Riscoperta del dialogo politico e ritorno alla responsabilità

Riscoperta del

dialogo politico

e ritorno alla responsabilità

Conversazione con Francesco Occhetta (*)


a cura di Matteo Bergamaschi (**)



Matteo Bergamaschi. Delle molte pubblicazioni del padre gesuita Francesco Occhetta vorrei ricordarne due in particolare: Ricostruiamo la politica. Orientarsi nel tempo dei populismi del 2019 e Le politiche del popolo. Volti, competenze e metodo del 2020, che farà da filo conduttore per questo dialogo. Quindi incomincerei proprio da una stimolante citazione gravida di senso, tratta dalla prefazione di David Sassoli, il Presidente del Parlamento europeo, che riporta un paragone di Giorgio La Pira: "La storia è come un oceano in cui tutti sono in grado di cogliere le correnti quando affiorano, ma in profondità altre si preparano, si gonfiano e scoprirne la forza prima che si manifestino, è opera della politica". Qualche pagina dopo Lei recupera questa intuizione riferendosi ai primi anni Venti del Novecento: "La politica è anzitutto la parola che gli arcieri scelgono di lanciare dai loro archi. Nel Novecento Mussolini aveva come strategia quella di trasformare le paure sociali in parole d'odio, Sturzo invece ha voluto convertire le paure in parole di speranza". In effetti viviamo un tempo in cui le paure non mancano, perciò vorrei chiederle come presenterebbe il compito della politica interpretando le correnti profonde della storia e traducendo in parole di speranza le paure che ci agitano.

Francesco Occhetta. A partire da Aristotele la prima vocazione della politica è stata quella di generare parole che costruiscano il mondo. Il problema è che, data la possibilità di scegliere le parole, nei grandi crocevia della storia parole diverse da altre hanno determinato visioni diverse da altre che a loro volta hanno determinato costituzioni, leggi, consuetudini, modi di vivere insieme. Quindi in un'epoca in cui le parole si sono svuotate perché ci fanno sognare e sperare poco, il nostro compito è di recuperare la forza delle parole propria della vita spirituale, ossia quella di chi si chiede: "Perché viviamo insieme? Perché dobbiamo sperare? Cosa significa vivere?". Infatti riproporre queste grandi domande genera parole capaci di dare risposte, cosa che compete innanzitutto alla politica.
Come ci fa capire Sassoli, la seconda dimensione della politica riguarda il discernimento delle forze oceaniche che generano flussi in grado di raggiungere le rive delle culture lambite dalla storia. Naturalmente ciò comporta movimenti che possono rivelarsi violenti: in Cile dove ho vissuto per un anno, certe mareggiate invadono le città con onde di venti metri, per cui bisogna prevedere quando si formano e soprattutto quando si avvicinano in modo da evitare la devastazione. Per esempio, noi abbiamo ritardato nell'analizzare l'ultima grande mareggiata dei populismi e oggi vediamo gli effetti di quanto è avvenuto in questi ultimi sette od otto anni non solo in Italia, ma in maniera palese anche in America. Questa corrente culturale si ostina a negare il pluralismo, a schiacciare le minoranze interne, a venerare i leader come padri padroni che dominano i media come fonti uniche di informazione, a esaltare i nazionalismi, a svuotare il dato scientifico, a ignorare i corpi intermedi come la chiesa oppure le scuole come la vostra che possono avere voce in capitolo nella società, ad attaccare la democrazia rappresentativa, a costruire la pubblica opinione attraverso emozioni come la paura, ad attaccare gli avversari senza confrontarsi sui progetti, gestendo il consenso attraverso i social network che ci condizionano fino a farci sentire avversari gli uni contro gli altri piuttosto che interlocutori in dialogo. Per noi è importante studiare questi fenomeni allo scopo di distinguere le varie componenti della politica odierna, perché nella distinzione degli elementi risiede la nostra libertà personale e sociale.
In quanto scuola, anche voi avete la responsabilità di far custodire ai ragazzi parole nutrienti che formino il futuro del mondo, senza svalutarle come un mezzo debole, dato che anche Dio usa la parola, anzi Lui è Parola e crea il mondo con la Parola. Infatti l'efficacia delle parole risiede nell'espressione corporea dei contenuti dell'anima non solo personale, ma anche sociale. Anche per questo occorre analizzarle se vogliamo capire le vere intenzioni di chi le pronuncia. Dunque per fronteggiare la crisi in atto urgono parole di vita e parole di speranza.

