Cambio di paradigma nello sviluppo del Terzo settore?

Cambio di paradigma

nello sviluppo

del Terzo settore?

Come non perdere la tensione a un futuro di giustizia


Intervista a Luca Fazzi *


a cura di Franco Floris

Per il futuro del Terzo settore è sì decisiva la competenza imprenditoriale e finanziaria. Ma questa non basta se manca una competenza etica e politica. Di mezzo, infatti, ci sono questioni di giustizia rispetto alla quali la storia del Terzo settore, certo da attualizzare, ha un prezioso contributo da mettere a disposizione per una società fedele ai princìpi della Costituzione.

Gli attori del Terzo settore - cooperative sociali e associazioni in primis - dopo l'intenso lavoro dei mesi scorsi si stanno concentrando sulla ripresa degli appalti e sulla ricerca di risorse finanziarie per andare avanti, spesso con non poche ansie. Ma ora... dove si va? Verso dove incamminarsi a livello sociale e culturale, politico ed economico?
Da più parti si cercano nuovi approcci alla luce di un'esigenza di riposizionamento del proprio ruolo in una società segnata da incertezze e precarietà. Cresce l'esigenza, dentro lo stesso Terzo settore, di redistribuzione della ricchezza. Si è consapevoli che servono nuove capacità e occorre svelare false promesse e nuove sudditanze. Torna la domanda: per quale uomo e quale società intende lavorare il Terzo settore?
Su alcune questioni c'è da riflettere molto. Ci si sta fidando troppo degli stimoli esterni senza tener conto della propria storia, del proprio approccio? Ci si sta rifugiando nell'economico col rischio di vendersi ai continui bandi che sì permettono di lavorare, ma rischiano di svilire l'idea stessa di cooperazione e di Terzo settore? Focalizzati sulla giusta tutela dei propri lavoratori, quanto si riesce a darsi ragione della specifica funzione a fianco delle parti più fragili della società? E fino a che punto si tiene conto dell'orizzonte di giustizia nel parlare del Terzo settore come attore di mutualità e di solidarietà?
Ne abbiamo discusso con Luca Fazzi, professore ordinario al dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell'Università di Trento, autore di un recente libro sulle dinamiche del cambiamento delle imprese sociali e del Terzo settore (Costruire l'innovazione nelle imprese sociali e nel Terzo settore, edito da Franco Angeli), con l'intento di avviare un dibattito.

È IN ATTO UN CAMBIO DI PARADIGMA?

Entro quale vision il Terzo settore può oggi ripensarsi come attore sociale, economico e politico, tenendo presente che sia la scarsità di risorse che il desiderio di valorizzare il proprio apporto lo stanno spingendo a distanziarsi dalle istituzioni pubbliche e avvicinarsi a organismi finanziari e imprenditoriali? C'è chi afferma che il Terzo settore sia alle prese con un «cambio di paradigma» provocato dall'incalzare dei grandi mutamenti in cui siamo immersi...

