Il volontariato in cerca

della sua forza innovativa

Inediti dialoghi tra tradizione e innovazione


Renato Frisanco *


Nel suo cammino il volontariato si è legittimato come soggetto sussidiario delle istituzioni pubbliche. Questa funzione lo ha però via via ridotto a «ammortizzatore sociale» o «sostituto funzionale» del pubblico nella gestione di servizi. La sfida oggi è darsi nuove coordinate per ritrovare forza generativa.

Questo contributo dà conto del percorso svolto dal volontariato del nuovo secolo, evidenziandone aspetti di continuità e di novità nel contesto di una società a forte complessità e problematicità.
Indica altresì alcuni obiettivi di un volontariato che guarda al futuro recuperando il protagonismo che negli anni '80 e '90 ne aveva fatto un fenomeno moderno - cioè di gruppi organizzati, plurale ma compatto, a dimensione politica e capace di interlocuzione con le istituzioni e i cittadini.

Un fine secolo pieno di preoccupazioni

Nell'ultima assemblea del Movimento italiano per il volontariato (MoVI) a cui partecipò a fine 1999, Luciano Tavazza prese atto, con la sua visione profetica, che «siamo di fronte a una deriva sociale, la crisi dell'etica della solidarietà, il prevalere della visione neo-liberista ed economicista della globalizzazione, che sta tentando di sommergere o di inquinare anche il mondo del volontariato».
Tale deriva si è ulteriormente protratta e aggravata negli ultimi anni producendo i guasti che oggi constatiamo: una crescita esponenziale delle disuguaglianze sociali in parallelo al depotenziamento del sistema di welfare (la solidarietà delle istituzioni), in un contesto di mutate e sfavorevoli condizioni nel mondo economico-produttivo e di accelerazione della crisi della politica e di tutte le forme della rappresentanza.
In questo scenario si registra anche una minor vitalità delle forze della società civile, della solidarietà organizzata e dei cittadini, pur in un trend ancora in crescita delle istituzioni non profit (1). Tavazza, non a caso; negli ultimi anni del secolo scorso richiamava insistentemente il volontariato a esercitare la sua funzione strategica, quella della diffusione della cultura della solidarietà, perché diventasse prassi consueta dei cittadini. Inoltre vedeva profilarsi anche per il volontariato una serie di rischi endemici dovuti allo sviluppo del «sistema» di cui fa parte.

Un inizio secolo promettente

Il XXI secolo si è aperto con uno scenario favorevole al volontariato per il maturare di tre condizioni.

L'innovativa stagione legislativa
Anzitutto l'approvazione della tanto auspicata «Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali» (la L. 328/2000), fortemente voluta da Tavazza e da vaste aree del movimento del volontariato.
La riforma andava a completare e definire meglio il sistema di welfare, dopo l'avvento delle Regioni, il decentramento dei servizi con il ruolo centrale dei Comuni e l'istituzione del sistema sanitario nazionale (L. 833/1978).
Inoltre con il riordino delle politiche sociali si veniva a chiarire il ruolo del volontariato rispetto al Pubblico, senza cedimenti di tipo sostitutivo e di supplenza, valorizzandone l'apporto in ragione delle specifiche funzioni e come partner delle istituzioni nella programmazione delle politiche sociali. Tuttavia, appena nata, la forza prescrittiva della legge è stata ridotta dalla riforma costituzionale del 2001 (Titolo V) che attribuisce alle Regioni potestà primaria nel campo della legislazione sociale.

L'energia della sussidiarietà
La seconda condizione, connessa alla riforma costituzionale appena richiamata, è l'emanazione del principio della «sussidiarietà orizzontale» (L. Cost. 3/2001, art. 118 u.c.) (2). Con esso si ha la legittimazione definitiva dell'azione di singoli e di gruppi organizzati che realizzano attività di «interesse generale» e quindi svolgono una «funzione pubblica» al pari delle istituzioni locali e nazionali le quali, proprio per questo, sono tenute a favorirne l'azione.
Tale funzione è ancora più efficace se si genera una «sussidiarietà circolare» tra istituzioni e organizzazioni della società civile, per cui le une sostengono e rafforzano l'azione delle altre in una integrazione che esalta il welfare mix comunitario. Non «più volontariato e Terzo settore e meno Stato», ma «più» sia degli uni che dell'altro. È l'«utopia visionaria» di una radicale riforma delle istituzioni e della politica democratica nel riordino dei principi costituzionali.

