Condizioni

perché una associazione

abbia efficacia educativa

Mario Pollo


1. LA SFIDA DELLA SURMODERNITÀ

Partiamo dal primo punto che è quello della sfida della surmodernità, che è una traduzione dal francese surmodernitè (i linguisti approvano questa traduzione).
Essa è una delle modalità con la quale viene indicata una fase che non è più né moderna, né post-moderna, ma è qualcosa di use.
In questo primo punto con voi voglio analizzare alcune sfide che l'attuale modello culturale lancia a chi deve educare, lancia anche quindi all'associazione e all'associazionismo in genere.
Mi limito solo ad alcuni flash perché questo richiederebbe troppo tempo.

1.1. Policentrismo versus relativismo
Credo che l'elemento su cui molte riflessioni insistono è la seguente: la nostra è una società policentrica, cioè è una città in cui coesistono modelli di vita, concezioni del mondo e dell'uomo, sistemi di valori molto diversi e spesso anche antagonisti e conflittuali tra di loro: conflittuali, non perché si dichiarino guerra, ma perché sono diversi e si basano su presupposti che obiettivamente sono conflittuali, anche se coesistono e convivono insieme.
E questo cosa comporta? Comporta che sia presente nella realtà sociale una specie di relativismo che oscura il concetto di verità: la verità in questo orizzonte culturale non esiste, ma esistono le "verità" che anche nel modo di parlare quotidiano e comune emergono. Infatti, ad esempio, quando voi sentite le persone che devono fare un'affermazione un po' impegnativa dicono: "secondo me, dal mio punto di vista, per come la vedo io". Cioè tendono sempre a dire: "sia chiaro che questa non è la verità, non pretende di essere la verità assoluta, sono le cose dal mio punto di vista", ammettendo così che ne esistono altre di tipo diverso e non convergenti.
Cosa consegue da questo elemento di forte relativizzazione? Fa sì che la società si frammenti. La nostra percezione della vita sociale e la percezione della società, non è un tutto unitario, ma una società fatta di tante isole, di tanti luoghi che noi attraversiamo nella nostra giornata quotidiana. Ad esempio, un ragazzo che esce da casa al mattino, nella sua giornata vive all'interno di frammenti di società che gli propongono modelli di vita, comportamenti, valori diversi, anche antagonisti. In casa stessa, c'è un piccolo apparecchietto, che normalmente c'è in casa, ma anche in camera, di forma rettangolare, con lo schermo di vetro, che una volta aveva delle manopole, ma che ora ha degli aggeggi a distanza. Parliamo della televisione che introduce in casa mondi e situazioni, le cose più disparate e le più varie . Introduce in casa la figura di un educatore, ma anche quella della prostituta, dell'omicida. Anche in casa si presenta una serie di mondi disparati e diversi.
Poi il ragazzo esce e va a scuola e può incontrare un modo di valori diverso da quello che ha in casa; esce da scuola, va con gli amici e trova un altro sistema, un altro mondo di valori, un altro mondo; egli va in una società polisportiva e ne incontra un'altra ancora.
Il ragazzo /il giovane viaggia nella sua giornata dentro frammenti diversi e la sua giornata è l'abitare in tanti frammenti diversi, non unitari. Cosa ben diversa dall'esperienza di una volta. Un bambino, per esempio, ai tempi miei, viveva in una società unitaria, perché gli stessi valori che aveva in casa, li trovava fuori, li trovava a scuola, li trovava in tutti i luoghi che frequentava perché c'era un tessuto unitario.