Per trovare il bandolo della matassa di problemi che assediano il Terzo settore bisogna intendersi anzitutto sul concetto di paradigma. È vero che in questo periodo si parla spesso di un «cambiamento di paradigma» nello sviluppo del Terzo settore, in particolare di quello professionale e produttivo di servizi. L'uso della teoria dei paradigmi è però strumentale e a mio modo di vedere anche parecchio superficiale.
Nel suo classico volume La struttura delle rivoluzioni scientifiche, del 1962, Thomas Kuhn afferma che il «paradigma» è un insieme di principi, concetti, sistemi di analisi che permettono di dare una spiegazione unitaria alla realtà e che sono comunemente accettati. Per lo più Kuhn si era interessato al tema del «cambiamento di paradigma» per comprendere le logiche sottostanti alle grandi rivoluzioni scientifiche, come la rivoluzione copernicana, la teoria dell'elettrostatica di Franklin, la teoria dell'evoluzione di Darwin: insomma cambiamenti di prospettiva che avevano sostituito interamente le concettualizzazioni precedenti. Nella spiegazione di Kuhn, questo tipo di sostituzione avviene quando un particolare modo di concepire, rappresentare, trovare soluzioni a problemi, che costituiva la chiave di lettura entro cui leggere la realtà, inizia a essere segnato da anomalie e contraddizioni che si accumulano fintanto che il vecchio paradigma crolla e ne compare uno del tutto nuovo.
Allora, quando oggi parliamo di «cambiamento di paradigma» per comprendere e inquadrare il ruolo del Terzo settore facciamo riferimento a una situazione in cui le vecchie logiche di collaborazione tra enti pubblici e organizzazioni della società civile cessano di essere il perno dello sviluppo delle politiche del welfare territoriale, per dare spazio a modelli ibridati in cui a rappresentare il futuro del welfare è la volontà di produrre valore sociale attraverso l'azione economica, indipendentemente dalla forma giuridica dei produttori di servizi.
In questa prospettiva, il «vecchio paradigma» è individuato nel rapporto tra uno Stato paternalista che nel tempo ha irretito le capacità e le tensioni vitali delle organizzazioni della società civile e un Terzo settore incapace di rapportarsi in modo diretto con i bisogni e ripiegato a difendere rendite di posizione sempre più vacillanti. Il «nuovo paradigma» dovrebbe essere, invece, quello in cui gli obiettivi della sostenibilità sociale diventano patrimonio comune delle imprese sia profit sia nonprofit e che mira a costruire una sorta di infrastruttura della solidarietà basata sulle buone intenzioni, promuovendo il processo di ibridazione tra profit e nonprofit e la promozione di mercati sociali finanziati da domanda privata e capitali privati con lo Stato nel ruolo di facilitatore di processi di sussidiarietà.
Sull'immagine di questo nuovo paradigma e sulla retorica del superamento del vecchio, negli ultimi anni si è creata una autentica narrazione che ha come scopo dichiarato sostituire i vecchi linguaggi con altri nuovi entro cui collocare e socializzare i nuovi concetti. Vecchi termini come giustizia, solidarietà, animazione, impresa sociale, sono ora sostituiti da altri come social business, social investment, imprenditorialità sociale... quasi a voler dimenticare quel vocabolario con cui generazioni di persone si sono formate, a renderlo desueto e implicitamente non più adatto ai tempi.

LO SCARSO SUCCESSO DI UNA IPOTESI

Una narrazione relativamente diffusa, a tratti vincente...

Questa narrazione è molto forte e suadente: forte perché sostenuta non solo da un dibattito di nicchia ma anche da media e poteri del mondo dell'economia, della finanza e della cultura; suadente perché mostra un orizzonte auspicato da molti, da raggiungere con soluzioni apparentemente semplici e comprensibili da tutti.
Il problema è che, per parlare di cambiamento di paradigma, occorre che il vecchio modo di rappresentare e affrontare i problemi sia sostituito da uno più efficace in risposta alle anomalie del vecchio non solo nella teoria ma anche nella prassi. Ora, se volessimo mettere alla prova l'ipotesi del cambiamento di paradigma in questa prospettiva, al momento rimarremmo fortemente delusi.
Gli strumenti di finanza sociale sono scarsamente utilizzati dal Terzo settore, benché non passi giorno che banche e fondazioni ricordino il loro impegno a sostenere economicamente lo sviluppo imprenditoriale del Terzo settore. I social bonds nel welfare trovano ostacoli enormi nel funzionamento della pubblica amministrazione e pagano anche la scarsa conoscenza dei meccanismi amministrativi italiani da parte dei promoter che ne auspicano il trasferimento da nazioni completamente diverse come Gran Bretagna o Stati Uniti (dove peraltro la critica verso questi strumenti è forte).
La gran parte del fatturato del Terzo settore che produce servizi deriva ancora dal finanziamento e dai sistemi di regolazione pubblici. Per quanto riguarda i cosiddetti «ibridi» da parte del Terzo settore, il numero è veramente limitato e soprattutto non si tratta di soluzioni organizzative realmente innovative perché già nel 1991, l'anno dell'approvazione della legge sulla cooperazione sociale, si avevano i primi casi di acquisizione da parte di cooperative di SRL per integrare le filiere tra servizi e inserimento lavorativo.
Anche i modelli organizzativi del Terzo settore sono cambiati poco. C'è un forte attivismo da parte delle fondazioni, che però finanziano spesso progetti con scarsa sostenibilità economica e destinati il più delle volte ad avere vita breve.
In generale, se qualche segnale di innovazione si rileva, siamo ancora ben lontani dal poter parlare dell'emergere nella prassi di un nuovo paradigma.

