Indizi di una Chiesa

che verrà

Paola Bignardi

1. Introduzione

Al termine della lettura dei diversi contributi che hanno narrato e commentato le esperienze di vita comune da qualche anno avviate in alcune diocesi della Lombardia, [1] vorrei esplicitare il filo dei miei pensieri e condividere il processo attivato da tale lettura, quasi un percorso ideale dall'origine di questa esperienza agli scenari che attraverso di essa si aprono, passando attraverso tre tappe che sintetizzo in questo modo:
1. Vi è una Chiesa che mette in crisi i giovani e che i giovani mettono in crisi
2. Vita comune come tentativo di "una comunità cristiana a modo mio"
3. Vita comune come laboratorio di una Chiesa che verrà.

2. La Chiesa che mette in crisi i giovani

La Chiesa oggi costituisce un ostacolo per l'esperienza religiosa della maggior parte dei giovani. Negli ultimi anni ci si è abituati a sentir parlare della loro incredulità. Cito solo tre titoli: La prima generazione incredula; Piccoli atei crescono; Gente di poca fede (Matteo, 2010; Garelli, 2016; 2020, l'ultimo volume riguarda non solo i giovani, ma gli italiani in generale) . Sembra che per parlare del mondo religioso dei giovani la categoria dell'incredulità sia più interessante di quella della loro ricerca di fede.
E poi si parla di giovani quasi che il loro fosse un mondo omogeneo. Un tempo, forse! Nella stagione della cristianità, i giovani erano credenti; ora, nella stagione secolare e post- secolare, sono diventati increduli. Ma se un tempo era plausibile immaginare una certa uniformità dovuta al clima culturale del passato, ora è la frammentazione a prevalere. Non si può parlare di mondo giovanile, ma di mondi, culture, sensibilità molto diverse, omogenei ormai quasi solo anagraficamente.
La dimensione religiosa non sfugge al pluralismo. Ai giovani credenti del passato si sono sostituiti oggi giovani che hanno modi molto diversi di credere e ragioni molto diverse per non credere. L'uno e l'altro, dentro un processo di personalizzazione dell'esperienza religiosa: e sarà pure frutto del soggettivismo imperante, ma non si può non cogliere il valore umano, formativo e spirituale della decisione di riportare entro la propria coscienza le scelte costitutive della propria personalità su aspetti così importanti come quelli che riguardano la visione della vita.
Nella galassia anch'essa pluriforme dei giovani che non frequentano più la messa della domenica o rifiutano i sacramenti vi è quella di chi è arrabbiato con la Chiesa: si è allontanato da una fede praticata perché si è allontanato dalla Chiesa. La lontananza non sempre esprime il rifiuto dell'idea di Dio, ma un certo modo di pensare Dio e la vita fedele a Lui.
Una certa parte della Chiesa ha la consapevolezza di questa posizione dei giovani, se nella Christus vivit si legge: «Al Sinodo si è riconosciuto che un numero consistente di giovani, per le ragioni più diverse, non chiedono nulla alla Chiesa perché non la ritengono significativa per la loro esistenza. Alcuni, anzi, chiedono espressamente di essere lasciati in pace, poiché sentono la sua presenza come fastidiosa e perfino irritante» (2019, n. 40).
In una delle molte testimonianze raccolte dall'Osservatorio Giovani dell'Istituto Toniolo in questi anni si legge: «Non credo nella istituzione della Chiesa, credo che ci sia un Dio, ma che non sia il Dio che mi dicono loro. Non credo nel loro Dio, ma credo nel mio». Un'altra giovane afferma: «Se il Papa dice che è sbagliata una certa cosa, non è che io l'accetto punto. Ne parlo, ne discuto, cerco di capirlo, poi chiaro che mi fido del suo giudizio. Ma questo non vuol dire che non abbia dubbi, o che non ne parli, o non cerchi di approfondire la questione». Due posizioni tipiche: una di netto rifiuto che genera un allontanamento, ma anche l'atteggiamento critico di chi rimane, senza dare nulla per scontato.
Per capire tutto il valore dell'esperienza della vita comune vale la pena soffermarsi, pur brevemente, a considerare ciò che i giovani rifiutano della Chiesa, così come essa oggi si propone loro.
Qualche giovane afferma: «Che cosa c'entra la Chiesa con il mio rapporto con Dio?». Obiezione radicale e di principio, che esprime la contestazione della pretesa della Chiesa di frapporsi tra l'uomo e Dio in quel dialogo intimo e delicato che avviene nella profondità della coscienza e di cui i giovani sono molto gelosi. Forse non sarebbero altrettanto radicali se non fossero infastiditi da uno stile che ritengono arrogante, assertivo, non disponibile al dialogo, uno stile fortemente in contrasto con il desiderio di dare alla propria vita e al proprio pensiero un'impronta personale e originale.