1.2. Frammentazione versus aprogettualità
Questa frammentazione tende a produrre una sorta
Che cosa significa? Significa che la persona non governa più la propria vita secondo un progetto, ma la propria vita è costruita dalle occasioni, dalle situazioni che attraversa nella vita quotidiana. È un farsi attraverso le occasioni che la vita ti offre. Non c'è unitarietà progettuale. Questo non capita solo in positivo, ma anche in negativo. Ad esempio, uno ha avuto la disgrazia nel passare in un gruppo in cui circolava la droga, e ha avuto accesso a quel consumo sperando di tornarne indietro: cosa che non è riuscito a fare, e questo è un "modo" della frammentazione. Che cosa significa poi fondamentalmente questo? Significa che nessun luogo educativo tradizionale può più essere decisivo: la famiglia non è in grado di influenzare in modo decisivo l'educazione, la scuola non è in grado di farlo, e nessuna delle agenzie da sola è in grado in qualche modo di determinare il percorso formativo ed educativo delle persone.

1.3. Fine dei luoghi e nascita dei non-luoghi
Un altro elemento è la fine dei luoghi e la nascita dei non-luoghi. Che cosa significa questo?
Con il termine luogo intendo la costruzione concreta e simbolica dello spazio che assolva alla funzione identitaria, a quella relazionale e a quella storica.
Il luogo offre a chi lo abita un principio di senso e a chi lo osserva l'intelligibilità.
Il luogo non è semplicemente uno spazio, ma è uno spazio umanizzato e abitato. Viene quindi interpretato e fornisce, a chi è dentro, le chiavi di interpretazione della realtà per dare un senso. Ma il luogo offre anche gli stimoli per l'assunzione di particolari comportamenti per vivere le relazioni in modo particolare.
La scuola, ad esempio, quando ancora era un luogo, faceva sì che i ragazzi, entrando in essa, assumessero stili, comportamenti, orientamenti diversi da quelli che avevano per strada: perché c'era una sorta di sacralità del luogo che richiedeva e spingeva in questa direzione.
Oggi molti studiosi affermano che il luogo non esiste più.
I mass media, specialmente la televisione e la comunicazione elettronica in genere, hanno omogeneizzato i luoghi e hanno spinto le persone verso un unico luogo e nella nostra società stanno espandendosi quelli che sono i non-luoghi.
Che cosa vuol dire i non-luoghi? I non-luoghi sono tanto le installazioni necessarie per la circolazione accelerata delle persone e dei beni, quanto i mezzi di trasporto stessi, o i grandi centri commerciali o i campi profughi in cui sono parcheggiati i rifugiati del pianeta.
I non-luoghi sono queste nuove forme che si stanno strutturando, che sono prive d'identità e sviluppano semplicemente una funzione.

1.4. Le sfide educative della surmodernità: fine dell’egemonia delle agenzie educative tradizionali
Cosa significa la fine dei luoghi per l'educazione? Significa che l'appartenere ad un luogo non garantisce più necessariamente Che quello spazio eserciti sulla persona delle pressioni che lo spinga verso l'assunzione di un certo tipo di comportamenti.
Faccio un esempio concreto. Oggi a scuola i ragazzi si comportano come per strada. Io sto lavorando in questi giorni sull'intreccio tra disagio scolastico e consumo di droga: viene fuori che ci sono per la maggior parte due luoghi di iniziazione al consumo di cannabinoidi. Ci sono due luoghi uguali: uno è la strada/ la piazza e l'altro è la scuola. Una grossa parte dei ragazzi che hanno cominciato a fumare droga l'hanno fatto circa a dodici /tredici anni nei bagni di scuola, delle scuole medie o nei cortili della stessa scuola. Non c'è quindi differenza tra la scuola, la strada e la piazza: sono luoghi simili. La strada ha invaso la scuola e c'è un unico luogo: questo vale per ognuno dei luoghi che noi tradizionalmente identifichiamo.

