo a vedere se il governo Draghi e la sua amplissima maggioranza di 'unità nazionale' saranno in grado, com'è auspicabile, di coniugare efficienza, efficacia, trasparenza e legalità. Magari cominciando ad approvare in Parlamento le nonne, già varate dal precedente governo, contro le agromafie, invece di abrogare in silenzio, com'è accaduto con il decreto legislativo n. 27 del 2 febbraio scorso, tutte le contravvenzioni penali cosiddette 'minori' in materia di alimenti, proprio mentre i reati accertati dalle forze dell'ordine lungo le filiere agroalimentari, come abbiamo segnalato sempre nel rapporto Ecomafia, crescono. O rimettendo in carreggiata il disegno di legge sulla tutela del patrimonio culturale, varato dall'allora governo Renzi, su iniziativa dei ministri Orlando e Franceschini (ora nella compagine del governo Draghi) e impantanato nella precedente legislatura. Risorse naturali, a partire dal più ricco patrimonio di biodiversità presente in Europa, prodotti agroalimentare made in Italy e beni culturali rappresentano tre «asset» fondamentali del nostro Paese, di cui, purtroppo, chi ha responsabilità politiche sembra troppo spesso dimenticarsi. Buone intenzioni e belle parole a parte.

* Giornalista professionista dal 1988, collabora con la rivista La Nuova Ecologia e fa parte della segreteria nazionale dell'associazione Legambiente. Ha coniato, nel 1994, il termine 'Eco-mafia' e cura la pubblicazione del Rapporto annuale. E consigliere d'amministrazione del Consorzio Libera Terra Mediterraneo, formato da cooperative sociali impegnate nel riutilizzo di beni confiscati alle mafie

(pp. 36-37)


Diritto e ambiente: un rapporto non facile

Alberto Perduca

La tutela dell'ambiente è questione che con sempre maggiore forza interpella non soltanto l'economia, la scienza, l'etica, il costume ma anche il diritto. È da qualche decennio che il mondo delle regole giuridiche deve confrontarsi e rispondere ad un problema planetario la cui drammaticità diventa sempre più impellente ed incontrovertibile.
Nel nostro Paese per tutta la prima metà del '900 l'attenzione della normativa si concentra sui beni naturali e storico-artistici in quanto patrimonio di bellezza da proteggere, ponendo limiti al diritto di proprietà e all'esercizio di attività economica allorché l'uno e l'altro possono nuocere. Di un simile approccio per così dire estetico finisce per risentire pure la Costituzione. Approvata in un dopoguerra prepotentemente bisognoso di ricostruzione e sviluppo, la Carta in nessuno dei suoi originari articoli menziona la parola ambiente pur stabilendo all'art. 9 co. 2 che la Repubblica «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Nonostante ciò nel testo del 1948 si ritrovano disposizioni in grado di fornire solidi punti di riferimento per affrontare la sempre più complessa sfida ambientale. Si tratta in particolare delle disposizioni - capaci di futuro, s'è affermato con formula felice - contenute nell'art. 32 che riconosce come meritevole di difesa «la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività»; nell'art. 41 secondo cui «l'iniziativa economica è libera ma non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»; e, prima ancora, nell'art. 2 che fa della Repubblica il garante dei «diritti inviolabili» della persona «sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità».
Le norme sono eterogenee eppure grazie alla paziente opera di ricucitura la Corte costituzionale perviene alla nozione di ambiente quale bene unitario. La sua difesa costituisce valore fondamentale che non ha «astratte finalità naturalistiche o estetizzanti» ma implica «la conservazione, la razionale gestione ed il miglioramento delle condizioni naturali (...), la esistenza e la preservazione dei patrimoni genetici terrestri e marini (...) ed in definitiva la persona umana in tutte le sue estrinsecazioni», compreso il godimento dell'ambiente salubre come manifestazione del diritto alla salute.

2001, l'ambiente entra nella Costituzione

Nel 2001, finalmente l'ambiente fa espresso ingresso nella Costituzione ed ora il suo art. 117 ne attribuisce la tutela alla legislazione esclusiva dello Stato pur riservando la valorizzazione dei beni ambientali a quella delle Regioni.
Trascorre qualche anno e nel 2006 il Governo, in attuazione di delega parlamentare, vara un testo con l'ambizione di fornire una disciplina organica di tutela dell'ambiente sul piano della prevenzione, della repressione e del ripristino. Allorché entra in vigore il Codice dell'ambiente, strutturato in ben 318 articoli suddivisi in sei parti dedicate a principi e regole generali, procedure di valutazione ambientale, difesa del suolo e delle acque, gestione dei rifiuti, tutela dell'aria, risarcimento dei danni all'ambiente. Tuttavia la tenuta e l'adeguatezza del Codice si dimostrano tutt'altro che sodisfacenti come testimonia l'incessante bisogno del legislatore di apportarvi centinaia di modifiche che nel corso di neppure tre lustri comportano l'innesto di ulteriori 105 articoli e l'abrogazione di altri 26. Quanto all'efficacia del regime sanzionatorio del Codice, fondato su contravvenzioni ammnistrative e penali, alla prova dei fatti rivela un'assai fragile forza preventiva sui pericoli e sui danni cui l'ambiente è esposto.
Il deficit di tutela che ne deriva aiuta a spiegare perché nel 2015 il legislatore corregga il tiro e decida di introdurre nel Codice penale un intero Titolo dedicato ai «Delitti contro l'ambiente tra cui quelli di inquinamento ambientale, disastro ambientale e traffico ed abbandono di materiale ad alta radioattività», tutti puniti con pene di severità medio-alta. Ad ispirare la sterzata repressiva contribuiscono due fattori principali: la pendenza dell'obbligo, imposto da una Direttiva europea del 2009, di colpire gli attacchi all'ambiente con «sanzioni penali efficaci, proporzionali e dissuasive» e l'urgenza di dare risposta a tragedie come quelle dei casi Eternit ed Eva. In coerenza con l'approccio punitivo la riforma prevede altresì per taluni eco-delitti la responsabilità amministrativa impersonale dell'ente che ne trae vantaggio, la quale si aggiunge alla responsabilità penale individuale in capo ai loro autori. Tuttavia anche l'opzione penale così organizzata non va esente da riserve, per lo più centrate sulla non sufficiente precisione delle figure di reato e nel contempo sulla ricorrente difficoltà di provare il necessario rapporto di causa-effetto tra la condotta dell'individuo ed i macro-eventi di inquinamento e disastro. Qui la preoccupazione che i nuovi delitti ambientali siano configurati in modo da non rispondere completamente a criteri di certezza si salda con il dubbio che essi siano talora di difficile accertamento. Insomma la critica è che la previsione di tali delitti è da un lato poco garantista e dall'altro poco efficace.
Pochi cenni sulla legislazione italiana nel corso del tempo bastano dunque per comprendere come, almeno nel nostro Paese, il rapporto tra diritto ed ambiente (e la sua tutela) registri costanti difficoltà. Sennonché, al di là della bontà delle scelte politiche sottostanti la normativa, del rigore delle tecniche impiegate per la scrittura delle regole e dell'equilibrio raggiunto tra gli strumenti di prevenzione e repressione, la fatica del diritto a governare l'ambiente trova la sua causa profonda in una sorta di contraddizione di difficile composizione. Il diritto ha infatti vocazione a durare più o meno a lungo mentre l'ambiente viene sottoposto a continuo e rapido mutamento - e degrado.

La pluralità delle fonti e degli strumenti regolatori

E poi a rendere ancor più intricato il rapporto tra le due realtà concorre l'ormai ampia pluralità delle fonti del diritto - nazionali, sovranazionali ed internazionali -che intervengono a disciplinare la protezione dell'ambiente. Qui però i benefici prevalgono sugli inconvenienti perché la partecipazione - inevitabilmente pesante- degli Stati e delle Organizzazioni globali e regionali alla produzione del diritto dell'ambiente rappresenta il costo necessario da pagare per confrontarsi in misura adeguata con la dimensione planetaria dei problemi che la tutela dell'ambiente pone. Così negli ultimi 30 anni, pur con ritardi e resistenze gravi il diritto internazionale avanza su questo terreno con tappe importanti
tra cui la Conferenza di Rio (1992) sullo sviluppo sostenibile, il Protocollo di Kyoto (1997) sulla riduzione dei gas serra, la Conferenza di Bali (2000) e l'Accordo di Parigi (2015) sul clima, cui si aggiungono, tra le molte, le Convenzioni Onu sui cambiamenti climatici (1992), sulla bio-diversità (1992) e contro la desertificazione (1994).
Ancor più variegata è la molteplicità degli strumenti regolatori che si rinvengono nella nostra Europa il cui Trattato di Lisbona (2009) prevede, all'art. 191, che l'Unione europea persegue gli obbiettivi di «tutela e miglioramento della qualità dell'ambiente, protezione della salute umana, utilizzazione razionale ed accorta delle risorse naturali, promozione a livello internazionale di misure risolutive dei problemi dell'ambiente». La stessa disposizione precisa che la politica ambientale europea posa sugli ormai irrinunciabili principi di precauzione, di azione preventiva, di correzione in via prioritaria alla fonte dei danni all'ambiente nonché di chi inquina paga. Del resto già la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue (2000) all'art. 37 stabilisce che nelle politiche dell'Unione debbono venire integrati tanto un livello elevato di tutela dell'ambiente che il miglioramento della sua qualità e che ambedue vanno garantiti conformemente al principio di sviluppo sostenibile. Date simili premesse fondanti, non può destare perciò troppa sorpresa consultare la pagina ambiente sul sito europa.eu ed apprendere quanto davvero grande sia il numero dei regolamenti, delle direttive, dei programmi e dei piani d'azione adottati. E quanto ampio il ventaglio dei settori interessati: il cambiamento climatico, l'aria, le sostanze chimiche, la biodiversità, il rumore, il suolo, le foreste, i rifiuti, l'ambiente costiero e marino, l'industria, etc.

L'esigenza di risposte transnazionali

Non sorprende ma rimane comunque un certo senso di smarrimento perché proprio il volume enorme di tali provvedimenti e temi dà la misura dell'ordine di grandezza e gravità dei problemi che la questione ambientale continua a sollevare. È però di conforto e stimolo convincersi che le risposte tutte e solo interne ai singoli Stati non hanno futuro. Ai principali problemi ambientali - si pensi all'inquinamento di mari e oceani o al riscaldamento della terra - le soluzioni sembrano possibili, e prima ancora immaginabili, solo se realizzate su scala transnazionale. Con il concorso di ciascuno - stati, organizzazioni, società ed individui - ma con una visione globale.


Recovery Food

Conversazione con Andrea Segrè *
Sabrina Magnani

Fare attenzione a cosa di compera quando si entra in supermercato, conservare bene un cibo, imparare a cucinarlo nelle giuste quantità affinché non venga buttato: l'impegno per un pianeta più ecologicamente sostenibile passa anche dai piccoli gesti quotidiani, dalla lotta contro lo spreco alimentare, che è anche un impegno per valorizzare e sottrarre alla logica del mero consumo un bene primario come il cibo.
Tra i promotori di una nuova cultura contro lo spreco in ambito alimentare vi è certamente il prof. Andrea Segrè, docente di politica agraria internazionale e comparata alla Facoltà di agraria dell'Università di Bologna di cui è stato a lungo anche preside e ideatore di Last minute market, uno spin-off accademico per il recupero sostenibile e solidale degli sprechi alimentari. Autore di numerosi libri sul tema e divulgatore anche su alcuni quotidiani, tra le tante iniziative di cui si è fatto promotore vi è anche la campagna «Un anno contro lo spreco» proposta al Parlamento Europeo che nel 2014 votò una risoluzione per ridurre gli sprechi alimentari del 50% e proclamò il 2014 'Anno europeo contro lo spreco alimentare'.

Prof. Segrè, lei e i suoi allievi siete stati tra i primi in Italia ad avviare un'azione efficace contro lo spreco alimentare attraverso la costituzione di Last minute market, di cui già raccontammo su Rocca all'avvio. In che cosa consiste oggi al vostra attività?
L'interesse per la lotta allo spreco alimentare è nato molto tempo fa. Partimmo nel 1998-99 con una tesi di laurea sui prodotti invenduti nell'ambito della grande distribuzione, e questo lavoro ci diede lo stimolo per avviare uno studio su un modello di recupero del cibo invenduto che durò tre anni fino ad arrivare al 2003 anno in cui partimmo con una prima iniziativa Carpe Cibum. Quell'azione fu implementata e sostenuta dall'ateneo bolognese fino a creare un vero e proprio spin-off, Last minute market. Inizialmente ci si è mossi primariamente sul versante del recupero di cibo avanzato presso la grande distribuzione e la sua donazione a enti caritativi. In una seconda fase, dal 2010, si sono approfondite le ragioni dello spreco che abbiamo visto essere concentrato soprattutto a livello domestico. In ambito Ue lo spreco è per il 50% nelle nostre case, in Italia tale percentuale si alza al 60-65%. Da qui è partita un'azione di prevenzione dello spreco domestico e di educazione ad abitudini alimentari che portino a una sua riduzione ed eliminazione. Pur continuando, pertanto, l'azione di recupero e di condivisione a favore dei più deboli, è questa ora l'area in cui abbiamo focalizzato il nostro interesse.

Tra le iniziative avviate in questi anni vi è la Giornata nazionale contro lo spreco alimentare giunta quest'anno alla sua VIII edizione. Quali azioni o che tipo di sensibilizzazione è servita ad implementare?
L'idea di indire una Giornata nazionale contro lo spreco fa parte di quelle attività di educazione e di sensibilizzazione su cui abbiamo lavorato in questi anni. Consiste in eventi, incontri, quest'anno solo on line con webinar, come imposto dalla pandemia, volti a sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzione con la presentazione di progetti sull'intero territorio nazionale. Ciò che constatiamo, dopo otto anni, è che il tema e anche la stessa definizione di «lotta allo spreco alimentare» sta entrando nel linguaggio comune, segno di una sensibilità in aumento e che la nostra azione di promozione del tema sta avendo effetto su ampia scala. Sempre più sono i progetti presentati da enti in particolare dalle scuole, che sono tra le principali realtà che tentiamo di coinvolgere, fino al punto di avere chiesto di inserire il tema dell'educazione alimentare nei programmi di studio.

Per poter orientare in maniera così incisiva la vostra azione verso l'educazione alimentare immagino abbiate avuto bisogno di analisi e di dati. Come avete proceduto? Quali sono le tendenze e la pandemia in corso come ha inciso?
In effetti è stato fondamentale partire da un'analisi dettagliata del fenomeno dello spreco di cibo. Per questo motivo nel 2013 abbiamo avviato un osservatorio internazionale, il Waste watcher international observatory per monitorare i comportamenti dello spreco alimentare domestico e la gestione e fruizione del cibo. Circa gli effetti del Covid e del conseguente lockdown abbiamo notato un generale ridimensionamento dello spreco, una maggiore attenzione da parte delle persone e delle famiglie, ma i dati ci hanno evidenziato l'esistenza anche di un food divide, di una diseguaglianza sempre più marcata anche nell'ambito dell'accesso al cibo: da una parte lo spreco, anche se ridotto, dall'altra una fascia sempre più ampia di popolazione che non riesce ad accedere al cibo, chi per esempio ha lavori precari e con la pandemia li ha persi, e per i quali è fondamentale il ricorso a enti e attività solidali con cui pure collaboriamo.