Il modo di vivere la fede che la Chiesa propone è lontano dal sentire dei giovani su Dio. La dimensione dottrinale e veritativa si impone su altre dimensioni, ma questo non concorda con la sensibilità religiosa dei giovani che guardano a Dio come ad una presenza calda e vicina. Non a caso, nell'indagine confluita nel volume Dio a modo mio (Bichi - Bignardi, a cura di, 2015) essi dichiarano che il "bello di credere" è costituito principalmente dal fatto che chi crede non è mai solo, ha sempre qualcuno che si prende cura di lui e non lo abbandona mai. Dio è una "persona" misteriosa con cui essere in relazione, non una verità astratta. Credere astrattamente in Dio è una convinzione che nulla cambia nella propria esistenza; ciò che cambia la vita, dandole calore e compagnia, è la relazione. È soprattutto questo che i giovani cercano: un Dio che stabilisce un rapporto con loro è il Dio nel quale sono disposti a credere, anche oggi.
Ciò che i giovani cercano in tutte le dimensioni della vita ha a che fare con le emozioni, dentro una corrente calda di sentimenti di cui il contesto di oggi li priva, comunicando loro una sensazione di solitudine dolorosa. La ricerca di relazioni caratterizza oggi la maggior parte dei giovani, non solo nel rapporto con Dio, ma soprattutto nel rapporto con la comunità cristiana. Se alla Chiesa essi rimproverano l'astrattezza della dottrina, alla comunità cristiana rimproverano l'anonimato, il carattere impersonale delle sue iniziative, la freddezza delle relazioni. La comunità cristiana è un contesto dove non è bello stare, soprattutto nelle celebrazioni della messa, percepita come un rito freddo e al limite dell'incomprensibile.
La proposta formativa della comunità cristiana non riesce a intercettare la domanda di vita dei giovani: l'insistenza su una dimensione sacrificale così estranea alla cultura di oggi, un'impostazione morale i cui aspetti normativi, quasi sempre giocati sul "non devi..." non riescono a mostrare il valore delle norme: anche questo costituisce un grave ostacolo all'accettazione della Chiesa. Anche l'atteggiamento della Chiesa verso il mondo e i caratteri con cui oggi essa si presenta costituiscono un ostacolo per i giovani che hanno voglia di vivere e di sentirsi persone di oggi [2].
Nella loro ribellione vi è il desiderio di una Chiesa più evangelica, più umana, più capace di interpretare le persone di oggi: i giovani, si sentono persone di oggi.
In sintesi, si può dire che rifiutano la Chiesa della dottrina, dei riti, dei divieti. Dicono: «No, non mi interessa» a una comunità cristiana senza relazioni, anonime e impersonali; non si sentono interpellati da una Chiesa che non sa ascoltare e ritiene di dover solo insegnare.
E come dar loro torto? In ciò che i giovani rifiutano si riconoscono anche tanti adulti che non hanno il coraggio di trarre la conseguenza da ciò che pensano e continuano a tenere in vita quel cristianesimo abitudinario e tradizionale che contribuisce ad alimentare la distanza dei e dai giovani.
La Chiesa che ha messo in crisi le nuove generazioni oggi è forse giunta alla consapevolezza che in loro vi sono tante ragioni e ad ammettere la propria crisi (Francesco, 2020d). Se le nuove generazioni sono riuscite a mettere in crisi la Chiesa, hanno assolto ad una funzione profetica che può anche passare attraverso snodi dolorosi ed atteggiamenti non auspicabili, ma che possono servire ad una presa di coscienza. Una messa in crisi che scuote, che provoca, che induce a riprendere in mano il proprio progetto storico-pastorale e spirituale.
Per ciascuno degli aspetti citati potrei portare moltissime testimonianze di giovani, alcune espresse in maniera pacata, altre colme della rabbia tipica di persone deluse nelle attese e negli ideali.
Al tempo stesso, potrei citare documenti della Chiesa che danno loro ragione, proprio sugli aspetti che contestano. Il problema dunque non sta nel modo di pensare la Chiesa, ma nel modo di vivere delle comunità cristiane; sta nella concretezza di una realtà ecclesiale che non riesce a staccarsi dalle abitudini e dalle visioni rassicuranti del passato per cercare forme nuove, fedeli al Vangelo e al tempo stesso rispondenti alla sensibilità di oggi, al cuore della quale si trova il senso di sé, la percezione di una soggettività che domanda prepotentemente di essere tenuta in considerazione: magari anche di essere educata, purificata, ma non negata e misconosciuta.

