L’arte della collaborazione

Editoriale

Un bel segno di sinodalità sociale e civile

Rossano Sala


(NPG 2021-08-2)


Una lunga e ricca tradizione

Sul finire dell’800, con uno scatto d’orgoglio e di impegno, la Chiesa rinnovò la sua presenza e la sua azione nella società civile. Di fatto riconobbe una volta per tutte che il suo corpo non coincide con il mondo né lo assorbe, ma che per disposizione del Signore è chiamata a collaborare per la promozione dell’umano a tutto tondo: la sua vita e la sua missione sono per tutto l’uomo e per tutti gli uomini, nessuno escluso. Non esiste e nemmeno si affatica per la propria sussistenza: è per Dio e per gli uomini, lo è da sempre e lo sarà per sempre, perché si tratta della sua identità intrinsecamente missionaria. Queste sono le sue bussole, che vanno sempre insieme: non si può essere per Dio ed essere contro gli uomini, e viceversa… se si è davvero al servizio dell’uomo, non si può che stare dalla parte di Dio.
Il 15 maggio 1891 veniva pubblicata l’enciclica Rerum novarum, che trattava delle “cose nuove” di quel tempo. Per Leone XIII la cosa veramente nuova era la questione operaia, cuore della rivoluzione sociale di quell’epoca. Da allora, con costanza e determinazione, si è sviluppata la “Dottrina sociale della Chiesa”, che negli ultimi anni è stata arricchita da documenti importanti: pensiamo solo a Caritas in veritate (2009) di Benedetto XVI, e a Laudato si’ (2015) e Fratelli tutti (2020) di Francesco. La prima sul mondo economico e finanziario, la seconda sulla crisi ecologica, la terza sulla questione della fraternità universale e l’amicizia sociale.
È chiaro che la pastorale giovanile, in quanto parte viva e punta di diamante della pastorale della Chiesa, non si può limitare a un lavoro intra ecclesiale di animazione spirituale. Certamente è cosa necessaria ma in sé insufficiente. Sarebbe utile, ma sarebbe troppo poco. Siamo naturalmente in uscita e non viviamo per noi stessi, per la nostra autoedificazione. Una pastorale che si rivolge a se stessa è destinata al fallimento prima ancora di incominciare. In verità siamo nel mondo e siamo a servizio del mondo, allo stesso modo in cui siamo in mezzo ai giovani e ci impegniamo perché essi diventino discepoli e apostoli del Signore. Cerchiamo di fecondare l’universo con la grazia che ci è stata donata e partecipiamo all’azione creativa offrendo il nostro contributo senza distinzione di sorta. Dirci “cattolici” e pensare e agire diversamente non può che essere un tradimento della nostra identità.

Una verifica della nostra qualità relazionale

Per arrivare all’oggi ripartiamo ancora dalle indicazioni sinodali, soprattutto quelle legate al nostro modo di vivere e lavorare insieme. Perché la “cosa nuova” di questi ultimi tempi è senz’altro la “sinodalità”. Sappiamo che la Chiesa universale ha aperto, il 9 e 10 ottobre scorso, un laborioso cammino sinodale che ci impegnerà per i prossimi anni. A tema c’è proprio la “sinodalità”, che ci chiede prima di tutto di esaminare la nostra capacità relazionale.
A una prima e sommaria lettura emerge, dal Documento preparatorio per la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (pubblicato nel mese di settembre del 2021), un pressante invito a verificare la qualità relazionale della Chiesa, sia nei suoi dinamismi interni che nelle sue dinamiche esterne. Se guardiamo con attenzione ai “dieci nuclei tematici da approfondire” (cfr. l’importante numero 30 del documento in oggetto), vediamo che l’insieme va a toccare le tante sfaccettature della koinonia evangelica all’interno della Chiesa, e allo stesso tempo invita a ripensare il nostro modo di relazionarci a coloro che stanno istituzionalmente al di fuori della compagine ecclesiale.
Sul primo punto, dobbiamo essere davvero onesti: non sempre siamo all’altezza della comunione che ci ha generato. Tra di noi ci sono ancora troppa competizione e protagonismo. Facciamo fatica a rallegrarci dei successi di coloro che ci stanno vicini e condividono con noi la medesima chiamata alla santità. Il famoso adagio di san Paolo, che invita i discepoli del Signore a gareggiare nello stimarsi a vicenda, resta talvolta una lettera piuttosto morta. Tanti giovani si affacciano ai nostri ambienti con disponibilità a farne parte, ma presto li abbandonano con tristezza per via di un clima relazionale troppe volte freddo, burocratico e utilitaristico.
Questo vale anche per il secondo punto, cioè il nostro essere popolo di Dio che cammina insieme all’intera famiglia umana. Anche qui talora riscontriamo cose che non vanno: ci sentiamo volentieri i primi della classe, e per questo vogliamo essere capofila di tante cose; facciamo fatica a collaborare con umiltà, e quindi facilmente ci tiriamo fuori quando non siamo al centro dell’attenzione; ci viene molto naturale parlare e insegnare, ma siamo poco avvezzi ad ascoltare e imparare; la logica dello scambio dei doni, dove il dare e il ricevere dovrebbero essere la regola vincolante e pacificante, non sempre ci trova attenti e ben disposti.