B. Tra le parole forse più logorate 'popolo' è una di quelle che oggi si prestano agli abusi maggiori. Lei scrive: "Il termine 'populismo' nasce dando a 'popolo' il suffisso ismo' in senso spregiativo e le operazioni di élite che osservano il popolo da fuori ponendosi come altro da esso ... Qui nasce il fraintendimento del termine popolo, una moneta a due facce: quello degenerato nei populismi e quello che fonda le comunità politiche". Potrebbe chiarire il significato di questa parola in modo critico e realistico, approfondendo la dimensione del popolo in quanto generatore di comunità e non in quanto vittima della degenerazione populista?
O. 'Popolo' nasce da una parola sanscrita che ha il senso di `riunire, mettere insieme' e si ritrova all'interno di "parnami" che vuol dire 'io riempio': questa è la dimensione del popolo. Per l'attuale pontificato che ha sviluppato la teologia del popolo, ‘popolo' è una meta-categoria, ovvero qualcosa che si realizza attraverso un processo, ma esprime anche un'identità a cui appartengo e nella quale tale processo può evolversi a partire dalla dimensione delle comunità. Dunque il popolo è fatto di comunità, non di singole solitudini che invece, per così dire, rappresentano la vittoria dei poteri non democratici che utilizzano, strumentalizzano e violentano il popolo.
Le comunità sono esperienze di vita in cui pur nelle difficoltà mettiamo insieme i doni che abbiamo invece di competere tra di noi, quindi implicano un'appartenenza e una capacità di trasformare il mondo generando popoli. Ad esempio, gli apostoli hanno incominciato in dodici, nella prima Compagnia di Gesù erano in dieci. Si parte sempre da un piccolo nucleo di comunità che, entrando nella vita del popolo, genera processi enormi. Il punto è che ci sono processi di bene e processi che al contrario possono violentare il popolo. Perciò la nostra responsabilità è di appartenere e costruire un 'noi' che, come dice il Papa, vada oltre l'io, ma parta dal nostro io. In questa prospettiva sono necessari volti che sperano insieme, competenze che comprendano l'economia e la casa comune, e metodi.
In primo luogo nella crisi odierna appaiono pochi volti riconoscibili, perché chi sta gestendo il potere si rinserra in oligopoli inaccessibili. I partiti che dovrebbero essere cuscinetti tra il popolo e le istituzioni, affondano le radici nelle istituzioni invece che nel popolo e sono chiusi a prescindere da qualsiasi patto. In secondo luogo preferiamo promuovere slogan l'uno contro l'altro piuttosto che condividere le competenze indispensabili a capire le conseguenze delle nostre scelte a livello non solo morale, ma anche antropologico e politologico. Infatti il competente non è un tecnico, ma è dotato di una visione e di un metodo di cui può rendere partecipe la comunità. In terzo luogo il metodo consiste nell'effettuare la sintesi dei contributi di ciascuno, rimettendoli a disposizione di tutti. Oggi la nostra società è piena di buoni frutti, ma mancano un tronco sul quale si innestino, e soprattutto radici, che io chiamo 'ideali', in grado di nutrirli. Quindi in concreto il popolo ha bisogno di comunità e le comunità hanno bisogno di volti nuovi che incontrandosi prestino la propria voce a tutte le generazioni. In questo senso l'interclassismo, che per noi cattolici è fondamentale, consente di far parlare settori sociali diversi, laddove il distanziamento e l'assenza di dialogo creano disuguaglianze e tensioni che possono degenerare in conflitti anche violenti. Perciò è necessario un coordinamento che si traduca in scelte concrete in vista del vivere insieme.