3. Una comunità cristiana "a modo mio"

Le diverse esperienze di vita comune, qualunque sia la loro genesi e lo scopo che le orienta, mi pare siano attraversate da questa esigenza, più o meno esplicita e consapevole: vivere un contesto cristiano ed ecclesiale in cui la persona possa trovarsi a proprio agio, dove le persone possano essere accolte nella condizione in cui sono – risorse, problemi, disagi, voglia di mettersi in gioco... un'esperienza di vita ecclesiale in cui essere se stessi pienamente, una vita cristiana che riguarda tutta la persona nella sua concretezza, disposta ad accompagnare ciascuno nella sua ricerca di senso, di armonia, di progettualità, di vita, di futuro. E anche di Dio.
I giovani che sperimentano la vita comune stanno attuando la riforma della Chiesa che, dal Concilio in poi, è l'assillo di comunità cristiane, continuamente scavalcate dagli eventi e dal tempo che passa.
Nella vita comune mi pare vi sia il desiderio di trovare un nuovo equilibrio tra esigenza di personalizzazione ed esperienza comunitaria, intesa come sostegno formativo ad una vita cristiana sempre più matura. E così la vita comune viene modellata a poco a poco dai percorsi personali e dal loro intreccio, senza imporsi come schema entro cui collocare i cammini dei singoli.
Si registra, sul piano dell'esperienza ecclesiale, un processo analogo a quello che riguarda la fede: a "Dio a modo mio" corrisponde in qualche modo una "comunità cristiana a modo mio", frutto di un sé che si attiva non tanto per un compiacimento narcisistico, ma per realizzarsi secondo quell'originale creatura che Dio ha voluto. Non è un processo privo di rischi: sia quello della fede sia quello ecclesiale! E il rischio della libertà cristiana, senza cui non vi è vera umanità, e nemmeno vera vita evangelica.
Del resto, l'esperienza ecclesiale della vita comune ha una struttura che rispecchia quella, essenziale, delle prime comunità: preghiera dentro una casa, lavoro, vita quotidiana, solidarietà verso i poveri, fraternità fra quanti convivono. Il tutto, interpretato con la sensibilità di ciascuno dei componenti la comunità: doti, difetti, ricerche, attese...
È significativo che questa esperienza venga scelta da giovani che hanno già un percorso di vita cristiana e che si trovano alle soglie della maturità.
Che cosa significa essere adulti, da cristiani? Il passaggio verso l'età adulta è un transito difficile: lo è sul piano affettivo, professionale, sociale, familiare e lo è anche sul piano della fede.
È interessante notare che molti abbandoni della pratica religiosa e della frequentazione degli ambienti cristiani in giovani che, pure, hanno compiuto un cammino di vita cristiana e hanno mantenuto un legame con la comunità, avvengano proprio nel passaggio all'età adulta, con le nuove condizioni esistenziali che essa propone: fine degli studi, inserimento nel lavoro, avvio della propria esperienza familiare e comunque stabilizzazione di un'esperienza di coppia.