2. L'ASSOCIAZIONE COME LUOGO ANTROPOLOGICO. CONDIZIONI

2.1. Luogo di relazioni primarie significative
La prima condizione è la seguente: un'associazione che vuole avere efficacia educativa deve diventare un luogo antropologico e, di conseguenza, deve costituirsi come luogo. Costituirsi come luogo vuol dire che deve fornire un'identità a chi vi appartiene e a chi entra in quel luogo:
- deve fornire relazioni primarie e rapporti interpersonali significativi;
- deve inserire chi appartiene dentro ad una storia;
- deve aiutarlo a lavorare nell'identità non solo a livello personale, ma anche a livello storico-culturale.
Il luogo deve divenire un luogo di interpretazione del mondo, della vita, della realtà e, da questo punto di vista, deve diventare un centro.
Si è parlato del luogo di relazioni primarie significative. Cosa vuol dire? Vuol dire che occorre sperimentare delle relazioni come non si sperimentano altrove, cioè una qualità di rapporti umani, di rapporti interpersonali, diversa da quelli che sono abitualmente sperimentati dal ragazzo, dal giovane in altre situazioni di vita. Sia relazioni verso gli adulti sia relazioni fra i coetanei.
Cosa vuol dire relazioni diverse? Relazione in cui ci sia una autenticità che si fonda su un accettarsi, reciprocamente, in profondità, per come si è, accogliendo cioè pienamente gli altri. Sentirsi accolti ad esempio dagli adulti dentro questo tipo di associazione, sentirsi ascoltati, sentirsi presi sul serio.
Una relazione diversa, è una relazione che da un lato è accogliente, che dà fiducia ma dall'altra è anche esigente perché dice: "tu dentro hai un sacco di potenzialità, tirale fuori e io voglio da te che le tiri fuori, che tu me le dia, che tu in qualche modo le sviluppi".

2.2. Luogo di produzione di senso
Deve essere un luogo, dicevamo, di produzione di senso: cioè deve fornire le chiavi, gli orientamenti per interpretare la realtà che si ha. Ciò significa che deve fornire una possibilità di lettura della mia vita, del mio mondo, delle cose che faccio.
Deve essere un luogo riconoscibile: anche all'esterno dalla sua collocazione, l'associazione deve essere percepita come un'associazione che ha una propria identità, che è diversa dalle altre, che non è una delle tante, ma è fornita di una particolare sua identità.

2.3. Luogo riconoscibile e fornitore di identità
Deve diventare centro. Cosa vuol dire diventare centro? Un'associazione cioè, per poter educare, deve svolgere la funzione che aveva la piazza con la chiesa, il municipio nel vecchio paese, che era il centro che strutturava tutto l'insieme. L' Associazione deve diventare il luogo centrale della vita della persona che da esso ricava stili di vita, valori, orientamenti che trasferisce nella vita quotidiana. Il luogo deve diventare da questo punto di vista un riferimento forte per la propria vita.

3. IL PLURALISMO ASSOCIATIVO NELL'EDUCAZIONE

3.1. L'uguaglianza come condizione per l’espressione della ricchezza della diversità
Il terzo punto è il pluralismo associativo nell'educazione.
In pratica ci sono tre associazioni ed è utile che queste lavorino insieme ed io credo che ogni associazione abbia una sua diversità e la sua ricchezza. La ricchezza, per poter diventare fruibile nella diversità deve trovare una base comune di dialogo. Tra le strutture che propongono, che hanno, che fanno proposte diverse, si deve trovare una parte comune condivisa, mentre sussistono altre parti totalmente distinte. Questa affermazione si basa sul principio che una comunicazione è efficace quando i comunicanti sono in parte uguali e in parte differenti. Se i comunicanti sono totalmente uguali, la comunicazione è inutile, non serve a niente: di associazione è meglio farne una. Se i comunicanti sono totalmente differenti la comunicazione è impossibile. Allora bisogna essere in parte uguali e in parte differenti.
Io credo allora, che da questo punto di vista, l'avere tre associazioni che hanno diversità tra i tipi di proposta che fanno, per l'oggetto della loro aggregazione e altro, e che hanno quindi una diversità, sia una ricchezza nella complessità. Possono offrire in una società molto ricca, molto complessa, molto policentrica e diversificata, approcci diversi, ma a condizione che tutti questi diversi approcci, siano riconducibili a un nucleo comune che consenta alla persona che ne vive uno di poter trasferire o mettere in contatto l'esperienza che ha fatto con l'esperienza che eventualmente conduce altrove.

