Il compito

politico-progettuale

di chi lavora

in un territorio

Ripartire dal lento confrontarsi con chi i territori li abita


Conversazione con Chiara Lainati, Jacopo Lareno, Bertram Niessen, Federica Verona

A cura di Andrea Marchesi - Barbara Di Tommaso - Nicola Basilio 

 

1.
Territori capaci di aspirare
Alla riscoperta del valore strategico dei territori

Testo a cura di Andrea Marchesi

Forse mai come in quest'onda lunga dell'emergenza sanitaria stiamo assistendo a una trasversale riscoperta del valore del territorio. Tutti lo evocano, richiamando la necessità strategica di ristabilire una declinazione territoriale del proprio agire.

Uno stare sul territorio solo evocato?

Partiamo inevitabilmente, in questo ragionare sui «territori progettuali», dall'ambito più in vista: quello sanitario. Per poi esplorare gli altri: scuola e servizi.

Dov'è la medicina territoriale?
In modo tragico sono emersi (particolarmente in alcune regioni) gli effetti devastanti dello smantellamento della medicina territoriale a vantaggio delle grandi strutture ospedaliere specialistiche. Esito, questo, di trent'anni di politiche che, passo dopo passo, hanno disinvestito su qualsiasi forma di integrazione socio-sanitaria, hanno sguarnito i territori da ogni forma di presidio locale, investendo tutto sulla rimuneratività delle prestazioni ospedaliere, trasformando le unità socio-sanitarie locali in aziende certificative e privatizzando il sistema delle prestazioni per massimizzare i profitti.
Se richiamata l'assoluta necessità di tornare a investire sulla presenza capillare e localizzata di una medicina di prossimità, per coniugare di nuovo «cura» e «prevenzione». Si è levato unanime l'appello a interrompere la solitudine dei medici di base, così come si è ampiamente preso atto dell'insostenibilità di un sistema sprovvisto di un'efficace rete di assistenza sanitaria domiciliare.
A fronte di queste invocazioni (ancora alle prese con le fasi più acute dell'emergenza) il sistema sanitario ha dovuto provvedere a proteggersi per proteggere i propri pazienti, chiudendosi ulteriormente, alzando le soglie di accesso e provando ad allestire minime soluzioni emergenziali per attivare interventi sul territorio attraverso le USCA.

E la scuola aperta? E l'accoglienza diffusa?
Un discorso per certi aspetti analogo ha riguardato la scuola. Di fronte alla ripresa dell'anno scolastico è emersa la necessità di individuare spazi idonei per ricominciare le attività didattiche scolastiche in sicurezza e sono pertanto affiorate antiche suggestioni: la scuola diffusa, l'aula aperta, l'educazione outd000r con il corollario di una rinnovata alleanza tra istituzioni scolastiche e territorio. Di fatto però, a parte rare eccezioni, in questo periodo la scuola - quando non è stata costretta alla didattica a distanza - si è chiusa su se stessa sempre per ragioni protettive, azzerando in molti casi tutte le principali progettualità orientate a una collaborazione con il territorio.
In parte una dinamica simile riguarda anche lo stesso sistema dei servizi, socio-educativi e socio-assistenziali. Le situazioni tragiche che hanno investito molte strutture residenziali, non solo per anziani, hanno contribuito ad attivare, nuovamente, un dibattito sul superamento delle soluzioni organizzative fondate sulla centralizzazione e sull'autorefenzialità dei sistemi di cura e accoglienza, prefigurando nuove piste centrate sull'accoglienza diffusa, decentrata, articolata sul territorio. Di fatto anche in questo ambito, per indubitabili ragioni protettive, le residenze si sono dovute chiudere su se stesse, limitando al minimo i rapporti con l'esterno, a partire dalle visite con i familiari, ma, anche in questo caso, sospendendo tutte le attività orientate ad aprirsi al territorio.

Segnali di apertura ma anche di ripiegamento
Nei servizi territoriali (nei servizi sociali come in quelli più specializzati, es. tutela minori) si è dovuto fare i conti con un'inedita modalità di lavoro provocata dalle misure di distanziamento. Nei casi migliori abbiamo assistito a una notevole capacità degli operatori di rimodulare il proprio lavoro, sperimentandosi per la prima volta sulla scena digitale, compattando le équipe, sviluppando soluzioni creative.
Anche in questo caso abbiamo però assistito a un ulteriore ripiegamento su se stessi da parte di servizi che - pur avvertendo la necessità di stare sul territorio, di creare alleanze, di scovare nuove risorse per affrontare la complessità (oltre che la quantità crescente) di problematiche sociali ed educative - hanno continuato semplicemente ad evocare il rapporto con il territorio, con un atteggiamento di attesa, come se tale rapporto potesse essere sviluppato solo a partire dall'attivazione di risorse altre ed esterne al proprio sistema.

«Prima le prese in carico, poi l'apertura al territorio»

Tutti evocano il territorio come parte della soluzione, ma sembra esserci una sorta di rinvio a una dimensione altra che dovrebbe attivarsi, riproponendo ancora una volta una «politica in due tempi»: prima le prese in carico nei servizi e poi l'apertura al territorio. «Ci vorrebbe qualcuno che si occupasse dei rapporti con il territorio»: come se si trattasse di una funzione aggiuntiva, importante ma accessoria.

Resistono i confini disciplinari e operativi
Soprattutto laddove si parla di sistemi ad alto tasso di specializzazione funzionale, in primis l'ambito sanitario, assistiamo ad appelli che non paiono, a oggi, mettere in discussione il sistema stesso, ma che semplicemente richiamano la necessità che si aggiunga qualcosa che non c'è, si metta mano a un'assenza.
Ma come stanno insieme il riconoscimento del valore strategico di un'apertura al territorio dei singoli sistemi con i fenomeni di ripiegamento auto-protettivo e di chiusura che stanno caratterizzando questo lungo periodo di pandemia?
Ognuno è tornato (o è rimasto) a casa propria, riposizionandosi e in parte incapsulandosi nei propri confini disciplinari e operativi; ognuno ha vissuto la propria forma di ripiegamento immunitario, prendendo le distanze dalla comunità locale, dalla strada, dalle relazioni aperte, rischiose, imprevedibili e non sempre governabili che caratterizzano il territorio.
Si tratta ovviamente di una situazione legata al compito prioritario di questa lunga fase emergenziale, coerente e pertinente con le misure di confina-mento, con il privilegiare l'homeworking, con la limitazione degli scambi e delle interazioni in presenza, per contenere la circolazione del virus. Ma forse, nelle invocazioni che faticano a trasformarsi in azioni concrete e in scelte organizzative coerenti, ci sono ragioni profonde con le quali fare i conti. Saremmo forse troppo ingenui se non riconducessimo questo ripiegamento alle resistenze che ormai da tempo caratterizzano tutti questi ambiti: la resistenza ad aprirsi veramente, a cedere potere, a condividere sapere, a mettere al servizio la propria competenza specialistica in una logica collaborativa e di co-responsabilità, coinvolgendo davvero gli altri, in primis gli utenti, le loro reti sociali, nei processi di cura, formazione, sostegno.

Si percepisce ancora scetticismo
Se da una parte è innegabile che, in questi anni, si siano affermate logiche e pratiche innovative che rimettono al centro il rapporto con il territorio, si siano sperimentate progettualità di welfare comunitario e generativo, si sia tornati a parlare di «medicina di comunità» e di «comunità educante», dall'altra è altrettanto evidente come fosse presente una diffusa e radicata quota di scetticismo nei confronti di questi movimenti, a partire da una difesa del primato della specializzazione.
Quante volte abbiamo avvertito sotto traccia lo sguardo disincantato di chi guardava alle sperimentazioni come a orpelli, corollari secondari, magari ritenuti interessanti ma percepiti lontani dal core business del proprio sistema?
Quanti dirigenti scolastici e insegnanti, mentre digerivano i progetti di «scuola aperta» connessi a una didattica attiva, in realtà si impegnavano a tutelare e consolidare una didattica tradizionale minacciata da tutte queste interferenze?
Quanti assistenti sociali, pur condividendo la necessità di aprirsi al rapporto con associazioni, oratori e reti non formali, hanno resistito alle proposte di decentramento delle proprie postazioni di lavoro, alle suggestioni di chi proponeva loro un'alleanza operativa con i commercianti per attivare nuovi dispositivi di ascolto, lamentando la mancanza di tempo dovuta al carico dei «propri casi» da seguire?
E quanti dirigenti sanitari hanno annuito durante seminari e convegni che denunciavano gli effetti della scomparsa di ogni forma di integrazione socio-sanitaría - con l'inevitabile indebolimento delle reti in grado di affrontare l'intensificazione dei problemi (ad esempio) nel campo delle dipendenze e della salute mentale -, mentre poi i bilanci delle ASL portavano a ulteriori chiusure e riduzioni dei servizi sanitari sul territorio?

