Nell'epoca delle

nuove superstizioni

L'incerta alleanza fra scienza e società


Telmo Pievani


L' intervento del prof.Telmo Pievani (ordinario presso il Dipartimento di Biologia dell'Università degli studi di Padova dove ricopre la prima cattedra italiana di Filosofia delle Scienze Biologiche) affronta un tema molto dibattuto e di grande attualità, quello del diffondersi di una cultura antiscientifica, fenomeno purtroppo non riducibile alla mancanza di informazioni e quindi a ignoranza. Il proliferare di fake news e teorie cospirazioniste ha radici più profonde, si alimenta della sfiducia generalizzata nei confronti delle istituzioni, comprese quelle informative, ma anche del risentimento sociale, del disorientamento, dell'incertezza e della paura che i momenti di crisi già di per sé favoriscono, ponendo in serio pericolo il patto sociale. La rilevanza del fenomeno esige che sia preso in considerazione anche dalle comunità ecclesiali, concorrendo per la parte che loro spetta nel raccontare «la bellezza emancipatrice dei saperi rigorosi e del metodo scientifico, essendo trasparenti nel biasimarne le magagne (prime fra tutti, le intromissioni di interessi economici e geopolitici, nonché le finalità militari) ma appassionati nel difenderne la libertà e il valore sociale». Quando ci saremo lasciati alle spalle la pandemia –conclude l'autore – «capiremo che le due forze che ci hanno tratto in salvo sono proprio la democrazia della conoscenza, che ci dà gli strumenti per capire e decidere con saggezza, e la solidarietà umana che ci fa sentire tutti parte della stessa comunità di destino».

Fa parte ormai della vita quotidiana di ognuno di noi. Nel giro degli amici, tra i colleghi, in famiglia, sui social network, un numero crescente di persone è attratto da spiegazioni pseudoscientifiche e complottiste, si affida alle medicine cosiddette 'alternative', legge gli oroscopi, segue diete improbabili, assume prodotti fondati sulla presunta esistenza dí flussi di energia cosmica, dubita dei vaccini e quasi sicuramente ritiene che il SARS-CoV-2 sia stato creato appositamente in laboratorio e fatto sfuggire per chissà quali recondite ragioni. Per ciascuna di queste opzioni, costoro non si accontentano di rivendicarle come scelte personali ed esistenziali, ma con sincerità invitano gli altri alla conversione.
L'oggetto della militanza varia con il tempo in base alle mode del momento. La composizione di questa cultura antiscientifica è trasversale, riguarda diversi strati sociali e orientamenti politici e culturali, quindi non è solo un affare per frustrati 'leoni da tastiera'. Le indagini sociologiche sulla percezione pubblica della scienza [1] confermano inoltre che i movimenti di questo tipo sono sostenuti prevalentemente da persone acculturate, insoddisfatte dalle offerte istituzionali, con un buon titolo di studio, forse proprio per questo convinte erroneamente di poter capire tutto da sole `googlando' dopo cena. Potremmo allora pensare che si tratti solo di un problema tecnico: semplicemente non hanno ricevuto o non vogliono avere gli strumenti specialistici per distinguere ciò che è scientificamente fondato da ciò che non lo è, ammesso che sia facile fare quella distinzione. Non è così, qualcosa di ben più profondo è in gioco.