3.2. Il luogo come possibilità dell’integrazione complementare
Io credo che la sfida sia, al di là della diversità che è chiara, quella parte comune che consente ad ognuno di trovare quella continuità che consente a quell’esperienza di non rimanere tra frammenti. La sfida è far diventare le esperienze parti diverse di un unico sistema!

3.3. Il progetto come sistema complesso e aperto
Cosa vuol dire questo? Vuol dire che è necessario che la costruzione di un progetto sia pensato come un sistema complesso e aderto. Sono convinto che ci deve essere un metaprogetto, chiamiamolo così; forse un progetto dei progetti, che riesca ad individuare le parti comuni dei progetti, senza togliere nulla alle diversità. Un progetto che funziona come sistema, in cui le parti hanno una loro autonomia, ma, pur con la loro autonomia, contribuiscono alla vita del sistema. Questo comporta il pensare dentro una logica sistemica, in cui le parti sono in relazione e una parte influenza tutto il sistema.

4. LA FUNZIONE FORMATIVA DELLE ASSOCIAZIONI

4.1. La formazione come sintesi di educazione e socializzazione
Adesso veniamo alla funzione formativa.
L'ho chiamata funzione formativa, perché la formazione viene intesa non semplicemente come educazione, ma anche come socializzazione.
Educazione: quella che i pedagogisti dell'Ottocento chiamavano educazione intenzionale, che era quell'educazione in senso stretto, contro l'educazione alle circostanze che era l'educazione che la persona riceveva per il fatto di vivere semplicemente certe situazioni. Oggi noi questo tipo di educazione delle circostanze la chiamiamo socializzazione, anche se non lo è esattamente.
Che cos'è la socializzazione? È la persona che acquisisce modalità comportamentali, stili di vita, orientamenti di valore, norme che fanno riconoscere come appartenente a quel gruppo.
La formazione avviene tra l'educazione e la socializzazione.
Spesso le associazioni giocano molto di più sui processi di socializzazione che sull'educazione in senso stretto, è la socializzazione che agisce lì e sono due processi complementari anche se distinti.

4.2. L'associazione e la funzione di socializzazione
L'associazione rispetto alla funzione di socializzazione.
Il primo elemento importante è quello di creare situazioni.
Situazione è un particolare insieme di comportamenti legati a un determinato luogo.

4.2.1 La creazione di situazioni
Che cosa significa la creazione di situazioni? Significa la richiesta di prestazioni, la richiesta di comportamenti specifici da parte delle persone quando vivono all'interno i e associazione.
È un sistema di norme, di orientamenti, che spinge le persone a sviluppare alcuni comportamenti e non altri. Direi che, da questo punto di vista, è la funzione di contenimento delle "espressioni", perché ogni processo formativo si basa sempre sul favorire da un lato l'espressione e dall'altro lato sul contenere questa stessa espressione. La creazione di situazione è
- fornire luoghi di contenimento,
- è l'educazione come abitudine al contenimento,
- è la formazione come abitudine a contenere…
e questo avviene dando modalità comportamentali che devono essere rispettate. Per capire cosa s'intende, faccio un esempio.
Nelle comunità terapeutiche, per il recupero dei ragazzi con forme di disagio, al di là degli orientamenti ideologici che hanno i vari tipi di comunità diverse, ci sono normalmente due norme che sono presenti in tutte le comunità. Una è il rispetto di certi orari e l'altro è il rispetto del rapporto tra gli spazi in cui si svolgono alcune attività. Ad esempio, non si mangia nei locali di soggiorno.
Il tempo e la funzione dello spazio sono due regole banali, ma due regole che creano una situazione: sono confini che delimitano una situazione e, a persone che ormai avevano perso la capacità di controllare il comportamento, richiedono di strutturarne uno nuovo.
Non bisogna esagerare perché altrimenti si va nell'autoritarismo.
Ma abbiamo esagerato nel senso opposto. Abbiamo interpretato le regole che creano situazioni, che “contengono”, come un fatto arcaico, come un fatto che toglie qualcosa, non moderno. Di fatto abbiamo tolto ai processi formativi un elemento fondamentale, perché l'espressione senza contenimento o favorire l'espressione senza il contenimento, non produce alcuna forma, alcuna crescita. Questo è un elemento su cui bisogna riflettere.
La scomparsa dei luoghi nasce proprio da questo.
Nasce cioè dall'incapacità di strutturare situazioni, di contenere "dentro" quelle situazioni. Si tratta di un elemento formativo importante, senza però esagerare, trovando cioè il giusto equilibrio tra le espressioni.