Che cosa vuol dire vivere da cristiani quando non si fa più l'educatore in parrocchia, quando non si hanno più né tempo né interesse per la vita di oratorio, quando i grandi eventi della Pastorale giovanile non sono più attraenti? Come essere cristiani quando tutto questo viene meno? Cioè quando occorre vivere la fede dentro la nuova condizione di adulti? La comunità cristiana non ha modelli significativi di vita cristiana adulta, se non quello della pratica domenicale, sempre più anonima e marginale rispetto all'esuberanza di una vita che avrà pure le sue fatiche, ma ha la bellezza delle responsabilità e dell'autonomia. Esperienze in genere estranee allo stile di comunità cristiane abituate più alla passività e all'abitudine che all'intraprendenza e al protagonismo. Non sempre questa domanda sull'essere cristiani adulti e sul far parte da adulti di una comunità cristiana è esplicita nella scelta dei giovani che decidono di aderire a esperienze di vita comune.
L'aspetto comunitario non è l'unico elemento che caratterizza la vita comune. Ve ne sono altri non meno importanti, tutti nella direzione della ricerca di un modello di cristianesimo adulto e contemporaneo:
– Vita comune è vita cristiana ordinaria; è ricerca delle forme di un cristianesimo feriale [3], compatibile con le normali occupazioni della condizione adulta (lavoro, impegni civili, amicizie varie...) ma non per questo mediocre o poco significativo.
– Il suo centro di gravità è la casa, luogo ordinario dell'esistenza di tutti, in un condominio o in un palazzo dove abitano altre famiglie; una casa simile a ogni altra casa.
– È un'esperienza di fraternità, con relazioni brevi, spesso frutto di rapporti selettivi, stretti con persone che condividono obiettivi e stile, che costituiscono la motivazione dello stare insieme.
– La domanda di relazioni che caratterizza le nuove generazioni trova qui una risposta intensa e qualificante (ma su questo aspetto tornerò più avanti).
Le esperienze di vita comune hanno carattere transitorio, non sono per sempre! Come la scuola, sono in funzione della vita cui rimandano, arricchiti dalla conoscenza di sé e da una maggiore consapevolezza del punto in cui nella propria interiorità il Vangelo e il Signore si incontrano con il proprio vissuto, allenati a cercare la realizzazione di sé nel dialogo con la diversità dell'altro. Un esperimento ecclesiale che è anche tirocinio di umanità, e viceversa.
Alla vita comune ogni giovane si accosta con esigenze proprie, allo sbocco di un percorso che ha bisogno di trovare nuove vie. Tra le altre urgenze, vi è anche quella di rimettere un po' di ordine nella propria vita. Ricordo la testimonianza di una ragazza che parla del disorientamento di fronte ad un'esuberanza di proposte che, dopo aver dato l'illusione di una libertà inebriante, lascia lo stordimento di ogni ubriacatura. Nel disordine di oggi, la fede è percepita come un elemento che può aiutare a trovare il baricentro della propria vita, e una vera esperienza di Chiesa come quella che contribuisce a ricomporre in armonia i frammenti dell'esistenza personale.
Vi sono esplorazioni personali e percorsi di crescita che non possono essere portati avanti da soli. Ciascuno sa quali sono le spinte interiori, le preferenze con cui mette mano a queste avventure e, forse senza rendersene conto, insieme ai propri compagni di viaggio, per reinterpretare la vita di tutti, ristabilendo un contatto più stretto tra la vita ecclesiale nei suoi elementi essenziali e l'esistenza concreta di oggi.