La lotta allo spreco alimentare e a un consumo intelligente delle risorse alimentari è fortemente connesso all'idea di economia circolare, che pone al centro non il solo profitto individuale ma anche e soprattutto la condivisione dei beni primari e il loro riuso, limitando lo sfruttamento ambientale e ponendosi l'obiettivo dei «rifiuti zero». Che tipo di azione avete promosso in tal senso e che tipo di risposte avete riscontrato sia a livello territoriale che istituzionale?
Tutto il nostro lavoro, in effetti, verte su questo, e cioè sul ridurre lo spreco in un'ottica di economia circolare dove l'idea del rifiuto scompaia in quanto tutto viene utilizzato, passando ovviamente anche per la raccolta differenziata degli scarti inevitabili, degli imballaggi e del packaging, che pure va ridotto. Per questo abbiamo da tempo avviato la 'Campagna spreco zero' su cui, insieme ad altri collaboratori, ho recentemente scritto anche un libro, edito da Rizzoli, dal titolo 'Metodo spreco zero' che è una sorta di manuale su come ridurre al minimo i rifiuti alimentari nella propria quotidianità, partendo da quando si fa la programmazione della spesa al momento dell'acquisto, della conservazione dei cibi fino al loro utilizzo in cucina. Uno strumento operativo che propone un metodo, pensato nell'arco di sette giorni, dal lunedì alla domenica, per passare dalla spesa al consumo di cibo nelle nostre case senza che nulla vada sprecato. È un metodo molto concreto, accessibile a chiunque, e che appunto testimonia come un'economia circolare sia possibile.

La vostra azione si è rivolta in questi anni a 360°, ma dovrebbe chiamare in causa anche la politica.
Accanto all'educazione e alla promozione del tema all'opinione pubblica, è ovvio che la politica può fornire un importante impulso. Nel 2016 è stata varata una legge nazionale contro lo spreco alimentare, ma di fatto non è stata molto efficace in quanto poi ogni regione l'ha declinata nel proprio ambito rischiando di frammentare in maniera eccessiva la proposta. Abbiamo anche proposto che il recupero del cibo, che già viene realizzato da molti supermercati in Italia, diventi un obbligo e come tale sia normato nella legge. Per ora è ancora una proposta in quanto occorre dire che questi temi non sono certo al centro dell'attenzione politica, ancora prima del Covid.

In occasione dell'ultima Giornata contro lo spreco alimentare, lo scorso 5 febbraio, è stata lanciata da Last minute market l'idea di un Recovery food, parafrasando il più noto Recovery found destinato a disegnare un nuovo, si spera, profilo socioeconomico nazionale ed europeo. In che cosa consiste questa vostra stimolante proposta?
Il Recovery food che abbiamo lanciato è una serie di indicazioni per diffondere la cultura del recupero e di una giusta fruizione del cibo partendo dall'educazione alimentare in tutti gli ordini scolastici fino a istituire figure così come quella del food policy manager che in ambito cittadino o metropolitano abbia il compito, istituzionale, di coordinare tutte le attività contro lo spreco alimentare e su tutto ciò che riguarda il cibo. Ovviamente stiamo implementando la proposta che vorremmo fosse seriamente presa in considerazione dalla politica per rafforzare la lotta allo spreco del cibo e promuovere una nuova idea di fruizione delle risorse alimentari, non più da sprecare, ma a cui dare un nuovo e riconosciuto valore.

Sprecare meno cibo significa anche ridurre l'impatto ambientale che la sua produzione comporta, come nel caso del consumo di carne che è tra i fattori d'inquinamento più importanti in quanto alimenta gli allevamenti intensivi.
Su questo tema ci siamo mossi anche recentemente con un webinar organizzato in collaborazione con la Fao in cui si dimostra in maniera molto chiara, come tanti studi ormai evidenziano, che la dieta mediterranea tipica del nostro paese è quella che più contrasta l'uso di carne e che anche dal punto di vista ambientale garantisce una maggiore sostenibilità. Quindi dovremmo seguirla noi per primi e contribuire a diffonderla, ma molto spesso siamo i primi noi a non seguirla o ad essercene allontanati. Il Recovery food che proporremo servirà anche a questo.

* Andrea Segrè dal 2000 è professore ordinario di Politica agraria internazionale e comparata all'Università di Bologna, dove è stato preside della Facoltà di Agraria (20052012) e direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie agroalimentari (20122015). Ha insegnato Economia circolare all'Università di Trento (2015-2018). Fondatore di Last minute market-impresa sociale, spin-off accreditato dell'Università di Bologna, ideatore della campagna Spreco Zero

(pp. 40-41)


Accordo di Parigi:

l'obiettivo della neutralità carbonica
Giovanni Sabato

Molti paesi e molte aziende stanno presentando i piani per abbattere le loro emissioni di gas serra e arrivare nei prossimi decenni alle «emissioni zero», necessarie a evitare uno sconvolgimento del clima. Ma questi piani lasciano spesso a desiderare, prima di tutto in chiarezza, e c'è molto da fare per migliorarli e renderli davvero rilevanti. Lo afferma su «Nature» un team internazionale di vari specialisti guidato da Joeri Rogelj, climatologo all'Imperia) College di Londra.
Con l'Accordo di Parigi sul clima, promosso dall'Onu nel 2015, gli oltre 190 paesi aderenti si sono impegnati a limitare le emissioni di gas serra per contenere l'aumento delle temperature medie globali «ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali» e possibilmente entro gli 1,5°C; valori a cui le alterazioni del clima saranno problematiche ma ancora sopportabili. Per centrare questi obiettivi si dovranno ridurre il più in fretta possibile le emissioni globali fino ad arrivare, nella seconda metà del secolo, alle cosiddette emissioni-zero, o neutralità carbonica: tutte le emissioni residue dovranno cioè essere compensate con azioni di cattura dei gas serra (per esempio piantando alberi), così che la somma di emissioni serra dall'insieme delle attività umane sia pari a zero. Così la concentrazione di questi gas in atmosfera cesserà di crescere e poi inizierà a diminuire, fermando e auspicabilmente invertendo l'aumento delle temperature.

I piani sono adeguati?

La «neutralità carbonica» è dunque l'obiettivo di molte aziende e nazioni, fra cui Unione Europea, Stati Uniti e Cina, che stanno presentando i propri piani per arrivarci. Ma sono adeguati questi piani a raggiungere l'obiettivo? E cosa significa in concreto neutralità carbonica? Sulle risposte c'è parecchia confusione.
«I piani sono difficili da confrontare e le definizioni vaghe. Alcuni si concentrano solo sull'anidride carbonica, altri su tutti i gas serra. Alcune aziende considerano solo le emissioni sotto il loro diretto controllo, altre quelle prodotte dall'intera filiera produttiva o dall'uso e smaltimento dei loro prodotti. I piani possono mirare a ridurre le emissioni o solo a compensarle» dicono gli studiosi.
Restano inoltre molte questioni trascurate: settori come quello elettrico, che possono raggiungere più facilmente la neutralità, dovrebbero puntare ad arrivarci prima per bilanciare quelli che faranno più fatica come l'industria pesante? È giusto aspettarsi dalle economie emergenti percorsi di riduzione delle emissioni simili a quelli delle economie storicamente industrializzate? Se non si fa attenzione a queste questioni, le singole strategie rischiano di essere insufficienti a raggiungere l'obiettivo globale, e comunque è difficile valutarne l'adeguatezza.
Perciò «invitiamo tutte le nazioni, le aziende e chi fa loro consulenza a chiarire tre aspetti degli obiettivi che dichiarano di perseguire: la loro portata; perché si ritiene che siano adeguati ed equi; e con quali piani d'azione concreti intendono raggiungere la neutralità. Una data cruciale in cui presentare piani che chiariscano questi aspetti sarà il prossimo summit Onu sul clima, previsto a novembre a Glasgow» scrive Rogelj.
Quanto alla portata, andrà chiarito quali fonti di emissioni e quali gas sono coperti dal piano, quando si prevede di raggiungere la neutralità (l'Unione Europea mira a raggiungerla nel 2050, la Cina nel 2060, gli Usa non l'hanno ancora stabilito), e se si intende ridurre, eliminare o compensare le emissioni.
Su quali gas si interviene, per esempio, è importante perché i vari gas serra hanno comportamenti diversi: l'anidride carbonica persiste in atmosfera centinaia di anni, ma ci sono misure per riassorbirla, almeno in parte (piantando alberi, o in futuro, si spera, con tecnologie ingegneristiche per prelevarla dall'aria e stoccarla sottoterra); altri gas, come il metano, permangono solo pochi decenni, ma al momento non c'è modo di azzerare le emissioni né di toglierli dall'atmosfera. Le traiettorie climatiche verso la neutralità e dopo cambieranno, quindi, a seconda dell'assortimento di tagli alle emissioni dei diversi gas che sarà scelto da ciascun soggetto. Hanno inoltre un peso diverso l'impegno dell'Ikea, a raggiungere la neutralità dell'intera filiera di cui si serve, o di Microsoft che intende compensare anche le emissioni passate, fin dalla sua fondazione, da quello di un consorzio di oltre 500 aeroporti europei, che affronta solo le proprie emissioni dirette dalle operazioni a terra, una minima frazione di quelle generate dalle attività aeroportuali nel loro insieme. Analogamente, è preferibile ridurre le emissioni piuttosto che compensarle piantando alberi, misura che sul lungo termine ha un'efficacia poco prevedibile, e può creare inconvenienti come la sottrazione di suolo all'agricoltura.

Ridurre le emissioni

Quanto ad adeguatezza ed equità, non è scontato quanto ogni paese debba contribuire all'obiettivo globale, e valutare se quindi il suo impegno sia adeguato. Sono valutazioni che implicano inevitabilmente giudizi etici, per esempio sulla diversa responsabilità delle economie avanzate, che nella storia hanno emesso molti gas serra, rispetto a quelle emergenti; sarebbe meglio quindi esplicitare questi giudizi. Va inoltre evitato che le emissioni siano semplicemente «esportate», trasferendo le attività che le causano in altri paesi da cui poi si importano i prodotti.
Valutazioni come queste sono oggi richieste per i piani nazionali di riduzione delle emissioni sul breve termine (i «contributi determinati a livello nazionale»), ma non per gli obiettivi di ampio respiro fino al raggiungimento della neutralità.
Quanto ai piani d'azione a lungo termine, gli obiettivi di neutralità sono più credibili se stabiliscono tappe intermedie ben definite, prevedono un piano concreto per mettere in atto le misure previste, e specificano se si intenda arrivare alla mera neutralità o a emissioni negative, sottraendo dall'atmosfera più CO2 di quella immessa.

Aumentare rigore e chiarezza

«Senza queste specifiche si rischia di non agire, non seguire una traiettoria capace di raggiungere il traguardo, e quindi di mancare l'obiettivo» dicono gli studiosi. Come rischiava il Regno Unito, che nel 2019 ha annunciato l'obiettivo della neutralità nel 2050, ma ha continuato ad attuare politiche che non gli avrebbero permesso di raggiungerlo. Nel 2020 ha corretto la rotta, fissando un obiettivo intermedio di riduzione delle emissioni per il 2030 e una serie di altre tappe intermedie per varie misure specifiche, e ha dunque corretto le sue politiche per riportarle rapidamente in linea con le mete e centrare gli obiettivi più prossimi.
«I paesi e le aziende devono aumentare il rigore e la chiarezza dei loro piani d'azione, perché sia possibile valutarli e verificare se potranno ridurre le emissioni in modo adeguato. Gli obiettivi che ci siamo dati oggi sono solo l'inizio di un lungo percorso verso un mondo più sicuro» concludono gli studiosi.

(pp. 42-43)


Io = noi

Anna Maria Cimino

Già durante gli studi universitari ho cominciato a riflettere sul fatto che nonostante si conoscessero con estrema sicurezza gli effetti di alcuni patogeni ambientali sulla salute umana si facesse poco o nulla per intervenire su di essi. Che il fumo, per esempio, fosse la principale causa di morte per cancro delle vie respiratorie e non solo si sapeva, come direbbero nella zona dove ormai abito dall'età di 4 anni ed ora ne ho quasi 65, dai tempi di «Checco e Nena» (chi fossero poi Checco e Nena che hanno sempre saputo tutto non ho mai avuto il tempo di appurarlo) e nonostante ciò solo quando Veronesi è stato Ministro della Sanità sono state introdotte una serie di norme per salvaguardare i cittadini almeno dal fumo passivo. Quando ho cominciato a lavorare presso la mia struttura ospedaliera c'erano tre colleghi fumatori incalliti che, appunto, prima della legge antifumo, non solo fumavano negli studi medici e nel cucinino del reparto ma anche in corridoio, appena usciti dalla stanza dei malati. Poi hanno messo i rilevatori antincendio che fanno un fracasso stratosferico se qualcuno si accende una sigaretta e questo, più che il senso del dovere, ha fatto andare tutti fuori sul terrazzo. Un mio collega, comunque, finché non è andato in pensione, nel suo ambulatorio una delle prime domande che faceva era: «Lei fuma?» e se il Paziente rispondeva tutto timoroso: «Eh sì dottò!» lui chiosava: «E fumamo un po'» prendeva il pacchetto di sigarette, ne offriva una al paziente e con voluttà cominciava a fumare anche lui magari parlando di fattori di rischio come diabete e ipertensione. Con il termine di patogeni ambientali non intendo, ovviamente, o non solo, virus, batteri e parassiti, intendo prevalentemente i fattori che hanno trasformato il Giardino dell'Eden in una terra di pianti e stridore di denti. Forse fino all'800 la scoperta che l'acqua sporca poteva causare malattie intestinali, le mani sporche potevano determinare addirittura la morte delle puerpere (vedi la storia del Dottor Ignàc Semmelweis), il clima umido poteva favorire l'insorgere e l'aggravarsi della Tubercolosi (vedi l'istituzione dei Sanatori) ha spinto ad intervenire per modificare stile ed abitudini di vita anche se questo, purtroppo, è stato possibile soprattutto per le classi più abbienti. Poi lo sviluppo della cultura occidentale ha progressivamente sostituito l'interesse per il benessere dell'uomo e dell'ambiente in interesse per il consumo fino a mettere sul piatto della bilancia come elemento fondativo di tutti gli stati nazionali il famigerato Prodotto Interno Lordo. A questo punto sono andate a gambe all'aria le leggi naturali e l'organismo umano, il rispetto dell'ambiente e l'interesse a non nuocere. «Primum non nocere», per i miei vecchi colleghi latini di quasi duemila anni fa, significava «per prima cosa non nuocere» ed era un principio che si riferiva soprattutto alla iatrogenesi, da tantissimo il principio è stato sostituito con la valutazione del «rischio/beneficio» per sottolineare che alla fine qualsiasi trattamento può di per sé avere un rischio ma se è superato dai benefici che può procurare è ovvia la scelta. Nel 1948 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito come «salute» uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente l'assenza di malattia o di infermità. Ora mi chiedo come si può pensare ad un benessere fisico e mentale con i rifiuti radioattivi nel nostro sottosuolo, con il mare pieno di plastica, con il cielo nascosto, in alcune regioni d'Italia e in molte parti del mondo, da una mefitica nebbia che invadendo i nostri polmoni ha permesso l'attecchimento di patogeni micidiali, con esalazioni e fiamme di lavorazioni industriali che uccidono i nostri figli in tenera età. Eppure il mondo continua a pensare che per fronteggiare questa pandemia bastano solo mascherine, distanziamento, didattica a distanza e vaccini. Ma ognuno di noi è colpevole, ognuno di noi pensa solo al proprio orticello. Preoccupati per il godimento di oggi e domani abbiamo permesso la distruzione dell'ecosistema accettando di mangiare merluzzo e plastica. D'altra parte tra le tante cose che nei secoli abbiamo permesso c'è quella di trasformare il «pharmakon», che Ippocrate aveva definito come qualsiasi sostanza capace di fare «bene» o «male» al nostro organismo, in bene di consumo. Abbiamo permesso l'asservimento della salute alle regole del commercio e dell'industria e, dopo un anno, ancora in piena pandemia, stiamo permettendo che i produttori di vaccini commercino a spese della salute di tutto il mondo. Non siamo capaci, in un regime di guerra, di prendere decisioni necessarie per la sopravvivenza del genere umano come l'obbligo alla cessione del brevetto dei vaccini ad altre case farmaceutiche (tanto più che il traguardo è stato raggiunto con cospicui finanziamenti pubblici). Siamo talmente piccini da non capire che o ci salviamo tutti o non si salva nessuno, o si fa una campagna di vaccinazione mondiale o non solo la malattia ma anche la povertà, la miseria, la recessione, la crisi economica etc. etc. ridurranno il nostro mondo in un cumulo di macerie mentre il mare continua a riempirsi di plastica e il cielo di esalazioni assassine. Riprendiamoci in mano la nostra vita e facciamo in modo, tra le altre cose, che questa assurda commercializzazione dei vaccini sia considerata un crimine contro l'umanità, combattiamo affinché, in un futuro non troppo lontano, siano istituiti altri tribunali di Norimberga per vedere alla sbarra i signori di Big pharma. Combattiamo affinché si riaffermi, in medicina, la visione olistica del malato (olos in greco vuol dire totalità e l'olismo in medicina rappresenta uno stato di salute «globale», l'unione di mente, corpo, ambiente e società) e si ponga fine allo spezzettamento specialistico che ha fatto diventare il corpo umano un puzzle dove troppo spesso perdiamo i pezzetti e non siamo più in grado di ricostruire l'intero. Per citare Filelfo torniamo ad essere «animandri» (L'Assemblea degli animali - Einaudi). Stiamo per essere sommersi da un'ondata di fango inaudita ma se non prendiamo tutti la pala rimarremo sommersi.