B. In merito all'importanza del contesto delle singole comunità, ho molto apprezzato la prospettiva urbana applicata per descrivere il popolo nel Suo libro, nel senso che il popolo prima di essere di uno Stato è di una città, ossia di un contesto urbano definito. Su questa scia ci commenta le bellissime espressioni del capitolo "I beni comuni: il futuro delle città?", come "liberare responsabilità e creatività delle comunità urbane" o "curare la comunità di cittadini che si riappropria del proprio tessuto urbano e sociale"? Conseguentemente, visto che ha menzionato l'economia nel senso ampio di legge della casa comune, può spiegare il cambiamento di paradigma auspicato nel Suo testo, dall'accumulazione di capitale alla produzione di valore per persone e servizi invece che di capitale?
O. Da una ventina d'anni nel linguaggio politico circola la parola chiave "glocal local" la cui comprensione, fra l'altro, permette di delineare progetti formativi. Se il nostro destino è di essere interconnessi, il punto è che per trovare radici nel mondo globale occorre essere radicati nel proprio locale. Per questo parliamo di "local umanesimo", che consiste nel riattivare in processi di prossimità tutto ciò di cui ha bisogno il governo della città.
Una questione fondamentale riguarda la responsabilità di concepire il luogo in cui si abita come la propria casa, quindi di ripristinare spazi dove si può fare cultura, ci si può incontrare, esprimersi e ripensare il modello dello stare insieme. Per fortuna il nostro Paese è pieno di buone pratiche di questo genere, ma il problema è che tali esperienze virtuose non sono collegate, per cui la forza generata in termini di speranza, di gioia di stare insieme, di concretezza propositiva non si trasforma in sistema; innanzitutto perché i partiti non riescono ad accoglierne e a promuoverne i processi, poi perché nel campo culturale siamo stati talmente traditi che preferiamo limitarci al nostro senza condividerlo per paura di perderlo.
Per quanto concerne i beni comuni dobbiamo fare un passo ulteriore, cioè favorire le iniziative dei cittadini che si assumono la responsabilità di gestire ciò che l'istituzione trascura, forse perché è indebitata oppure perché è miope nell'esecuzione dei programmi. Questa era la grande idea della Big Society una ventina d'anni fa quando il premier Blair, consapevole del fatto che la politica inglese non dettasse più l'agenda sociale, aveva chiesto ai cittadini costruttori di comunità sociali di indicare le condizioni idonee alla realizzazione delle loro iniziative in modo che la politica li sostenesse. Si tratta del ribaltamento di uno schema che richiede cultura, formazione e narrazione positiva anche da parte delle scuole. Per esempio, denota un debito formativo il fatto che molti dei nostri ragazzi ignorino il valore del servizio di volontariato, dunque non capiscano quali siano i bisogni del prossimo che soffre.
Il passo successivo è incarnare una possibile esperienza, quindi farne tesoro, analizzandola per valutarne le prospettive di sviluppo concreto senza confondere speranze con illusioni. Infatti non possiamo cambiare il mondo con una battuta, però che tante piccole scelte trasformino le grandi resta vero anche per la dimensione globale nella quale siamo inseriti e sulla quale possiamo incidere, impegnandoci nei diversi ambiti locali. In particolare fra la scala locale e la scala globale si colloca il cuscinetto chiamato 'Europa', nella quale dobbiamo avere fiducia riconoscendo e comunicando quanto di straordinario ha fatto durante questa crisi.