La potenza delle fake news

Di fronte a certezze infondate – ben mescolate ai sospetti nei confronti di tutto ciò che appare come 'ufficiale' e istituzionale – indignarsi, opporsi, sfatarne gli assunti, smentire punto per punto serve a poco. Anzi, può anche rafforzare per rimbalzo i loro convincimenti, che si basano sull'auto-conferma e sul vittimismo di chi si presenta come íl prode difensore di verità scomode, isolate e censurate dall'establishment. Così noi, sfiniti da tale coriacea sicurezza, ci assolviamo rifugiandoci nell'argomento della libertà individuale: facciano come credono, purché non danneggino gli altri.
Tuttavia, quando si tratta non di terrapiattisti buontemponi o di autoproclamati messaggeri di civiltà aliene, bensì di diffusori professionisti di disinformazioni sulla salute che coinvolgono, per esempio, i figli minorenni, oppure di falce news che modificano i comportamenti sociali durante una pandemia – con il rischio che la sbandierata libertà del singolo no-vax e no-mask diventi una minaccia letale per la vita del prossimo, soprattutto del prossimo più debole  questa scorciatoia benevola diventa eticamente discutibile. Si noti poi che solo una minoranza di costoro è così ideologicamente persuasa da sfiorare l'autolesionismo: messi alle strette, prendono l'antibiotico e, se la situazione si fa seria, reclamano dal servizio sanitario nazionale le più avanzate terapie prodotte dalla ricerca scientifica. Paradosso interessante che rivela un approccio più opportunista e pragmatico, che non una scelta totalizzante.
In ogni caso, le ricerche di settore ci dicono che lo scontro frontale non porta a nulla, se non a un'ulteriore polarizzazione delle posizioni [2]. Bisogna esplorare strategie alternative, per esempio concedere il beneficio del dubbio e cercare di capire se per caso hanno proprio ragione loro. E se la scienza fosse diventata davvero una casta? In effetti gli interessi economici e privati fanno grossi danni, anche in medicina: basti pensare che dinanzi a un vaccino universale come quello antiCovid non si è riusciti minimamente a far passare l'idea (proposta timidamente da alcuni scienziati) di considerarlo un bene comune, non brevettabile, o brevettabile solo fino al raggiungimento di un certo guadagno. La scienza si pone talvolta verso l'esterno con supponenza e argomenti per autorità: è così perché lo dico io che sono competente, se tu vuoi dibattere con me prenditi prima una laurea; quante volte lo abbiamo sentito in questi mesi. La paternalistica incapacità di ascolto è purtroppo esperienza non rara tra chi deve frequentare ambulatori e corsie ospedaliere. E poi in fondo è pur vero che talvolta, se ci sono buone evidenze a favore, anche teorie inizialmente considerate eretiche si rivelano poi corrette.
Ma neppure questo basta a giustificare quella voglia così diffusa nelle nostre società di affidarsi a ciarlatani senza basi empiriche, di prestare fiducia nonostante tutto, ostinatamente e irrazionalmente, a idee balzane e costrutti pseudoscientifici. La miscela che garantisce il successo delle falce news è, purtroppo, assai più complessa e potente di così. Esse si alimentano della sfiducia generalizzata nei confronti delle istituzioni, comprese le informazioni da fonti accreditate (durante la pandemia un numero crescente di italiani si è aggiornato sugli eventi solo attraverso la tv e i social). Il risentimento sociale, il disorientamento, l'incertezza e la paura sono altri fattori che soffiano sulle vele delle fake news. Inoltre, sappiamo che questi contenuti falsi e fuorvianti sono meticolosamente confezionati come 'memi' cioè come virus digitali che dilagano sul web, attirano contatti e consensi (dunque denaro), inquinano il dibattito e condizionano l'opinione pubblica.