(pp. 44-45)


Ecologia delle relazioni umane

Rosella De Leonibus

Ecologia, etimologicamente il discorso intorno alla casa, la casa comune di noi umani, che è il pianeta nel quale viviamo, che è l'ambiente dal quale traiamo sostentamento. Ma anche ciascuno di noi, al singolare e al plurale, è ambiente per gli altri, è fonte di un nutrimento altrettanto importante di quello materiale, il nutrimento relazionale. Ecco allora che l'approccio ecologico non è completo se non arriva a concernere profondamente anche le relazioni interpersonali.
Anche se hanno subìto anche esse una vasta mercificazione, le relazioni non sono beni economici, non possono sottostare alle regole del dare e dell'avere. Così come l'ambiente naturale e le sue preziose risorse, sono vulnerabili, e si generano nel dono e nella reciprocità, e vivono e crescono solo se si abbandona ogni pretesa di possesso e capitalizzazione.
Ecco affacciarsi una visione psico-ecologica delle relazioni, dove deve destrutturarsi l'idea del controllo e del dominio, e deve svilupparsi, al suo posto, una coscienza ecologica, la consapevolezza di essere interconnessi, interdipendenti dal sistema di relazioni in cui siamo inseriti.
Poniamo tre punti chiave per definire l'approccio psico-ecologico, supportati dalle ricerche più recenti in materia di neuroscienze, che definiscono ogni soggettività come generata dalla inter-soggettività:
1 - L'altro è un Tu, un soggetto, confine che mi limita e mi definisce. Posso incontrare l'altro su questo confine, dove nello stesso tempo possiamo guardarci come differenziati, pur creando tra noi contatto.
2 - Ciascuno degli elementi dell'insieme è connesso in modo inevitabile all'ambiente cui appartiene. Siamo persone/ambiente, e siamo ambiente gli uni per gli altri, le une per le altre.
3 - Io posso percepirmi come soggetto attraverso la relazione, che è portatrice di vita e significato per la parte e per l'insieme. Sette «intelligenze» ci possono guidare nel costruire una ecologia delle relazioni umane.

L'intelligenza della globalità

Io sono perché tu sei, perché tu esisti nel mio orizzonte (proverbio africano).
Ogni azione che io compio non può non essere relazionale, ogni mio movimento, ogni mia stasi, è connessa al sistema di relazioni di cui fa parte. Ogni comportamento, a partire da quelli volti a soddisfare bisogni immediati, definisce e struttura la relazione col mondo. Ognuno è un nodo nella rete delle relazioni, ogni singola azione, ogni singola scelta genera conseguenze sull'insieme. Perciò ogni singolo soggetto è significativo e può essere la potenziale chiave per agire sull'insieme.
La struttura della realtà è intersoggettiva: il nostro orizzonte esistenziale è fatto dalle altre persone e dall'ambiente di vita. Apparteniamo ad una comunità, ad un contesto culturale, ad una terra, ad una storia. Il legame con gli altri è un dato di fatto esistenziale ed ontologico, anche quando non si traduce in esperienza reale di incontro e contatto. La nostra storia privata si genera nella storia collettiva, possiamo sentire come siano legati a noi tutti gli altri, umani e altre creature della terra, e comprendere come siano soggetti di esperienza come lo siamo noi.

L'intelligenza del limite

Io sono me più il mio ambiente e se non preservo quest'ultimo non preservo me stesso (José Ortega y Gasset).
Com'è attualmente l'altro, qui davanti al mio sguardo? Posso guardare i suoi confini, le sue incompiutezze. Il limite nelle relazioni riguarda l'accettazione dell'altro. Assumendo la responsabilità del nostro spa-
zio personale, possiamo tracciare una linea di confine che definisce noi stessi nelle nostre relazioni. L'intelligenza del limite, davanti alla irriducibile alterità degli altri soggetti, ci guida nell'attendere, nell'accettare intervalli di solitudine, ci sostiene nel prendere distanza rispetto agli stimoli e nel filtrarli, ci permette di lasciare spazio all'altro perché si possa definire al di là dei nostri bisogni e dei nostri parametri, ci fa accettare la pausa, per maturare come persone capaci di dire sì e dire no.

L'intelligenza della diversità

Vi è un chiaro legame tra la protezione della natura e l'edificazione di un ordine sociale giusto ed equo. Non vi può essere un rinnovamento del nostro rapporto con la natura senza un rinnovamento dell'umanità stessa (Papa Francesco).
La pietra angolare di ogni relazione nell'ottica ecologica è l'intelligenza della diversità, il solido fondamento del riconoscimento dell'altro, della co-esistenza, della con-vivenza. Crea spazio per la sorpresa e per il cambiamento, sostiene nell'attraversare ciò che non suona familiare, e questa avventura del contatto con le diversità attiva l'esplorazione anche nel mondo interiore: altre parti del proprio sé possono essere riconosciute e integrate. Uno spazio più libero dentro di noi e più accogliente intorno a noi, ecco il valore aggiunto dell'intelligenza della diversità. Se accogliamo le ambivalenze emozionali, l'inconsueto dentro di noi, come persone in relazione saremo meno affette dalla malattia che ci porta a cercare un nemico esterno, a farne un capro espiatorio, a proiettare sull'altro la trave che è nel nostro occhio.

L'intelligenza estetica

Siamo tutti farfalle. La Terra è la nostra crisalide (LeeAnn Taylor).
L'intelligenza estetica è l'attenzione e la cura amorevole davanti ad ogni bellezza. La bellezza di dedicare tempo alle persone, agli sguardi, alle voci, ai piccoli gesti, dedicare spazio mentale ad accorgersi delle vite che vivono intorno a noi, qui, adesso, a sospendere l'azione, anche solo un attimo, mentre siamo impegnati in compiti utilitaristici. Dimensioni umane del nostro abitare, del nostro viaggiare, del nostro lavorare. Mantenere lo spazio relazionale in ordine, limpido, nutrire questo spazio con cose belle, e nello stesso modo prendersi cura e rispetto della relazione in sé. Intelligenza estetica è eccedenza, sovrappiù a leggerissima componente materiale, senza rimandi utilitaristici, è l'imponderabile, la cura vigile che conserva e ripara la relazione, l'attenzione a che non si usuri, e mentre lavora per far bello il mondo circostante, può riumanizzare radicalmente il nostro convivere.

L'intelligenza della responsabilità

Non conosciamo mai il valore dell'acqua finché il pozzo è asciutto (Thomas Fuller).
Questa intelligenza sa prendersi cura del noi, perché sostiene l'autoconsapevolezza, immagina le conseguenze delle azioni e delle omissioni, e se ne prende carico, anche di quelle che non era riuscita a prevedere. Assumere la responsabilità di se stessi, insieme alla responsabilità dei fini che perseguiamo e dei mezzi per conseguirli, ci tiene al sicuro dalla evasività, dagli scrollamenti di spalle, ci tiene in guardia dal voltarci dall'altra parte, dal dimenticarci dei sentimenti dell'altro, dal negare la sua esistenza e la sua umanità. Responsabili gli uni degli altri e del mondo là fuori, possiamo farcene carico personalmente e collettivamente. Riconoscendo a noi stessi il potere di produrre conseguenze, nel nostro spazio privato e nel nostro spazio pubblico, possiamo oltrepassare i sentimenti amari di sconfitta, e uscire dalle «passioni tristi» dell'impotenza e della rassegnazione.

L'intelligenza dei margini

Sii tu il cambiamento che vorresti vedere nel mondo! (M. Gandhi).

Parte dalle pratiche quotidiane, dai piccoli numeri, dalle piccole cose, l'intelligenza dei margini, e presto, silenziosamente, diventa capace di generare potenti segni, messaggi forti. Comincia con l'esempio concreto, col mettersi in gioco, col metterci la faccia, col mettersi a fare, e semina man mano il cambiamento nelle terre dei margini. Aiuta a cogliere quel momento esatto in cui si può produrre una crepa feconda, sa attivare azioni creative che fanno memoria, che imprimono tracce. Anziché scoraggiarci sulla piattezza del presente, possiamo cominciare a costruire sviluppi. Anziché restare prigionieri della miopia e dell'egocentrismo, possiamo guardare qui, sotto i nostri piedi, per andare lontano. Comincia da qui, da adesso, da me, da te, da noi, l'intelligenza dei margini, non si illude di metter mano subito al nucleo del problema, ma si mette in gioco ogni volta, là dove ne intravede le orme. E lo trasforma dal di dentro.

L'intelligenza del vuoto

Non ereditiamo la terra dai nostri antenati, la prendiamo in prestito dai nostri figli (proverbio del popolo Navajo).
Risvegliare l'attenzione verso ciò che viene trascurato, verso quell'orizzonte della percezione che vive in ombra, verso quella attivazione curiosa della mente che diventa capace di lasciare aperte le domande. Non ama le risposte immediate, l'intelligenza del vuoto, ma coltiva una attitudine accogliente verso ciò che si sta per manifestare, tollera l'assenza, il non definito, mentre intanto prende forma. Sa sostenere la pazienza e la solidità interiore che servono per non chiudere i giochi, per non scivolare nel riduzionismo, per sospendere il giudizio fino a che non emerge l'intuizione. Per stare produttivamente nel disordine che accompagna ogni trasformazione, l'intelligenza del vuoto attiva la creatività, sa rimettere in gioco ogni volta le certezze e resta ancora un poco nel territorio aperto dei sogni, poi plana con garbo nella realtà quando il vento diventa favorevole. Coltiva con cura lo spazio del «non ancora», insegna a stare dentro l'incertezza senza perdersi, a esplorare i problemi senza l'ansia della soluzione immediata, ad accettare perfino, di buon grado, che talvolta la soluzione non esiste, e allora si mette al lavoro, l'intelligenza del vuoto, e comincia ad approssimare, a creare passo dopo passo... Sa contenere il vuoto perché diventi fertile, e lo lascia aperto per ciò che non è ancora arrivato.

Una pedagogia per la transizione ecologica delle relazioni

Se guariamo la terra, guariamo noi stessi (David Orr).

Queste sette intelligenze sono pronte per diventare le life skills del futuro, pronte per essere trasformate in altrettanti obiettivi pedagogici volti a sviluppare relazioni ecologiche, a smantellare la mercificazione dei rapporti, educare al contatto empatico anziché al consumo dell'altro e alla colonizzazione delle sue emozioni. Possono contribuire, nel tempo, a rifondare un sistema di relazioni umane che riconosca il legame di ciascuno con tutti gli altri e col pianeta che generosamente ci ospita.

Bibliografia minima per approfondire

M. Benasayag , G. Schmit, L'epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano 2004.
A. Bramucci, R. De Leonibus, D. Tamanti, Gestalt-ecology: la relazione come ambiente, Babele n. 37 mag-ago 2007, San Marino.
A. Bramucci, G. Crispolti, R. De Leonibus, B. Montanini, F. Nicoletti, D. Tamanti, I campi del sé della Gestalt-Ecology, in: Studi Urbinati, Urbino 2010.
U. Bronfenbrenner, Ecologia dello sviluppo umano, Il Mulino, Bologna 1986.
M. Buber, Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo, Cinisello Balsamo 1993.
A. Canevaro, Le logiche del confine e del sentiero, Erickson, Trento 2006.
R. De Leonibus, Pianeta coppia, così vicini, così lontani, Roccalibri - Cittadella editrice, Assisi 2011.
R. De Leonibus, Prendersi cura, Accogliere, sostenere e co-creare attraverso la relazione psicoterapeutica, Cittadella Editrice, Assisi 2017.
R. Hycner, L. Jacobs, The healing relationship in Gestalt-therapy, Gestalt Journal Press, New York 1995.
E. Morin, Etica, Feltrinelli, Milano 2005.
E. Morin, Il pensiero ecologico, Hopefulmonster, Firenze 1988.
E. Polster, A population of selves, Jossey Bass Inc, San Francisco 1995.
A. Stella, La relazione educativa, Guerini, Milano 2002.