B. Dalla sua risposta emergono alcuni grandi temi a cominciare dall'umanesimo che è una componente molto importante della nostra tradizione non solo cultuale, ma anche spirituale. Lei scrive: "La tradizione spirituale offre ai politici tre strumenti: l'arte del discernimento, l'immaginazione del futuro e la passione per il dialogo. Nella fede cristiana la politica è vocazione e visione, una forma di carità e di servizio': Poco oltre,. riprendendo l'intuizione di Sturzo, ricorda: "Occorreva formare le coscienze dei cattolici prima di entrare nel campo politico, altrimenti il potere avrebbe finito per cooptare i cattolici non formati. L'irrilevanza politico partitica di un elettorato cattolico distribuito ormai fra tutte le forze politiche non sarebbe tanto grave quanto un'irrilevanza prima di tutto di opinioni, idee, proposte concrete e contenuti". Per perseguire i compiti che ha illustrato, a quali elementi di questa tradizione spirituale e politica possiamo attingere in modo fecondo e non nostalgico, cioè riappropriandocene in senso generativo senza riproporre il Partito Popolare di Sturzo o la Democrazia Cristiana?
O. Secondo me occorre ispirarci innanzitutto al metodo. Nella Bibbia mi ha sempre colpito il passo nel quale il Signore chiede a Salomone che cosa desideri. Salomone, il più grande politico dell'Antico Testamento, risponde: "Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (cfr. 1Re 3, 4-15). Infatti la missione della politica è esattamente rendere giustizia al popolo e specialmente ricomporre le fratture che si creano tra di noi: per questo Salomone domanda di essere aiutato a distinguere il bene dal male, ossia il dono che noi Gesuiti chiamiamo `discernimento'. Discernere vuol dire setacciare, vagliare, distinguere le voci del bene dalle voci del male, aderendo alle quali provochiamo conseguenze che si ripercuotono su tutta la società. In questi termini il terreno sul quale si gioca la partita politica, è il ritorno all'esperienza spirituale che sa distinguere i fondali dove si generano le forze della storia.
Una sola cosa non può fare il male quando lo serviamo: amare. Quindi optare sistematicamente per il male nega l'unica cosa che la politica dovrebbe fare, ossia permettere che le persone stiano insieme in pace e secondo giustizia, che è una forma d'amore. Quando invece ci orientiamo al bene, certe voci ci scoraggiano: "Non ce la farai mai a custodire il bene che stai scegliendo". In realtà il bene bisogna praticarlo perché non si tratta di una teoria, ma di farne l'esperienza dalla quale riceviamo quei doni irreperibili sul mercato, che possono essere soltanto gratuiti. I frutti del bene sono la pace del cuore e la pace sociale, la fiducia nell'altro, l'armonia, ovvero tutti quelli che confermano che vale la pena di vivere così ("le lacrime di gioia vera", come dice Ignazio di Loyola). Se ci pensate, non sono né la ricerca del potere né la ricerca dell'avere né la ricerca dell'apparire che al contrario rappresentano i tre grandi mali di cui risente anche la politica, affrontati come tentazioni anche da Gesù (cfr. Mt 4, 1-11). Il punto è saperli attraversare dando un'alternativa possibile, per cui, visto che da soli non ce la facciamo, le dimensioni comunitarie sono tanto più importanti quanto meno l'altro è il tuo giudice, bensì quel 'tu' che ha bisogno del tuo 'io' per vivere.
Nella costruzione della vita sociale e politica il dialogo è un'arte. Ad esempio, molti imprenditori che accompagno mi hanno spiegato che passano il 70% del tempo a dirimere i conflitti tra collaboratori all'interno delle aziende. D'altronde nell'ultima enciclica Fratelli tutti il penultimo capitolo "Dialogo e amicizia sociale" si occupa proprio della necessità di saper riconciliare le tensioni tra di noi; infatti è questa la nostra sfida se intendiamo edificare la fraternità che si configura più come un processo che come una meta. Perché c'è crisi? Semplicemente perché è mancato il dialogo. Naturalmente la politica è determinata anche dai grandi interessi tra i quali occorre mediare, ma tutto nasce dal dialogo, come in negativo appare evidente dalla confusione di certi dibattiti televisivi dove gli interlocutori non si ascoltano gli uni con gli altri. Qui si presenta anche la questione cruciale dei social network che invece di spazi di libertà e di costruzione di consenso sembrano arene selvagge in cui ciascuno crea uno scombussolamento enorme sostenendo unicamente la propria opinione.