Imparare a lavorare in rete

Così, per andare ora nel campo della pastorale dei giovani, è bene ricordare che una delle richieste emerse dal cammino sinodale che abbiamo vissuto insieme con i giovani è quella di “fare rete”. Il n. 204 dell’Instrumentum laboris del Sinodo sui giovani appare più che mai attuale: raccogliendo tante istanze di criticità degli addetti ai lavori, chiedeva un allargamento di orizzonti verso una maggiore condivisione, collaborazione e corresponsabilità nei confronti di coloro che vivono e operano nella società civile. Conviene rileggerlo per intero, perché contiene elementi utili per pensare:

La Chiesa è chiamata ad entrare decisamente in relazione con tutti coloro che hanno la responsabilità dell’educazione dei giovani in ambito civile e sociale. L’attuale sensibilità verso l’emergenza educativa in atto è patrimonio comune della Chiesa e della società civile e chiede unità di intenti per ricreare un’alleanza nel mondo degli adulti. “Fare rete” è uno dei punti qualificanti da sviluppare nel terzo millennio. In un mondo in cui la Chiesa prende sempre più coscienza di non essere l’unico soggetto agente della società, ma riconosce di essere una “minoranza qualificata”, diventa necessario imparare l’arte della collaborazione e la capacità di tessere relazioni in vista di un progetto comune. Lungi dal pensare che entrare in dialogo con diversi organismi sociali e civili significhi la perdita della propria identità, alcune Conferenze Episcopali affermano che la capacità di unire risorse e progettare insieme con altri cammini di rinnovamento aiuta tutta la Chiesa ad assumere un autentico dinamismo “in uscita”.

In questo prezioso testo ci sono molti passaggi e sfumature che devono attirare la nostra attenzione.
Prima di tutto il fatto che si educa solo insieme… e tutti, volenti o nolenti, costituiamo la “società educante”. Non si può pensare di educare senza la società o, peggio ancora, contro la società. Ciò non toglie che talvolta possiamo e dobbiamo essere una voce critica rispetto ad alcune istanze sociali e civili che vanno contro il Vangelo. Ma è evidente che la logica dell’alleanza educativa è sempre necessaria e prioritaria.
Secondo: l’emergenza educativa ci apre tante porte verso la potenziale collaborazione con molti soggetti civili e sociali, che manifestano interesse verso le risorse del cristianesimo in vista dell’educazione della gioventù. Abbiamo un patrimonio di idee e di pratiche formidabile e invidiabile, che si è dispiegato lungo secoli e che è stato altamente fecondo. E tanti lo riconoscono, chiedendoci di condividerlo con generosità.
Terzo: se “sinodalità” è il nome ecclesiale del rinnovamento, dal punto di vista civile si tratta di imparare a “fare rete”, riconoscendo con gioia che siamo chiamati a dare il nostro contributo coinvolgendoci insieme ad altri che trasversalmente condividono alcune delle nostre preoccupazioni, pur non essendo in tutto e per tutto “dei nostri”. Non è facile prendere coscienza che non siamo l’unico soggetto né il soggetto dominante nel mondo, e questa presa di coscienza potrebbe essere traumatica. Ma credo che sia una buona umiliazione, se ci aiuta a divenire un poco più umili.
Quarto: il nostro essere “minoranza” non significa sentirsi “minorità”. Il fatto di essere – per dono gratuito e non certo per meriti acquisiti – discepoli del Signore ci offre la possibilità di essere luce, sale e lievito della società in cui viviamo. Queste tre immagini dicono bene la nostra identità vocazionale, che è discreta, feconda e generosa: la luce non illumina se stessa, ma è al servizio della visibilità delle cose; il sale sparisce nella pietanza, donandole però gusto e sapore; il lievito scompare nella massa, facendola fermentare.
Quinto: mettersi in gioco nel mondo e per il mondo non è perdita di identità cristiana, ma ne è invece la sua piena affermazione e il suo radicale inveramento! Perché se il cristiano e la Chiesa diventano se stessi proprio nel momento in cui escono da loro stessi, è esattamente così che diventano maggiormente somiglianti al Dio che li ha generati, il quale è se stesso esattamente attraverso il dono di sé e mai altrimenti.