La messa a punto dei valori irrinunciabili
Nello stesso anno (2001), su impulso della Fondazione Italiana per il Volontariato (FIVOL) insieme al Gruppo Abele, viene varato uno strumento di autoregolamentazione condiviso con tutto il movimento solidaristico: la Carta dei valori del volontariato. Con essa vengono ribaditi in modo preciso e chiaro l'identità, i valori, le specifiche funzioni e i coerenti comportamenti del volontariato. La Carta si era resa necessaria dopo la constatazione di alcuni sbandamenti identitari del movimento solidaristico riscontrati nella conferenza nazionale del volontariato di Foligno (1998).
Questo «manifesto» di valori funzioni e modus operandi del volontariato intendeva proiettare anche all'esterno, nella società e tra le istituzioni, un'immagine trasparente e non equivoca della solidarietà organizzata. Tale Carta è oggi passibile di alcuni ritocchi rispetto ai tempi e alle nuove evidenze legislative, mentre in seno alle iniziative di Padova Capitale europea del Volontariato 2020 è stata varata una «Carta dell'azione volontaria» (3).

Dinamiche di segno diverso

Una serie di eventi di segno diverso si dipanarono poi con il nuovo secolo fino al 2015.
Il 2001 è stato l'Anno internazionale del volontariato, voluto dall'Assemblea generale dell'ONU, a cui è seguito nel 2008 il primo riconoscimento dell'Unione europea che poi, nel 2011, ha indetto l'Anno europeo delle attività di volontariato che promuovono la cittadinanza attiva, su proposta del Centro europeo del volontariato (CEV), che nasce nel 1996 allo scopo di coordinare iniziative e proposte dei movimenti di volontariato degli Stati membri che si interfacciano con gli organi della UE.

Segnali di discontinuità
Nel primo decennio del secolo, con la quarta e poi la quinta Conferenza nazionale del volontariato (Arezzo e Napoli),
viene messa in discussione la legge 266/1991 e con essa aspetti delicati come la gratuità e la democraticità interna alle organizzazioni di volontariato (ODV), e avanzata la richiesta di istituire il registro nazionale delle reti nazionali del volontariato. In questa sede - e negli anni a seguire - si è cercato di intervenire sull'entità dei proventi delle Fondazioni ex-bancarie ai Centri di servizio del volontariato e sulle modalità di assegnazione, con un evidente tentativo di riduzione dei fondi.

Il rifiuto di diventare «tappabuchi»
Non sono mancate, in tutte le Conferenze nazionali (compresa L'Aquila, l'ultima nel 2011), forti rimostranze di componenti del volontariato, che Tavazza qualificherebbe a «dimensione politica», per il ridimensionamento del welfare che i tagli progressivi delle Finanziarie apportavano e per la mancata definizione dei livelli essenziali di assistenza (LEA) a esigibilità dei diritti.
Così il volontariato ribadiva l'intento di non voler essere «risorsa tappabuchi» né «giardino fiorito del palazzo». D'altra parte erano chiari i segnali di una politica neo-liberista del governo allora in carica che, da una parte, dimezzava il Fondo delle politiche sociali e, dall'altra, istituiva il «cinque per mille» affinché il mondo del volontariato e del Terzo settore si sostituisse alle istituzioni nel produrre welfare.