Elementi di vitalità nei territori in emergenza

D'altra parte uno sguardo, necessariamente empirico, proprio ai territori che stanno attraversando l'emergenza sanitaria ci restituisce elementi di vitalità, di spontaneità, di autentica affermazione di una funzione sociale da parte di luoghi e soggetti che non sono tradizionalmente deputati ad esercitarla, ma che si sono ritrovati al centro delle relazioni comunitarie.

Luoghi che si sono scoperti presidi sociali
Proviamo a indicare alcuni fenomeni che sono risultati osservabili proprio a partire dalla condizione di abitanti e di cittadini che ha riguardato tutti noi, costretti ad accorciare il raggio d'azione e di movimento, innescando uno sguardo più micrologico, circoscritto e locale, a ricordarci che il riferimento al territorio è innanzitutto un esercizio di localizzazione, un approccio situato, concreto e ideografico.
Emergono allora luoghi che si sono riscoperti come presidi sociali, con particolare riferimento ai momenti più complicati del confinamento: ad esempio, i punti vendita e gli esercizi commerciali essenziali, le farmacie, le edicole, per lungo tempo gli unici ancoraggi materiali dove non solo soddisfare i bisogni materiali primari, ma ritrovare occasioni, fugaci ma spesso significative, di scambio e interazione e a volte di condivisione e mutuo aiuto.
Mutualità si sono praticate ed esplorate anche in contesti più ristretti, come i condomini e i cortili, nei rapporti di vicinato: la spesa da portare alla signora più anziana, genitori che si organizzano per conciliare turni di lavoro e didattica in presenza, cortili che diventano occasioni per condividere un'ora d'aria...
Per fronteggiare la domanda di beni di prima necessità nella crescente povertà e mancanza di reddito abbiamo visto attivarsi forme di mutuo soccorso da parte delle reti di volontariato tradizionali, spesso rigenerate da una rilevante presenza giovanile (capaci di allestire centri di riuso e dono di dispositivi elettronici, perché oltre al pane per sopravvivere è-necessario anche un device), ma anche da parte di attori inediti come i ristoranti, che si rimettono in gioco per produrre, consegnare e distribuire pasti caldi.

Luoghi che si sono dati funzione comunitaria
I luoghi - quelli così presenti nella narrazione dell'innovazione sociale, quelli ad alta intensità relazionale, hub comunitari e centri culturali, così compromessi da questa stagione che ha impedito l'aggregazione e ha messo in scacco chi si era abituato a vivere direttamente o meno di eventi -sembrano ora sottoposti a un'implacabile cartina di tornasole.
Ci sono realtà che hanno chiuso i battenti sospendendo le attività in attesa che passi a'nuttata, ma c'è anche chi è stato in grado di riconvertirsi almeno parzialmente, mettendo in primo piano proprio la funzione comunitaria, diventando così punti di riferimento per le reti dal basso, per l'autorganizzazione dei cittadini, per le forme più radicali della sussidiarietà orizzontale e del mutuo soccorso, forse affermando fino in fondo la propria vocazione ad essere piattaforma abilitante [1].
Poi ci sono i luoghi aperti e pubblici, a segnare una geografia precisa della socialità, depotenziata ma possibile anche nei contesti urbani: giardini e soprattutto parchi che non solo ospitano i corpi in movimento, ma rappresentano opportunità per rendere più socievole il distanziamento, per festeggiare in sicurezza un battesimo e un compleanno, per dare continuità ad alcuni riti.
Ci sono anche i progetti, quelli della sperimentazione di nuove forme di welfare, che già prima della pandemia stavano provando ad allestire nuove modalità per fronteggiare insieme alla comunità la crescente problematicità della povertà educativa e sociale, e che in alcuni casi avevano già iniziato a ibridare le scene, quella fisica e quella digitale, cimentandosi con le piattaforme per favorire incontri e scambio tra domanda e offerta di risorse sociali e che si sono trovati ad attraversare il caos con grande creatività.
Infine ci sono alcune istituzioni, a partire da quelle di prossimità, dai Comuni, municipi e consigli di quartiere, che si sono ritrovate a vivere la fase adrenalinica dell'emergenza, insieme alla protezione civile, alle reti di soccorso, a sostenere le prime risposte materiali, a gestire con la maggiore trasparenza possibile il flusso delle informazioni, la traduzione dei provvedimenti, le nuove forme di regolazione della convivenza civile.

Quali sono le possibilità sociali emergenti?

Senza dubbio queste sono istantanee parziali, frutto di uno sguardo molto contingente, ancora dentro la dinamica emergenziale, il qui e ora delle risposte adattive, delle modalità di reazione agli eventi traumatici. Ci sono le reti più effimere che prendono forma nello stato di eccezione di un tempo catastrofico, così come ci sono gli effetti collaterali più immediati che provocano riposizionamenti imprevisti.
La sfida diventa allora quella, ancora una volta, di scorgere i semi di futuro nel presente, senza avere fretta di emettere sentenze, ma con la consapevolezza dell'incertezza a rilascio prolungato che ci attende. Con le parole degli studi sul futuro di Vincenza Pellegrino possiamo chiederci: quali sono le possibilità sociali emergenti in questa lunga emergenza? E che fine faranno le possibilità sociali che stavano per emergere prima della pandemia?
Quello che sappiamo con ragionevole certezza è che le disparità aumenteranno, che le nuove forme di povertà si moltiplicheranno, che si verificheranno nuove fratture sociali e individuali.

Non solo resilienza, ma antifragilità
In questi mesi è stata ampiamente usata e a tratti abusata la parola resilienza, così cara a chi fa un delicato lavoro di rammendo psico-socio-educativo delle ferite profonde delle persone, di chi ha vissuto nella propria infanzia esperienze radicalmente sfavorevoli, di chi ha subìto un urto rilevante nella propria traiettoria esistenziale.
Il dubbio è che l'uso della parola «resilienza» ci rimandi semplicemente alla speranza che questa sia una parentesi che prima o poi si chiuderà, ristabilendo pienamente una normalità che permetterà di riprendere la propria forma, mentre questa forse è più una fase di resistenza, in alcuni casi passiva, in altri attiva, in altri ancora creativa. La resilienza, d'altronde, sia nel funzionamento individuale che nel campo delle relazioni sociali, richiede un lavoro più lungo e profondo e non ha nulla a che vedere con le reazioni immediate e con gli automatismi.
Diventa allora interessante capire chi sono gli antifragili in questa fase (per citare un'altra categoria entrata nel dibattito pubblico [2]), chi sta davvero attraversando questa fase come occasione trasformativa e chi tra questi è disposto e interessato a declinare in termini collettivi e sociali questa occasione di cambiamento.
Diventa essenziale comprendere dove prendono forma spazi di pensiero e di progettazione, a partire da una rimodulazione nel qui e ora che non prevede necessariamente una soluzione contingente ed effimera, ma qualcosa di destinato a durare nel tempo, oltrepassando l'emergenza come occasione di radicale cambiamento. Se proviamo a guardare le cose da questa prospettiva, emergono alcuni elementi forse non del tutto scontati.

La territorialità dopo anni di deterritorializzazione
Tra gli «antifragili», ad esempio, scopriamo molti quartieri, anche periferici, dei nostri contesti urbani. Mentre il centro delle città si riscopre desertificato per il venire meno dei flussi turistici, i contesti abitati e popolari sembrano dismettere, almeno temporaneamente, la loro classica identità di luoghi dormitorio, per riscoprire una densità relazionale che sembra prefigurare una possibilità di autosufficienza come micro ecosistema con i negozi di prossimità, le reti di vicinato, una presenza minima di servizi, magari qualche piccola oasi verde.
Nei quartieri ci sono, ad esempio, i «ritornanti» dello smartworking che si trovano a convivere con nuove e antiche povertà, con chi resta a casa perché ha perso il lavoro, magari quello precario che si svolgeva proprio nel centro della città. Qualcosa di analogo accade anche in provincia e in alcune delle cosiddette aree interne, anche in questo caso per effetto dei «ritornanti», ma anche di che si è spostato nelle seconde case non più intese come luoghi di villeggiatura, ma come basi per attraversare questa fase di emergenza, all'interno di contesti che sembrano assicurare alcuni fattori essenziali per la qualità della vita. Pensiamo, ad esempio, a movimenti come quelli del southworking, con il rientro in diverse aree del Sud di giovani professionisti non solo dalle città del nord Italia, ma anche da altri Paesi.
Certo, è rischioso leggere questi fenomeni come tendenze durature, ma, al di là delle previsioni fuori dalla nostra portata sulla trasformazione delle città, sui mutamenti nell'organizzazione del lavoro, sui cambiamenti dell'abitare, non possiamo fare a meno di notare quanto emerga il valore della territorialità intesa in questo caso davvero in termini geografici e spaziali, come dimensione circoscritta, ristretta, situata, in grado di delimitare il raggio di azione e mobilità dei soggetti, come di assicurare occasioni relazionali più dense e più intense. È una dimensione locale che viene riscoperta, indubbiamente come risposta difensiva e adattiva, ma che non smette di essere in relazione e in connessione con una dimensione più ampia, utilizzando proprio quelle tecnologie e quei flussi globali che in parte, fino ad ora, si erano resi responsabili di processi di deterritorializzazione.