4.2.2 La finalità dell'agire
Il secondo elemento è la finalità dell'agire.
Oggi c'è una grossa difficoltà nei processi formativi che vivono i ragazzi, ma credo anche gli adulti: quella di collegare il loro agire nel presente ad un tempo che non sia l'attimo presente. Questo si manifesta anche nell'incapacità di sopportare l'ansia per un risultato differito nel tempo: quando si fa una cosa si vuole vedere l'esito immediatamente, ma non un esito differito. Questo provoca un'attesa, che genera ansietà e che spesso le persone non sono in grado di sostenere. Non so se avete mai notato questa difficoltà, anche per esempio nello sport, nell'allenamento, nel fare esercizi che non danno risultati immediati.
Che cosa significa allora questo? Significa aiutare a cogliere il senso che il proprio agire ha, rispetto a dei fini non immediati, non prossimi.
Finalizzare l'azione, aiutare a cogliere le finalità, il senso dell'agire quotidiano, al di là di ciò che provoca... nel momento qui ed ora.

4.2.3 L'orientamento ai valori
Un altro elemento che l'associazione sempre può fornire rispetto a quanto detto è l'orientamento alla finalità dell'agire. Come avviene? Avviene creando La cultura intesa come modello di vita, una cultura in cui è normale che le persone, diano alle loro azioni un senso che non è solo quello contingente, immediato, ma che va più in là.
L'orientamento ai valori deve essere chiaramente percepito.
L'agire nelle situazioni, le scelte e tutte le cose anche banali e minute che si fanno, sono comunque inscritte dentro un orientamento di valore di fondo. È la capacità di far sentire i valori presenti, vivi, vissuti, non semplicemente enunciati negli statuti, nelle carte, ma incarnati nella gestualità, nel "piccolo" della vita quotidiana.
È importante far capire il rapporto che esiste tra un certo gesto e il valore.
Faccio alcuni esempi. Il valore della salute, il valore dell'amore per l'altro, il rispetto degli altri, il rispetto delle persone, il rispetto delle diversità: come si manifesta questo? Scrivere la carta dei diritti universali è sì importante, ma poi nella vita quotidiana come si manifesta? Si manifesta in piccoli gesti concreti: e quali sono questi gesti concreti? Nella capacità, ad esempio, quando vai a fare un viaggio, di cogliere che il luogo dove vai ha un degrado sociale, ha uno stile di vita che rispetto al tuo tu giudichi più arretrato e non esprimi immediatamente un giudizio negativo, ma scopri l'originalità, le caratteristiche, la radice profonda di quel modo di vivere. Pensare che anche c'è una dignità e che è pari alla tua, al tuo modo di vita che non è diverso.
È importante aiutare a capire il valore delle cose in sé. Nello sport questo valore si manifesta ad esempio nella capacità di non fare fallo e di subire un goal, nella capacità di non intervenire, rischiando di fare del male ad una persona per impedire un goal, perché l'integrità di quella persona è molto più importante di qualsiasi cosa. Ad esempio, se tu dici: "Quando arriva tiralo giù, perché l'importante è che non faccia goal", di fatto il messaggio che tu dai è che non credi minimamente nel valore del rispetto della persona, della sua integrità. In questo modo tu veicoli in modo diverso l'orientamento al valore che non è solo enunciato nei sacri testi, ma diventa qualcosa di vissuto, di quotidiano.