L'eclissi di luoghi di ricerca e dibattito

Nel primo decennio del nuovo secolo si esaurisce nel mondo del volontariato una tradizione di studi e ricerche, di riflessione e dibattito, di proposta e di formazione e si determina un vuoto di rappresentanza.
Anzitutto viene meno una conoscenza aggiornata e approfondita del fenomeno. Dopo la stagione dei rapporti ISTAT e delle rilevazioni nazionali della FIVOL, fino all'ultima indagine promossa dalla CONVOL (2008), si entra in una zona d'ombra statistica e di eclissi della ricerca sul composito fenomeno del volontariato. L'ISTAT dal 1991 prosegue con i censimenti sull'universo variegato delle «istituzioni non profit» (INP), dove la specificità del volontariato si perde, così come quella del Terzo settore nel suo complesso.
Uno dei pregi, tra i molti difetti, della recente riforma del Terzo settore è stata l'introduzione di una delimitazione di questo universo con riferimento alle finalità degli enti, assente nella definizione internazionale delle INP, identificate con il solo requisito del divieto della distribuzione degli utili. Con la riforma è stata introdotta una categoria comune a tutti i soggetti: «l'interesse generale» (anche se poi, all'art. 5, il Codice ne amplia il significato includendo chi svolge semplicemente attività di «utilità sociale», così come chi persegue l'«interesse comune» dei soci).
Ora l'attesa è che l'ISTAT dia rilievo statistico specifico al Terzo settore e alle sue diverse componenti, tra cui il volontariato.
La scomparsa di molte figure trainanti del volontariato moderno, come Luciano Tavazza, Achille Ardigò, Maria Eletta Martini, Giovanni Nervo e Giuseppe Pasini, ha depotenziato di iniziativa e autorevolezza anche gli enti che tali figure presiedevano e che hanno costituito per molto tempo punti di riferimento per la riflessione e/o per la guida del volontariato e la formazione dei suoi quadri.
Riscontrano poi difficoltà le reti nazionali e le forme di rappresentanza del volontariato, quelle direttamente promosse da Tavazza (MoVI, CONVOL, Conferenza nazionale volontariato giustizia), ma anche il Forum del Terzo settore con al suo interno un'impalpabile Consulta del volontariato.

La crisi di identità nella trappola gestionale

Uno dei problemi del volontariato, come attestano le poche ricerche dell'ultimo ventennio, riguarda la sua identità che appare talvolta confusa se non smarrita.

Una confusiva ibridazione
Dopo la fase propulsiva degli anni '80 e '90, l'immagine del volontariato è stata offuscata da problemi interni ed esterni: la poca chiarezza e distinzione di ruolo rispetto alle altre organizzazioni di Terzo settore, la scarsa attenzione alla sua ragione d'essere, ai requisiti fondativi, alle sue funzioni tipiche, che lo hanno portato a cedere a una sorta di «ibridazione».
Sembra anche aver perso di vista la propria visione rispetto all'enfasi posta sugli obiettivi operativi, su una certa retorica del «fare», sull'insidiosa propensione a svolgere una funzione produttiva in esecuzione di progetti messi a bando dalle istituzioni o per competere nello spazio del mercato sociale dei servizi. E così ha finito in parte per istituzionalizzarsi o per assumere le caratteristiche di altri tipi di organizzazioni (il cosiddetto «isomorfismo organizzativo») dove i volontari non sono decisivi nel progettare e realizzare le attività.

L'appannarsi del linguaggio
D'altra parte la centratura sui servizi e sui risultati operativi ha prodotto un appannamento identitario negli stessi volontari, che nelle ricerche del primo decennio identificavano la loro missione più con parole chiave come «utilità sociale» e «non scopo di lucro» che non «gratuità» e «dono». Per non parlare dei censimenti ISTAT sul non profit, dove è volontario anche chi opera gratuitamente ma non solidaristicamente (come è nell'esperienza della maggior parte delle associazioni censite che perseguono l'interesse comune dei propri soci, per cui andrebbero chiamati con il loro nome, cioè «soci attivi»); mentre in altre lo è chi opera solidaristicamente (per esempio ONG) ma non gratuitamente.
Così tra i «volontari non organizzati» dell'ultima Indagine Multiscopo ISTAT vi sono i «donatori di sangue», mentre vi è da dubitare di molti altri dato che il 67% dichiara di avere come beneficiari «amici, conoscenti e vicini».
Nell'offuscare l'identità dei volontari ha inciso il rilassamento sul piano della loro formazione o l'accesso a una formazione prevalentemente strumentale, anche quella spesso offerta dai Centri di servizio del volontariato, molto focalizzata su compiti e prestazioni, meno sull'ascolto e sull'analisi competente dei bisogni, oltre che sul «saper essere» e sulla cultura peculiare del volontariato.

Il frammentarsi in tre raggruppamenti
Il volontariato in questo nuovo scenario si è andato a riframmentare in tre gruppi.
• I gruppi che mantengono radicamento territoriale, esercitano una funzione di ideazione di nuove politiche, realizzano progetti in rete e con un taglio comunitario, hanno un rapporto collaborativo con le istituzioni locali: rappresentano il volontariato innovativo, decrescente rispetto al peso che aveva all'inizio del nuovo secolo.
• I piccoli gruppi di volontariato, con pochi mezzi e senza l'aiuto pubblico, che sopravvivono o si limitano a fungere da «ammortizzatori sociali», relegati a un ruolo assistenziale e a forte rischio di isolamento: è il volontariato residuale, in crescita ma fortemente volatile.
• Le organizzazioni che si distinguono per il connotato gestionale, orientate alla produzione di servizi, anche in modo continuativo e professionale con ampio uso di lavoro remunerato: è il volontariato imprenditoriale, in crescita e oggi legittimato dalla legge di riforma del Terzo settore.