Un decisivo banco di prova

E così arriviamo ai rivolgimenti di questo nostro tempo. Si sta compiendo in Italia la cosiddetta “riforma del terzo settore”, cioè di quella parte della vita sociale che non è appannaggio dello Stato e nemmeno è proprietà dei Privati, ma che sta nel mezzo facendo un po’ da ponte e da collante per l’intera società. È uno spazio aperto al protagonismo, dove le dinamiche della generosità sociale si esprimono al meglio attraverso il volontariato di ogni genere, il servizio ai più piccoli e ai più emarginati. Pensiamo solo al “servizio civile” dei giovani e a tante altre iniziative che sostengono il benessere di una società che vuole essere fraterna e solidale. Un terreno su cui la Chiesa da sempre è presente e dove svolge tuttora un ruolo di primo piano.
Qui si gioca una partita importante per la pastorale dei giovani, oltre che per la Chiesa stessa. È un “banco di prova” della nostra qualità relazionale e collaborativa. È uno spazio di creatività dove poter esprimere la nostra capacità di coinvolgimento e di corresponsabilità. È uno spazio di carità da cui non possiamo mai sottrarci. È “un modo” di essere nel mondo che ci fa essere samaritani “in modi” sempre antichi e sempre nuovi.
La Chiesa esprime se stessa attraverso la liturgia, la koinonia, il kerygma e la diakonia. Sono le quattro grandi manifestazioni della sua vita, un quadrifoglio che ne afferma la missione: la celebrazione, la comunione, l’annuncio e il servizio. Quest’ultimo aspetto è, in un certo senso, la cartina al tornasole degli altri tre. Qui la compassione, la vicinanza e la tenerezza che celebriamo, annunciamo e viviamo si esprimono concretamente verso tutti. In tal modo con chiarezza si afferma non solo lo stile amorevole di Dio, ma la sua stessa identità.
Siamo chiamati ad aprire gli occhi verso una riforma che, in modo sinora inedito, riconosce il valore civile (di costruzione della cittadinanza), sociale (di coesione e integrazione dei più deboli) ed economico (dalla riduzione dei costi per il servizio pubblico alla produzione di ricchezza e valore aggiunto) dell’azione “secolare” della Chiesa tutta nelle sue molteplici e creative iniziative assistenziali ed educative, culturali e sociali.
Questa riforma, di cui il Dossier che segue cerca di cogliere il metodo, lo spirito e la lettera, è per noi una buona occasione da non perdere per mostrare quanto siamo in grado di entrare in dialogo con tutti coloro che nutrono attenzione verso i più piccoli, i più poveri e i più indifesi, facendo davvero squadra con quanti sono mossi dall’amore e dalla dedizione verso tutti.

Un invito a essere trasgressivi

Riprendo, per concludere e rilanciare, alcune parole dell’Angelus del 14 febbraio 2021, nel quale papa Francesco commentava l’incontro tra Gesù e un uomo malato di lebbra (Mc 1,40-45): il Signore

si lascia avvicinare da quell’uomo, si commuove, addirittura stende la mano e lo tocca. Questo è impensabile in quel tempo. Così, Egli realizza la Buona Notizia che annuncia: Dio si è fatto vicino alla nostra vita, ha compassione per le sorti dell’umanità ferita e viene ad abbattere ogni barriera che ci impedisce di vivere la relazione con Lui, con gli altri e con noi stessi. Si è fatto vicino… Vicinanza. Ricordatevi bene questa parola, vicinanza. Compassione: il Vangelo dice che Gesù vedendo il lebbroso, ne ebbe compassione. E tenerezza. Tre parole che indicano lo stile di Dio: vicinanza, compassione, tenerezza. In questo episodio possiamo vedere due “trasgressioni” che si incontrano: la trasgressione del lebbroso che si avvicina a Gesù – e non poteva farlo –, e Gesù che, mosso a compassione, lo tocca con tenerezza per guarirlo – e non poteva farlo. Ambedue sono dei trasgressori. Sono due trasgressioni.

Tanti lebbrosi del nostro tempo – giovani e meno giovani – si avvicinano a noi, bussano alla nostra porta spinti dalle più svariate necessità. Sanno di essere inopportuni e anche impertinenti, sono coscienti di disturbare la nostra tranquillità. Trasgrediscono perché entrano nel nostro spazio vitale. Ma noi saremo capaci di trasgredire, uscendo dalla nostra “zona di confort” per andare incontro a loro come ha fatto Gesù, senza la paura di contaminarci… e prendendoli per mano con amore?
Bisogna trasgredire, ma nella giusta direzione. Abbiamo di nuovo bisogno, un po’ tutti, del coraggio di trasgredire secondo i poveri e secondo Dio. Usciamo dalle nostre convenzioni troppo clericali che ci impongono di stare a distanza di sicurezza dal popolo, e abbandoniamo un certo galateo burocratico che ci spinge a non sporcarci le mani in questo mondo:

Chiediamo invece al Signore la grazia di vivere queste due “trasgressioni” del Vangelo di oggi. Quella del lebbroso, perché abbiamo il coraggio di uscire dal nostro isolamento e, invece di restare lì a commiserarci o a piangere i nostri fallimenti, le lamentele, e invece di questo andiamo da Gesù così come siamo: “Signore io sono così”. Sentiremo quell’abbraccio, quell’abbraccio di Gesù tanto bello. E poi la trasgressione di Gesù: un amore che fa andare oltre le convenzioni, che fa superare i pregiudizi e la paura di mescolarci con la vita dell’altro. Impariamo a essere “trasgressori” come questi due: come il lebbroso e come Gesù.