4.3. L'Associazione e l’educazione

4.3.1 Il progetto educativo
Passando invece all'altro versante dell'educazione, credo che il primo elemento è che oggi non è possibile educare senza un progetto educativo. L'educazione richiede una progettazione educativa, che non si può pensare agli interventi educativi momentanei, ma devono essere inseriti in un progetto.
Ma attenzione: non in un progetto inteso come la carta dei princìpi educativi. Il progetto è qualcosa di molto concreto:
- individua degli obiettivi certamente ideali, ma poi cerca di tradurli in fatti concreti,
- è qualcosa che misura le risorse che ci sono a disposizione per poter perseguire quegli obiettivi: risorse di mezzi, di persone, di realtà,
- analizza la situazione reale che vivono le persone a cui quel progetto è rivolto e che è sulla base della situazione concreta che quelle persone vivono,
- ridefinisce gli stessi obiettivi per fare in modo che siano più aderenti a quella realtà, a quella situazione
- quindi propone le tappe, i percorsi per cui tutto questo avviene.
Per esempio progetto educativo non è la carta dei servizi educativi.
Un progetto elenca obiettivi e li operazionalizza, li trasforma in compiti. Individua i mezzi, le risorse, le strade, le strategie. Parte dall'analisi di bisogni della situazione delle persone a cui si rivolge.
Fare un progetto educativo significa tutto questo.
Significa cioè che per educare bisogna fare un progetto. Non si può educare sulla base di falsi progetti, che sono grandi carte ma che non si traducono nella realtà.

4.3.2 La rete educativa
Secondo elemento è che oggi un progetto educativo deve essere messo in rete. Non può essere pensato un progetto educativo isolato: questo vuol dir quando io penso al mio progetto, devo tenere conto che i ragazzi che sono all'interno del progetto partecipano anche ad altri progetti educativi è debbo individuare quali sono quelli a cui i ragazzi partecipano, e debbo cercare di costruire una rete di rapporti per arrivare a creare un minimo d'integrazione tra le varie esperienze che il ragazzo che viene da me vive in altre situazioni.
È importante pensare al progetto come parte di una rete, sapendo che io ne colgo un frammento, una parte. Ma altre parti sono nelle mani di altri.
Non è solo una rete educativa tra le associazioni interne, ma una rete educativa con la scuola, con le altre realtà che sono fuori, con la famiglia, con una serie di elementi importanti.

4.3.3 La valutazione educativa
C'è un altro elemento fondamentale ed è quello di inserire dentro questa progettazione a rete, la valutazione educativa. Cosa significa?
Significa che molto spesso chi elabora azioni educative non ha strumenti concreti per verificare ciò che realmente ottiene. Si fa un'azione e quello che produce solo Dio lo sa. Ma abbiamo ottenuto realmente ciò che volevamo ottenere? Come l'abbiamo ottenuto? In che misura? In che modo? La possibilità di valutare il processo, ma non solo al termine, ma anche la valutazione lungo il processo in atto e che consente di intervenire e di modificare il processo educativo mentre è in corso.

4.4. La formazione dei responsabili come agenti di socializzazione e costruttori di luoghi
Perché quanto prospettato precedentemente sia possibile, è necessario formare sia responsabili delle associazioni, sia gli educatori-animatori.
Per poter fare questo, elenco una serie di competenze che a mio avviso devono avere l'agente di socializzazione e il costruttore di luogo per diventare tale.