La cura si esprime nei luoghi comunitari
Tra i resistenti, magari non del tutto definibili antifragili, troviamo poi quelle esperienze più radicalmente colpite dall'emergenza sanitaria, che hanno attraversato questa fase come occasione riflessiva, per ripensare anche radicalmente alla propria mission, come al proprio funzionamento, magari dopo una lunga e adrenalinica fase immersiva ed espansiva.
Pensiamo ad alcuni centri culturali, così come a luoghi che si stavano sperimentando nella loro identità ibrida, dove la funzione sociale, quella produttiva o commerciale si combinavano in modo originale: hub comunitari, case di quartiere, luoghi del welfare generativo. Come dicevamo prima, in questo variegato mondo ci sono state modalità diversificate di attraversamento della crisi, ma è interessante rilevare come chi non si è fermato, pur dovendo magari chiudere per diverso tempo la propria sede fisica, lo abbia fatto spingendo proprio sulla dimensione comunitaria e in parte territoriale.
Pensiamo a piccoli teatri e cinema che hanno parzialmente, anche in termini residuali, trasferito la propria attività artistica in rete attraverso lo streaming, ma lo hanno fatto puntando a rafforzare i legami con il proprio pubblico, con le proprie comunità di riferimento, facendosi così riconoscere come risorsa da difendere e tutelare. Pensiamo ai luoghi di aggregazione con la presenza di un ristorante che hanno messo a disposizione la loro cucina per partecipare alle filiere della solidarietà locale per fronteggiare gli effetti più duri delle nuove povertà, per poi provare ad attivare forme di delivery per mantenere un legame con i propri clienti più assidui. Pensiamo ad alcuni luoghi dell'innovazione sociale che hanno messo a disposizione delle scuole, a partire da quelle del proprio quartiere, le proprie competenze per sostenere l'impresa che ha investito i docenti alle prese con l'imprevista e improvvisa necessità di trasferire l'attività didattica sulla scena digitale.

Il sociale sta già sconfinando

Cosa c'entra tutto questo con l'appello a un ritorno al territorio del lavoro sociale, culturale ed educativo?
Forse c'entra perché quando diciamo che il lavoro sociale dovrebbe assumere il territorio come campo d'azione e come proprio setting, quando diciamo che i servizi, le agenzie e i centri dovrebbero ripensarsi come snodi di reti territoriali [3], dovremmo davvero iniziare a parlare con chi, in altri ambiti operativi e disciplinari, sta analogamente «tornando al territorio» senza dismettere uno sguardo più aperto e globale.

C'è tanto sociale fuori dai nostri perimetri ristretti

Pensiamo, in particolare, al campo della cultura e dell'innovazione sociale, ai movimenti di promozione di un vero e proprio «welfare culturale», così come alle traiettorie dei nuovi centri culturali sempre più orientati a posizionarsi come «infrastrutture di prossimità», luoghi di apprendimento e formazione sempre più connessi alla dimensione territoriale.
Per farlo abbiamo bisogno di tornare a sconfinare dai perimetri delle nostre appartenenze professionali e organizzative e provare a convocare un confronto con altri mondi proprio attorno alla riscoperta del valore strategico del rapporto con il territorio.
Si tratta di uno sconfinamento necessario perché ormai il sociale ha, di fatto, oltrepassato i confini ristretti dei contesti istituzionalmente deputati a offrire una risposta sociale. Non solo abbiamo fatto esperienza di quanto sia sociale la salute, malgrado la direzione opposta assunta dalle politiche sanitarie, ma chi sta attraversando questa crisi senza soccombere sta anche scoprendo quanto sia sociale l'economia (quando non è puramente estrattiva e monopolistica, come accade per i grandi predatori della «Shock economy»), quanto possano tornare a essere sociali l'arte e la cultura, quanto sia necessario ripensare all'abitare e al gestire le città in termini di socialità.
Forse allora c'è molto più sociale fuori dai perimetri del sociale strutturato di quanto a volte pensiamo; non solo nella generosità del volontariato, ma anche in altri settori e discipline: nell'urbanistica come nell'architettura, nella piccola e media distribuzione come in quella più grande, nell'arte e nella cultura, in alcune filiere agricole come della manifattura.
Forse c'è molto più sociale quando ogni attore, al di là della propria funzione specifica e primaria, si pone in rapporto con il territorio, riconoscendo che è nel rafforzamento di quella rete di relazioni che risiede la possibilità dell'efficacia del proprio agire - che sia nel campo del curare, del produrre cultura, dell'offrire beni e servizi.

C'è bisogno di operatori sociali flàneur
Per seguire questa traiettoria abbiamo bisogno di mettere in campo operatori sociali flàneur, che tornino ad abitare e frequentare i territori, mettendosi in dialogo con i cittadini, con quelli che abbiamo chiamato presidi sociali non formali, con i luoghi della cultura che cercano di sopravvivere, con i negozi di prossimità, con chi resta e con chi resiste.
Abbiamo bisogno, come ricorda spesso Gino Mazzoli, di operatori sociali che siano in grado di scovare e ingaggiare nuovi pivot: ossia soggetti che siano implicati in dense trame di relazioni, attenti a mettersi in ascolto e in connessione con i contesti sociali.
Abbiamo bisogno anche di contribuire a costruire coalizioni sociali territoriali molto larghe perché, lo sappiamo, si affacciano problemi che non saremo più in grado di gestire ognuno nel proprio recinto. Non possiamo prescindere dal promuovere collaborazione tra le dimensioni istituzionali, privilegiando quelle che si dimostrano più disponibili al cambiamento, per favorire connessioni con le dimensioni più vitali ed effimere che sono emerse durante l'emergenza.
Ancora una volta, avremo bisogno di valorizzare le competenze specialistiche evitando che perduri la chiusura difensiva che è stata vissuta in questa fase, per metterle in relazione con le risorse sociali spontanee e l'attivazione dei «profani».

Trasformare i territori in ecosistemi educanti

Non a caso, allora, torna in gioco l'obiettivo di promuovere comunità di cura e comunità educanti. Se pensiamo alle nuove generazioni riscopriamo che i percorsi di crescita sono innanzitutto campi di esperienza che prendono forma nei contesti locali e nelle interazioni con l'ambiente sociale.

Educante è l'ambiente in cui si cresce
Crescere, infatti, significa mettersi alla ricerca del proprio appuntamento con il mondo facendo esperienze, interagendo con altri, mettendosi alla prova per riconoscere i propri desideri e le proprie capacità. È pertanto sempre educante in sé il territorio di riferimento, l'ambiente in cui si cresce, ed è educante in termini di opportunità offerte, di clima di possibilità, di accesso a esperienze, così come di riconoscimento delle diversità, della necessità di personalizzare i percorsi, di prestare attenzione ai momenti di passaggio come alle fragilità.
Una comunità educante è un contesto sociale che diventa consapevole di tutto ciò, per proporsi intenzionalmente di assumere l'educazione come un fatto sociale prioritario che richiede la collaborazione di tanti attori e che in questa collaborazione riconosce un potenziale arricchimento delle opportunità e una riduzione delle disparità di partenza.
Ma una comunità educante è anche un contesto locale in grado di comprendere che l'investimento nell'educazione è il modo migliore per rafforzare il proprio tessuto connettivo in termini di coesione sociale, per aumentare le proprie competenze e difese immunitarie di fronte alle avversità.
Per queste ragioni la comunità educante non può essere una proposta che riguarda genitori, insegnanti, allenatori, parroci ed allenatori, ma un obiettivo che coinvolge tutti, anche i soggetti economici, i commercianti come le imprese, e l'intera cittadinanza.