Le superstizioni nel turbine della pandemia

Le fake news, insomma, sono macchine di persuasione che non lasciano nulla al caso e che hanno trovato nel web e nelle bolle di auto-conferma (quei gruppi sui social in cui tutti la pensano come te e chi dissente diventa subito un eretico da espellere) le loro nicchie ecologiche ideali. Anche la loro costruzione e la loro narrazione sono oculatamente pensate per colonizzare facilmente i nostri cervelli. La mente umana ha evoluto infatti modalità di interpretazione della realtà, un tempo adattative, che oggi favoriscono superstizioni irrazionali e indebite connessioni di causa-effetto. Tendiamo ad attribuire intenzioni, piani e progetti anche a oggetti che palesemente non ne hanno. Amiamo dietrologie e complotti. Vogliamo imporre un senso lineare agli eventi e alle cose, anche quando le cose quel senso non ce l'hanno. Poco è più consolante di un complotto in cui tutto è chiaro, i cattivi sono sempre gli altri, la realtà non ha sfumature.
Tutto questo cospirazionismo fiorisce durante una delle più drammatiche e travolgenti crisi nei rapporti tra scienza e società, mentre siamo scossi da lutti, paure, incertezze. Mentre la scienza, prima negletta, va in televisione dalla mattina alla sera, occupa i titoli di testa dei giornali, impregna l'ecosistema digitale, e così facendo commette madornali errori di comunicazione. Le fake news, in tutto questo, sono un pericolo serio. Non hanno alcunché di occasionale. Nell'età dello smarrimento e di crescenti risentimenti e diseguaglianze, abbiamo un gran bisogno di rivolgerci al mercato del senso. O meglio, del senso a buon mercato.
Stanti queste difficoltà cognitive e di contesto, non basta più denunciare l'infondatezza empirica e argomentativa delle pseudoscienze (che non sono soltanto contro la scienza, ma la imitano, la scimmiottano, si mimetizzano con essa), come ancora molti scienziati e comunicatori si limitano a fare. Bisogna trovare nuove modalità per raccontare, in positivo, la bellezza emancipatrice dei saperi rigorosi e del metodo scientifico, essendo trasparenti nel biasimarne le magagne (prime fra tutti, le intromissioni di interessi economici e geopolitici, nonché le finalità militari) ma appassionati nel difenderne la libertà e il valore sociale. Soprattutto, dovremmo essere più efficaci nel far capire che le 'bufale' (anche quelle talvolta spacciate da singoli scienziati eterodossi o che esprimono opinioni su discipline che non conoscono) fanno perdere un sacco dí tempo. La pseudoscienza può nuocere alla salute, ma in generale fa male alla mente, perché asseconda la pigrizia cognitiva di chi non vuole altro che confermare i propri preconcetti.
Le distorsioni del senso comune, le negazioni della realtà, le nuove superstizioni rappresentano dunque una sfida anzitutto ai metodi scientifici (al plurale, perché ne esistono più d'uno) e a come comunicare la scienza in pubblico, temi che la pandemia ha scaraventato sugli schermi delle televisioni, ogni giorno, in prima serata. Il trauma che ha sconvolto il mondo nel 2020 riguarda anche la democrazia della conoscenza, cioè come prendere decisioni scientificamente informate durante un'emergenza globale incalzante. Abbiamo visto politici chiedere alla scienza 'certezze' che la scienza, per suo statuto, non può dare. Abbiamo visto scienziati fare previsioni affrettate, presto smentite dai fatti, o improvvisarsi tuttologi e sciaguratamente litigare nei talk show o sui social. Quanto è compatibile una corretta comunicazione della scienza con questi personalismi?