4.4.1 Le quattro competenze manageriali
Le competenze manageriali sono quattro. Le chiamo manageriali per dimostrare di essere adeguato alla realtà moderna.
Quali sono queste competenze? Innanzitutto esse sono le funzioni che rendono efficace una leadership, una guida autorevole.
- Prima competenza è la capacità di dare fiducia e comprensione. È la capacità di interagire, di comunicare con i membri dell'associazione. È la capacità di stimolare un’interazione, cioè una comunicazione: sa quindi mandare input, ma sa anche raccogliere il feedback, gli effetti che il suo input producono, che sa ascoltare suggerimenti, consigli, che sa sentire la realtà.
Dare fiducia e comprensione, è quindi far sentire che da quella persona ho fiducia, che mi capisce, mi comprende, ma anche che sa ascoltare, sa tenere conto del mio punto di vista, del punto di vista come me.
- La seconda competenza è la capacità di motivare, cioè la capacità di far sentire ai membri dell'associazione che le cose che fanno, gli obiettivi che hanno sono importanti, è la capacità di dare la carica, è la funzione di caricare, di dare motivazione, di sostenere ed incentivare le motivazioni delle persone, uno che sa motivare l'agire, che sa aiutare le persone a trovare quell'energia e quel senso al loro agire, li sa cioè motivare.
- La terza competenza è quella di sapere organizzare.
Cosa significa saper organizzare? Significa aiutare le persone a trovare nell'ambito associativo la posizione che permette loro la piena valorizzazione, la più ricca valorizzazione delle competenze e delle capacità. Mettere le persone al punto giusto e riuscire a far comunicare, a strutturare il gruppo, risolvere i conflitti, a lavorare sugli strumenti di cooperazione, a creare gruppi che sanno interagire e che sanno lavorare su di essi.
- La quarta funzione, ma non è l'ultima, è la capacità di assumersi la responsabilità.
Una funzione estremamente importante. Chi è responsabile sappia assumersi tutte le responsabilità per ciò che capita anche se non c'entra niente. Cioè un buon responsabile è colui che affronta qualcosa che capita verso l'esterno, si assume pienamente la responsabilità anche se lui non c’entra; non deve fare ad esempio come quegli allenatori che quando la squadra vince è merito loro e quando perdono è colpa dei giocatori. Al massimo poi fai i conti all’interno della squadra

4.4.2 La capacità di lettura della realtà
La leadership deve avere capacità di lettura della realtà e anche questa deve essere in qualche modo educata: la capacità cioè di cogliere le situazioni in cui si vive, sia quelle interne che quelle esterne; la capacità di capire i bisogni, la situazione, i problemi dell'ambiente in cui è si è inseriti, le dinamiche, i processi anche quelli che avvengono all'interno; la capacità di analizzare la realtà.

4.4.3 La comunicazione interna ed esterna
Inoltre non può mancare la capacità di sviluppare una comunicazione interna ed esterna.
In un'associazione più è sviluppata fa comunicazione interna, e tanto più l'associazione si struttura ed è in grado di influire sui suoi partecipanti.

4.4.4 La progettualità politica e la ridefinizione degli scopi
L'associazione deve avere una progettualità politica, e quindi la capacità di ridefinire anche gli scopi continuamente, dettandoli alla situazione in Cui è e deve inoltre sviluppare, stimolare una progettualità che passi dai bisogni all'essere.
Per capire meglio il concetto, faccio un esempio.
Quando parliamo di attività, parliamo sempre di dare una risposta ai bisogni e in questo introduciamo una sorte di meccanicismo, nel senso che noi facciamo le cose per dare la risposta ad un bisogno. Così abituiamo le persone a questo modello economista in cui c'è un bisogno e si trova la risposta.
C'è un altro elemento importante, ed è quello che le cose sono tali e che non si fanno per bisogno, ma perché sono belle, hanno un senso in sé ed è bene scoprire la gratuità delle cose. Ci sono cose che non si rispondono ai bisogni, ma rispondono semplicemente alla ricerca di una pienezza, di una gioia, di un appagamento, di un compimento dell'essere.
A questo punto arrivo al paradosso. Un gesto atletico, ad esempio, è bello anche se non produce, cioè ha un valore in sé al di là del fine che si raggiunge. Non è che uno fa un bel gesto atletico solo per fare goal o per fare canestro, ma il gesto atletico ha un valore in sé, un valore delle cose che è indipendente dall'effetto, dal risultato che produce. Ci sono delle cose che hanno valore anche se non rispondono a dei bisogni ed è importante cogliere questa gratuità profonda .