(pp. 46-48)


Alla scuola dei Salmi

Come un albero
Lidia Maggi - Angelo Reginato

Angelo: M'introduco nell'affascinante mondo dei Salmi accompagnato dalle parole di André Chouraqui: «Noi nasciamo con questo libro nelle viscere. Un librettino: centocinquanta poesie, centocinquanta gradini eretti tra la morte e la vita; centocinquanta specchi delle nostre rivolte e delle nostre fedeltà, delle nostre agonie e delle nostre risurrezioni. Più che un libro, un essere vivente che parla, che ti parla, che soffre, che geme e che muore, che risorge e canta, sul limitare dell'eternità - e ti prende, e trascina te e i secoli dei secoli, dall'inizio alla fine... Nasconde un mistero, perché le età non cessino di ritornare a questo canto, di purificarsi a questa sorgente, di interrogare ogni versetto, ogni parola dell'antica preghiera, come se i suoi ritmi scandissero la pulsazione dei mondi».
Partiamo, dunque. Il primo gradino è una soglia. Entri e subito sali. Ascesa ripida, impervia, che toglie il fiato: È beato chi... (Salmo 1,1). Non è un azzardo promettere felicità, farne la prima parola? E un'ingenuità o una studiata seduzione? Il mio piede vacilla, incerto se inoltrarsi lungo questa ripida scala. Mi rassicura lo specchio d'ingresso, che mi restituisce l'intera mia immagine. Una volta rispecchiati, è impossibile sentire quella prima parola come semplice slogan, esca per attirare nell'ennesima casa degli inganni. Lo specchio fissa una storia di empi, peccatori e schernitori, una scena dominata dalla nera presenza di personaggi che si fanno beffe del desiderio di felicità. Non si tratta, dunque, di un mondo dietro il mondo, di uno scenario fittizio, con scala di cartapesta. Decido di entrare.

Lidia: La felicità richiederà un lungo cammino, una fedeltà al progetto, ascolto costante e continuativo: giorno e notte. È così che ci si radica nella vita buona, fino a scoprirsi albero rigoglioso. Occorre, poi, attendere la giusta stagione perché questi dia il suo frutto! La strada per la felicità non è lineare, non è sgombra da pericoli e false fascinazioni: il salmo ce le racconta in un crescendo di rischio. Il male ha il volto delle amicizie che decidiamo di frequentare: empi, schernitori, peccatori. Lo scorgiamo da lontano, gli andiamo incontro, gli passiamo accanto; e invece di cambiare strada, ci facciamo prossimi a lui e ci fermiamo ad ascoltare i suoi consigli astuti. Infine, senza accorgercene, ne diventiamo complici, in una comunione sempre più profonda, ci sediamo alla sua mensa. Ci nutriamo con il suo pane ingiusto. Dunque, non solo il cammino verso la felicità si gioca sui tempi lunghi e sulla disciplina, ma anche la seduzione del male arriva in un crescendo di sempre maggiore intimità: lo incontri, ti fermi, ti siedi e la vita buona svanisce dal tuo orizzonte.

Angelo: Cosa ne abbiamo fatto del desiderio di una vita buona, realizzata? L'idea stessa di felicità ci appare infelice, costretta nello spazio angusto di un sentire volubile, in balìa di imprevedibili sbalzi d'umore. Un sentimento privato, che ha perso il mondo. Sarà come un albero... , osa dire il salmo. Che immagine preziosa, capace di farci recuperare il legame con la comunità dei viventi, con quel mondo dalle ampiezze cosmiche. La felicità che compare come parola prima, miniatura che racchiude l'intero Salterio, ha la forma del mondo buono, desiderato da Dio. Il singolo umano, che si affaccia sulla soglia del libro dei Salmi, è radicato nella terra, è alimentato dalle acque dei ruscelli, è inserito nel corso delle stagioni. Ed è questa solidarietà con il creato che rende la sua esistenza fruttuosa, la sua vita sempreverde.

Lidia: È un mondo sottosopra quello biblico, dove ciò che reputiamo fragile resiste e quello che ci appare vincente si disperde. Entrare nel salterio significa educare lo sguardo a un altro punto di vista. I malvagi che ci sembrano inamovibili li scopriremo pula, scarti del grano, dispersi dal vento. Mentre saranno proprio quei timidi germogli di cura quotidiana, che non si rassegnano al saccheggio dei prepotenti, a far crescere foreste di giustizia, che daranno frutti di felicità.
Vedremo come molti salmi rievochino la storia della salvezza, di cui ha fatto esperienza Israele. Accanto ad essa, c'è anche una geografia della salvezza, fatta di nomi di città e di paesaggi naturali: fiumi, monti, campi, mari, alberi... Paesaggi dell'anima, che ricerca la felicità abitando il creato con fiducia, custodendo e coltivando il giardino, in cui anche l'umano può finalmente sbocciare.

(pp. 49)


La via di una spiritualità cosmocentrica

Gianluigi Gugliermetto *

La tradizione biblica ha ricevuto aspre critiche da parte di alcuni settori del pensiero ecologico contemporaneo sulla base del comandamento che si legge nelle prime pagine della Bibbia: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni creatura che si muove sulla terra» (Genesi 1, 28). Soggiogate e dominate: due imperativi rivolti all'umanità in un contesto gerarchico che vede l'umanità stessa come il culmine del creato. Una visione opposta a quella della deep ecology, secondo cui l'errore dell'umanità è stato quello di attribuire un valore diverso alle diverse forme di vita, giustificando così il dominio della specie homo sapiens su tutte le altre specie. La diversità stessa della vita, al contrario, è il valore. Secondo la deep ecology, un nuovo pensiero ecologico che abbandoni l'antropocentrismo di derivazione biblica è l'unica redenzione possibile per l'umanità.
In realtà, le cose sono un po' più complicate. Noi che viviamo nel XXI secolo non possiamo fare a meno di percepire il comandamento «soggiogate, dominate» nel contesto della catastrofe ecologica che stiamo vivendo. E certamente quest'idea biblica è stata adoperata per giustificare ogni tipo di crudeltà contro gli animali e ogni tipo di sfruttamento della Terra. Come si spiega allora che, secondo alcuni studiosi, la Bibbia sia addirittura impregnata di pensiero ecologico? (1). o che la teologia cristiana medievale sia ricca di riferimenti all'armonia cosmica? (2). Il teologo Matthew Fox fornisce una spiegazione decisa ma non banale a questo problema. Sebbene l'umanità abbia compiuto molti errori in ogni epoca, è solo a partire dal secolo XVII che gli animali sono stati visti come oggetti meccanici senza emozioni, che l'idea di armonia cosmica si è disgregata e che l'anima è stata dapprima riservata solo agli esseri umani e poi nemmeno più a loro.

Il divorzio tra scienza e religione

La modernità scientifica ha dunque portato molti svantaggi all'umanità, oltre agli innegabili vantaggi. Il divorzio tra scienza e religione ha dato alla scienza la libertà di proseguire le proprie indagini in maniera indipendente. Tuttavia, la scienza si è anche privata di ogni riferimento ai giudizi valoriali e in breve tempo non è riuscita a vedere altro che oggetti di fronte a sé. Per questo, e non principalmente a causa dell'antropocentrismo biblico, il dominio tecnologico del mondo naturale non ha trovato freno negli ultimi tre secoli. D'altra parte la religione, ridotta all'ambito della soggettività umana, cioè alla gestione dei moti di un'anima che - dal punto di vista della scienza moderna - nemmeno esiste, ed essendo privata del suo rapporto nativo con la natura e con il cosmo, non ha potuto che intristirsi e sclerotizzarsi. A poco a poco, la bellezza non ha più trovato spazio nè nella scienza nè nella religione.

Oltre la frattura

Possiamo tornare a una sorta di unione tra scienza e spiritualità, tra studio oggettivo dei fenomeni naturali e rispetto del valore intrinseco dei soggetti che compongono la natura, tra osservazione scientifica del cosmo ed estasi cosmico-religiosa? Chi se lo augura, come Matthew Fox, non può non constatare anche la difficoltà del compito e avvertire l'onere di proporre un percorso. La 'spiritualità del creato' riscoperta da Fox è un movimento di base che recupera in maniera immediata l'esperienza della sacralità della natura e di tutti gli esseri. È anche un metodo, suddiviso in quattro 'sentieri', che viene in aiuto al percorso di trasformazione interiore. La via positiva comprende la fiducia nella corporeità e nella presenza del divino in ogni creatura; la via negativa affronta la discesa nel silenzio e negli abissi del dolore; la via creativa presenta un percorso di individuazione simile a quello della psicoanalisi junghiana; la via transformativa è il culmine del percorso spirituale nel recupero dell'eros cosmico e della compassione. Le emozioni e la poesia sono al centro di questo lavoro spirituale in quanto sono state esiliate dal dominio del pensiero scientifico oggettivante. Il 'sentire' umano non può essere misurato, ripetuto, oggettivato. Per questo esso offre una via di scampo dal sistema totalizzante del pensiero moderno. La capacità intuitiva, liberata dalle sottili costrizioni a cui è stato sottoposta negli ultimi tre secoli, si connette immediatamente con la natura e col cosmo. Allora tornano ad avere senso tante pagine della Bibbia e della successiva tradizione cristiana che, lungi dall'insistere sul tema del dominio, cantano invece la relazionalità, la reciprocità e la gioia della vita. Anche le 'cose inanimate' non sono più semplici oggetti, ma soggetti in relazione: i cieli raccontano, la notte parla... (3) «Earia, che spira ovunque, è al servizio di tutte le creature» (Ildegarda di Bingen). In questo filone della spiritualità cristiana non si tratta affatto di dominare il creato, ma di imparare da esso: «La persona veramente saggia si prostra ai piedi delle creature e non teme di sopportare il dileggio degli altri esseri umani» (Matilde di Madgeburgo) (4). Certamente, come Fox riconosce ampiamente, è tuttora dominante nel cristianesimo un altro filone teologico incentrato su dominio e controllo. Allo stesso tempo, l'antropocentrismo biblico non è assimilabile a quello moderno (5).

Abbandonare 1' antropocentrismo senza negare la peculiarità umana

Anche Fox, come la deep ecology, propone di abbandonare l'antropocentrismo e di mettere al centro il cosmo. Ma Fox insiste anche che l'essere umano non può rinnegare il suo ruolo di autocoscienza della natura di cui è parte, e quindi la propria peculiare centralità. Il risultato è un rifiuto della gerarchia come dominio, ma un riconoscimento della gerarchia come funzione, come nelle cosmologie antiche e medievali (6). Se è vero che, con la scomparsa della specie umana, la natura potrebbe trarne un profitto, ad esempio in termini di sopravvivenza degli ecosistemi, la perdita delle funzioni razionali tipiche della nostra specie sarebbe una perdita per la natura stessa. Noi abbiamo un ruolo da giocare non solo per salvare noi stessi, ma anche in quanto responsabili di altri, legati alle altre specie da legami profondi. La 'spiritualità del creato' è una maniera semplice ma profonda di aprirsi a un percorso di trasformazione personale e culturale che attinge a valori spirituali universali, predicati anche da Gesù. «Osservate gli uccelli in cielo... osservate i fiori di campo» (cfr. Matteo 6, 26-29).

Note

(1) Si veda, ad esempio, la serie di commentari biblici The Earth Bible Commentary di cui sono stati pubblicati finora 15 volumi (i primi sette dalla Sheffield Phoenix Press 2011-2017, gli altri otto da T&T Clark 2018-2021).
(2) Onorio di Autun parla dell'universo come di «una grande cetra» e armonia degli opposti: «Un accordo armonioso viene prodotto insieme dallo spirito e dal corpo, dagli angeli e dai demoni, da paradiso e inferno, dal fuoco e dall'acqua, dall'aria e dalla terra, da dolce e amaro, da morbido e rigido». La «teologia copulativa» di Nicolò Cusano è «basata sulla riconciliazione tra la mente e la natura, tra l'intelletto e i sensi». Questi sono soltanto due esempi riportati da Matthew Fox in In principio era la gioia (Fazi, 2011), p.77, pp. 258-259.
(3) «I cieli raccontano la gloria di Dio e il firmamento proclama l'opera della sue mani; il giorno lo dice al giorno successivo e la notte ne sussurra la conoscenza alla notte seguente. Non è un linguaggio, non sono parole, non si sente alcun suono, eppure la loro voce si spande su tutta la terra, le loro parole raggiungono gli estremi confini del mondo» (Salmi 18, 1-4; traduzione mia).
(4) Matthew Fox, In principio era la gioia (Fazi, 2011), p. 345, p. 76.
(5) La ricerca biblica ha mostrato, ad esempio, che il testo di Genesi 1 veniva percepito dai suoi uditori originali non solo come una legittimazione della supremazia umana ma anche come un conferimento del potere di «viridità» alla Terra stessa. Cf. Norman Habel, The Birth, the Curse and the Greening of Earth (Sheffield Phoenix Press, 2011), p. 33.
(6) Un simile pensiero è stato espresso da Ken Wilber, il quale combatte contro l'abolizione del principio gerarchico nella descrizione della realtà. Wilber spiega che l'abolizione della gerarchia a favore della cosiddetta eterarchia contraddice il funzionamento stesso della natura, e che combattere contro gerarchie ingiuste nel mondo umano è cosa del tutto diversa dal combattere la nozione stessa di gerarchia. Wilber cita a suo favore Arne Naess, il fondatore della deep ecology, il quale - contrariamente a molti dei suoi seguaci - sa benissimo che la natura è fatta di complesse interazioni tra sistemi olistici subordinati l'uno all'altro. Cfr. Ken Wilber, Sex, Ecology, Spirituality (Shambhala, 2000) p. 24, p. 57.

* Ha studiato filosofia e teologia in Italia e negli Stati Uniti, oggi pastore della chiesa episcopale anglicana in California, fondatore dell'associazione Spiritualità del Creato

(pp. 50-51)


Dio, uomo, ambiente: vivere come creatura

Carlo Molari

Mentre riflettevo sulle difficoltà che sto incontrando a continuare la mia collaborazione a Rocca, difficoltà provenienti dall'età (92 anni) e dal mutato ritmo di scrittura, mi arriva il numero 2/2021 della rivista nel quale i tre Volontari della Pro civitate (Gino Bulla, Claudia Mazzetti, Anna Portoghese) hanno firmato una lettera di dimissioni dopo il lungo periodo di 52 anni. Da molto tempo nella quarta pagina appariva la loro scritta «Il gruppo di redazione è collegialmente responsabile della redazione e della gestione della rivista». Con il numero 2/ 21 con l'indicazione di un nuovo Direttore (Mariano Borgognoni) appare anche un nuovo gruppo redazionale (Sandra Bernasconi, Franca Cicoria, Tonio Dell'Olio, Renzo Salvi). Ora evidentemente inizia una nuova fase.
Per quanto mi riguarda avevo dato un modesto contributo alla vita della Pro ci-vitate con un corso di cristologia per i prevolontari, con qualche intervento ai Corsi di studi di agosto e di dicembre e successivamente anche con qualche articolo su Rocca che a un certo momento divenne un intervento stabile. Da allora non ho trascurato alcun numero della rivista fino al numero scorso (06/2021). Ora il nuovo direttore mi chiede di continuare a dare il mio contributo almeno una volta al mese. Ma ho reali difficoltà a continuare: i pensieri fluiscono molto più lentamente, e a volte si smarriscono lungo il cammino. Ho accettato di rispondere per questo numero dedicato all'ambiente e forse qualche altra volta risponderò.