Respirare e aspirare, insieme
Una comunità educante è un fattore essenziale per lo sviluppo di un territorio perché è orientata a promuovere una competenza essenziale per i tempi che viviamo: la capacità di aspirare, ovvero di costruire un ponte tra presente e futuro.
Questa capacità, come ha spiegato Arjun Appadurai, è una competenza culturale che ci proietta nel futuro in termini co-evolutivi. È l'idea che la mia condizione potrà migliorare solo se il mondo intorno a me potrà cambiare in meglio e che ci conduce a una forma di mutualità e solidarietà molto pragmatica, nella quale ogni genitore può assumere la prospettiva per cui il futuro del proprio figlio dipende anche dal miglioramento della condizione dei figli degli altri e che tutto ciò richiede di prendersi cura del territorio come contesto nel quale fare e condividere esperienza.
Mentre nei territori si torna a respirare, allora, sembra maturo il tempo perché, insieme, ci si disponga a guardare al territorio come a un ecosistema locale, caratterizzato dalla possibilità di forme di interdipendenza positiva, di interazioni generative e intenzionalità condivise, dove si possa riconoscere e nutrire la capacità di aspirare.
Proprio come accade nella «nazione delle piante» descritta da Stefano Mancuso, che ci ricorda quanto la legge del più forte sia una strumentale traduzione socio-economica delle teorie di Darwin, mentre l'evoluzione della specie procede per adattamenti progressivi attraverso la capacità di sviluppare mutuo appoggio e cooperazione, scambio di informazioni e di sostanze nutritive, simbiosi e fotosintesi per respirare e - insieme - imparare ad aspirare, a crescere.

NOTE

* Ripartire dai territori è riconoscere che sono animati da progettualità nascenti dentro i reticoli del vivere quotidiano. Queste progettualità chiedono un approccio partecipativo tra organizzazioni del lavoro sociale, culturale ed educativo e istituente dentro la governance dei territori. Un gruppo di operatori e formatori milanesi ha elaborato questa riflessione e poi l'ha discussa in una prolungata tavola rotonda (articoli seguenti).
1 Si veda il lavoro di mappatura sui nuovi centri culturali promosso da «Che Fare»: https://www.che-fare. com/i-nuovi-centri-culturali-sono-fondamentali-ecco-cosa-dobbiamo-fare- per-salvarli/
2 Si veda il libro Antifragile. Prosperare nel disordine, di Nassim Nicholas Taleb Saggiatore, Milano 2013).
3 Cfr. il documento Per una costituente del lavoro sociale ed educativo. Ritornare nei territori, a cura di Roberto Camarlinghi, Francesco d'Angella, Franco Floris, in «Animazione Sociale», 338, 2020.



2.

È tempo ormai di ricomporre sguardi territoriali
Accompagnare il moltiplicarsi di pensieri e azioni


Prima parte


Conversazione con Chiara Lainati, Jacopo Lareno, Bertram Niessen, Federica Verona
a cura di Nicola Basile, Barbara Di Tommaso e Andrea Marchesi


Incessanti oggi risuonano gli appelli a un «ritorno sul territorio» come necessità strategica per il superamento della fase emergenziale. In questa ottica ci sembra interessante ascoltare la voce di chi, da tempi non sospetti, non ha mai smesso di accompagnare progettualità fortemente radicate nei quartieri delle città.

È la voce di chi [1] rappresenta organizzazioni leggere, dinamiche e fluide, che in questi anni si sono collocate come realtà di secondo livello per promuovere, stimolare, sostenere nuove reti sociali, aggregazioni e coalizioni locali, forme di partecipazione civica, esperimenti di mutualità. È la voce di chi ha fatto ricerca e azione, sapendo intercettare e valorizzare i germogli di attivazione sociale nati dal basso, attorno a un problema locale condiviso, lavorando ostinatamente per fare manutenzione delle reti e, al tempo stesso, per produrre conoscenza a partire dalle pratiche di rammendo sociale.
Stiamo parlando di centri di ricerca e intervento sociale che insistono prevalentemente sull'esperienza metropolitana milanese e che, convinti della necessità di agire entro reti aperte e articolate, hanno accompagnato nei territori la sperimentazione di nuovi modelli di welfare locale, comunitario e generativo, così come di associazioni culturali nate con l'obiettivo di innescare processi di innovazione attraverso l'arte pubblica e la produzione culturale, e realtà di professionisti della comunicazione impegnate per dare forma narrativa e visibilità alle esperienze di partecipazione nelle aree più periferiche.
È in gioco lo sguardo di chi possiamo riconoscere come protagonista attivo di quello «sconfinamento del sociale» fuori dai perimetri professionali e disciplinari più tradizionali: architetti e urbanisti, videomaker e narratori, agitatori culturali, antropologi e ricercatori, che si sono trovati ad agire insieme a gruppi informali di cittadini, a organizzazioni più tradizionali del terzo settore, così come, in alcuni casi, a settori dei servizi sociali territoriali.
Abbiamo chiesto a queste voci di commentare una riscoperta del territorio e della prossimità vissuta in modo particolare durante questo lungo periodo di mobilità limitata, di restringimento del raggio di azione e di movimento che, spesso, anche in modo involontario, ci ha consegnato nella posizione di abitanti di una porzione ristretta della propria città.
Ci siamo resi subito conto che non potevamo però dare per scontato il nostro oggetto di confronto, che proprio la parola territorio richiedesse di essere sfogliata, declinata nelle varie possibili interpretazioni, affrontata in tutte le sue ambiguità e potenzialità.


Un territorio è il prodotto di molteplici sguardi

Bertram Niessen

Partirei da un'affermazione fondamentale: di fatto i territori non esistono. A differenza di strutture come il quartiere o la città, delimitate almeno dal punto di vista spaziale, il territorio è un riferimento vago. Quando si parla di «territorio» si intende un'area geografica, sociale e relazionale di prossimità rispetto a qualcos'altro, ma non si sa cosa voglia dire prossimità e che parametri abbia. Da questo punto di vista il modo più interessante di intendere il territorio mi sembra sia riconoscerlo come un fatto sociale, come il prodotto di un insieme di processi sociali che vengono letti, agiti e interpretati in quanto qualcosa che esiste, ma non esiste in quanto tale.
Questa considerazione riporta ad altre parole da agganciare a territorio, come comunità. Quando si ragiona di «comunità» ci riferiamo a persone che vivono in un posto, quindi si tende a fare un'equivalenza tra comunità di luogo e comunità tout court. Poi chi ci lavora sa che nello stesso condominio, come in quartieri magari etichettati come omogenei, esistono comunità diverse e persone che non sono connesse tra loro. Spesso non c'è una sola comunità, ma una stratificazione complessa di realtà relazionali.

Sguardi diversi tra operatori territoriali
Una domanda interessante potrebbe essere chiedersi «chi legge» il territorio. Interrogarsi su quali sono gli sguardi da parte di chi, negli ultimi dieci/vent'anni, ci ha messo la testa e le mani. I soggetti tradizionalmente in gioco sono in primis quelli del terzo settore che, almeno negli ultimi vent'anni, hanno costruito delle pratiche per rispondere a domande di welfare locale.
Emerge subito una questione di background, di modi con cui sono costruiti i saperi. Chi opera in ambito sociale ha studiato sociologia, scienze politiche, scienze della formazione, psicologia: discipline diverse che parlano molto tra loro.
In termini di valori, obiettivi e pratiche, chi viene da questi percorsi parla guardando le stesse cose, intendendo i territori in modi molti simili.
Poi, negli ultimi dieci anni, tra gli operatori territoriali sono arrivati i soggetti provenienti dalla cultura. Non che non ci fossero prima, ma soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008, con la forte contrazione di risorse che ha interessato gli ambiti culturali, abbiamo assistito all'ingresso nel sociale di una vasta platea di attori culturali, sempre più consapevoli della rilevanza delle pratiche culturali come strumenti di intervento sociale.
Rispetto ai mondi del terzo settore, i mondi della cultura sono molto meno omogenei al loro interno. Chi viene da un percorso di arte contemporanea, da un percorso di teatro nel senso più classico, da un percorso di social praxis nell'arte pubblica o relazionale, guarda a tutte queste cose in modi che fanno fatica a comunicare tra loro in termini di valori, obiettivi e pratiche. E così, quando le organizzazioni culturali guardano il territorio, in realtà «vedono» cose diversificate.

Sguardi che ancora si capiscono poco
Ulteriore fattore di complessità è quella che viene definita «innovazione sociale» in senso stretto. Anche gli sguardi e le pratiche dell'innovazione sociale sono ancora molto diversi tra loro. Vengono da un mondo anglofono e si portano dietro expertise nate nei mondi dell'economia, del management, del design.
Il territorio, per questi soggetti e queste culture, è qualcosa di molto diverso. C'è una «lettura territorialista», intesa in senso stretto, per chi viene dalla sociologia urbana o dall'urbanistica; ci sono letture che guardano al territorio come rapporto tra funzioni in un'ottica cibernetica più che ingegneristica; ve ne sono altre ancora che tendono a rintracciare soprattutto legami di relazione.
Per ridiscutere la questione del territorio è quindi fondamentale iniziare a «tradurre» gli sguardi con cui si opera, perché poi nello stesso isolato stanno forse lavorando tre progetti che si capiscono poco,
per pregiudizi incrociati, o perché magari non sanno dell'esistenza l'uno dell'altro perché esistono canali di comunicazione del tutto diversi tra questi mondi. Si tratta di fare i conti con un'impressionante frammentazione delle culture organizzative.