LE FATICHE DELL'IMPRENDITORIALITÀ IBRIDA

Perché un cambiamento di paradigma è ancora lontano dall'essere realizzato?

Il cambiamento non può essere pensato solo come un fattore indotto dalla retorica. Dev'essere sostenuto nella pratica da motivazioni autentiche, da competenze di change management, da capacità di leggere i bisogni, dalla volontà effettiva di trasformare le organizzazioni da un lato, e da politiche congruenti a sviluppare nuovi modi di operare dall'altro. Attualmente queste due condizioni sono poco presenti.
Il Terzo settore non è, nella grande parte dei casi, abituato a lavorare con i mercati privati, quindi non ha strutture, modelli di governo, culture organizzative adeguate. Si contano anche molti fallimenti nelle trasformazioni verso modelli più vicini al modo di operare delle imprese commerciali che rilevano la difficoltà a andare in quella direzione.
Le politiche, malgrado alcune aperture, non hanno dato uno stacco netto con il vecchio modello; basta vedere l'incompiutezza del codice del Terzo settore che conteneva alcune aperture verso una visione più dinamica del ruolo del Terzo settore e dell'impresa sociale. Il risultato è una situazione di sospensione in cui si rilevano tendenze plurali e contraddittorie, frutto di una grande incertezza di prospettiva, una fase al momento certo non tale da suggerire un cambiamento radicale del modo di concepire il welfare e il ruolo dei diversi attori del welfare.
La realtà è anche che il Terzo settore e la pubblica amministrazione sono ancora ancorati al vecchio modo di pensare i servizi e che la path dependence è una caratteristica tipica di ogni processo di trasformazione delle politiche di welfare. Sono trent'anni almeno che si parla di smantellamento dello Stato sociale, ma se poi si va a vedere pensioni, sanità e welfare continuano a essere finanziati con risorse pubbliche. Certo ci sono tagli in molti settori, ma basta pensare ai miliardi stanziati per il reddito di cittadinanza per capire come il welfare pubblico rimanga ancora oggi il principale sfondo con cui politiche e servizi devono rapportarsi.

Quindi le linee di cambiamento non sono affatto lineari?

Assolutamente no. Si deve parlare piuttosto di processi di cambiamento plurali e molteplici, la maggior parte dei quali incrementali, altri più localizzati e più intensi, ma che in ogni caso segnalano l'idea di una trasformazione lenta e che non segue ancora una direzione chiara. Questo senza voler introdurre il tema delle differenze dei modelli di welfare regionali, che aprirebbe un ulteriore dato di riflessione rispetto alla possibilità di governare il cambiamento in modo unitario.
Certo, c'è un'insoddisfazione diffusa, palpabile e legittima verso certi modi di regolare e organizzare il welfare locale che può fungere da stimolo verso il cambiamento. Paradossalmente il processo di integrazione nelle politiche pubbliche può essere letto come un Giano bifronte. Da un lato, la richiesta degli enti pubblici di professionalizzazione, efficienza e formalizzazione ha consentito al Terzo settore di essere percepito e trattato come un soggetto economico vero e non come un mero attore di volontariato. Dall'altro le spinte alla burocratizzazione, le traversie della finanza pubblica, la corsa alla competizione per sopravvivere hanno fatto esplodere problemi enormi, inceppando in modo grave la partnership con i soggetti pubblici e gli attori della comunità, favorendo l'emergere di modelli organizzativi e di governance poco consoni con la mission del Terzo settore, a volte generando la replicazione dei modelli burocratici pubblici nella governance delle organizzazioni, oppure stimolando uno scimmiottare i modelli dell'impresa con la figura, ad esempio, dell'amministratore delegato che nei fatti non affianca ma sostituisce gli organi democratici della partecipazione.