Il contributo del credente in Dio

Nelle discussioni fra atei e credenti non è sempre chiaro che cosa si intende con le formule: credere in Dio e vivere come creatura di Dio. Negare l'esistenza di Dio è sempre in qualche modo mostrare interesse e affermare un rapporto, mentre oggi si diffonde sempre di più l'indifferenza e la tendenza dell'autosufficienza. In contrapposizione penso che i credenti in Dio debbano precisare bene il significato della loro fede. Credendo in Dio vogliamo affermare: esiste la forza, che alimenta il divenire e rende possibile il cammino verso forme nuove di vita; esiste la perfezione che deve fiorire, ma per accoglierla e renderla attiva nella storia essa deve diventare nostra azione, con tutto il processo che l'azione umana implica (pensiero, valutazione, decisione) e quindi un atteggiamento di consapevole accoglienza. Spesso porto una metafora che esprime bene questa necessità. Nella stanza dove ciascuno di noi ora si trova, esistono numerosi messaggi, ci sono musiche, ci sono notizie relative ad eventi politici o sportivi. Se accendiamo una radio o una televisione, cogliamo suoni o immagini di eventi che stanno accadendo e ai quali possiamo partecipare. Tutto è già presente in forma di onde elettromagnetiche, la radio e la televisione non inventano nulla, solo traducono a livello percepibile per noi, quello che è già presente.
Analogamente anche noi siamo immersi in dinamiche di vita che ci avvolgono e ci attraversano. Se noi vogliamo, esse possono diventare informazioni per noi. Ecco mi richiamo al problema di Dio che non fa le cose, ma fa che le cose si facciano, cioè, cosa vuol dire, vuol dire che la forza creatrice non opera nulla nella creazione e nella storia, se non diventa azione di creature. Questo è un principio fondamentale, che abbiamo ripetuto tante volte e che dal punto di vista teologico, è stato acquisito, lo ha ripreso Karl Rahner, ma tanti teologi oggi lo riprendono e ne scrivono, ossia Dio non fa nulla nella creazione e nella storia, che non siano le creature a fare.
Questa è un'idea già molto antica, san Tommaso parlava di causa prima e causa seconda, ma, dopo, questa terminologia scolastica ha acquistato un significato deriaate, anche se mantiene un valore profondo. vale a dire che l'azione creatrice, nonè luna componente della creazione, ne è il principio, il fondamento, ma non è una componente e tutto ciò, nel senso che non c'è nessun evento della creazione e della storia, che possa essere attribuito a Dio, ma tutto ha una causa creata.
Ecco qui c'è un'interpretazione diversa del miracolo: anche il miracolo non è un'azione che Dio fa in aggiunta a quella delle creature, perché il miracolo è sempre un'azione di creature, che in determinate circostanze, poiché assumono determinati atteggiamenti, sono in grado di esprimere la potenza della vita che è presente ed è più larga e grande di noi.
Il miracolo esprime la potenza della vita in un modo eccezionale, cosa che quotidianamente non si riesce a fare, perché siamo pigri, perché siamo limitati ai nostri piccoli problemi, interessi e così via: ho ripreso questi concetti, perché nella mattinata sono stato sollecitato a chiarire un po' questo aspetto, quindi, dev'essere chiaro, ci mettiamo, come è necessario, in questa prospettiva.
Allora assunta questa visione, capite bene che tradurre la forza della vita, renderla nostro pensiero, nostra decisione, nostra azione, richiede un determinato atteggiamento, che chiamiamo l'atteggiamento di fede, è mettersi in sintonia come la televisione e la radio, che riescono a tradurre segnali, quando si mettono in sintonia, quando, cioè, sono sulla stessa lunghezza d'onda.

Mettersi in sintonia

Ora questo atteggiamento di sintonia è della fede, solo che questo atteggiamento di sintonia, non avviene andando in chiesa o neppure nominando Dio: questo atteggiamento di sintonia può infatti avere anche una forma laica, nel senso che un individuo può essere, anche proprio per tradizioni religiose che poi, forse ha abbandonato, talmente educato a cercare la giustizia, la verità, da assumere un atteggiamento di accoglienza di fede, esercitata anche senza fare riferimento a Dio.
Allo stesso modo può accadere che molti, che si dichiarano credenti o vivono la fede anche solo in determinate circostanze, non siano invece in sintonia, quando sono impegnati in determinate attività, ragion per cui non esprimono la potenza di Dio, ma solo la loro capacità già acquisita, cioè vivono del proprio passato, non sono in grado di far emergere la novità di vita.
In questa prospettiva. se c'è Dio al Sondo della vita. solo chi è o si mette in sintonia con la forza della vita e segue le sue leggi, solo costoro riescono a farla fiorire, sia che vadano in chiesa a pregare, sia che non preghino mai, ma vivano piuttosto, almeno in determinate circostanze, la sintonia, appunto, con questa particolare «lunghezza d'onda».
Per questo è possibile anche l'emergenza di novità in ambiti, diciamo così, laici, però è importante rendersi conto che questo avviene, perché si vive in sintonia; se c'è invece l'illusione dell'autosufficienza, si possono ottenere risultati, perché ci sono degli strumenti disponibili, perché si vive del passato ed il passato conduce a ricchezze notevoli, certo, però non si è in grado di rendere possibile il futuro.
Credo che questo sia necessario affermarlo, proprio perché le novità di vita corrispondono quella complessità, che rende possibile l'emergere di qualità nuove: ormai anche gli scienziati contemporanei utilizzano questa terminologia, l'emergenza, parola che indica i fenomeni derivati proprio dalla complessità e sono gli studi attuali sulla complessità, ormai dotati di una loro propria autonomia, a parlare proprio dell'emergenza, proprio del fiorire di qualità nuove, anche se non si richiamano direttamente a Teilhard de Chardin.
Questa è la certezza di chi crede in Dio, di avere già una ricchezza interiore, una forza propulsiva, che gli consente di far fiorire nella sua piccola storia qualità umane potenziali, come la capacità di amare, la disponibilità al servizio, l'attitudine di dialogo. Egli possiede già quelle perfezioni che fan fiorire queste qualità, esse appartengono al proprio ambiente vitale. Esercitare la fede significa metterle in moto, farle fiorire e diffonderle attorno a noi. La condizione è che si viva nella lunghezza d'onda dell'azione di Dio. Se uno si illude di essere autosufficiente, blocca il futuro, potrà anche realizzare determinate cose in base a tutto ciò che è già emerso, ma non riesce a far fiorire il nuovo, non può essere profeta. Questo non vuol dire che i profeti sono solo quelli che si dichiarano credenti, o che frequentano le chiese, perché ci si può dichiarare credenti e si possono frequentare le chiese e restare indifferenti di fronte a questi problemi, però io credo che la novità di vita richieda atteggiamenti interiori di sintonia con l'azione divina.

(pp. 52-53)


Bruno Latour: la prospettiva dell'ecologia politica

Giuseppe Moscati

Partiamo da un dato acquisito, e non da poco (sia in senso cronologico, sia per portata epocale), cioè la certezza scientifica che l'uomo contemporaneo è stato in grado di trasformare il pianeta Terra con una rapidità senza eguali nella storia.
Da questa certezza-consapevolezza deduciamo come mai prima della nostra epoca, l'Antropocene - detta anche èra dell'uomo -, la Terra stessa è stata da noi indotta a reagire, attraverso i suoi fenomeni geologici, alle modifiche territoriali, strutturali e climatiche di azione umana.
Tra i maestri che meglio e di più si sono addentrati nel fitto groviglio di uomo e natura, clima e sistema produttivo, geochimica e rischio di estinzione dell'umanità, vi è senz'altro Bruno Latour (Beaune, 1947), filosofo, antropologo e sociologo francese che propone una seria e ben argomentata prospettiva di ecologia politica per la quale l'elemento ecologico segna «la fine della `Natura' come concetto in grado di riassumere i nostri rapporti con il mondo e di pacificarli» (Face à Gaia. Huit conférences sur le nouveau régime climatique, 2015).

Al fondo della crisi ecologica del nostro tempo

Intanto Latour, docente presso l'Istituto parigino di Studi politici e la Scuola londinese di Economia e Scienze politiche, ha il merito di attribuire il giusto valore agli studi scientifici. È infatti stato sempre attento alle indicazioni che _provengono non solo dalla ricerca scientifica tout court, ma anche dallo stesso dibattito tra scienziati (se esiste, giustamente, un dibattito tra teologi...); ma tutto questo senza mai rischiare di scivolare verso lo scientismo.
D'altra parte è questa, credo, una delle più importanti sfide che ci si parano dinanzi ed è un po' come quel necessario sforzo che dobbiamo esercitare costantemente per essere e rimanere laici - aperti - senza mai diventare laicisti - parenti stretti dei violenti - oppure `esseri in ricerca' senza mai acquietarci nel dogma.
E così Bruno Latour, allergico al concetto generico di «società» e assertore di una natura sempre integrata dalla cultura, rappresenta un vero e proprio modello di intellettuale aperto, dal sapere felicemente interdisciplinare, capace di cogliere a fondo il risvolto squisitamente socio-politico delle questioni legate alla cosiddetta crisi ecologica del nostro tempo.
Una bella testimonianza di questo la potete trovare nell'intensa Postfazione che Latour ha scritto per l'Atlante dell'Antropocene (edito per i tipi di Mimesis, 2021), notevole studio che dobbiamo a Francois Gemenne e Aleksander Rankovic.
Al centro di tutto risiede il tentativo di chiara natura antropocentrica di controllare-possedere-sfruttare a proprio piacimento il nostro pianeta. Una follia destinata a produrre catastrofi e inevitabilmente ritorcersi sempre di più verso l'uomo. Oltre al preoccupante e repentino cambiamento del clima, al processo che pare inarrestabile di erosione della biodiversità, per non citare il non ancora ben definito problema delle cause della pandemia da Covid19, non posso non ricordare il cinismo con il quale la specie umana - tranne rare, amabili eccezioni - si è rapportata con le specie non umane. Allevamenti intensivi, bracconaggio, safari con trofei le teste di animali a rischio d'estinzione, distruzione della barriera corallina... Non basterebbero tutte le pagine di Rocca.
Ma sapete qual è l'invito che Latour, lucido lettore della crisi ecologica, rivolge all'uomo? Quello a non disperare. Non è, la sua, una visione del mondo ingenuamente ottimista: semmai si tratta di un mirabile impegno di ottimismo di professione, proprio come può essere quello di un persuaso nonviolento o di un utopista-visionario nel senso migliore del termine, vale a dire di colui il quale intravede l'orizzonte senza perdere di vista il terreno su cui cammina né cadere preda delle visioni alla Swedenborg, il dotto svedese al quale il grande Kant dedicò pagine di fine ironia.

Che fare?

Siamo dunque schiacciati tra le conseguenze dirette e indirette del fenomeno dell'urbanizzazione selvaggia con annesso deterioramento del suolo, gli svariati tipi di inquinamento (atmosferico, acustico, luminoso...), le criticità derivanti dai grandi incidenti industriali e gli invasivi cambiamenti demografici. Solo per citare alcuni dei temi caldi della questione ecologica, un corno della quale riguarda il rischio per l'umanità della fatidica Sesta Estinzione!
La posizione di Latour, che egli chiama «an- tropologia della scienza», ma anche «filo- sofia politica della natura» o «epistemologia politica» come ricorda Nicola Manghi (senza dimenticare la sociologia della conoscenza scientifica), va considerata «come una riattivazione ininterrotta, all'interno di diversi campi disciplinari, dell'evento rappresentato dalla sociologia della conoscenza scientifica - sempre a patto che essa sappia resistere alla tentazione del relativismo». Ebbene, questa posizione costituisce di fatto un appello alla ragione, che non si abbandoni allo sconforto appunto, che non disperi, che non si lasci insomma rapire dal terribile binomio dell'angoscia e della desolazione, ma che resti forte anche di fronte ai nostri peggiori nemici: l'indifferenza, la disinformazione, la rimozione.
L'informazione gioca un ruolo decisivo: è lo strumento che ci permette di passare dallo sguardo scientifico sul mondo per come esso è ridotto (a causa nostra) al dibattito 'antropologico' sul come affrontare la realtà senza darla vinta allo sconforto radicale (immobilismo) e, in sostanza, sul che fare.
La questione, allora, è eminentemente politica e non sono pochi i partiti politici che, ricorda l'autore francese, «con il pretesto di un dibattito scientifico, che pretendono essere ancora aperto, si dedicano in verità a un altro tipo di lotta per imporre ad altri Paesi la propria visione del mondo e il loro sistema di valori». Una pretesa che significa frenesia di possesso.
Dove emerge quell'ottimismo di professione di cui dicevamo? Il grande vantaggio di misurarsi con l'Antropocene, ci dice Latour, «è che non si ha più a che fare con un problema naturale, davanti al quale saremmo senza forza e senza risorse, ma siamo davanti a decisioni sociali alle quali possiamo decisamente opporci» (corsivi miei).
Se il problema è politico, non può che essere politica - sempre in senso aristotelico: sociale - la strategia quantomeno per arginarlo. Urge un nuovo regime climatico e i Paesi a industrializzazione avanzata devono mutare profondamente il loro atteggiamento neocolonialista nei confronti di Paesi poveri-sempre-più-poveri. Tra gli uni e gli altri, nota La-tour, tra la «modernità» degli uni e le nude terre degli altri c'è sempre stata una certa 'lontananza , ma questo inizio di XXI secolo è teatro di un aumento all'infinito di tale loro divario. Parallelamente, è aumentata anche la paura che una simile distanza produca non «una lenta planata», bensì «uno schianto di proporzioni catastrofiche».
Di un fatto è certo Bruno Latour: meglio ci riuscirà di descrivere la «situazione reale», meno ne avremo timore; e la salvezza non sta su Marte, ma nell'interrogativo socio-antropologico e politico di quali cittadini veramente siamo. O siamo in grado di diventare.

Per leggere Latour
B. Latour, Il culto moderno dei fatticci, Meltemi, Roma 2005.

Id., La sfida di Gaia. Il nuovo regime climatico, Meltemi, Milano 2020.
Id., La scienza in azione. Introduzione alla sociologia della scienza, Einaudi, Torino 1998.
Id., Non siamo mai stati moderni, Elèuthera, Milano 2015.

Id., Politiche della natura. Per una democrazia delle scienze, Raffaello Cortina Ed., Milano 2000.
Id., Postfazione, in F. Gemenne - A. Rankovic, Atlante dell'Antropocene, Mimesis, Milano 2021.
Id., Tracciare la rotta. Come orientarsi in politica, Raffaello Cortina Ed., Milano 2018.

Su Latour
N. Manghi, Breve introduzione alla lettura di Bruno Latour, «Quaderni di Sociologia», n. 77/ 2018, pp. 101-106.
M. Croce, Bruno Latour. Irriduzionismo, Attante, Piattezza, Ibridi, Gaia, DeriveApprodi, Roma 2020.