Ma il territorio c'è, con mille questioni

Jacopo Lareno

Come urbanista mi schiero in MILA una delle letture del significato di territorio evocate. Sono d'accordo, in parte, che il territorio esiste non per statuto bensì in virtù dell'azione: intendendo con azione anche i significati culturali che vengono «prodotti», le interpretazioni, non soltanto l'azione materiale.

E se fossero i territori a scontrarsi con noi?
Ci stiamo accorgendo, tuttavia, che c'è un territorio nonostante l'azione. C'è un territorio che chiama. Nello spazio urbano, così come nelle aree interne del Paese, in spazi non tipicamente urbani, un territorio c'è. Un po' perché, se usciamo da una visione antropocentrica, troviamo un territorio che è in azione al di là di noi, un po' perché, se rimaniamo fermi comunque nella nostra posizione antropocentrica, riusciamo a vedere fenomeni che, al di là della nostra interpretazione, chiamano e fanno territorio.
Ci sono questioni urgenti che si palesano nello spazio e su quello invocano territorio. Personalmente sono affezionato all'edilizia residenziale pubblica e questa è una realtà che c'è e fa territorio, chiama all'azione perché lì l'azione c'è, al di là delle interpretazioni politiche o dei significati culturali che diamo. Proprio lì si riconnettono e si ricompongono degli eventi e, prima ancora, delle storie.
Insomma, il territorio c'è. Il sospetto è che quando oggi diciamo «tornare al territorio» in realtà non stiamo affatto tornando; sono piuttosto i territori, con le loro culture, che si stanno scontrando con noi. Se dovessi usare retoriche che vanno di moda sui social, parlerei di élite culturali che si permettono di viaggiare «sui» territori. Non voglio fare il «populista», vorrei ricalcare solo la centralità del fenomeno sociale dello spazio, evidenziando l'urgenza di una chiamata, che ci chiede di riconoscere ciò che c'è.

Le politiche territoriali sono oggi da ricomporre
Aggiungo che, per riconoscere il territorio, dobbiamo guardare alle politiche territoriali.
C'è stata la stagione delle politiche di rigenerazione urbana area-based, dove era la politica che cercava di definire il territorio, per esempio con i contratti di quartiere sul tema della riqualificazione dello spazio e altri strumenti che hanno agito «porzionando» la vita nei territori. Quella stagione è andata morendo, mentre oggi ci troviamo in una stagione che chiamerei network based, dove sono dei network di soggetti trasversali che cercano di ricomporre le politiche, integrarle dentro i territori che chiamano.
In queste reti rivedo una ricomposizione culturale e organizzativa anche delle discipline prima evocate, che attraverso il territorio provano a ricomporre filiere di politiche totalmente al di fuori dell'azione pubblica di integrazione. Quell'integrazione è giocata dai territori fatti dai network, ma appoggiandosi sulla fisicità del territorio, su un'urgenza materiale che emerge qui e ora. In quel senso il territorio è diventato un luogo fortemente evocativo per ricomporre le politiche che, di fatto, hanno smesso di integrarsi.
Nei programmi area-based l'integrazione delle politiche era costruita ex ante, attraverso una perimetrazione dello spazio in cui far convergere i servizi. È stata una scelta fallimentare, mentre ora assistiamo a forme di integrazione ex post, fuori dal campo della volontà di chi ha promosso quelle politiche. Sono piuttosto le «attorialità» che fanno i territori, perché sono chiamate da fenomeni urgenti, concreti, materiali a farsi ri-compositori. Questo è particolarmente interessante oggi, prima e durante la pandemia.
Allora non dovremmo evocare un generico «ritorno ai territori», ma dísporcí a un riconoscimento di grandi urgenze attraverso le quali il territorio si esprime, al di là delle nostre cornici culturali.

Alla scoperta delle vocazioni dei territori
Tornando ai network, è interessante notare come questi ricostruiscano e integrino filiere di politiche territoriali, riuscendo a riconoscere vocazioni molto specifiche che, paradossalmente, tendono a frammentare la città. C'è di mezzo la spinta al localismo di questi network che si basa sul riconoscimento di grandi vocazioni territoriali entro le quali si giocano rapporti di potere e bisogni variegati, in una negoziazione che è sempre conflittuale.
In ogni caso queste vocazioni ricompongono, in parte, le politiche e ricompongono, in parte, i network stessi. Ma su queste vocazioni sí gioca una lotta spesso di natura esistenziale e politica, a volte anche economica, perché i soggetti competono sulle risorse. Se poi guardiamo dentro le dinamiche dei network, possiamo scorgere questioni interessanti relativamente al significato dell'azione nei territori.
La prima riguarda i ruoli. Studiando i network a forte matrice territoriale, si identificano persone che assumono ruoli che sconfinano al di là delle proprie organizzazioni e che in questo sconfinamento possono ritrovarsi in condizione di solitudine. Potremmo definirle come «avanguardie», che sconfinano proprio con l'intento di ricomporre le politiche nei territori, a volte entrando in collisione con la visione del territorio della propria organizzazione
Tutto si complica nel momento in cui c'è un vuoto di politiche pubbliche rispetto alla tensione alle ricomposizioni. Le politiche solo da poco hanno cominciato a ragionare su quali sono i baricentri dí un territorio e su come possono ritrovare connessioni con le regie pubbliche. Questo non vuol dire tornare all'area-based e arrivare dall'alto a dire che cos'è un territorio; si tratta invece di ritrovare strumenti di risalita lungo le filiere delle politiche.
Questo spesso non avviene, anche dove ci sono community hub, laboratori di quartiere, spazi aggregativi, centri culturali... Assistiamo a una pluralizzazione interessante, ma la confusione delle politiche impedisce di realizzare obiettivi comuni di trasformazione della qualità della vita nei territori. Resta una grande frattura: tra le politiche urbane e tutto ciò che ne è fuori, ma che in realtà fa città; tra le grandi trasformazioni urbane e le trasformazioni territoriali che fanno capo ai grandi player (i forti investitori). È una frattura che a oggi sembra incolmabile.


I territori a due velocità marginalizzano gruppi e culture

Federica Verona

Sono d'accordo sul fatto che ci sia un problema di politiche. Ci siamo lasciati affascinare da picco-
le realtà straordinarie che rispondono a una domanda dei territori, abbiamo assistito alla liberazione di energie che si sono distribuite in maniera spontanea nella città, ma è stata persa un'occasione dal punto di vista politico.
Ad esempio, fino a qualche anno fa l'ossessione a Milano era il cambiamento delle periferie, ma ora non se ne parla più. Semplicemente sono diventati quartieri e di quell'ossessione è rimasto un proliferare di attività, mai messe in fila, tantomeno lette nei loro fallimenti.

Chi mette a sistema le sperimentazioni?
Non si ragiona sul lungo periodo, su una visione e messa a sistema delle esperienze che si fanno, così come manca una lettura generale di una serie di azioni sociali, di energie che si sono sprigionate e che rimangono, in ultima istanza, prive di effettivo ascolto.
Tutto questo accade in una città che ormai procede a due velocità. La città che va veloce è una città dove non c'è la crisi del mattone, ma un investimento inimmaginabile dall'esterno, che spinge non poche realtà sociali sempre più ai margini dell'area metropolitana. Su questo quasi nessuno ha mai fatto una riflessione, ossia su come viene a trasformarsi il territorio per chi lo abita.
C'è un leitmotiv che si impone a questo punto, la lentezza. Serve un invito a un po' di lentezza, a raccogliere quel che si è fatto fino a oggi, ma anche a lavorare di più insieme. Altrimenti molte risorse che si sprigionano faticano a essere messe a sistema in una dinamica di squadra e così diventano più deboli, fino a perdersi.
Forse è il momento di tornare a confrontarci con chi sta nei territori. Io lavoro con un mondo che gestisce centinaia di alloggi e bisognerebbe fare molte più riunioni con i portinai per sapere come funziona il mondo dell'abitare oggi e come funzionano le relazioni nei territori.
Ci dimentichiamo che tra noi esperti e consulenti manca una rappresentanza di chi sul territorio ci sta, desidera, soffre... Certo è anche difficile lavorare come reti sociali nei territori, come è difficile tutti i giorni rincorrere un finanziamento, realizzare un progetto, ma è soprattutto difficile «parlare» con chi governa la città.
Quest'ultima è una barriera mostruosa. Permette sì una selezione, ma fa restare indietro risorse magari piccole, ma straordinarie. Pesa pericolosamente in questo la doppia velocità.