B. A proposito, in che modo la logica della rete informatica e dei social network può contribuire alla costruzione del dialogo democratico? Nelle Primavere arabe questi mezzi hanno svolto un ruolo fondamentale, d'altra parte l'oscuramento di determinati profili social ha suscitato aspre polemiche; quindi per quanto la rete resti libera, democratica e sicura, bisogna mantenere uno sguardo critico. Quali rischi si corrono in questo ambito?
O. Forse questo è il tema principale specialmente dopo la crisi statunitense. Oggi il problema concerne il modello politico, per cui dobbiamo capire innanzitutto che cosa vogliano dire nuovo impero e costruzione del consenso all'interno della rete. Qui in particolare manca la normativa, perché nello spazio pubblico non possiamo pensare che con due miliardi di utenti Facebook sia uno spazio pubblico con regole private. Infatti la costruzione del consenso è pubblica, quindi certi grandi privati hanno vocazioni pubbliche. Da anni la politica è in ritardo nella comprensione e nella gestione della relazione fra la costruzione del consenso e, per così dire, la "missione" dei grandi social.
La seconda questione è che si è spostato il baricentro degli Stati nazionali in cui fino a dieci anni fa si prendevano tutte le decisioni, mentre oggi Roma non riforma più Roma. Dunque la partita va disputata in Unione Europea, perché rispetto ai modelli alternativi rimane l'unico spazio di garanzia di libertà. Infatti il modello asiatico è un impero che fa prevalere la sicurezza sulle libertà, invece il modello statunitense fa prevalere chi ce la fa, perché ad esempio un tampone costa un prezzo proibitivo per chi sia privo di un'assicurazione sanitaria. Noi abbiamo un'Europa stanca, dato che ci illudiamo di poter mantenere indefinitamente tutti i risultati che abbiamo conseguito, e vecchiotta, dato che l'età media è molto alta; però in un pianeta di quasi otto miliardi di abitanti in cui la prospettiva sui problemi si ingigantisce, può rappresentare un'importante area di inclusione e di diritti-doveri. Quindi alla scuola compete non solo la scommessa sulla conoscenza delle lingue, ma anche sulla costruzione di una nuova Europa che sta già inviando segnali positivi, visto che da somma di Stati qual era, si sta orientando sopra un fecondo denominatore comune.
Secondo me la partita del futuro si gioca sul piano delle disuguaglianze che per essere ridotte esigono lavoro dignitoso e perlomeno umano, dunque formazione nella sua primaria prerogativa emancipatrice. Innanzitutto alla scuola non spetta di riempire vasi vuoti, bensì di far fiorire giovani che hanno vocazioni diverse, rendendoli consapevoli della propria posizione nel mondo. La scuola deve essere un aeroporto da cui i ragazzi possono alzarsi con l'aereo della loro vita e riatterrare solo quando è necessario. Soprattutto deve trasmettere nostalgia per il futuro che è esattamente ciò che ci viene negato in questo drammatico momento di confinamento. Per questo ai ragazzi che accompagno, dico sempre che abbiamo la responsabilità di vedere e di costruire l'avvenire attraverso il discernimento, la vita spirituale, le competenze, le comunità. Se i costituenti, anche cattolici, hanno scritto una Carta così bella è perché si erano preparati durante la guerra: analogamente noi non possiamo vivere alla giornata, ma dobbiamo affrontare il rischio di creare le condizioni per pensare il futuro possibile di un domani che è già qui.