NARRATIVE LIBERALI ALLA RICERCA DI UN'IMMAGINE POSITIVA

Quando si parla di un Terzo settore più orientato al mercato, più ibridato, più imprenditoriale ci sono attori, valori e interessi specifici che entrano in campo?

Sicuramente il tentativo di costruire una nuova narrativa unidirezionale implica un impegno a sostenere e a legittimare un nuovo scenario. Nessun nuovo tentativo di riconfigurare la realtà avviene senza che vi sia una spinta da parte di portatori di interesse specifici. In Italia, a mio modo di vedere, si è assistito alla solidificazione di una sorta di Santa Alleanza tra economia e parte della cultura cattolica più sensibile ai temi sociali che esercita storicamente una notevole influenza all'interno del Terzo settore.
I temi del valore condiviso, del social business e degli investimenti sociali provengono principalmente dalla spinta degli attori economici interessati a entrare nei nuovi mercati della sostenibilità sociale e ambientale. Assicurazioni, attori finanziari, banche e imprese sono impegnate da diversi anni a costruirsi una immagine positiva nei confronti dell'opinione pubblica, in parte per rimediare ai disastri del capitalismo selvaggio che ha causato la crisi economica del 2008 e in parte per cogliere le opportunità di fare profitti approfittando delle conseguenze delle grandi crisi sociali e ambientali. In Italia promoter di questi interessi, e collegamento con il mondo del nonprofit, è stata in primo luogo la Human Foundation, che ha come suo motto lo slogan «rifondare il capitalismo su basi più attente alla giustizia e all'equità sociale».
La particolarità del dibattito italiano è data dalla traduzione di questi messaggi concilianti degli attori economici da parte del mondo della cultura cattolica più legata ad alcuni movimenti, come i focolarini o i catecumenali. Il termine ormai in voga per legittimare il nuovo scenario del welfare e il nuovo ruolo del Terzo settore è quello di economia civile.
L'economia civile esalta come principio base l'idea che per fare buona economia, ovvero economia che produce valore sociale condiviso, non siano più indispensabili istituzioni e organizzazioni con vincoli giuridici specifici (come quello della non distribuzione totale o parziale degli utili) e sia sufficiente la vocazione a fare del bene di ognuno. Non c'è più l'istituzione. C'è l'essere buoni contro l'essere cattivi, la fedeltà volontaria ai valori contro le tentazioni, con uno spirito quasi da crociata che rischia di perdere di vista la realtà in nome di intenzioni che, per quanto nobili, possono rivelarsi irrealistiche o peggio dannose, dando l'idea che le istituzioni non siano importanti e che bastino le vocazioni a spingere al cambiamento.
Il risultato del convergere di questi diversi interessi è la definizione di uno scenario molto semplificato, come se fosse quasi il naturale evolversi del corso della storia. In realtà dietro ci sono interessi, valori e convinzioni specifiche di cui è importante essere coscienti per avere un quadro delle poste in gioco.

UN TRASFORMISMO CHE IGNORA LA REALTÀ

Perché queste posizioni, secondo te, non possono essere la risposta ai problemi di una società segnata da drammatiche ingiustizie e contraddizioni?