4. Laboratorio di una Chiesa che verrà

Mi pare che il cuore della vita comune si possa sintetizzare in due parole: ordinarietà e relazioni.

4.1. Ordinarietà
La vita comune assume la sfida di un cristianesimo amico della vita quotidiana, semplice, comune. La casa è il luogo simbolico di questa esperienza che si svolge dentro e attraverso i fatti e il ritmo di una vicenda esistenziale comune a tutti. E dentro lo scorrere ordinario di ogni giornata si colloca lo spazio esplicitamente dedicato a Dio, perché tutto il resto – lavoro, incontri, responsabilità, impegni – sia sotto il suo sguardo e sia illuminato dalla sua Parola. Dare un ritmo ordinato al tempo, facendo spazio a ciò che si decide essere importante, è un modo per non lasciarsi possedere dagli impegni, dagli eventi, dalle cose, ma per restarne signori, avendone come ritorno un'armonia personale che è serenità, benessere, dominio di sé.
Dunque, non la Chiesa e le sue strutture – il tempio – sono il luogo primario della vita cristiana, ma la casa, luogo originario della vita personale e delle relazioni più strette; luogo delle esperienze semplici, ma capaci di risuonare nella profondità della coscienza. Il tempo di questa vita cristiana è quello feriale, cui non è estranea la festa, ma in un alternarsi in cui ogni istante ha valore, nel proprio specifico colore. In questo senso, la vita comune è proprio tirocinio di adultità.

4.2. Relazioni
La vita comune dà valore alle relazioni e risponde alla domanda di compagnia dei giovani, essendo anche scuola di socialità e di fraternità. La relazione trova in questa esperienza la sua forza propulsiva e al tempo stesso l'elemento formativo di maggior peso: non un educatore adulto, se non in qualche caso, orienta il percorso di queste piccole comunità, ma lo stare insieme delle persone; di esso a poco a poco si scoprono le esigenze severe, nella
necessità di condividere spazi, di allineare le proprie esigenze a quelle degli altri, nello sforzo di entrare in dialogo con diversità di abitudini, sensibilità, gusti. La "sopravvivenza" del gruppo è legata al contributo di ciascuno e la qualità del vivere insieme è il frutto della responsabilità di ciascuno.
Così il condividere diventa fattore educativo e trasformante, tirocinio di umanità e scuola di una vita ecclesiale non riservata a rarefatti momenti di comunità, ma fatta dall'umanità densa, ricca e faticosa, di ciascuno.
I giovani quasi adulti tornano a vivere, nel contesto di oggi, l'esperienza delle prime comunità nelle quali la fede nel Risorto non è mai stata un fatto privato e individuale, ma l'esperienza condivisa di uno stesso cammino. E riproducono, a modo loro, l'esperienza di quei cristiani che nel corso dei secoli hanno sentito il bisogno di unirsi ad altri per vivere una vita cristiana intensa; l'esperienza di San Benedetto insegna, e dice anche che la vita comunitaria ispirata al Vangelo è in grado, oltre che di sostenere il percorso dei singoli, di cambiare persino il corso di una civiltà.
La vita comune, dunque, spesso scelta per il bisogno di rompere la propria solitudine, alla prova dei fatti diviene scuola di vita, capace di correggere l'individualismo oggi imperante. Non è l'espediente di una Pastorale giovanile che sperimenta la crisi delle proprie strategie consolidate, ma vero laboratorio di ecclesialità nuova, di cui i giovani sono protagonisti. Il suo significato e potenziale innovativo va ben al di là delle piccole esperienze che realizza, ma parla di una Chiesa che ha bisogno di una nuova grammatica pastorale e di percorsi di fede che possono svilupparsi solo nell'ascolto di inquietudini e nella novità di esperienze coraggiose e aperte.
Viene da pensare che il paradigma di un cristianesimo adulto per questo tempo sia quello di Nazareth: trent'anni di vita umana semplice, di ordinaria intensità, scandita dall'alternarsi di sacro e di profano, di festa e di ferialità, di silenzi e di dialoghi. La comunità domestica non è chiusa in se stessa; come in un cerchio concentrico, il suo sistema di relazioni si allarga ad un comunità più vasta, fino ad assumere dimensione universale. La casa non è una monade: ha bisogno di sostenersi e di essere in dialogo con il resto della Chiesa; ma ciò che le dà identità e stabilità è dove ha piantato le radici.
Qualcuno a questo punto potrebbe obiettare che alle persone non è mai mancata la possibilità di vivere una vita cristiana personale come quella che qui è stata tratteggiata. Il problema è un altro: questo modello di vita cristiana nelle comunità di oggi è irrilevante, come se fosse esperienza privata dei singoli.
Il percorso della riflessione avviata dall'ascolto delle esperienze di vita comune ci ha portato a riflettere sulla Chiesa, quella Chiesa in crisi che mette in crisi i giovani.
La vita comune appare come un laboratorio. I giovani, con le loro ricerche, le loro inquietudini, il loro protagonismo, fanno intravedere i contorni di una Chiesa rinnovata, quella che forse è nelle attese e nei desideri di tanti, giovani e adulti.