B. Riparto da due temi appena toccati. Il primo si riferisce a Il sogno europeo, titolo di un libro pubblicato alcuni anni fa che associo alla menzione di Havel presente nel Suo testo: "Havel invita gli europei a riappropriarsi del potere delle proprie decisioni, partecipando attivamente ad un processo culturale comune dove in gioco c'è il proprio interesse generale e la propria identità di persone e di popolo e per farlo fonda la polis parallela". Anche in quanto scuola, come possiamo aiutare soprattutto le generazioni più giovani a sentirsi europee, evitando che le istituzioni dell'Unione siano percepite come qualcosa di distante che non ci riguarda, anzi da cui dobbiamo guardarci?
La seconda domanda concerne proprio la sfida dell'educazione che Lei ha ricordato poco Con un'immagine molto bella, Massimo Recalcati dice che lo studente non è un vuoto da riempire, ma da aprire perché sia generativo e sviluppi un percorso fecondo. Se consideriamo che le varie forme di populismo e di autoritarismo si avvantaggiano a fornire risposte semplificate per un mondo sempre più composito, come possiamo educare alla complessità? In particolare quest'anno nella scuola italiana è stata introdotta l'educazione civica come disciplina curricolare. Come possiamo cogliere questa occasione per diventare "leader nel servizio", citando un motto caro alle scuole ignaziane che tuttora costituisce uno dei capisaldi della nostra proposta educativa e formativa?
O. Quanto alla prima domanda direi che lo studio e l'esperienza diretta di che cosa sia l'Europa sono le condizioni per poterla costruire, laddove rimane sempre alta la probabilità di diffidenza o di rigetto a fronte di una dimensione poco conosciuta o mal presentata. Tuttavia ho notato che le giovani generazioni con le quali ho a che fare, sono intrinsecamente europee; invece il problema riguarda i nostri coetanei che appaiono più sospettosi. Quindi in concreto per una scuola come la vostra occorre intensificare gli scambi di esperienze per capire, confrontarsi, sognare che cosa si può costruire insieme. In ogni caso ci vuole un ideale comune alle nostre specifiche società che dimostri l'esistenza di qualcosa di superiore: lo dico da gesuita al quale come a tutti coloro che vi sono entrati, è stato spiegato che la Compagnia è universale. In effetti all'inizio non me ne rendevo conto perché ero di Novara, nato a Genova; però col tempo ho compreso che un medesimo ideale è l'unico collante in grado di rendere possibile l'esperienza comunitaria. Attualmente vivo con settanta gesuiti di ventotto Paesi diversi: dal cinese all'americano, al nigeriano, al venezuelano, al brasiliano; dunque la stessa frase significa una cosa differente per ognuno, ma quello che ci fa stare bene insieme è che condividiamo una visione grande che ci permette di dire qualcosa sul mondo, di essere una presenza feconda, per quanto piccola, e di sapere che la nostra fede non può essere declinata che sul piano della giustizia sociale. In un bel discorso al Meeting dell'anno scorso il nostro Generale diceva che la fede e la giustizia devono bilanciarsi come vasi comunicanti anche nelle nostre scuole.
Ricordando l'esempio dell'ortolano che aveva tolto dalla vetrina lo slogan imposto dal partito comunista, Havel ha testimoniato che la libertà del cittadino incomincia quando si accorge che il potere lo schiavizza invece di servirlo. Questo piccolo atto non cambiò soltanto il suo mondo, ma l'intero Stato che implose con la rivoluzione di velluto, consentendo la nascita di un'altra forma di governo che ha portato Havel dalla prigionia alla presidenza della Repubblica. Anche se non si ripete, la storia ci spinge a credere all'esempio di Havel. Di conseguenza per l'insegnamento dell'educazione civica occorrono conoscenza storica, testimoni ed esperienza. Per esempio, la giustizia ripartiva di cui mi occupo, è un processo nel quale alle vittime viene consentito di tematizzare il male subito confrontandosi con i colpevoli; analogamente l'educazione civica nasce da una visione del mondo non inventata, ma evoluta in anni di formazione. Quindi per un collegio come il vostro, la nostra visione del mondo richiede in prima istanza un modello alternativo di sviluppo, perché il modello che ci ha cresciuti, ha fatto sì che consumando prodotti ci siamo consumati come persone. In seconda istanza l'educazione civica ha bisogno di testimoni che affermino: "Credi con me perché un'alternativa è possibile". Infatti, quando i ragazzi ascoltano una vittima o un pentito che ammette di aver sbagliato, è possibile focalizzare insieme il male commesso con una forza maggiore di cinquanta libri o di cinquanta ore di lezioni magari un po' noiose. In terza istanza i ragazzi devono essere messi in condizione di fare esperienza di civismo per la quale sono necessari occasioni di incontro, argomenti da approfondire ed educatori che sappiano sintetizzare, come gli enzimi, e dare fiducia.