Innanzitutto ogni forma di mercato persegue interessi particolaristici e genera selezione avversa. Questo aspetto può essere mitigato, e si possono trovare esempi virtuosi di utilizzo degli strumenti di mercato per lo sviluppo del Terzo settore, ma in genere è la natura stessa delle diverse istituzioni a creare problemi.
Questo non vuol dire che il mercato sia di per sé il demonio e il denaro lo sterco del diavolo. Il mercato genera anche benessere e inclusione e il denaro permette alle persone di vivere in modo dignitoso. Ma il mercato richiede sempre una qualche forma di utile e di selezione avversa e il suo utilizzo deve essere dunque compatibile con le finalità del Terzo settore, non può essere identificato come un orizzonte da perseguire di per sé.
Oggi si parla molto di «valutazione di impatto» come antidoto alle possibili strumentalizzazioni dell'ingresso dei nuovi soggetti economici nell'ambito del welfare, ma allo stato attuale non esistono metriche in grado di assicurare ex post il buon uso delle risorse e chi si interessa del tema in Italia penso non abbia molto in mente il funzionamento delle pubbliche amministrazioni e la complessità delle partite in campo.
Il secondo nodo è che nessuna narrativa può essere l'unica chiave di lettura in una società complessa.
Il futuro del welfare non può e non deve essere il campo di battaglia per imporre vecchie o nuove egemonie politiche, economiche o culturali. Nessuno dice che non sia opportuno cercare di riflettere sui limiti del vecchio modello di welfare. Anzi, a voler essere precisi, sono decenni che la letteratura scientifica prova ad approfondire le strategie per aumentare l'autonomia imprenditoriale del Terzo settore, la necessità di lavorare in rete, di costruire alleanze con la comunità, di reperire nuove risorse anche dal mercato. I trend più recenti parlano addirittura di una nuova e indispensabile collaborazione tra organizzazioni della società civile e movimenti sociali, prendendo a riferimento l'intervento delle ONG che salvano i profughi in mare o le organizzazioni che fanno impresa per togliere terreno e consenso alla criminalità organizzata.
Il problema è che è la stessa teoria del cambiamento dei paradigmi a essere concettualmente superata. La filosofia della scienza e l'epistemologia hanno fatto notare già dagli anni '70 come le ricerche di Kuhn fossero relative a periodi storici in cui si sono realizzati dei cambiamenti molto radicali nel modo di concepire la scienza nei diversi settori. Cambiamenti così marcati in una società complessa come quella attuale sono molto più difficili da attuare.
Per questo motivo si parla sempre più di «coesistenza di più paradigmi», e non di un paradigma che sostituisce un altro. Questo passaggio ha ricadute potenti sul dibattito sul futuro del Terzo settore e del welfare, perché delinea la possibilità di modi plurali paralleli di concepire e organizzare la realtà e spiega molto bene perché il Terzo settore, a fianco di tentativi di sviluppare prospettive di lavoro con i mercati o alleanze con il profit, sia oggi sempre più di frequente implicato in attività di co-progettazione e co-programmazione con il settore pubblico che rilanciano il tema delle agende collaborative al posto della competizione e degli appalti.

QUESTIONI APERTE SUL FUTURO

Da quali basi allora rilanciare un disegno di welfare inclusivo e un ruolo trainante del Terzo settore?