La scienza come processo e la scienza come prodotto

Ecco che la questione della manipolazione dei fatti ci porta a riflettere sul ruolo della scienza nella società contemporanea. Quando si chiede a scienziati e filosofi se la scienza sia o non sia democratica, le opinioni solitamente si divaricano: la scienza è democratica eccome – dicono alcuni – perché si basa sulla libera discussione; no, la scienza non è affatto democratica – rispondono altri – perché la rotondità della Terra non si decide a maggioranza. In realtà, il disaccordo deriva dal fatto che si stanno facendo due affermazioni entrambe vere, ma valide idealmente per due aspetti differenti della scienza: la scienza come processo e la scienza come insieme di prodotti o risultati. La scienza come processo è un paradigma di democrazia, o di come !"– vorremmo che fosse la democrazia. Nella sua dinamica, infatti, la scienza si basa sulla continua auto-correzione di risultati e ipotesi attraverso la discussione critica e antagonistica tra pari, vige la più totale libertà di critica (purché argomentata), bisogna sempre considerare il dissenso di chi è in minoranza (purché lo sfidante si assuma l'onere della prova ed esibisca nuovi dati o teorie e interpretazioni migliori), non esistono autorità precostituite (autorevolezza e reputazione sì, non autorità), e si adotta un linguaggio universale che dovrebbe prescindere da ogni differenza di ceto, genere, cultura.
Soprattutto, nella scienza come processo, vale l'etica della trasparenza: chiunque faccia un'affermazione scientifica è tenuto a esibire le fonti e í dati, deve permettere ai colleghi e ai pari di controllare il protocollo di ricerca e possibilmente di ripetere gli esperimenti; ha l'obbligo di esplicitare eventuali conflitti di interessi e non può appellarsi a segretezze. Tutto questo fa parte del codice deontologico di chi fa scienza. Nel caso in cui, per fare un esempio recente, qualcuno annunci di avere trovato una cura miracolosa a base di cellule staminali e la comunità scientifica chieda di poter controllare gli ingredienti dell'intruglio, se i titolari della presunta scoperta rispondono che la composizione è segreta, in un paese serio la questione è già chiusa in partenza e non è necessario fare ulteriori verifiche né dibattiti parlamentari per appurare che si tratta di una truffa.
La scienza come prodotto, invece, non può essere democratica, perché il giudice finale di un'asserzione scientifica è l'evidenza empirica, non l'opinione; perché il confronto scientifico si fonda su esperienze, dati e competenze (dunque non è consigliabile farne la caricatura nei talk show televisivi); e perché non si può aggirare il consenso scientifico basato su conoscenze corroborate, per esempio sul fatto che non vi è alcuna correlazione tra il vaccino trivalente e l'autismo o che il riscaldamento climatico in atto è dovuto in grandissima parte alle attività umane che comportano emissione di gas serra.
Proprio qui, tuttavia, incontriamo il passaggio più difficile: il consenso scientifico, infatti, è sempre rivedibile, in evoluzione, aggiorna-bile, in qualche modo barcollante. E allora perché dovremmo fidarci?