I vuoti nella riforma del Terzo settore

Con tale riforma si verifica un paradosso: il volontariato dopo aver fatto da start up al Terzo settore è considerato, soprattutto nella sua maggioritaria componente molecolare, un so 14: etto marginale e viene valorizzato più per la disponibilità di singole persone che per il ruolo delle organizzazioni solidaristiche. A meno che non abbia le sembianze di un'organizzazione semi-professionalizzata che gestisce servizi. La centralità viene assunta dalla mera gestione dei servizi e quindi dal modello dell'impresa sociale, per cui si guarda al Terzo settore soprattutto come a un giacimento occupazionale e principale stampella di un welfare alquanto impoverito.

Dove sono l'advocacy e la gratuita?
Il testo di riforma non specifica ruolo, peculiarità e funzioni prioritarie delle organizzazioni di volontariato considerate alla stregua degli altri enti di Terzo settore (ETS). Non riconoscendone la specifica vocazione e identità ne depotenzia di fatto la dimensione politica, come direbbe oggi Tavazza. Dove sono l'advocacy, l'educazione alla solidarietà e la promozione della cittadinanza attiva, la tutela dei diritti, la capacità di analisi dei bisogni, la sperimentazione di nuovi servizi, l'intervento preventivo? La legge non sembra avere recepito nemmeno l'evoluzione del volontariato nelle nuove forme con cui si presenta accanto a quelle più tradizionali.
Viene inoltre compromessa la gratuità. Per la legge di riforma una ODV può continuare a qualificarsi come volontariato anche se impiega un numero di lavoratori pari alla metà dei volontari (una «impresa a metà»); questi non sono più la forza «determinante» nel definire finalità e obiettivi (come per la legge 266, abrogata) così da intaccare anche «il fine esclusivo della solidarietà». La legge ha perso l'occasione di fare chiarezza rispetto alle organizzazioni di volontariato che agiscono come vere e proprie imprese sociali per spingerle ad assumere la veste organizzativa più consona, quella appunto dell'impresa sociale.

Dov'è il ruolo innovativo a valenza politica?
Vi sono anche problemi rispetto all'esercizio di una funzione pubblica condivisa con le istituzioni. Nonostante il volontariato sia stato generatore di innovativi servizi nel welfare, ha finito spesso per diventare risorsa subordinata alle istituzioni o loro «sostituto funzionale», senza riuscire a esercitare il ruolo di co-protagonista al livello decisionale delle politiche sociali. Questa è oggi la frontiera più avanzata nell'esercizio della funzione di advocacy per la fruizione dei diritti di cittadinanza.
Si può parlare di scarsa interlocuzione del volontariato con le amministrazioni pubbliche al livello della programmazione e valutazione delle politiche sociali, attraverso una presenza non formale ma incisiva ai Tavoli dei piani sociali di zona od organismi similari. Con l'attuazione dell'art. 55 del Codice, anche dopo il Decreto 131/2020, il volontariato dovrà recuperare posizioni per non vedere compromessa la sua attitudine a esercitare un ruolo innovativo a valenza politica. Tavazza diceva che le ODV, oltre a mantenere una elevata capacità di servizio, devono «sentirsi sfidate dalla storia e protagoniste della vita della loro comunità».

Una mutazione di tipo genetico?

Oggi il volontariato è alle prese con una «mutazione genetica» dei nuovi volontari e la forte propensione dei cittadini attivi a impegnarsi nella dimensione civica della salvaguardia e tutela dei beni comuni.