(pp. 54-55)


Lezione spezzata

L'ecosistema
Stefano Cazzato

Professò, ha visto che hanno fatto er ministero dea transizione?
Transizione...
egologica.
Ecologica, non egologica. Non dobbiamo transitare all'ego ma all'eco.
Certo, me so impicciato. Anzi se potrebbe dì che è dall'ego che ce dovemo staccà, inteso come soggettività occidentale, strumentale, manipolativa...
Vedo che le nostre riflessioni sulla tecnica, a partire da Nietzsche e Heidegger, stanno dando i primi frutti!
Sì ma quelli so nostalgici: Sils Maria, le montagne de Zarathustra, a Foresta nera, la terra, il suolo...
Prenderemo da questi filosofi quello che di buono ci hanno trasmesso senza diventare apocalittici. Ma evitiamo anche di essere integrati, cioè di accettare la tecnica tout court, la crescita illimitata come un dogma. Non tutto quello che tecnicamente si può fare, è giusto farlo. Ci vuole uno sviluppo sostenibile.
Professò ma come se chiama quel filosofo che ha scritto sto libro...
Quale?
Questo sull'apocalisse! Umberto Eco!
Perché nun ce ne parla?
Posso farlo ma prima, visto che vi interessa l'argomento, dovrei dirvi due cose su Hans Jonas: intanto perché è in linea con il nostro programma sulla responsabilità
e poi perché ha affrontato questioni ambientali.
Jonas?
Sì, egli ha riformulato l'imperativo categorico kantiano più o meno così: agisci in modo tale che i tuoi comportamenti di oggi non precludano la possibilità di una vita futura sulla terra. Di una vita dignitosa, ovviamente.
Quindi è un filosofo morale?
Morale e Civile, la sua è proprio un'etica che per la prima volta assume come soggetti le generazioni future, i posteri, coloro ai quali va lasciato il pianeta in condizioni di vivibilità. La responsabilità in questo caso non è solo verso il prossimo nello spazio e nel tempo, ma il lontano. Non solo verso chi c'è, ma verso chi verrà. È una rivoluzione copernicana anche questa.
Ma sta cosa me ricorda pure papa Francesco.
Sì, siamo sulla stessa linea. Vi invito a notare che sui problemi concreti la prospettiva religiosa e quella filosofica convergono: si può rispettare l'ambiente a partire da visioni diverse, ma ciò che conta è rispettarlo.
E quindi Jonas è un ecologista?
Si è occupato anche di altre cose, ma sì... possiamo certamente definirlo come uno dei precursori della mentalità ecologista. Ma tra i filosofi ce ne sono molti: Rousseau, Thoreau, Klages...
Ma pure l'artro allora? L'altro chi?
Eco! Eco-logista, perché vuole rispettare l'Eco-sistema.


Cinema

Ritorno alla Terra (Madre)
Paolo Vecchi

Vallecchi ha appena dato alle stampe la scelta - L'amicizia, il cinema, gli anni con Ermanno Olmi, in cui Maurizio Zaccaro ripercorre il sodalizio con il grande regista bergamasco. Un rapporto di apprendistato quasi filiale iniziato nel 1983 con Camminacammina, che lasciò perplessi molti in quanto raccontava di Re Magi assai poco da presepe, e durato fino al 2014 con Torneranno i prati, passo d'addio al lungometraggio di finzione dell'autore dell'Albero degli zoccoli, un capolavoro che, celebrando in maniera assai poco celebrativa il centenario del primo conflitto mondiale, chiude il cerchio aperto nel 1959 da un altra opera memorabile, La Grande Guerra di Mario Monicelli. Leggendo quella che, secondo le parole di Zaccaro, «non vuole essere né una biografia né un'autobiografia, ma più semplicemente un `chronicle' senza fronzoli e troppi attaccamenti al passato, che Ermanno avrebbe sicuramente detestato, come l'inglesismo che sto usando», viene ovviamente voglia di rivedere i film, sia quelli più noti e reputati che gli altri, disertati dal pubblico e poco considerati dalla critica. Tra questi, Terra Madre, ora disponibile su You Tube, si impone forse con maggiore urgenza all'attenzione per il momento drammatico che stiamo vivendo. Realizzato nel 2009 su impulso di Carlìn Petrini, il vulcanico artefice di Slow Food, si articola in diversi capitoli, ciascuno dei quali possiede una propria specificità anche se finisce per integrarsi in un discorso di assoluta coerenza. Corpo centrale. il meeting di Torino, dove relatori da tutto il mondo affrontano il tema più importante, il suicidio al quale Umanità si sta preparando con la violenza perpetrata ai danni della terra: il riscaldamento globale, la desertificazione causata dai mutamenti climatici, l'uso massiccio dei fertilizzanti, le sementi geneticamente modificate, la società dello spreco e della velocità del consumo in cui gli scheletrici e gli obesi sono il prodotto dello stesso sistema alimentare aberrante... Si discute, si stigmatizza e si propone, mentre una mdp riconoscibilmente olmiana indugia sui volti bellissimi di un indio che mostra i cereali andini o di un quindicenne statunitense che ha trasformato in orto un campo da football coltivando verze e carote da fornire alla mensa della scuola.
Ma il regista ha anche sguinzagliato nei quattro angoli del mondo i suoi collaboratori. Così, nel gelo delle isole Svalbard assistiamo all'inaugurazione della prima Banca dei Semi, che José Barroso, allora presidente della Commissione Europea, definisce una vera e propria Arca di Noé per salvare l'umanità dal diluvio ecologico. Allo stesso modo, Zaccaro. insieme a Fabio Olmi. direttore della fotostrafía. va in India a intervistare Vandana Shiva, che illustra le modalità di conduzione della sua Navdanja Farm, fondata sui criteri della biodiversità, oggi diventata un esempio a livello mondiale.
Terra Madre racconta poi altre storie, il cui sapore arcaico assume oggi un significato quasi rivoluzionario. Si apre infatti con il traballante 8mm in cui si vedono dei bambini frequentare un orto scolastico, imparando la differenza tra varie specie di mele oggi di difficile reperibilità, mentre la voce di Omero Antonutti legge il Virgilio delle Georgiche. Un intermezzo particolarmente suggestivo è dedicato alla radicalità della scelta del misterioso «uomo di Meolo », che per quarant'anni ha vissuto in un casale senza luce e gas, costruendosi mobili e suppellettili col legno e nutrendosi solo dei prodotti dei campi (dal fratello che ogni tanto cercava preoccupato di portargli la «spesa» accettava solo i fiammiferi, che non riusciva a realizzare in proprio). La ricognizione all'interno di una casa che potrebbe figurare in un museo della civiltà contadina, lungi dall'essere unicamente suggestiva, appare incredibilmente ricca di indicazioni che potremmo definire in qualche modo filosofiche.
La chiusura è delegata al magnifico L'orto di Flora, firmato dal Virgilio del nostro cinema, Franco Piavoli, insieme alla compianta Neria Poli, sua compagna di vita oltre che preziosa collaboratrice. Nella casa sita in una gola dell'Adige, un uomo vive con la moglie e un infante dedicandosi alla coltivazione, al raccolto e alla conservazione dei prodotti della terra. Il regista lo segue nel ciclo delle stagioni, alle prese con le verze e le zucche, le albicocche e le melograne, i fagioli e le lenticchie, animali domestici come le galline e le capre ma anche selvatici come i ricci e le lucertole. La frammentata precisione del suo sguardo attiene certo all'antropologia culturale, ma si muove con levità nel campo sempre difficile del lirismo, come nei suoi indimenticabili lungometraggi Il pianeta azzurro e Voci nel tempo.
Alberto Farassino sosteneva che il cinema di Olmi racconta quasi sempre la stessa cosa, cioè un passaggio epocale colto attraverso i mutamenti della cultura materiale. Questo vale certo a maggior ragione a proposito di Terra Madre, che i mutamenti li registra nel loro farsi, quasi profetizzando rischi come l'attuale pandemia. Lo fa come al solito preferendo i sussurri alle grida, ma con la decisione della saggezza, in nome di un imperativo etico, di una concezione del mestiere dietro al quale si intravvede sempre la necessità dell'Utopia. «Basta col cinema contastorie», ha dichiarato a proposito di questo film. «Documentiamo con le immagini il disastro, per cambiare la Storia».

(p. 57)


Teatro

La banditrice dell'Ecovillaggio
Greta Salvi

Oh yeah!! Oh yeah!!: il richiamo annuncia che è arrivato il banditore, una figura ancora molto diffusa nel Regno Unito. Il più famoso è quello della casa reale inglese, ma li si può incontrare in tutto il Paese, muniti di campana, cappello a tricorno e talvolta di un rotolo di pergamena, come da tradizione. Da secoli, il loro compito è lo stesso: percorrere le strade di paesi e città, declamando ad alta voce le notizie. Con lo scoppio della pandemia da SarsCov-2, il banditore ha fatto la sua comparsa anche dove non si era mai visto: a Findhorn, piccola località nel Nord della Scozia, incastonata tra le Highlands e il Mare del Nord. Findhorn è un Eco-villaggio, nato negli anni '60 dall'iniziativa di Peter e Eileen Caddy e Dorothy Maclean, ieri giovani «figli dei fiori», oggi fondatori riconosciuti di un esperimento riuscito di sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Un percorso, quello di Findhorm, che dagli orti coltivati sulla spiaggia nei primi anni sessanta arriva all'odierna agricoltura biologica, dal camping improvvisato dei tre fondatori nei pressi di una discarica alla costruzione di case ecologiche e di un sistema di depurazione dell'acqua, dall'aggregazione incuriosita di ecologisti e studiosi della Terra allo strutturarsi di una comunità che ha basato la propria esistenza sul dialogo co-creativo con la Natura. Ma non può esserci co-creazione dove non c'è tessuto sociale, quel tessuto sociale che la pandemia ha messo a dura prova. Ecco allora che entra in scena il banditore, che come un filo di ragnatela lega tra loro i quartieri dell'Ecovillaggio. Eidea è di Laura Pasetti, donna di teatro a tutto tondo: attrice, regista, autrice e for-
matrice, tra i primi allievi di Giorgio Strehler alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano. È lei che, durante la prima ondata della pandemia, fonda un gruppo di volontari che supporta la comunità fornendo alcuni servizi: spesa, consegne a domicilio... Ben presto, la difficile condizione di confinamento fa emergere anche una necessità di supporto emotivo: è allora che Laura Pasetti diventa Nightingale (l'Usignolo), la banditrice in guanti rossi e bombetta che percorre le vie di Findhorm, per portare da un quartiere all'altro notizie sul lockdown e informazioni di servizio, ma anche per offrire un sorriso, una poesia, una canzone. Il «bollettino» di Nightingale si conclude sempre con un piccolo numero di avanspettacolo, atteso con trepidazione, applaudito con calore e che nel periodo di confina-mento più stretto aiuta a risollevare l'umore. Anche quando le restrizioni si allentano, l'attività della banditi-ce non si ferma: gli spettatori iniziano ad attendere Nightingale fuori dalla porta di casa, comodamente seduti su una sedia portata lì appositamente. Pian piano, incontrarsi diventa un'abitudine, con o senza i banditori -divenuti nel frattempo una piccola squadra. I vicini organizzano happy hour, decorano il quartiere per Natale, partecipano a un'originale «caccia all'artista». A Findhorn, l'arte ha aiutato le persone a «uscire»: da sé, dalle case diventate rifugi e prigioni, dal guscio di paure e abitudini. E non è un caso che nel lavoro dell'artista, come nelle regole su cui si basa la vita nell'Ecovillaggio scozzese, si fondano amore e creatività, introspezione ed armonia con tutto ciò che ci circonda. l'ecologia non è solo questione di alberi.


TV

L'Atlante che non c'è
Renzo Salvi

Attenzione e atteggiamenti positivi nei confronti dell'ambiente possono essere indotti, tramite Tv, senza far ricorso a modalità predicatorie, ad analisi, a dibattiti o a modalità pro-turistiche mascherate. Con tono serio e sviluppo scorrevole l'Atlante che non c'è ha affrontato la questione prendendo le mosse dalla letteratura e - in quattro puntate, su Rai5, il lunedì sera, dal 15 febbraio - ha condotto le sue narrazioni in Toscana, nell'area mediterraneo-tirrenica della penisola e poi in Sicilia e su un lago lombardo.
I luoghi di cui si parla, con nomi precisi e presunta allocazione reale in quei paesaggi in alcuni casi non esistono o non hanno riscontri certi: per paradosso, addirittura, quanto più la loro presenza viene da racconti lontani, tanto più ne pare possibile l'attribuzione spaziale.
Dell'Odissea - come già si diceva remote scuole medie - i luoghi possono essere collocati, e i percorsi tracciati, tra Scilla e il Circeo (forse), dalle isole di Eolo alle ipotetiche terre sarde dei Lestrigoni... e così immaginando sulla scorta letteraria di Omero; e dove mai Calipso trattiene sette anni Ulisse, in colpevole oblio?
Questa seconda puntata risulta la più ricca di evocazioni, ricostruisce - documentato al vero: nell'oggi - un ambiente che si svela tutto da osservare e da accarezzare con quei sentimenti d'affetto che non sempre accompagnano la contemporaneità. I:ambiente è mostrato e rinarrato per flussi successivi attraverso tutto ciò che lo abita, le sue sonorità e le musiche, il fascino paesaggistico, la sua cucina in sintonia con la natura, le parole che vi sono state generate e
che ancora vi nascono: gli ambienti raccontati sono storia del presente.
La letteratura, non per bambini soltanto, che genera Pinocchio - altro il tempo storico evocato, altre le scritture narrative - aveva condotto, nella prima puntata, ad un mondo che è collodiano al di là dell'assunzione per nome d'autore di un paese vero, perché colli, case, pietre, scorrimenti climatici (e sapori e odori e gusti, e lessico) si addensano in un borgo che non c'è - appunto - perché ne somma tanti, ne dice le concrezioni storiche - quei «giandarmi», quelle scuole, quei burattini, quel mare e quel «vento freddo e strapazzone» qui rubato, in immagine dai Pinocchio della Tv, mentre nella seconda puntata molte immagini derivano da una Odissea televisiva che già era ed è mito del mito. Le riprese tv del programma, che sono di gran qualità fotografica sugli ambienti, tendono a pareggiare il livello degli spezzoni da sceneggiato. E dove, invece, a farsi avanti è la grafica che ha accompagnato il romanzo - nel caso di Pinocchio, da Libico Maraja ai giorni nostri - il contesto sembra inglobarla per farsene ricco. In modi diversi, per diversità di letteratura, l'approccio si ripete per il non-luogo in cui Camilleri colloca Montalbano, che vale tanta Sicilia, e per il mondo del lago Maggiore rivissuto, con Lui-no, nelle narrazioni di Piero Chiara.
Queste due puntate hanno meno fascinazione. Ma le valorizzazioni dell'ambiente come natura e cultura, come paesaggio e storia, come realtà e immaginazione/fantasia permangono. E passano lo schermo: perché non è vero che questa televisione, in Italia, non c'è.