Ripartire dal lento confronto con chi i territori li abita
Cominciano a esserci operatori che hanno voglia di confrontarsi con il territorio. Molte realtà che si insediano in un territorio hanno interesse a conoscerlo e ad aprirvi «luoghi» altamente simbolici, ma per farlo hanno bisogno di una certa lentezza per fermarsi a conoscerlo.
Questa è una strada interessante perché quel che si costruisce non venga calato dall'alto in forme presuntuose, ammantate di tecnicalità, ma provi a confrontarsi e a dare la parola, in forme libere e semplici, a chi dovrà convivere in spazi e tempi nuovi.
Potrà così emergere un'idea di futuro dei territori che non ha niente a che fare con le nuove costruzioni che continuano a raccontare di spazi comuni, di spazi condivisi tra abitanti, mentre invece rimandano a forme vecchie di abitare, pur dipingendosi con colori accattivanti.
Che dire se non che le sale comuni di questi palazzi costituiscono una barriera tra l'interno e l'esterno, che dietro alla retorica immobiliare del nuovo abitare post-Covid troviamo pezzi di città chiusa in se stessi, che non dialogano con la città nel suo insieme, anzi entrano nel territorio come dei piloni che lo spezzano?
Dall'altra parte, ci sono nuove piccole sperimentazioni che, invece, vanno osservate e ascoltate perché possono portare nuova energia.


Si può pensare un territorio in comune?

Chiara Lainati

Come antropologa ho spesso lavorato sul micro, mentre adesso sono in una Fondazione, quindi con un osservatorio più vasto, dove vedo meglio le culture organizzative con i loro diversi linguaggi, di solito espressioni del terzo settore.
Riscontro molta frammentazione, accentuata dalla pandemia, con progettazioni sempre più emergenziali, prive di una visione di futuro entro cui muoversi. Colgo una forte autoreferenzialità, di conseguenza la possibilità di pensare un territorio in comune mi pare estranea al modello di pensiero di molte organizzazioni sociali e culturali.

Servono competenze di networking
Fa riflettere la retorica della partecipazione; è una questione di cui si è appropriato anche il Comune, senza mettere in campo un pensiero più ampio. In questo contesto, in cui il Comune capacita iniziative dal basso ma non mette a sistema la loro attivazione, si alimenta un'imponente frammentazione, dove non si afferra quale valore sociale il territorio produca. Il problema è quale cambiamento può e deve fare l'Ente locale e quale riposizionamento investe il Terzo settore.
Con il ritirarsi del welfare gli Enti locali non fanno più interventi diretti, quindi le competenze che devono sviluppare sono altre: quelle di networking e di messa a sistema. Nel momento in cui ci si interfaccia scatta spesso la polarizzazione e non si riesce ad attivare un confronto costruttivo. Così alla fine ci si cristallizza sulle proprie istanze. Non è solo responsabilità dell'Ente locale, ma anche degli altri soggetti. Ci si rende conto che mancano competenze.
Sarebbe interessante lavorare sulla comunicazione di quel che si fa sui territori, imparare a raccontare quello che succede da parte di chi vi promuove gli interventi. Non è solo questione di storytelling, ma di saper dire quali sono gli apprendimenti che si seminano sui territori. Questo diventa fondamentale per capire la direzione da intraprendere.
Si apre qui il problema della valutazione dei vari tipi di intervento. Una valutazione che non sia tecnicistica, capace di tradursi in un lavoro più comunitario. Interessa tanto al cittadino quanto all'ente che interviene, al Comune e agli altri stakeholder, sapere che cosa è successo sul territorio, se l'intervento ha avuto successo o meno e perché.

Sapremo trovare un linguaggio comune?
Rispetto alla domanda originaria, «che cosa vuol dire tornare sui territori?», per me è saper raccontare quel che si fa, ma con una trasversalità tra le culture organizzative e quindi con un impegno forte per riuscire a trovare un linguaggio comune. Altrimenti, il rischio è che da una parte rimanga il burocraticismo dell'Ente locale, dall'altra il tecnicismo del valutatore (che appena parla non si capisce quel che dice), e poi c'è la parrocchia che racconta dei poveri che sta aiutando e così via. Su questo punto servirebbe una riflessione.
È interessante infine il ruolo delle persone che sconfinano, sia nelle amministrazioni pubbliche sia nel Terzo settore, ma che poi nella maggior parte dei casi rimangono sole. Come negare che negli Enti locali c'è una lentezza tale che non permette di star dietro alle trasformazioni del territorio? A quel punto interviene la persona che dentro l'amministrazione esce dai gangli istituzionali per andare alla ricerca di alleanze con altri soggetti. Esponendosi alla solitudine nel tentare faticose ricomposizioni.


NOTE

1 Hanno partecipato e animato questa conversazione, tenutasi a Milano: Chiara Lainati e Federica Verona (associazione Tumb Tumb - Super II Festival delle periferie); Jacopo Lareno (Codici - Ricerca e Intervento), Bertram Niessen (associazione cheFare).



3.

Sconfinare nel «politico» per ricomporre le energie
L'allestimento di situazioni istituenti


Seconda parte


Conversazione con Chiara Lainati, Jacopo Lareno, Bertram Niessen, Federica Verona
a cura di Nicola Basile, Barbara Di Tommaso e Andrea Marchesi


Nella prima parte di questa conversazione siamo partiti affermando che il rapporto con il territorio dipende dagli sguardi, dalle culture, dalle biografie professionali (con tante culture che insistono sullo stesso territorio), per arrivare a ribadire che dobbiamo ripartire da ciò che c'è, che chiama e chiede di essere riconosciuto.

È stato interessante il «gioco» emerso nella conversazione: da una parte il territorio come prodotto di questi sguardi organizzativi disciplinari, dall'altra un territorio che c'è, indipendentemente dal nostro sguardo, che chiama, produce domande ma anche forme di risposta, di autorganizzazione dentro le fratture tra pratiche e politiche, tra tempi e ritmi, tra grandi processi di estrazione di valore e processi più micro.
Ascoltando chi c'è e agisce nei territori abbiamo poi riconosciuto un movimento di sconfinamento che espone a solitudini, ma insieme apre anche a ricomposizioni, mettendo al centro il superamento della frammentazione e delle autoreferenzialità.
Ci viene ora da chiederci se questo sconfinamento possa determinare inedite alleanze, prefigurando nuove infrastrutture sociali. E ci interroghiamo sulle condizioni che possono rendere possibile queste nuove coalizioni tra chi si trova in «mezzo», chi si muove spontaneamente dal basso e chi determina dall'alto le grandi trasformazioni dei territori. In fondo stiamo alludendo, ancora una volta, all'inevitabile dimensione politica dell'agire sociale nei territori.
Siamo sempre alla ricerca delle «situazioni istituenti», ma al tempo stesso dobbiamo riconoscere che tutto ciò che è micro non sta influenzando i processi che determinano tanto nella vita delle persone e dei territori. Forse lo sconfinamento di mandato dovrebbe essere pensato come un compito proprio per quelle organizzazioni che, nel micro, sono capaci di istituire cose nuove, stare vicino alle esigenze, alle possibilità, ai desideri, ma non sono in grado di «fare massa critica». Perché si tratta di uscire dalla logica del «piccolo è bello», che poi tanto vero non è, se il macro ti tiene così marginale, sta sopra e schiaccia le cose.
Forse sono le reti, non le singole associazioni o le singole cooperative che possono fare massa critica e spingere sulle istituzioni vicine al territorio, riprendendo un potere di assertività rispetto a contenuti basilari. Finora abbiamo sperimentato, ma ora tutto questo rischia di avere il fiato corto e alimentare le frammentazioni.
Ci sono moltissime esperienze nei territori, che però non riescono a cambiare i giochi di fondo. Quanto allora si tratta di sconfinare partendo dal piccolo e guardare a una scommessa politica nuova e diversa, che porti le realtà di base a muoversi su un piano più difficile ma cruciale?


L'impossibilità di politiche senza politica

Bertram Niessen

Siamo consapevoli delle fatiche, a volte delle contraddizioni, del fare politiche in assenza di politica. D'altra parte in tutti settori del «sociale» assumere un'ottica politica è sempre complicato per chi è chiamato a operare intercettando risorse in un contesto di frammentazione delle politiche territoriali e di indebolimento complessivo della prospettiva politica.
Ci sono città con una densa cultura politica, anche se da decenni sono attraversate da crisi pesanti, dove resistono strutture di relazione, modi di pensare la governance di un certo tipo. Ma la politica decade quando i driver locali sono di natura sostanzialmente economica. Non vuol dire che non ci sia politica, però ce n'è meno, dato che costruire politiche senza una politica che armonizzi è quasi impossibile. Non basta limitarsi alle premesse per fare in modo che il caos generativo, che emerge in un territorio ricco di risorse molteplici, si incammini verso qualche direzione.