Critica e crescita della conoscenza: il consenso scientifico

Quando si ricorda che i risultati della scienza sono sempre suscettibili di revisioni, aggiornamenti, integrazioni, talvolta confutazioni, più spesso inserimenti in quadri teorici più ampi, la reazione del senso comune è quella di dedurre che i risultati della scienza siano dunque `relativi', se non addirittura arbitrari. Non è così. La magia più affascinante della scienza è quella di essere un'impresa collettiva che a forza, di critiche anche aspre e revisioni anche radicali aumenta irreversibilmente l'affidabilità e l'estensione delle nostre conoscenze. Sembra un paradosso: a forza di mettere in discussione le idee proprie e altrui, gli scienziati sanno sempre di più.
Come ha scritto la storica della scienza di Harvard Naomi Oreskes [3], noi possiamo fidarci della scienza non tanto perché funziona: d'accordo, saliamo sugli aerei perché ci fidiamo delle leggi dell'aerodinamica, ma non basta, perché entro certi limiti anche teorie sbagliate (l'etere, il flogisto) hanno funzionato a lungo in passato. La vera ragione per cui possiamo fidarci della scienza è che, attraverso il confronto con i fatti sperimentali e attraverso il controllo sociale interno alla comunità, essa raggiunge di volta in volta un consenso affidabile sulla spiegazione di un dato insieme di fenomeni. Insomma, è un'impresa empirica e sociale al contempo, un'avventura collettiva in cui contano molto la diversità dei protagonisti e la loro libertà di pensiero.
Il concetto centrale quindi è quello di consenso scientifico. Dinanzi a una novità (l'arrivo di un nuovo virus) ci vuole tempo perché si formi un consenso scientifico circa la sua natura e la sua dinamica. La scienza non può essere forzata ad accelerare oltre un certo limite, perché ne va della sua affidabilità. Bisogna inoltre costantemente tollerare e ammettere un grado di incertezza su aspetti rilevanti del fenomeno. Soprattutto, occorre riconoscere la nostra ignoranza. Studiando la scienza, si apprezza una delle sue vertigini più belle: i punti di domanda, con il passare del tempo, aumentano anziché diminuire. Più si acquisiscono informazioni, più si conosce, e più ci si accorge di non sapere. È come se il fatto stesso di scoprire qualcosa aprisse nuove strade nell'ignoto. Sappiamo di non sapere e, talvolta, ci accorgiamo che non sapevamo di non sapere.
Questa distinzione tra le regole dinamiche della comunità scientifica, da una parte, e i risultati della ricerca (scoperte, nuove ipotesi, teorie, applicazioni, modelli, previsioni), dall'altra, suggerisce che quando comunichiamo la scienza non dovremmo mai atteggiarci a depositari della Verità, zittendo chiunque altro perché meno compeg tente. Se pure nel merito si ha ragione, ma nel dirlo si usano argomenti di autorità (è vero perché lo dico io), si sta contraddicendo il senso profondo dei metodi scientifici, che devono sempre essere improntati all'ascolto, all'argomentazione, all'apertura verso il dissenso argomentato. Se poi la domanda del giornalista riguarda aspetti ancora carichi di incertezza, anziché imbarcarsi in previsioni speculative, è meglio rispondere con un onesto «non lo sappiamo ancora». Il carattere evolutivo del consenso scientifico insegna proprio questo: l'umiltà.
Per le stesse ragioni, quando si ingaggia una polemica con un sostenitore di tesi antiscientifiche — in televisione, sul web, al termine di una conferenza o al bar — bisogna ricordare che, anche se magari sarà impossibile convincerlo, tutto attorno c'è una platea di persone in ascolto, che si faranno un'idea anche della postura e dell'atteggiamento dello o della scienziata. In tal senso, è stato ampiamente appurato in indagini sul campo che un comportamento aggressivo e squalificante da parte dello scienziato produce negli astanti un aumento dei favorevoli a tesi antiscientifiche.
Al fondo della questione, la comunicazione della scienza efficace non è quella che parte dal presupposto paternalistico di trasferire conoscenza dal sapiente all'ignorante, da chi sa a chi non sa, un retaggio che ancora si percepisce nella parola 'divulgazione', spiegare le ultime novità al volgo incolto. Nella società è già forte di per sé, e non andrebbe ulteriormente alimentata, la tendenza a vedere nello scienziato un sacerdote in camice bianco, al quale delegare decisioni e chiedere consolazioni. Non andrebbe nemmeno assecondata la tentazione ricorrente della classe politica, sempre più a corto di idee e di prospettiva, di trovare alibi addossando le responsabilità alla scienza.