4.4.5. La progettualità tra bisogni ed essere
Credo che ci sia una progettualità che non tiene solo conto dei bisogni, ma una progettualità che tiene conto anche dell'esame.
C'è una differenza tra terapia e l'educazione. Ma qual è? La terapia risponde a bisogni, a patologie. educazione invece ha l'intento di costruire un progetto nuovo partendo dalle risorse che le persone possiedono: è uno sviluppo delle risorse, uno sviluppo delle potenzialità, delle capacità.
Sono molto preoccupato dell'invasione terapeutica nell'educazione, per cui si pensa all'educazione partendo dai problemi, dai disagi, dai bisogni delle cose e si costruisce l'educazione: ma questo è un modello psicoterapeutico, che non c'entra nulla con l'educazione.
L'educazione nasce sempre su un altro piano; nasce a livello di concezione del mondo, dell’uomo, della vita, a livello teologico, a livello filosofico. Nasce in un livello più profondo e poi si trasforma e diventa "progetto", si operazionalizza; questo è però un sogno sull'uomo, un sogno molto concreto, è un sogno sull'uomo e che parte da quelle potenzialità che egli ha e attraverso di esse tende a realizzare il sogno. Ma non si parte da ciò che manca, ma da ciò che si ha.

4.5. C'è inoltre il tema circa l'educatore-animatore che non s'improvvisa
L'educatore non è colui che impara nozioni e cose e poi le applica. È una persona che innanzitutto comprende il senso di che cosa significa educare, che acquisisce la capacità di progettare e che acquisisce le competenze metodologiche per tradurre il progetto in azione, e questo non richiede un percorso breve. È una cosa che richiede un minimo di professionalizzazione se si vuole prendere sul serio l'educazione.

Qui mi limito a stimolare questa necessità, perché non si può pensare di improvvisare, perché gli educatori-animatori diventano tali attraverso la promozione sul campo.
C'è da pensare a delle vere e proprie scuole di formazione per educatori-animatori delle associazioni e, secondo me, dovrebbe esserci un elemento comune.

5. IL PASSAGGIO DALL’INSIEME DI TRE PROGETTI AL SISTEMA/PROGETTO FORMATO DA TRE SOTTOSISTEMI/FUNZIONI

A questo punto, io credo che tra le tre associazioni, ci sia la possibilità di mettere insieme una scuola di formazione unitaria, che ha una parte comune e poi ha delle parti di specializzazione secondo le finalità specifiche.
Perché se avvenisse un tipo di progetto di quel genere, non solo si migliorerebbe la competenza degli educatori-animatori, ma si creerebbero degli educatori-animatori che al di là del fatto che alcuni operano nel turismo, un altro nella cultura e nei circoli, un altro nello sport, avrebbero comunque tra di loro una base comune che consentirebbe loro la comunicazione e il dialogo.
Oltre la pratica di ogni associazione, un fondamento e obiettivi comuni: forse questo sarebbe da fare, se si vuole prendere sul serio il discorso dell'educazione. Naturalmente questo dovrebbe poi concludersi nella possibilità di avere delle funzioni che, rispetto a quel sistema che ipotizzavamo all'inizio, svolge una funzione di coordinamento sia in fase progettuale che in fase di valutazione. Per usare il linguaggio della teoria dei sistemi, direi che bisogna proprio avere un sottosistema critico, decisore, che aiuta questa funzione di progettazione e di valutazione per il sistema.

(Il testo, ripreso dalla registrazione, non è stato rivisto all'autore e mantiene lo stile discorsivo. La relazione è stata presentata il giorno 18 ottobre 1997 ai Consigli direttivi delle Associazioni CGS-PGS-TGS radunati congiuntamente su invito degli Enti promotori CIOFS-CNOS)