Un modo nuovo di stare nel volontariato
Dopo la stagione del massimo sviluppo del volontariato della L. 266 è in atto un rallentamento di ciclo in cui al difficile ricambio generazionale segue un invecchiamento anagrafico dei volontari e l'assottigliamento delle compagini, per lo più caratterizzate da rigidità interne rispetto alle cariche elettive e da una dinamica partecipativa debole.
I volontari assidui rappresentano la componente adulta matura della società, i ceti sociali privilegiati, chi ha un'istruzione superiore ed è di estrazione settentrionale, aspetti che non riflettono un volontariato alla portata di tutti, preoccupazione che giustificò l'inserimento nella L. 266 di un articolo sul rimborso delle spese ai volontari.
Emergono, al tempo stesso, elementi del mutato profilo di volontario: perde appeal il volontario militante, vengono meno le motivazioni esclusivamente altruistiche e acquista maggiore importanza il risultato concreto dell'azione a discapito dell'adesione valoriale alla proposta associativa.
Si afferma un nuovo modo di stare nel volontariato: vi si aderisce con una maggiore attenzione al proprio benessere esistenziale, alla propria realizzazione, ma in modo meno stabile e continuativo: l'impegno è legato ad eventi e momenti specifici, mirato all'obiettivo da realizzare. Crescente è anche il volontariato di singole persone che si muovono in proprio o che partecipano alle attività pro-sociali di organizzazioni diverse dal volontariato, in nuovi campi della cittadinanza attiva o in gruppi informali di prossimità. L'ultima «Indagine Multiscopo» ISTAT ne conta 2,5 milioni rispetto ai 6 stimati complessivamente.

L'ampliamento dei campi di impegno
Nel nuovo secolo si amplia molto il campo di impegno dei volontari, che va oltre il perimetro del welfare socio-sanitario, con forme di volontariato civico o di cittadinanza a tutela e valorizzazione dei «beni comuni», che sono patrimonio di tutti e per questo dipendono dalla responsabilità di ognuno: sono i beni ambientali, culturali, educativi e valoriali (es. la legalità), gli ambiti di riqualificazione urbana: arredi, luoghi di aggregazione, spazi verdi, spazi gioco per i bambini, scuole aperte di quartiere odi inclusione per migranti, biblioteche di condominio, tutti beni che incidono sulla «qualità della vita» della cittadinanza.
Vi sono esperienze consolidate come: il movimento dei retaker, le forme di social street, i network di vicinato, i progetti di «quartiere solidale» che promuovono prossimità o autogestiscono beni condivisi, così come le forme di partecipazione offerte dalle tecnologie della comunicazione negli spazi virtuali dei social, delle piattaforme del web, veri e propri luoghi di confronto e dibattito, in cui si sperimentano forme di cittadinanza basate sui rapporti in rete che consentono modalità personali, orizzontali e flessibili di presa di responsabilità.

Il mutualismo e l'attivismo civico
L'impegno civico di tanti cittadini nella salvaguardia e fruizione dei «beni comuni» è nel segno della reciprocità (4) piuttosto che della gratuità assoluta e dell'altruismo solidaristico, aperto anche a innovative forme istituzionali (ad esempio, le imprese sociali di comunità); per lo più rimane informale e occasionale, non dispone di un'organizzazione stabile o strutturata. In questo impegno i cittadini possono diventare alleati e collaboratori delle amministrazioni pubbliche nella gestione dei beni comuni siglando anche specifici accordi («amministrazione condivisa»).
Una fattispecie - vecchia e nuova - di tale partecipazione è quella dei soggetti che compongono i gruppi di auto-mutuo aiuto di familiari, di utenti o misti - sempre più numerosi - nell'area del disagio (alcolismo, salute mentale, disabilità, nuove dipendenze), spesso attivi in modo non strutturato e anonimo, ma sempre più caratterizzati da apertura all'esterno, maggiore propensione a collaborare in rete con i servizi del territorio e attivi nella sensibilizzazione e prevenzione, mentre all'interno vi è «reciprocità di sostegno».

La convergenza sui beni di comunità
Pertanto, pur continuando a operare il volontariato impegnato nei campi più tradizionali del welfare, si guarda allo sviluppo delle nuove forme di attivismo civico sul versante dei beni comuni, dove ci sono grandi spazi di azione volontaria pura, oltre la gratuità intesa in senso monetario.
D'altra parte l'esperienza dell'innovazione è caratteristica propria del volontariato, quasi quanto la gratuità, come attesta la sua storia moderna dove un risultato importante è l'avere innovato sia il sistema di welfare sia il sistema istituzionale, in riferimento a tutto il vasto mondo che va dalla cooperazione sociale fino alle fondazioni.

Cosa deve fare un volontariato protagonista del futuro?