Scetticismo buono e scetticismo cattivo

La comunicazione della scienza efficace è, al contrario, quella di chi riesce a coinvolgere i suoi interlocutori, a farli partecipare democraticamente a un processo di scoperta e di indagine, a condividere più domande che risposte. Per ottenere questo risultato, per tornare alle due accezioni di cui sopra, quando si raccontano i prodotti della scienza (per esempio, il significato e le implicazioni di un articolo scientifico appena uscito riguardante la pandemia) bisogna anche spiegare i processi e i metodi che vi stanno dietro, essendo sempre molto trasparenti nel dire quando nella comunità degli esperti ci sono ipotesi diverse e scuole di pensiero a confronto. Poiché non sempre è facile farlo, ed è impensabile che il pubblico televisivo abbia i mezzi per riconoscere le talvolta sottili differenze tra fatti acclarati e interpretazioni, è deleterio inscenare nel talk show discussioni tra scienziati di orientamenti diversi su un certo problema. Quei dibattiti vanno fatti nelle sedi istituzionali opportune e poi opportunamente raccontati.
Lo stesso vale per la lotta alle fake news che proliferano sulla Rete. Smentirle nei loro contenuti falsi e fuorvianti, una per una, è necessario, ma non sufficiente. Quando lo si fa, spesso una parte del pubblico si arrocca in difesa dei suoi preconcetti. Bisogna smontare le fake news anche sul piano metodologico, mostrandone i trucchi, le fallacie logiche e le tecniche di comunicazione, spesso per nulla banali purtroppo. Gli spacciatori di fake news non sono somari ignoranti, sono professionisti. Il miglior antidoto per disarmarli è spiegare al pubblico la bellezza e la libertà della ricerca, che resta la migliore palestra contro i fanatismi, le false certezze e i dogmatismi che facilmente colonizzano le nostre menti.
Nel conflitto tra scienza e pseudoscienza, ci rendiamo conto che esistono due forme opposte di scetticismo. Da un lato, vi è lo scetticismo costruttivo tipico dell'esercizio sistematico del dubbio che è proprio dello scienziato: mettendo alla prova ipotesi, teorie e costrutti, si irrobustiscono le nostre conoscenze. Dall'altro lato, vi è lo scetticismo distruttivo di chi invece dubita per partito preso, insinua, sospetta, mistifica, intorbida le acque dei dibattiti, diffonde intenzionalmente falsità. Allo stesso modo, come sostenne Karl Popper, vi è un'ignoranza buona e generativa, quella di chi sa di non sapere e dunque continua l'incessante ricerca, e un'ignoranza cattiva, quella di chi si lascia intossicare dalle sue certezze e smette di cercare perché convinto di sapere già tutto. I due ambienti a più alta intensità di ignoranza cattiva sono, purtroppo, i dibattiti politici e quelli sul web.
Resta un ultimo elemento da considerare. Abbiamo detto che i dibattiti scientifici non vanno fatti in televisione, ma nelle sedi opportune. I personalismi e i narcisismi dei personaggi più mediatici tendono a confliggere con l'idea che si debba comunicare al pubblico un consenso scientifico (seppur in evoluzione). Inoltre, danno la pessima impressione che ognuno parli a titolo personale. Questo crea nella società civile disorientamento e sfiducia, terreno fertile per gli spacciatori di nuove superstizioni. Per tali ragioni, in paesi con tradizioni scientifiche solide esiste la consuetudine di affidare a un'istituzione autorevole, indipendente e terza (come la Royal Society nel Regno Unito o i National Institutes of Health e la National Science Foundation negli Stati Uniti) il ruolo di portavoce della comunità scientifica.
Questa strategia non implica che la scienza debba avere una voce sola e mettere a tacere tutte le altre. Chiunque può continuare ad accettare gli inviti allettanti dei mass media. Tuttavia, i governi, i parlamenti, i giudici e i giornalisti hanno la possibilità di rivolgersi ufficialmente a un'istituzione rappresentativa che fornisca loro, di volta in volta, lo stato dell'arte su un dato problema di rilevanza scientifica: le evidenze consolidate al riguardo, le incertezze, le eventuali ipotesi alternative in campo, le possibili previsioni, in una parola il consenso scientifico in un dato momento. Il ruolo di una tale istituzione è fondamentale non solo in fasi di emergenza, ma ancor più in tempi normali.
Poter contare su una base di dati condivisi (per esempio, misurando gli effetti di una certa azione politica a posteriori, sana abitudine del tutto inesistente nel nostro paese) è cruciale per il buon funzionamento di un sistema democratico. Per discutere in modo informato e prendere decisioni, serve un terreno comune di dialogo, altrimenti prevalgono slogan e ideologie. Un'istituzione nazionale della scienza offrirebbe questo servizio, lasciando naturalmente alla politica la piena responsabilità delle scelte. Sarebbe di grande aiuto anche a coloro che meritoriamente combattono le conseguenze più pericolose delle pseudoscienze. Inoltre, sarebbe un interlocutore ideale per dialogare con altri saperi, con le religioni e le tradizioni spirituali, per trovare alleanze su terreni comuni come la crisi ambientale, la mitigazione del riscaldamento climatico, la lotta alle sempre più laceranti diseguaglianze economiche e sociali.
A ben guardare, ciò che in ultima istanza più accomuna scienza e democrazia è la loro fragilità. Sono sistemi di regole tutto sommato recenti nella storia umana. Entrambi sono intrinsecamente contro-intuitivi, cioè vanno contro le scorciatoie istintive del senso comune. Come tali entrambe, scienza e democrazia, sono sempre esposte ai venti del populismo, del fondamentalismo, dell'irrazionalismo. Non sono conquiste irreversibili. Hanno bisogno di cure e di manutenzione quotidiane, soprattutto quando ci accorgiamo, come in questo periodo, della nostra vulnerabilità come specie umana. Quando lentamente le ferite della pandemia si rimargineranno, capiremo che le due forze che ci hanno tratto in salvo sono proprio la democrazia della conoscenza, che ci dà gli strumenti per capire e decidere con saggezza, e la solidarietà umana che ci fa sentire tutti parte della stessa comunità di destino.

NOTE

1 Tra le migliori, quelle di «Observa Science in Society»: https://www.observalt
2 F. Zollo et al., 2017, Debunking in a World of tribes, in «PLOS One», 12(7): e0181821. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0181821
3 N. Oreskes, 2020, Perché fidarsi della scienza?, Bollati Boringhieri, Torino 2021.

(La rivista del clero italiano, maggio 2021 / 5, pp. 334-344)