Quello che certamente sappiamo dalle ricerche e dalle diverse esplorazioni empiriche è che il Terzo settore non acquisisce autonomia e capacità di fare impresa dallo Stato o dal mercato se manca un solido legame con la società civile. È questo il piano su cui c'è più da lavorare oggi. Moltissime organizzazioni di Terzo settore hanno perso il rapporto con la comunità e con i cittadini, rapporto che certo non può essere riconquistato semplicemente vendendo servizi alla domanda pagante. Il lavoro da fare è sui modelli di governo e sul radicamento nella società civile, sul coinvolgimento attivo delle persone che hanno bisogno di aiuto, sui nuovi modelli di gestione e cogestione del lavoro quotidiano.
Poi esiste un problema cosiddetto di capacity building, ovvero di consolidamento e rafforzamento delle capacità organizzative, di governance e strategiche per affrontare il cambiamento. L'innovazione è un processo molto complesso che richiede la gestione di una molteplicità di fattori, bisogna sapere portare l'innovazione dentro la gestione dell'esistente, non creare fratture tra vecchio e nuovo. La soluzione più disastrosa, che in diversi purtroppo enfatizzano, è quella di cambiare il management sostituendo il vecchio con un nuovo ceto di dirigenti e quadri più professionale, senza considerare che il vero nodo del cambiamento sono le culture organizzative e la capacità di riflettere in modo intelligente sui bisogni e le necessarie forme di ricomposizione della società, e non il semplice aumento dell'efficienza o della capacità di competizione.
Quello che sappiamo è anche che il Terzo settore funziona bene se ha rapporti di collaborazione con il pubblico. Collaborazione non vuole dire gare per la gestione di manodopera, ma condivisione di responsabilità, risorse e idealità. La logica degli appalti e della competizione è stata troppe volte devastante e ha creato un sistema di offerta di prestazioni da parte di erogatori che non hanno alcun rapporto con i territori e non sono capaci di mobilitare alcuna risorsa aggiuntiva per rispondere ai problemi sociali.
Su questo piano c'è un enorme lavoro da fare. Cosa vuole dire passare da un sistema competitivo a uno collaborativo? Come fare in modo che la collaborazione non celi meccanismi di tutela dello status quo? In che modo si può valutare se i risultati della collaborazione sono sostenibili e competitivi rispetto ad altre soluzioni di affidamento dei servizi?
Ci sono esperienze pilota importantissime come quella di Lecco che da più di dieci anni sperimenta modelli di co-progettazione innovativa; andrebbero studiate per capirne e trasferirne il potenziale, sia in termini di generazione di risorse economiche e materiali, che di costruzione di filiere di welfare territoriali.
Per quanto riguarda il rapporto con il mercato, è inoltre importante approcciarsi alle nuove possibili alleanze avendo bene in mente come si governano i valori e l'identità delle organizzazioni, per non rischiare di essere fagocitati da logiche che snaturano la mission del Terzo settore e lo trasformano in qualcosa di irriconoscibile, perdente anche sotto il profilo imprenditoriale.
In fondo, conosciamo molto di come il Terzo settore possa evolvere e ricoprire un ruolo diverso da quello di mero erogatore di servizi per conto terzi o di produttore di prestazioni per il mercato. Si tratta di essere pragmatici e prendere sul serio la sfida del cambiamento e questo può essere fatto solo con molto impegno e una certa fatica, non con soluzioni semplificate o seguendo dogmi.

Quando si fanno discorsi simili – di un Terzo settore che rivendica una sua terzietà rispetto a Stato e mercato – c'è chi parla subito di «residualità»...

Il rischio della residualità non è un problema di numerazione, non ho mai capito perché parlare di Terzo settore vorrebbe dire assumere una posizione subalterna rispetto a Stato e mercato. In realtà si usa il concetto di Terzo settore semplicemente per dire che è un qualcosa di diverso rispetto agli altri attori: diverso nelle logiche, nell'identità, nel modo di comportarsi. Il che non vuole affatto dire che il Terzo settore non possa introiettare finalità, schemi e modelli di Stato e mercato.
La giustizia e l'equità, per esempio, sono princìpi tipicamente perseguiti dalla logica redistributiva dello Stato, ma con cui il Terzo settore non può rinunciare a confrontarsi. L'efficienza è un valore del mercato indispensabile per far funzionare anche un'organizzazione di Terzo settore. Introiettare significa però assumere qualcosa dall'esterno rendendolo funzionale ai propri fini, è un termine ben diverso da quello molto usato di contaminare o ibridare.
Bisognerebbe prestare attenzione anche alle parole perché sono i linguaggi a costruire la realtà. Contaminare nel vocabolario della lingua italiana significa entrare in contatto con sostanze inquinanti, mentre quando si parla di ibridi nel caso di animali si fa riferimento a specie sterili che non si possono riprodurre in quanto hanno corredi cromosomici provenienti da specie diverse.
Il punto è che il Terzo settore - come tutti gli attori economici, politici e sociali - vive oggi in un'epoca di grandi e drammatici cambiamenti, ed è chiamato a rinnovarsi continuamente per svolgere un ruolo attivo nella società. Questo significa che c'è un tema di identità da evolvere, migliorare, ma certamente non qualcosa di cui vergognarsi o reputare obsoleto.