Cosa deve fare un volontariato che voglia essere protagonista del futuro? Anzitutto allargare lo sguardo e interrogarsi su dove sta andando la società.
In effetti, accanto alle tradizionali organizzazioni di solidarietà, emergono forme di solidarietà inedite, informali, di scopo, di tipo comunitario, non inquadrabili nelle tradizionali ODV altruistiche, insieme alla crescita dei volontari nelle diverse realtà organizzative del non profit e di singole persone attive nella prossimità.
Si profila anche una forte disponibilità all'impegno nelle sfide sociali e ambientali e sono oggi disponibili in ogni territorio esperienze, competenze, strumenti, risorse, in grado di misurarsi con le domande e le attese di cambiamento per la costruzione di comunità e di nuovo welfare.

Investire sulla partecipazione
La sfida delle ODV più attive, radicate nei territori e capaci di forte progettualità, è duplice:
• attirare verso forme di partecipazione volontaria più stabili, continuative e strutturate parte di quel vasto insieme di persone che si impegnano su singoli eventi e in particolari occasioni;
• al tempo stesso, concorrere a formare nuova partecipazione attraverso una rinnovata funzione culturale capace di alimentare fiducia e legami sociali tra i cittadini per affrontare, con i problemi, la crescita delle loro comunità.
Nello stesso tempo occorre pensare a una presenza del volontariato anche in contesti più ampi. Si tratta di guardare all'Europa come scenario per lo sviluppo di una cittadinanza attiva trainata dal volontariato organizzato, anche per costruire realmente l'Europa dei popoli, fino alla loro integrazione nel modello federale. Anche per questo è auspicabile la creazione di una Carta dei valori del volontariato d'Europa.

Recuperare un pensiero coerente
Il volontariato deve però recuperare un pensiero coerente con le proprie specificità, pensiero venuto meno con la scomparsa delle sue figure guida. Servono luoghi e momenti dove le sue espressioni più attive e vivaci possano incontrarsi, dibattere, approfondire gli elementi culturali e politici della proposta e, al tempo stesso, orientare, guidare e formare per consolidare nuove forme di partecipazione civica e solidale. È necessario organizzare tante manifestazioni come quelle di Solidaria di Padova, e in generale delle associazioni e delle reti nazionali del volontariato. Così come raccogliere stimoli da nuovi o rinvigoriti centri di ricerca.

Darsi una rappresentanza
Altro tema da affrontare è quello della rappresentanza del volontariato che la riforma del Terzo settore colloca in modo esclusivo nell'ente rappresentativo di tutte le entità (iscritte) del Terzo settore, cioè il Forum permanente del Terzo settore, dopo aver delegittimato tutte le rappresentanze facenti riferimento al campo della L. 266/91. Bisogna prendere atto che in questo momento il volontariato organizzato non ha una rappresentanza autonoma, né è stato finora in grado di rappresentarlo il Forum del Terzo settore, così come non lo può fare il CSVnet.

Radicarsi nelle comunità
Serve anche un volontariato che sia radicato nelle comunità, al loro servizio e di tipo cooperativo. Una ODV non può essere esclusivamente una risorsa per i propri utenti o per il proprio ristretto campo di intervento, ma è al servizio di tutta la comunità. Ciò che muove il volontariato è un'assunzione di responsabilità nel contesto in cui opera, per cui una ODV si misura con la comunità in cui vive, i servizi, i bisogni, le risorse di quel territorio di cui vuole essere agente di sviluppo. Tanto più in epoca di pandemia.

Ritornare a socializzare il territorio
Tra gli effetti prodotti dalla pandemia vi è, in positivo, il recupero del senso e del valore della solidarietà come bene comune, fattore di coagulo di tutte le forze per uscire insieme dal problema.
Lo slogan più eloquente «nessuno si salva da solo» rafforza l'idea che solo cooperando i vari attori del territorio sono in grado di fornire «risposte» ai problemi. Pertanto, anche il volontariato organizzato deve sentirsi oggi chiamato a costruire sinergie operative per fronteggiare insieme, e quindi meglio, i problemi della comunità territoriale.
La pandemia ha rivalutato il territorio, luogo di radicamento del volontariato, che si è rivelato strategico per contrastare la patologia pandemica laddove si sono mobilitate le risorse delle cure primarie, meno costose e più efficaci di quelle ospedaliere, prevenendo i ricoveri, favorendo l'intervento precoce, incontrando i bisogni e le risorse dei cittadini.
È evidente che anche il volontariato deve ritornare con più convinzione a lavorare per «socializzare il territorio» con il motto di «pensare in grande e lavorare in piccolo», come nel manuale del MOVI di Tavazza.