B. Provocatoriamente Le chiederei quale titolo proporrebbe se dovesse scrivere un articolo sulla situazione odierna per «la Civiltà Cattolica».
O. Riferito al processo che coinvolge anche il nostro Paese, un bel titolo potrebbe essere "Ritorno alla responsabilità". Si tratta di capire di chi possiamo fidarci, ovvero di non delegare in bianco, ma di plasmare la nostra storia in prima persona. Lo sto sperimentando da dieci anni con l'accompagnamento di un migliaio di giovani che si riuniscono, fanno cultura e si impegnano nelle loro responsabilità. Ci chiamiamo "Comunità di Connessioni" e abbiamo fatto nascere anche un portale iscritto all'Ordine dei giornalisti, diventando una testata che offre le nostre competenze per collegare quelle virtuose esperienze locali di cui abbiamo parlato, che hanno bisogno di essere conosciute e moltiplicate. La nostra grande fiducia nel futuro deriva dallo sbilanciamento della nostra lettura ' della storia e nella storia verso la vita spirituale, quindi non ci vergogniamo di dire che la preghiera o la contemplazione del mondo forniscono una lente che aiuta a cogliere le "correnti oceaniche" menzionate da La Pira.

B. Proprio sul quinto capitolo dell'enciclica Fratelli tutti ci sono pervenute alcune domande delle quali una in particolare rileva l'importanza di fare politica a scuola in senso positivo a partire dall'educazione civica, come diceva Lei. Potrebbe proseguire questa riflessione?
O. Innanzitutto non dobbiamo nasconderci che nella testimonianza cristiana lo stare nel mondo è già una dimensione politica. Prima di imporre la nostra fede e di condizionare anche in maniera positiva la legislazione, in quanto comunità dobbiamo offrire un modo di vivere e di stare nel mondo credibile e attrattivo. La chiesa lo fa perché ogni volta che ci inginocchiamo sul povero richiamati dai suoi bisogni, stiamo facendo altissima politica. A mio giudizio quello che ci manca è la selezione di persone che sentano la vocazione specifica di amministrare la cosa pubblica. Non dobbiamo spaventarci a proporre questo discorso anche nelle nostre scuole.
Per quanto mi riguarda, come gesuita mi fermo a un passo prima dell'impegno diretto, cioè mi attengo al pre-partitico o al prepolitico; però nell'ambito dell'esperienza credente riscontriamo non solo policy, ma soprattutto policies da condividere con tutti, specialmente a livello formativo. Del resto molto dipende dai contesti dei vari Stati; ad esempio, in Italia molte regole sono desuete: non abbiamo provveduto a riforme costituzionali, abbiamo una brutta legge elettorale, invece di semplificare il modello politico lo abbiamo parcellizzato, riducendo a un pollaio l'agone dei pochi che dirigono l'azione politica. Tuttavia questo rientra in una narrazione che possiamo modificare: il problema è credere nell'alternativa.
Se le fake news proliferano dove scarseggia la competenza, l'antidoto non è rispondere al male con altro male: la parabola evangelica (cfr. Mt 13, 24-30) mostra chiaramente come il grano e la zizzania crescano insieme, per cui occorre curare il grano perché la zizzania soffochi e venga assorbita. Il vasetto di olio profumato versato sul capo del Signore in quella casa nella quale si avvertiva la presenza della lebbra (cfr. Mc 14, 3-9), ne ha eliminato l'odore inglobandolo; quindi anche noi non dobbiamo diffondere il fetore del male, ma propagare la fragranza del bene. Per quanto sembri un discorso teorico, possono nascerne nuove applicazioni, un modo diverso di stare insieme, un modello di giustizia non vendicativa bensì riparativa, una pratica di gestire i conflitti umana e non disumanizzante.
Sulla politica l'ultima enciclica Fratelli tutti dichiara innanzitutto che è una vocazione e uno sviluppo concreto della nostra personalità, poi stigmatizza i populismi e i liberalismi che non concedono la possibilità di crescere soprattutto ai poveri.
Il Papa propugna iniziative fortissime, come abolire la pena di morte o eliminare la dottrina della guerra giusta, perché bisogna stare dalla parte della vita se la nostra vocazione è rigenerare la vita che ci è stata donata. Tuttavia dobbiamo crederci insieme, affidandoci alla dimensione spirituale che è l'unica in grado di distinguere ciò per cui vale la pena da ciò per cui non vale la pena vivere. Quindi occorre gerarchizzare i valori nella misura in cui non tutto pesa alla stessa maniera: accompagnare un ragazzo e una famiglia non conta come la crisi per un brutto voto di un esame o di un compito.