SE PARLIAMO SOLO DI ECONOMIA, DIMENTICHIAMO IL RUOLO POLITICO

Come entra in questo discorso il tema del ruolo politico del Terzo settore?

Il Terzo settore è sempre stato un soggetto politico, aspetto che certo non si riduce all'esprimere rappresentanze nei luoghi della politica - anzi l'esperienza insegna che nella maggior parte dei casi i leader del Terzo settore transitati in parlamento o nei consigli comunali o regionali sono stati velocemente fagocitati dalle dinamiche del compromesso.
Essere soggetto politico vuole dire costruire prassi attraverso le quali si modificano le condizioni sociali ed
economiche in cui le persone vivono. Il grande peccato del passaggio del dibattito verso la sola dimensione economica del ruolo del Terzo settore è che, parlando esclusivamente di economia, il ruolo politico muore. Invece oggi più che mai c'è bisogno di una visione politica che animi l'azione sia economica che sociale del Terzo settore, dove per «politica» intendiamo la capacità di analizzare le condizioni che generano esclusione, diseguaglianza e marginalità e di avanzare proposte per il cambiamento.
Nella grande lezione di Achille Ardigò, il Terzo settore è un antidoto alla crisi della democrazia, da un lato, e uno strumento per riumanizzare le istituzioni, dall'altro. Nel momento in cui si perde di vista questo orizzonte di senso, ogni forma di pensiero critico e propositivo rischia di piegarsi su logiche altre, più rinunciatarie, e in fondo anche meno attrattive per chi voglia impegnarsi per migliorare un po' le cose.

Tornando alla domanda dell'inizio, si può dire che quella del cambiamento di paradigma sia una questione mal posta?

A mio parere, è una questione posta non male, ma malissimo. C'è la tendenza diffusa e comprensibile a cercare risposte, ma manca la capacità di porre domande. Come insegnano i grandi classici greci, da Socrate ad Aristotele, sapere porre domande è cruciale per sviluppare il pensiero critico. Senza buone domande non si possono avere buone risposte. La questione non è il cambiamento di paradigma, ma il riuscire ad affrontare i problemi di una realtà che non è la stessa del passato. Il mondo è complesso, e non c'è un'unica soluzione.
Quello che occorre in prima istanza è allora migliorare le competenze di gestione e costruzione di impresa, di governo e inclusione dei diversi portatori di interesse, di mobilitazione e valorizzazione di risorse plurali. E occorre avere una visione etica e politica, che solleva questioni di giustizia sociale, di inclusione, di come dare a tutti un'opportunità, di come evitare che il più forte prevalga arbitrariamente sul più debole.
Solo coltivando questa consapevolezza si può unire il sociale e l'imprenditoriale. Se si perde questo orizzonte è facile lo scivolamento verso strade problematiche. Nel vecchio paradigma, come in qualsiasi altro scenario che verrà a prospettarsi.

* Luca Fazzi, sociologo, insegna al Dipartimento di sociologia e ricerca sociale dell'Università di Trento. Lavora da molti anni sui temi del Terzo settore, delle organizzazioni della società civile e della cittadinanza attiva.

(FONTE: Animazione sociale 348 (7/2021), pp. 7-15)