Il paradigma dell'impatto è pervasivo
Effervescenza economica, tessiture relazionali, «felice» anarchia emergente e le cose vanno in una determinata direzione: vent'anni fa tutti noi avremmo fatto un altro lavoro e un numero significativo di persone che lavorano sui territori avrebbero fatto politica come prima cosa. Venuto meno un determinato tipo di contesto, oggi si pensa e si agisce ancora con le mani in pasta nei territori ma, purtroppo, senza le spalle coperte da una qualche struttura.
Sui territori oggi si parla in prevalenza di «quello che funziona» e ha «successo», al punto che si sta costruendo, sopra le teste del Terzo settore e degli operatori, un nuovo paradigma del rapporto tra sistemi di governance e territorio: il paradigma dell'«impatto», che diventa l'unico criterio che permette di intravedere e misurare le scelte che funzionano.
Di fatto si sta costruendo un nuovo linguaggio operativo tra settori che avevano ormai smesso di parlarsi. Quando si parla di impact driver, improvvisamente i mondi del real estate, della finanza, dell'economia, della politica e adesso anche del Terzo settore riescono a parlarsi. L'impact è un linguaggio che va oltre un sistema di valori e di pratiche. Tutti gli sviluppatori di real estate, i grandi fondi, guardano al discorso dell'impact e anche alla micro pratica di quartiere come a una possibile garanzia di tenuta dei territori dove si fanno investimenti di medio e lungo periodo. Dal punto di vista della speculazione, lo stesso impact del Terzo settore specificamente culturale viene visto per la sua rendita a lungo termine: rende poco ma è sicuro.
Emerge un grande rischio di appiattimento di sistema sulla logica di impatto, ma, allo stesso tempo - ragionando su che cosa si può fare - si intravedono opportunità su molti terreni di sperimentazione possibile. Ma come far esplodere le questioni critiche nel rapporto tra impact, real estate, territori e Terzo settore?

È tempo di una nuova fase della coprogettazione
Per fortuna gli studi su questi snodi iniziano a esserci e sono importanti anche per chi deve prendere decisioni politiche, in quanto delineano degli strumenti per ridare potere alle organizzazioni che lavorano ogni giorno sui territori, permettendo loro di rientrare in contatto con l'Amministrazione pubblica, con la politica, prima che con le politiche.
Tutto questo porta a cambiare i rapporti di forza. Ma per non appiattirsi sulle dimensioni di impatto, c'è bisogno di entrare in una nuova fase della coprogettazione tra soggetti del territorio e pubblica amministrazione, facendo spazio a sistemi di valutazione di impatto basati sulle motivazioni intrinseche degli attori in gioco a livello socio-culturale e sulle proprietà intrinseche emergenti delle attività. Non sono pochi, per fortuna, i territori dove finalmente si progetta in forma partecipata valorizzando le motivazioni intrinseche dell'operatore culturale, nate dentro il circuito del lavoro nel quartiere con i suoi saperi e la sua specifica cultura politica, non da qualcosa presso cui ti devi accreditare rincorrendolo. È un'operazione di sistema, ma anche concreta.
Poi ci sono i processi di «traduzione». La fatica di questa traduzione la si coglie mettendo intorno a un tavolo cinque dirigenti di una pubblica amministrazione di settori diversi e facendo il mediatore linguistico culturale. È molto difficile, perché ci sono resistenze organizzative poderose, però si può fare. Certo costruirsi le competenze di traduttore chiede molta esperienza e uno sguardo interdisciplinare che vada dalle questioni giuridiche alla comprensione delle pratiche in atto.

Il rischio di polarizzazione tra lentezza e velocità
In ogni caso si intravedono dicotomie da cui provare a uscire.
Una è la polarizzazione fra lentezza e velocità. Siccome viviamo in un'accelerazione costante, siamo tutti ossessionati dalla necessità di un ritorno alla lentezza perché abbiamo bisogno di spazio e tempo per studiare, per stare nei luoghi del territorio. A ben vedere, la lentezza è dimensione fenomenologica irrinunciabile per interiorizzare, dentro di noi anzitutto, il come possiamo stare nello spazio.
D'altra parte viviamo un'accelerazione costante e quindi, per provare a incidere in alcuni processi, non si può non cercare di seguirne la velocità espansiva. Basti pensare alla cementificazione del territorio. Operare in alcuni contesti vuol dire cercare di seguire e, in fondo, anticipare alcuni ritmi. C'è quindi bisogno di sviluppare nuovi sensi del tempo, nuovi modi per armonizzare processi che hanno bisogno di radicarsi nello spazio e nel tempo dei luoghi.
C'è poi un problema di risorse: ci si può permettere di essere molto lenti o molto veloci se si hanno le risorse per farlo. Entrambe le scelte costano molto. Tutto questo deve diventare una rivendicazione di metodo, di costruzione di politiche e di interlocuzione con chi eroga risorse.


È tempo di fare politica, non politiche

Jacopo Lareno

I sistemi di valutazione sono tanti e variabili e forse bisogna disarticolare cosa significa «impatto». Per esempio, ci sono metodi che lavorano sui cambiamenti di vita che i progetti producono nelle persone al di là degli impatti preventivati, fino a rendersi conto che a volte l'eterogenesi degli obiettivi di progetto fa del bene alla società. Da questo punto di vista, la valutazione è tanto un traduttore quanto un pericolo, ed è una questione sulla quale evitare uno scontro dogmatico fra approcci e discipline.
È importante pertanto una riconnessione tra i tempi su cui si misurano da una parte le trasformazioni urbanistiche, l'economia legata all'urbanistica, il mondo della finanza immobiliare, dall>altra le dinamiche relazionali, culturali e politiche dei territori. È una condizione sine qua non per ritornare ai territori su cui anche il pubblico deve ricominciare a ragionare, anche per mettere mano al nodo, sparito dall'agenda pubblica, della rendita urbana.

Troppe barriere impediscono a tanti di aspirare
D'altra parte, come operatori sociali, per anni abbiamo rimesso l'accento sui desideri e sulle aspirazioni delle persone, ma spesso lo abbiamo fatto senza interrogarci sulle «barriere» di accesso al mondo delle aspirazioni, rischiando così di negare la condizione di bisogno. In altre parole, per tornare ai territori, dobbiamo riuscire a riconnetterci alle tematiche del desiderio e del bisogno che abbiamo disconnesso anche come «classe cognitiva» di professionisti che quel bisogno non lo vivono sulla propria pelle.
Come non sottolineare che abbiamo operato nella continua spinta, dentro l'accelerazione, alla sperimentazione innovativa per se stessa, sorvolando sui bisogni sociali emergenti dei territori?
Si fanno interventi territoriali sull'educativa in alcune periferie urbane per costruire dei laboratori creativi, ma le scuole hanno cominciato a ribellarsi dicendo che non riescono neppure a parlare con gli studenti neo arrivati. Non si può negare il bisogno mentre ci si butta nella sperimentalità. Si può sperimentare su come apprendere la lingua, ma intanto bisogna investire sul fatto che continuano ad arrivare giovani che non sanno l'italiano, anche se sono nati in Italia. Questo non lo si può più relegare nella cosiddetta sperimentalità.
Manca un ragionamento sulle condizioni per poi costruire tutto il resto. Parliamo del resto, ma dimentichiamo il terreno su cui camminiamo. Questo fa paura. A noi piace volare alto, ma bisogna mantenere la tensione dentro la ricomposizione delle fratture reali.

Trasformare in discorso pubblico gli elementi duri del territorio
Qui va ritrovato il senso stesso di una politica del territorio. I territori sono stupendi quando riescono a fare politica più che politiche, quando pertanto riescono a far riemergere e trasformare in discorso pubblico bisogni e desideri profondi.
Dobbiamo quindi chiederci come stiamo aiutando i territori a trasformare in discorso pubblico gli elementi duri che esistono ma non sono visti, quei fenomeni sociali che si danno dentro precisi spazi limitati territorialmente. Domandarci come dare voce a questi elementi duri è una questione cruciale, a tratti drammatica: ci viene chiesto di costruire piani di advocacy che escano dalla sperimentalità.
D'altra parte dobbiamo riconoscere tutti quegli elementi che vengono semplicemente «negati» da qualche modello progettuale astratto entro il quale gli stessi operatori pensano e agiscono.
Il crescere nella città, ad esempio, è un aspetto negato. Le politiche metropolitane guardano alla classe media creativa sui 30-35 anni, mentre la scolarizzazione e le forme di apprendimento sociale e culturale non sono minimamente governate. E così spariscono i fondi dedicati all'educativa di strada, mentre ricompaiono le bande giovanili, torna l'eroina, riemergono antichi rimossi.
Un'altra questione negata riguarda l'abitare. L'espulsione abitativa ci chiede di capire come riagganciare la rendita al territorio, come ridistribuirla, come uscire dal paradigma proprietario.
Pensiamo a quanto Airbnb sia stato poco messo a fuoco dalle politiche urbane, soprattutto nelle città dove si assiste a un poderoso social washing, mentre la capacità regolativa delle politiche è scomparsa. Certi panorami umani sono ormai espulsi dai territori, messi ai margini in modo sistemico dalla città.
Infine quella che chiamiamo «città porto», che riguarda il saper accogliere delle città. A Milano in vent'anni si è passati dall'8% di popolazione di cittadinanza straniera a oltre il 20%. Questo è avvenuto senza modificare i servizi pubblici di base: dalle poste ai sistemi delle rimesse. C'è una città nella città totalmente negata.