5. Conclusione

Questa riflessione ha preso le mosse dalla difficile situazione della Chiesa di oggi, in cui si intersecano problemi e tensioni di vario genere. "Conversione pastorale", "riforma ecclesiale" sono espressioni che si ripetono quando ci si rende conto di una situazione di stagnazione, che non è di oggi.
Questa esperienza ci dice che l'aggiornamento dei modelli ecclesiali non è da attendere dall'alto, per decreto. Vi sono cambiamenti che, pur spuntando da un terreno accidentato, parlano di vita e di novità; la vita comune è uno di questi. Ci si potrà chiedere di quale giovamento potrà essere, in un quadro generale così complesso, una piccola esperienza di giovani. Potrà far intravedere una novità possibile, e una direzione feconda. È un germoglio, piccolo e fragile, ma fresco e carico di vita. I germogli sono teneri: vanno custoditi e protetti. Ci vuole qualcuno che si prenda cura di loro.
Vorrei chiudere allora questa riflessione con un'immagine poetica. Chissà se la Chiesa di oggi non abbia bisogno, oltre che di teologia e di pastorale, anche di poesia! Il piccolo principe, del celebre racconto di Saint Exupéry, mette la sua rosa, bella e delicata, sotto una campana di vetro perché teme che le correnti d'aria possano farle male. E in quel gesto delicato mette tutto l'amore, la trepidazione, l'ammirazione per una bellezza che non va sciupata. Così un giorno potrà crescere, forse generare altri fiori.
Così è di questi germogli.
E se questo non accadrà, potremo sempre rallegrarci di averli potuti guardare e respirare, anche se solo per un attimo, il loro profumo (De Saint Exupéry, 2015).


NOTE

1 La presente riflessione trae ispirazione dall'indagine "Giovani e vita comune", promossa da ODL (Oratori Diocesi Lombarde), realizzata dall'Osservatorio Giovani, con il contributo economico di Regione Lombardia (Introini - Pasqualini, a cura di, 2021).
2 Scrive Papa Francesco nella Christus vivit: «I giovani chiedono una Chiesa che ascolti di più, che non stia continuamente a condannare il mondo» (2019, n. 41).
3 Si veda in questo senso il contributo di Giordano Goccini, supra.

(Paola Bignardi - Fabio Introini - Cristina Pasqualini, Oasi di fraternità. Nuove esperienze di vita comune giovanile, Vita e Pensiero 2021, pp. 278-286)