(p. 58)


Arte

Mariano Apa
Claudio Carli

Partecipando del mondo con un vedere disincantato Claudio Carli ha sciolto la Storia nella Natura, senza fascinazioni alchemiche e lievitando da ideologiche tautologie concettuali, ben conoscendo comunque «Giovane e fanciulla in Primavera» del Duchamp ora a Gerusalemme e così le «Settemila Querce» a Kassel nel 1982 di Beuys e dimostrandosi Carli attento alle dilatazioni della Land Art e alle icone di Long e dei Christò. Claudio Carli vive la pittura all'interno del wittkoweriano mandato storiografico dei «Princìpi architettonici nell'età dell'Umanesimo» - Facoltà di Architettura a Firenze/ Biennale di Architettura di Venezia, 1985 con Aldo Rossi - da cui risale nella sua Assisi - 1947/ 7 marzo 2021 - alla facciata di S. Rufino. Se Merz da un filo d'erba ci conduce alla serie di Fibonacci nel ventre della Grande Madre quale Cosmo dell'Igloo - ad esempio - Carli nell'architettura esplora il suo essere artista di pittura perché lo spazio proclama non l'estetica del naturalismo bensì la sapienza di Madre Natura - tra i numerosi ne hanno scritto da A. C. Ponti a De Albentiis, Caramel e Montalto, Nardon, Gallizioli, Pesola e Margonari -; e con Dell'Amico, Passalacqua e Virili in «Istintismi» 1995/ 1997 - e nel 2009 l'esposizione a bifora tra Siena e Spello - Carli esprime un sodalizio culturale. Boschi e radici propongono scenografie da archetipi che dal Giotto di 'Francesco e il mantello' lo conducono all'eleganza del Drappo all'Oca nel Palio del 2 Luglio 2012 e al Giovanni XXIII nel 50° del Vaticano II in Pro Civitate Christiana dal 20 Agosto 2014: una sorta di Romanico reinventato con cui Cadi salmodiava le verità del Presente evocando volti di Memorie come sui teli stesi nella sua Assisi di Parte Alta -«Leggeri sul filo», 2015 -. Al Subasio in località Stazzi lascia danzare tele come vele di navi per nuvole solidificate nell'eccitazione di colori assoluti - «Ad Caelum» azione del 4 giugno 1994: Ezio Genovesi in Fossato di Vico 1994, «La Natura» - A. Pie-retti e E. Stordii, M. Amadò e A. Andreotti e Beuys /Tomassoni, Marotta e Pozzati e R. Savinio -. La attività per-formativa del pitturare di Carli è stato un poetico sguardo di meraviglia con il Mondo verso la Natura. Così ha progettato abitando Claudio Carli la amicizia e il pregare di Adriana Zarri in quel di Strambino ad Ivrea dove l'artista di Assisi era andato a dipingere un Giardino dell'Eden come in «Quaestio 98» da Camunia 1994, per cui la Zarri scriveva a marzo del 1995 a Claudio Carli: «è un romanzo teologico col mitico giardino costantemente sullo sfondo (...) tutto sarà di nuovo Eden: le mie piante, le mie bestie, la mia casa 'inventata e vissuta' stando al tuo dire, 'come un angolo di Paradiso terrestre'. E hai detto bene perché», continua la Zarri a Carli, «potando gli alberi e coltivando l'orto ho sempre avuto la sensazione di coltivare il mitico giardino: di costruirlo qui in questa terra di peccato, come un ricordo ed un presagio, una memoria antica ed una nuova profezia. Scusami Claudio se ho mescolato troppo le mie vicende teologiche e narrative - che poi sono vicende esistenziali, tanto la narrazione ci coinvolge - con le figurazioni della tua pittura. Forse tu stesso mi hai messo su questa strada rilevando l'ambientazione della tua opera nello spazio ritmato e scolpito della mia abitazione.


Fotografia

Salgado, una vita per l'ambiente
Michele De Luca

Ad una lunga e mai interrotta «guerra» per l'ambiente il grande fotografo brasiliano Sebastiào Salgado (Aimorés, 1944) ha dedicato tutta la sua vita di fotografo con tutta la sua passione umana e un forte impegno civile. Da ultimo, nello stato di Minas Gerais, insieme alla moglie Lélia ha creato il prestigioso «Instituto Terra» che ha riconvertito alla foresta equatoriale - che era a rischio di sparizione-una larga area in cui sono state piantate decine di migliaia di nuovi alberi e in cui la vita della natura è tornata a fluire. Questa istituzione è una delle più efficaci realizzazioni pratiche al mondo di rinnovamento del territorio naturale ed è diventata un centro molto importante per la vita culturale della città di Aimorès; «Genesi» - questo il significativo titolo di una iniziativa ormai molto nota - iniziò come progetto nel 2003 e dopo alcuni anni di lavoro venne presentato in tutto il mondo con una mostra itinerante e con un meraviglioso volume con lo stesso titolo edito da Taschen, che «rimane» ora dopo l'effimero degli eventi espositivi.
Quest'ultimo progetto del grande fotografo, affiancato anche dall'uscita del suo libro Dalla mia terra alla mia terra, rappresenta il tentativo, perfettamente riuscito, di realizzare una sorta di grande antropologia planetaria; ma è anche un grido di allarme per il nostro pianeta e un monito affinché si cerchi di preservare quel che resta del nostro mondo ancora incontaminato, battendosi per uno sviluppo che non sia sinonimo di degrado e distruzione. «Personalmente - ci dice il fotoo-afo - vedo questo progetto come un percorso potenziale verso la riscoperta del ruolo dell'uomo in natura. L'Aio chiamato Genesi perché, per quanto possibile, desidero tornare alle origini del pianeta: all'aria, all'acqua e al fuoco da cui è scaturita la vita; alle specie animali che hanno resistito all'addomesticamento; alle remote tribù dagli stili di vita cosiddetti primitivi e ancora incontaminati; agli esempi esistenti di forme primigenie di insediamenti e organizzazioni umane. Nonostante tutti i danni già causati all'ambiente, in queste zone si può ancora trovare un mondo di purezza, perfino d'innocenza. Con il mio lavoro intendo testimoniare com'era la natura senza uomini e donne, e come l'umanità e la natura per lungo tempo siano coesistite in quello che oggi definiamo equilibrio ambientale». Quello di Salgado è uno sguardo appassionato, guidato da un'urgenza di carattere etico, tesa cioè a sottolineare la necessità di salvaguardare il mondo che abbiamo avuto il dono di abitare, mostrandocelo con il suo potente bianco e nero, dopo averlo cercato con il suo obiettivo nei luoghi più sperduti e sconosciuti, in quelle zone, sempre più rare, ancora incontaminate, dove gli elementi, la terra, la flora, gli animali e l'uomo, vivono in un'armonia che appare oggi veramente miracolosa.

(p. 59)


Immagini

Mario De Biasi: 1947-2003
Alberto Pellegrino

La Fondazione di Ve- nezia ha promosso un mostra retrospettiva, organizzata da Civita Tre Venezie e dedicata a Mario De Biasi (19232013), uno dei maggiori fotografi italiani che ha raccontato con le sue immagini la società italiana e internazionale del nostro tempo. De Biasi è stato un grande fotoreporter che ha saputo unire al suo straordinario bagaglio tecnico la sensibilità e la creatività di un artista capace di cogliere l'attimo e di tradurlo in un'immagine in grado di contenere un intero mondo, «perché - ha scritto De Biasi - dovunque s'incontra la vita s'incontra la bellezza. Basta guardarsi attorno per vederla: anche in una foglia, in un sasso, in un balcone fiorito. Anche nei riflessi di una pozzanghera». La rassegna, che comprende 216 fotografie metà delle quali inedite, provengono dall'Archivio De Biasi e sono state selezionate con un attento lavoro di ricerca per ripercorre il cammino fatto dal fotoreporter tra il 1947 e il 2003, dall'esordio sulle pagine di Epoca fino agli ultimi lavori. La mostra è ospitata nel palazzo neogotico La Casa dei Tre Oci di Venezia ed è aperta al pubblico dal 12 marzo al 31 luglio 2021. I:esposizione segue una logica temporale ed è suddivisa in dieci sezioni con altrettanti nuclei tematici che riguardano il racconto dei grandi eventi storici, i viaggi esotici, i ritratti di personaggi famosi, i volti anonimi, le scene di vita quotidiana, per arrivare fino al concettuale e all'astratto. «Si sentiva la necessità - ha osservato la curatrice Enrica Viganò - di una mostra antologica che celebrasse il talento di Mario De Biasi in tutte le sue sfaccettature. Il fotoamatore neorealista, il fotoreporter di Epoca, il testimone della storia, il ritrattista di celebrità, l'esploratore di mondi vicini e lontani, l'artista visuale, l'interprete di madre natura, il disegnatore compulsino e creativo». De Biasi ha fatto il suo esordio nel 1954 con il reportage, realizzato per il settimanale Bolero Film e poi raccolto in volume Gli Italiani si voltano, che comprende l'immagine «icona» di Moira Orfei vestita di bianco che passeggia per il centro di Milano, attirando lo sguardo di un gruppo di uomini. Negli anni Cinquanta ha cominciato a documentare lo sforzo ricostruttivo di un'Italia devastata dalla guerra, le immagini dell'insurrezione ungherese del 1956. In seguito ha realizzato gli straordinari servizi sulla Siberia, sull'Etna in eruzione e sull'allunaggio; particolare rilievo hanno i momenti di vita quotidiana colti con poetica leggerezza in Italia e in Europa; i reportage realizzati in Asia e nel Medio Oriente, in Sud America e in India. Sono presenti in mostra alcuni dei suoi ritratti più famosi, tra i quali quelli di Sofia Loren, Brigitte Bardot, Federico Fellini, Maria Callas, mentre l'ultima sezione vuole ricordare l'amore che l'artista ha nutrito per una natura rivisitata con forme e segni in grado di tradurre in fotografia una particolare «poesia visiva».


Internet

Transizione digitale
Giovanni Ruggeri

Tra gli effetti a più largo impatto della pandemia, la centralità delle tecnologie informatiche nella vita della società si è talmente imposta alla coscienza collettiva che il Piano nazionale che l'Italia deve presentare alla Commissione europea per strutturare gli investimenti della ripresa post-Covid ha tra i suoi obiettivi strategici la «transizione digitale». Di cosa si tratta?
Le parole non sono innocenti: transizione significa passaggio - in questo caso da un sistema organizzativo/produttivo a un altro - e dunque cambio di paradigma, metamorfosi. Lungi dal ridursi a mero incremento di tecnologia nei settori della vita pubblica, transizione digitale significa organizzazione di nuovi processi collettivi, assunzione coerente del fatto che il digitale è ormai atmosfera e spazio della vita di tutti: insomma, significa pensare e organizzare diversamente strutture e servizi, nel segno di una maggiore efficienza e trasparenza.
Ciò risulta evidente, al vertice del nostro sistema, già con la costituzione da parte del governo Draghi di un Ministro per l'innovazione tecnologica e la transizione digitale (negli ultimi venti governi una figura analoga è stata presente solo nei governi Berlusconi 2 e 3 e nel Conte 2), avente compiti di indirizzo, coordinamento, impulso e monito-raggio delle politiche per la transizione digitale specifiche di ogni dicastero. Gli ambiti di intervento, che lo stesso ministro Vittorio Colao ha recentemente indicato, comprendono, con precisa scansione e intersezione logico-operativa, settori strategici definiti. Si parte dalla diffusione capillare dell'accesso alla rete con banda ultra larga (fissa e mobile), ancora troppo indietro in varie zone d'Italia, per immettere poi nuove competenze e indurre nuovi processi nella Pubblica amministrazione, volano essenziale del rapporto con i cittadini e dell'erogazione efficiente di numerosi servizi (oggi invece manchevoli), e riorganizzare infine su base digitale soprattutto sanità, istruzione e ricerca, economia (industria e Pmi).
Sarebbe un errore immaginarci all'anno zero in ogni ambito, ma i clamorosi ritardi e le palesi inadempienze che ancora ci affliggono (efficace panoramica ne ha delineato E Farinelli sul n. 4/ 2021 di questa rivista) impongono un deciso cambio di passo, tanto più che i prossimi finanziamenti Ue non permettono scusanti (numeri aggiornati sullo stato dell'arte in avanzamentodigitale.italia.it/ it). La trasformazione insita nella transizione digitale investe anzitutto la mentalità e l'atteggiamento personale dei soggetti coinvolti, per la cui formazione e rinnovamento generazionale non si investirà mai abbastanza: ad iniziare proprio dalla PA, dove Spid, app IO, nuovo Responsabile della transizione digitale sono solo alcuni dei tasselli della complessa macchina da modernizzare.
«I giovani sono il mio datore di lavoro», ha dichiarato Colao. Ben detto. Quasi un'eco al monito della Bce all'Italia: «Il basso livello di digitalizzazione della nostra economia e della nostra pubblica amministrazione sono tra le cause principali dei bassi livelli di crescita economica del Paese, che, a loro volta, determinano l'insufficiente tasso di occupazione femminile e giovanile e il modesto grado di sviluppo dell'economia meridionale». L'ultimo treno sta passando: riusciremo a prenderlo?