La catena mancante è la politica nei territori
La catena mancante è il pubblico e dentro c'è la politica, come strumento ricompositivo pubblico. Facciamo fatica a orientare le politiche di fronte a una dimensione pubblica ormai depotenziata e disabilitata.
La soluzione però non è togliere il pubblico, ma riformarlo. La fantasia che solo dal basso si potesse costruire qualcosa di interessante, oggi non convince.
C'è bisogno di una riforma radicale di quel sistema, non di de-potenziarlo. Compresi tutti i presidi territoriali del pubblico: dalla scuola ai servizi socio-assistenziali sul territorio che non riescono ad avere un ruolo decisivo nella vita delle persone. Purtroppo oggi il pubblico sembra una grande catena di scaricabarile. Di fronte a situazioni estreme, come i bambini arabofoni che non vanno a scuola, le assistenti sociali dichiarano di trattare solo «accessi spontanei» e rimandano alla polizia locale.
Oggi la polizia locale è il soggetto che tratta maggiormente le questioni di grave bisogno sociale. È incredibile come non si riesca a farne una questione di advocacy politica. Ci sono anche soggetti del Terzo settore che frenano. Un certo Terzo settore ha perso la sua mission specifica ed è diventato un fornitore di servizi di stampella al pubblico. Ripartire dalla durezza dei territori forse aiuta a fare spinta politica, a far emergere domande.
Dato che la frattura forte è proprio con l'istituzione, è decisivo capire da dove nascono i «processi istituenti» e come si possono portare dentro le istituzioni. Forse sarebbe un modo per obbligare la politica a tornare a concentrarsi su alcune questioni. Come la competizione tra soggetti per accaparrarsi le risorse, che è alla base di tanta frammentazione. Quello istituzionale è un poderoso problema per il Terzo settore, che rischia di implodere se non si dà avvio a nuovi processi che riescano a «nutrire» anche le istituzioni.


I territori come scena politica in costruzione

Federica Verona

Il nodo centrale è l'assenza della politica. Non ci sono più corpi intermedi, manca la voglia di fare politica. La politica si fa per slogan. Quello che si fa nella città deve essere accattivante, figo, vendibile. Di quello che rimane nel tempo di questi progetti non si rende conto.
I servizi sociali sono preistoria rispetto ai bisogni di oggi e non solo dal punto di vista abitativo. Buona parte di chi oggi abita le case popolari progettate per lavoratori di cinquant'anni fa svolge ormai lavori completamente diversi e ha bisogno di case diverse.
Pensiamo a quel che è emerso nei lockdown con molte persone costrette in case piccole, senza strumenti per lavorare o fare la DAD. Oppure pensiamo a come siano spiazzati i servizi di fronte alle povertà, non solo rispetto agli stranieri, ma a chi vive in strada o sta tornando a vivere in strada perché ha perso il lavoro in nero, ha perso la casa e quel poco che aveva e ora attende tragicamente le fine dell'ultimo sussidio.

La chiamata a raccolta delle reti sociali, culturali, imprenditive
La situazione chiede di ricominciare a far politica orientandoci con i nostri saperi, le nostre competenze e la fortuna di poterci misurare con temi molto alti. Non basta se non ricominciamo a stare sui territori, non solo raccontando per aprirci a nuove narrazioni del vivere sociale, ma anche animando assemblee partecipate, facendo ciò che non facciamo da tempo: chiamare a raccolta le energie attive o latenti di un territorio con le sue reti sociali, culturali, imprenditive.
E così, da più parti e dal basso, si possono cambiare le regole, risignificare spazi e tempi del convivere e intraprendere, al punto che paradossalmente fa più politica una piccola associazione di quartiere che il governo di una città o di quartiere.
Ma in che modo riportare quella forza dentro i tempi lentissimi di un'amministrazione che «salva» i progetti grazie a dei singoli che al suo interno hanno la forza di risignificare le regole? I patti di collaborazione dimostrano che si possono togliere le regole inutili per fare qualcosa di sensato. Dimostrano che si può deregolarizzare: si può vivere senza occupazione di suolo, facendo un evento pubblico per tutti, senza compilare fogli. Questo è dirimente se si vuole cambiare e se si vuole tornare ai bisogni reali e ai desideri di chi abita in un paese reale, che esiste e che c'è.

L'energia politica delle realtà che sconfinano
Ma come formarsi insieme alle Amministrazioni raccontando che ci sono esperienze possibili? Certo ci si può scontrare col funzionario di turno, ma è anche vero che, se ci si accompagna lungo il cammino grazie a un patto di collaborazione, spesso si torna sui propri passi per iniziare a collaborare. Non è vero che non si possono cambiare le cose, ci vuole però una forza più prorompente, ben oltre il posizionamento di molta politica odierna, sfidati più di ieri a cambiare il sistema della cura territoriale.
La forza politica di realtà che sconfinano, per connettersi e convergere in modo collaborativo, dunque politico, sui problemi e sulle opportunità locali va riconosciuta e valorizzata. Può diventare rivoluzionaria. I volontari che fanno i tamponi agli homeless forzano un processo che tiene fuori una parte di città che non vota, però c'è e potrebbe essere recuperata e, in certi casi, inclusa nel mondo del lavoro. Non tutti i barboni lo sono per scelta. È gente uscita troppo in fretta dal sistema e dalla società. La risposta a un bisogno nei quartieri, spesso, viene dal basso, dai cittadini. C'è ad esempio chi risistema computer e li porta nelle case popolari. Iniziativa nata dentro le reti sociali da una capacità e dal forzare le cose. Senza logiche di posizionamento.


Lo sconfinamento in nome di ciò che sta emergendo

Chiara Lainati

Il ritorno ai bisogni si lega alla retorica della partecipazione. Se lasciamo i «desiderata» in mano a incontri casuali, come quelli di mercato di cui si parlava, dove chi può partecipare partecipa, si corre il rischio di non percepire altri bisogni che restano nascosti, anche perché le persone non sono in grado di verbalizzare. Questo succede a chi ha meno parola.
Torno sulle possibili leve dello sconfinamento. «Prendo e faccio» sembra essere l'unica risorsa rimasta. Mi sembra interessante il fenomeno milanese delle «Brigate dell'emergenza» che, al di là del linguaggio, sono riuscite a intercettare i bisogni di cui non si parlava e sono riuscite a collaborare con Emergency e con ARCI. Nonostante l’autoreferenzialità e le culture organizzative ben diverse, sono riuscite a trovare delle modalità di sconfinamento di fronte all'emergenza. Sarà interessante vedere come questa impensabile convergenza si evolverà. Anche il linguaggio rivendicativo ci deve essere, altrimenti la tutela dei diritti sociali non verrà ascoltata.
Nonostante le regole ci abbiano scoraggiato, ostacolando intuizioni e acquisizioni, il patto di collaborazione ha attecchito da più di due anni. E ora si comincia a rivalutare gli spazi a terra delle case popolari, che avevamo visto tristemente vuote, con il riscaldamento acceso.
Non poche volte lo sconfinamento parte da un'esperienza singola di un'organizzazione o di una persona in un'organizzazione che con determinazione porta avanti un'idea e un'azione. Il rischio è che diventi una regola. È da capire da vicino come lo sconfinamento possa portare innovazione nel ricomporre e valorizzare le risorse che ci sono già. Si tratta di ripartire da quel che sta succedendo adesso, chiedendosi come mantenere vivo un tessuto sociale più povero, almeno sulla parte economica ma carico di potenzialità politiche che chiedono di essere raccolte.

Gli interlocutori

- Nicola Basile è esperto in interventi di sviluppo dì comunità e welfare locale
- Barbara Dì Tommaso, formatrice e consulente, è esperta di progettazione sociale
- Chiara Lainati, antropologa, è socia fondatrice di Super il festival delle periferie di Milano
- Jacopo Lareno Faccini, urbanista, consulente nelle politiche territoriali, è socio di Codici Ricerca e Intervento di Milano
- Andrea Marchesi, pedagogista, è presidente della cooperativa Libera Compagnia di Arti & Mestieri Sociali di San Donato M.se
- Bertram Messeti, sociologo, è direttore scientifico di cheFare!, agenzia che si occupa di come la cultura trasforma la città
- Federica Verona, architetta urbanista, è socia fondatrice di Super il festival delle periferie


(FONTE: Animazione sociale 348 - 7/2021, pp. 72-96)