Fare spazio ai mondi giovanili
Il futuro anche prossimo del volontariato passa attraverso la promozione e il sostegno di un volontariato più giovane, dei gio-' vani. Rispetto all'invecchiamento progressivo dei volontari presenti nelle associazioni occorre lavorare perché avanzi una nuova generazione di giovani che, come è avvenuto negli anni '80, quando hanno voltato le spalle alla politica dei partiti per impegnarsi nel sociale, siano in grado di saltare il fosso dell'indifferenza, del conformismo, dell'individualismo, della sfiducia, per affrontare in prima persona i problemi della società e della politica.
Certo è necessario assecondare il loro desiderio di protagonismo con proposte convincenti con la loro cultura e le loro attese dentro organizzazioni non rigide nella struttura decisionale. D'altra parte le potenzialità di un nuovo modo di fare volontariato, attraverso la rete e per i beni comuni, riguardano soprattutto i giovani che oggi si stanno a ragione preoccupando del mondo in cui si trovano a vivere.
È probabile che sia più facile ottenere il loro coinvolgimento in attività di volontariato puntando sulla disponibilità a impegnarsi gratuitamente per il loro futuro.
Fa ben sperare il recupero della partecipazione giovanile durante l'emergenza pandemica nelle molte iniziative in cui essi si sono spesi, anche in sostituzione dei volontari anziani che andavano protetti. Si auspica che questo ritrovato impegno acceleri il passaggio di testimone. Si incominciano anche a vedere i frutti del contributo forse più positivo offerto dai Csv con la semina e promozione della cultura della solidarietà fatta insieme alle ODV, nel lavoro sistematico sui giovani e nelle scuole.

Una quotidiana società solidale

Una suggestione prima di concludere queste veloci riflessioni riguarda la costruzione di una società solidale che è in realtà l'impegno prioritario del volontariato.
Tavazza direbbe ancora oggi che, più che avere un «esercito» di volontari che si ritagliano spazi di altruismo e di dedizione alla comunità nell'ottica della «doverosità del gratuito», servono cittadini che sentono la necessità di connotare l'adempimento dei propri doveri personali e istituzionali nel segno della «gratuità del doveroso». Persone che mentre svolgono i propri doveri di cittadinanza incarnano lo spirito della gratuità che connota il volontariato.
Questo va nell'accezione più autentica del precetto costituzionale che coniuga il binomio «diritti/doveri» in una sintesi compiuta e virtuosa del «cittadino adulto», in grado di aver cura di «sé», degli «altri» e dell'«ambiente». E questo è il salto qualitativo del «volontariato postmoderno», la sua sfida più importante oltre che la condizione per la crescita di una democrazia basata sulla partecipazione dal basso dei cittadini.

NOTE

1 I censimenti ISTAT (2001, 2011, 2015) segnalano l'aumento. Tuttavia va rilevato che la parte più cospicua di istituzioni non profit non riguarda il volontariato e che molte organizzazioni o fanno parte del non profit commerciale o di un terzo settore caratterizzato dall'associazionismo pro-soci piuttosto che orientato all'«interesse generale».
2 Scritto da Giuseppe Cotturri con il sostegno di Luciano Tavazza.
3 Essa intende comunicare in forma di dialogo, con un linguaggio più vicino al mondo giovanile - a cui guarda con fiducia - i grandi temi del volontariato e i suoi valori in coerenza con le azioni di solidarietà finalizzate alla rigenerazione della società.
4 «Agire secondo il principio di reciprocità significa accettare di contribuire in base alle proprie capacità e alla propria disponibilità di tempo senza sapere se, quanto e quando si riceverà qualcosa in cambio. Il ritorno è sicuramente la possibilità di utilizzare - insieme agli altri - il bene che si co-produce« [Borzaga C., L'imprenditorializzazione del volontariato e dell'intero Terzo settore, in Frisanco R. (a cura di), La solidarietà è reato?, Associazione Luciano Tavazza, CSV Lazio, Roma 2020, pp.121-122].

* Renato Frisanco, già responsabile del Settore studi e ricerche della Fondazione Italiana per il Volontariato, è vice presidente dell'Associazione Luciano Tavazza.

(Animazione sociale, n. 347 - 7/2021, pp. 15-26)