(p. 60)


Andri Snoer Marnersorr
Il tempo e l'acqua
traduzione di Silvia Cosimini

Iperborea, Milano 2020,
pp. 352, €19,50

Abbiamo sempre avuto bisogno delle storie per capire il mondo, è stato così da sempre. E anche quando non c'erano, le abbiamo inventate perché ci servivano per decifrare quel che stava accadendo.
Quando Andri Snxr Magna-son, islandese, ha iniziato a pensare di raccontare quel che accadeva alla Terra, al suo stato di salute, ha probabilmente pensato che bisognava raccontare tutto dall'inizio, dal proprio inizio. Ciascuno ne ha uno, che coincide con tanti piccoli avvenimenti che messi insieme si fanno racconto, che da individuale e intimo finisce col diventare di tutti. Questo libro è costruito così: nasce dall'esperienza personale di Magnason che avverte l'urgenza e l'importanza di raccontare quello che va oltre la superficie, intuendo però che era necessaria un'altra lingua, un racconto diverso, tatto di parole e fatti che potessero essere compresi senza metterli tra parentesi, senza rimandarli indietro al mittente perché troppo difficili e distanti.
Quando si parla di cambiamento climatico ciascuno ha più o meno un'idea su quello che devono fare gli altri, o al massimo i governi, per non parlare dei negazionisti climatici.
Magnason con ragionamenti semplici e immediati pone il lettore dinanzi a quello che accadrà e alle trasformazioni che ogni giorno l'ambiente in cui viviamo subisce in quanto azione degli uomini.
Rossella Panarese e Pietro Greco ci hanno insegnato che non esiste nessuna storia scientifica che non sia anche racconto, e che questo per essere compreso deve trasmettere emozione oltre che conoscenza.
Non so se avevano letto il lavoro di Magnason, credo però che l'avrebbero sicuramente apprezzato perché si fonda su quell'idea della cittadinanza scientifica in cui entrambi credevano.
La comprensione del mondo non può essere un fatto individuale, bisogna fare lo sforzo di rendere partecipi della divulgazione scientifica ogni persona perché il futuro è un disegno collettivo i cui tratti vengono segnati nel presente.
Se raccontare l'acidificazione, il riscaldamento climatico, lo scioglimento dei ghiacciai è possibile, come ben dimostra Magnason, con pagine che si leggono con curiosità e piacere insieme, è plausibile che ciascuno comprenda qual è la parte che ha nel racconto del mondo e qual è l'arco di tempo su cui ciascuno ha un impatto diretto.
(Agata Diakoviez)


Nicoletta Dentico

Il filantrocapitalismo
«Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo»
Editrice Emi, 2020, pp. 288, € 20,00

Se di ecologia integrale si deve parlare, non possiamo trascurare un fenomeno che sembra dilagare. Capita di vedere che anche da gruppi e luoghi che non ti aspetteresti, si levano applausi e consensi verso alti rappresentati del mondo dell economia mondiale che riservano un'attenzione monetaria particolarmente benevola verso nobili cause. A volte sostenendo campagne e organizzazioni, altre volte darrd vita a fondazioni proprie finalizzate a una causa che nessuna intelligenza contesterebbe. La tesi dell'autrice che ha un curriculum di lungo corso nel mondo della cooperazione internazionale militante ma che ha sempre interagito con intelligenza critica con organismi e istituzioni internazionali riconosciute, è che l'aiuto elargito «serve in buona sostanza ad oliare gli ingranaggi delle imprese, industrie multinazionali perlopiù, per favorire la loro progressiva penetrazione e influenza nei luoghi delle decisioni politiche, a livello internazionale». Infatti non si tratta più di finanziare l'attività un'associazione o una Ong ma da tempo si è passati agli organismi delle Nazioni Unite e al mondo della politica. Si arriva sì a distribuire aiuti, e talvolta tanti, ma stando sempre molto attenti a non intervenire sulle cause, a divenire protagonisti di buone azioni che fungono da pubblicità efficace, a confondere sempre più profit e no-profit e talvolta a utilizzarli come apripista verso nuovi e inesplorati mercati. Da i Rockefeller e i Carnergie fino ai nostri Gates, Turner, Clinton, Zuckerberg, Soros, comprendiamo che questo fenomeno per lo più Usa, non ha nulla a che con il mecenatismo di altre epoche. La Dentico arriva a sostenere che «la diseguaglianza è il liquido amniotico del filantropocapitalismo» e forse basterebbe questo a farci comprendere il signicato e l'importanza di un libro che analizza senza timori un fenomeno che di fatto accettiamo acriticamente o che siamo disposti ad apprezzare come meritorio.
(Tonio Dell'Olio)


David Garnett

La signora trasformata in volpe
Adelphi Edizioni, 2020,
pp. 109, €12,00

Il verde smeraldo dei prati, i ciottoli dei viali costeggiati da immense querce e i muretti a secco. Così si presenta la campagna inglese nell'ultimo ventennio del diciannovesimo secolo. Mrs. e Mr. Tebrick sono una giovane coppia che ama le lunghe passeggiate in questa oasi di verde. Un pomeriggio, uguale a tanti altri, mentre passeggiano, il Signor Tebrick, sente in lontananza i suoni di una battuta di caccia alla volpe. Subito si affretta incuriosito, trascinando la moglie con sé, ma lei si tira indietro, poiché fin da bambina ha ritenuto questa pratica un'usanza crudele e inutile. Il marito si volta curioso verso i suoni dei cani da caccia e un attimo dopo girandosi, non trova più la sua amata Silvia, ma qualcosa di totalmente inaspettato: una piccola volpe, di un rosso così intenso e dalle forme aggraziate, lo fissa. Il Signor Tebrick non ha dubbi: gli occhi sono lo specchio dell'anima e ritrova lo sguardo dolce e delicato di sua moglie Silvia, che lo guarda tra lo sgomento e la sorpresa. Portandola immediatamente a casa, la veste per evitarle l'imbarazzo della nudità, manda via tutti i servi e inizia una vita a due, facendo tutto il possibile per tenere Silvia con sé, tanto il suo amore per lei è grande e resta smisurato a prescindere dall'aspetto della moglie. Con il passare dei giorni, inizia una trasformazione intima di Silvia, in cui il lato animale prende il sopravvento nel suo lato umano, lasciando il marito a decidere come convivere con questo. In questa manciata di pagine, in cui si respira quasi il clima da favola, lo scrittore affronta in controluce temi come l'amore, la figura femminile e le sue condizioni, il rapporto che lega uomini, natura e animali. Una storia in cui ci il fantastico diventa quasi realismo, tanto che ci si aspetterebbe che la volpe iniziasse a raccontarsi. Eppure, attraverso il marito, il lettore vive sentimenti di angoscia, perdita, devozione e amore assoluto e folle di due esseri, ormai diversi tra loro, ma profondamente legati dai sentimenti.
(Chiara Zonta)

(p. 61)


Legambiente

Carlo Timio

Legambiente è un'associazione italiana a carattere ambientalista, nata sulla scia dei primi movimenti ecologisti e antinucleari sorti nel blocco occidentale intorno agli anni Settanta, come risposta alla crisi petrolifera del 1973. In quel periodo il nucleare divenne improvvisamente una risorsa di rilievo per l'approvvigionamento energetico delle nazioni, tanto che in Italia fu varato un nuovo Piano energetico che prevedeva la costruzione di venti impianti nucleari. In questo contesto, all'interno dell'Arci - una struttura che coinvolgeva l'associazionismo di sinistra -, prese forma il primo nucleo della Lega per l'Ambiente che assumerà una prima struttura organizzativa nel 1980 con Maurizio Sacconi e Chicco Testa. Con il tempo, l'idea dell'associazione acquisì connotati sempre più marcati e decisi, con la finalità di costruire un nuovo tipo di ambientalismo che fosse più orientato ai problemi legati all'industrializzazione. Altri importanti nomi quali Ermete Reallacci, Gianni Mattioli e Massimo Scalia entrarono a far parte dell'organizzazione, cominciando a divulgare le loro idee con manifestazioni, proiezioni e incontri. Nel 1986, in un congresso tenutosi a Perugia, la Lega per l'Ambiente si allontanò rapidamente dal modello di associazione culturale e ricreativo tipico dei partiti di sinistra e caratteristico dell'Arci, per assumere le sembianze di un'associazione autonoma. Solo con il IV Congresso tenutosi a Panna nel 1992 l'associazione cambia il nome optando per Legambiente. Gli obiettivi posti dall'organizzazione si sostanziavano nella ricerca di soluzioni, anche a carattere scientifico, che mitigassero l'incontro di questioni legate all'ambiente con la necessità di rendere i cittadini parte proattiva di un processo che andasse a rendere prioritarie le problematiche connesse con il degrado ambientale e urbanistico e i relativi effetti negativi sia a livello sociale che economico. In questo percorso intrapreso da Legambiente gli aspetti dell'educazione ambientale e della formazione dei cittadini ricoprono un ruolo centrale in un'ottica di rimodellamento della percezione dell'uomo nei confronti della natura, con conseguente necessità di adottare misure e una linea politica volta a uno sviluppo economico equilibrato e sostenibile. La sua intensa attività l'ha resa l'associazione più nota e integrata sul territorio italiano grazie agli oltre centoquindici mila tra soci e sostenitori, mille gruppi locali, trenta mila classi che partecipano a programmi di educazione ambientale e oltre sessanta aree naturali gestite direttamente o in collaborazione con altre realtà locali. Legambiente rientra in un circuito internazionale sui temi dell'ecologia, facendo parte dell'Ufficio europeo dell'Ambiente - l'organismo che raccoglie tutte le principali associazioni ambientaliste europee - e dell'International Union for Conservation of Nature. In Italia è riconosciuta dal Ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare, oltre che dal Ministero agli Affari esteri in qualità di Ong di sviluppo. Sono state numerose le battaglie che Legambiente ha portato avanti nel corso degli anni, a partire dalla mobilitazione contro lo smog, il nucleare, l'abusivismo edilizio, le discariche abusive di rifiuti e le ecomafie. Nel rapporto che redige annualmente Legambiente mette in risalto gli illeciti ambientali connessi alle attività delle organizzazioni criminali e lo stato di salute dell'ambiente a livello italiano. Sul piano della promozione sono numerosi gli eventi e le manifestazioni che organizza, tra cui Voler Bene all'Italia, un'iniziativa per la tutela e la valorizzazione dei Comuni con meno di cinque mila abitanti che rappresentano una parte importante del patrimonio storico e culturale italiano; Festambiente, un festival dedicato all'ecologia e alla sostenibilità, con oltre ottanta mila visitatori ogni anno; Mararia che è una delle campagne storiche dell'associazione che punta a rilanciare il trasporto pubblico a discapito del mezzo privato, principale responsabile della cattiva qualità dell'aria delle città. Di rilievo è anche la pubblicazione della testata mensile La Nuova Ecologia.
Struttura: a capo di Legambiente c'è il presidente nazionale, che attualmente è Stefano Ciafani, affiancato dal direttore generale Giorgio Zampetti. Tra gli organismi della governance rientrano anche tre vice presidenti e un amministratore. La struttura è poi composta dalla Segretaria nazionale, un'Assemblea dei delegati, un Consiglio nazionale e il Collegio dei garanti. A ciò si aggiungono poi il Comitato scientifico e i Centri di azione giuridica.
Missione e finalità: le fondamenta su cui si base l'intero pensiero di Legambiente è la tutela dell'ecosistema in tutte le sue forme, con particolare cura per la qualità della vita, al fine di creare una società più equa, giusta e solidale. Il movimento di natura apartitica, è composto da persone che, atti aver-so il volontariato e la partecipazione diretta, si impegnano per conseguire l'obiettivo di diventare i protagonisti del cambiamento per un futuro migliore.
Sistema Legambiente: l'associazione ha anche strutturato collaborazioni con diverse realtà quali Ferrovie dello Stato con cui organizza la campagna itinerante Treno Verde, con lo scopo di misurare l'inquinamento atmosferico e acustico nelle città italiane e sensibilizzare la cittadinanza sulla qualità dell'aria e sulla mobilità sostenibile. Con l'Anna dei Carabinieri ha attivato una sinergia volta a raccogliere e sistematizzare le informazioni e i dati delle forze dell'ordine sui reati ambientali. Sulla scia di questa attività, è anche nato il Rapporto Ecomafia, un lavoro che in pochi anni è diventato un riferimento per quanti lavorano per reprimere questo fenomeno. Al rapporto collaborano tutte le forze dell'ordine e ora Legambiente collabora con le procure e la Direzione nazionale antimafia, all'interno della quale è stato istituito un pool per la lotta alle ecomafie. Di estremo rilievo il risultato ottenuto nel 2015, a seguito di lunghe battaglie durate due decenni, che ha condotto all'introduzione nel codice penale di cinque nuovi delitti contro l'ambiente, vale a dire: inquinamento ambientale; disastro ambientale; traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività; impedimento del controllo e omessa bonifica.


Dalla distruzione alla custodia

Aldo Antonelli

La Pandemia, nella sua forma più diretta, che attenta immediatamente alla salute fisica delle persone, è un fenomeno recente che suscita paure e angoscia, allertando e attenzionando Istituzioni, Governi e Amministrazioni.
Ma nella sua forma più diffusa, che avvelena aria, acqua e terra, attentando altresì alla nostra salute, è presente da tempo in questo nostro piccolo mondo, senza suscitare però apprensioni e preoccupazioni. Almeno non più di tanto e non al di là di ristrette fasce consapevoli del disastro.
All'origine di ambo le forme c'è la nostra responsabilità di umani, meglio, la nostra irresponsabilità di uomini e donne che dismessa la coscienza di sentirci ospiti del mondo e della natura, ci siamo imposti come padroni, consumatori, sfruttatori dell'intero Pianeta. Il filosofo sloveno Slavoj ìi2ek nel suo libro Vivere alla fine dei tempi (Ponte alle Grazie 2011) parla di quattro catastrofi di fronte alle quali l'attuale società si trova a confrontarsi: collasso ecologico, riduzione dell'umano al biologico e alla genetica, controllo digitale totale e crescita esplosiva delle sperequazioni sociali.
Il collasso ecologico è di una tale evidenza che solo i ciechi non lo vedono... E. purtroppo, molti di noi (non di noi lettori di Rocca, mi auguro!) sono diventati ciechi. resi tali dalla bulimia consumistica.
«Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono. nemmeno l'ordito minimo della realtà. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più•. denunciava Pier Paolo Pasolini, il periodo in cui frequentava la Cittadella di Assisi.
Eppure i disastri sono pane quotidiano delle cronache. E i dati sono implacabili. Solo a stare nel ristretto raggio del nostro Paese Italia, per quanto riguarda il suolo, il 68,6% dei comuni italiani sono a rischio frane. Il 38% delle vittime per inondazioni e alluvioni in Europa sono italiane. Per mettere in sicurezza l'intero territorio italiano sono necessari 44 miliardi di euro. Dal 1994 al 2004 lo stato ha speso 21 miliardi per rimediare ai danni e dal 1956 al 2000 le emergenze hanno bruciato 48,2 miliardi. Aggiornandoli ad oggi i dati subirebbero un aumento esponenziale non indifferente.
Il costo del dissesto idrogeologico dal dopoguerra al 2011 è stato di 213 miliardi di euro. Cinque volte maggiore di quanto sarebbe servito per evitarlo.
Nel racconto della Creazione leggiamo che Dio benedisse Adamo ed Eva e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra».
La tradizione cristiana e cattolica ha letto questo testo quasi come un imperativo a sfruttare e a piegare con tutti i mezzi e i modi la terra e gli esseri, dalle piante a gli animali, ai comodi dell'uomo. «Re del creato» egli può costruire il suo impero e la sua felicità sui cadaveri dei suoi sudditi. Questa concezione, nota l'esegeta Ortensio da Spinetoli, suffragata persino da certi teologi del passato, è stata smentita solo raramente nel corso dei secoli (ad es. San Francesco con il suo amore per le creature) ma per grazia di Dio oggi va ecclissandosi a vantaggio di una visione cosmica in cui più che a soggiogare il creato l'uomo si sente chiamato a servirlo (Cfr. Io Credo, p. 57 ). E a proposito di ciò l'amico Carmine Di Sante, altro grande esegeta, aggiunge: «Il comando biblico di 'soggiogare e dominare la terra'
corrisponde in realtà al buongoverno su di essa. I verbi ebraici utilizzati (kbsh e rdh) sono i verbi tipici del sovrano che ha il compito di promuovere il bene e la sicurezza del paese (cfr. Dentro la Bibbia, nota a pag. 195).
Mi piace lasciare ai lettori una consegna che ci tenga uniti nell'impegno, con le parole ascoltate a conclusione di un convegno MASCI tenutosi ad Avezzano il 12 ottobre del 2014: «Custodire è un verbo da articolare al futuro e al pluralew, al futuro nel segno del progetto e e del sogno e al plurale, perché tante sono le realtà da custodire, tutelandole contro un vento fatto di mercificazione disgregante, contro una cultura che non sa accogliere l'alterità» (Riccardo Della Rocca).

(p. 63)