B. Citando Sturzo, nel Suo testo dice che lo statalismo, la partitocrazia e lo sperpero di denaro pubblico sono le tre bestie che ostacolano la convivenza civile. Pensando ai giorni nostri, lo confermerebbe o aggiungerebbe qualcosa?
O. Ho vissuto a lungo anche in altri contesti internazionali: ovunque le istituzioni democratiche vacillano quando si supera un certo livello di corruzione, permettendo la spartizione del potere fra grandi gruppi personalistici e impedendo il cammino del popolo. Per questo va ricoltivata la dimensione antropologica e spirituale nonché etica, altrimenti la politica non preserva la convivenza civile, ma riduce le norme e la legge a mera appendice. Ricordiamo l'insegnamento della tradizione latina di cui il presidente Mattarella è maestro: sub lege libertas (sotto la legge sta la nostra libertà), ossia non è il potere a imporre la legge. Ad esempio, per il secondo anno consecutivo il Parlamento può approvare la legge di bilancio senza analizzarla?
Al di là della partitocrazia i grandi temi su cui ci dobbiamo misurare, si concatenano esattamente sul piano che interseca il nucleo della vita democratica: in primo luogo l'arte della mediazione, lasciata in eredità da Sturzo e fondamentale per noi cattolici, che non vuol dire accontentare tutti, ma rappresentare tutti (precisamente ciò che è venuto meno nella crisi odierna); in secondo luogo l'interclassismo, per cui una società dove le classi non dialogano e non condividono il medesimo destino è predisposta a esplodere; in terzo luogo la costruzione dell'Europa; in quarto luogo la dimensione locale, correlata allo sviluppo della propria personalità; in quinto luogo un'economia civile e umana, non in balia di un'ignota élite finanziaria, ma capace di investimenti che ritornino a favore della comunità.
Anche come credenti non possiamo rimanere impassibili, perché è la chiesa a chiedere di calarci e di restare nella storia per contribuire a trovare soluzioni che in politica sono sempre complesse e talvolta lente. Quindi dalla nostra prospettiva cercheremo di escogitare alternative, di parlare con le forze politiche, di connettere fra loro le tante buone pratiche esistenti nel nostro Paese: noi ne abbiamo mappate quattrocento che stanno creando nuovi lavori e stanno custodendo l'ambiente con un approccio più umano rispetto allo sfruttamento perpetrato in questi ultimi trent'anni.

(*) Padre Francesco Occhetta S.J., gesuita, giornalista professionista e collaboratore di «La Civiltà Cattolica», è docente alla Pontificia Università Gregoriana. È inoltre direttore didattico di corsi in Dottrina sociale della Chiesa presso la Fondazione Centesimus Annus pro Pontifice.
(**) Matteo Bergamaschi insegna storia e filosofia all'Istituto Sociale di Torino È docente incaricato presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, sezione parallela di Torino, e docente invitato presso l'Università Pontificia Salesiana, sezione di Torino.

(FONTE: Itinerari 2/2021, pp. 11-25)