Peter Pan ha bisogno di fratelli

Peter Pan ha bisogno di fratelli

Tavola rotonda con Armando Matteo


«Nel tempo in cui la giovinezza è diventata il senso unico e l’unico senso della vita umana, è ancora possibile essere cristiani? Quale spazio resta al Vangelo nell’epoca del trionfo di Peter Pan?». Domande che, dalla quarta copertina del libro di don Armando Matteo «Convertire Peter Pan. Il destino della fede nella società dell’eterna giovinezza» (Milano, Ancora, 2021, pagine 124, euro 13) hanno preso corpo e sono state fatte “in presenza” a un gruppo di persone riunite nella redazione del nostro giornale, il 29 ottobre scorso. Pubblichiamo stralci del dibattito, a cui hanno partecipato Roberto Cetera (L’Osservatore Romano), Rossella Barzotti che insegna psicologia alla Pontificia Università Lateranense, Cecilia Costa (sociologa, insegna a Roma Tre e alla Lateranense), Alessandra Guerra mamma (il mestiere più importante di tutti, ha chiosato Roberto Cetera durante il primo giro di presentazioni), Alessandro Chiabrera giovane psicologo (Ateneo Salesiano), Luigi Mantuano insegnante e scrittore, Valerio De Felice presidente di Bombacarta, oltre ad Andrea Monda, direttore del nostro giornale, che ha concluso il Forum partendo dalla sua esperienza personale di insegnante ed educatore.

ROBERTO CETERA — C’è un aspetto che non possiamo sottovalutare, una gigantesca manipolazione in atto nella nostra società che induce il potenziale consumatore benestante a comprare.
Un consumatore che ha sempre più anni e sempre più benessere a disposizione per spendere, comprare, consumare. I giovani invece sono sempre di meno e sempre più emarginati, di fatto, dalla vita attiva.
Quanto gioca l’interferenza delle politiche di marketing nella proliferazione di desideri e bisogni indotti? Si tratta di fenomeni culturali profondi, con cause molteplici; è solo la ricerca dell’eterna giovinezza il motore di tutto questo o c’è anche altro? Viene il dubbio che quelli che chiamiamo i “credenti non praticanti” (di cui si parla nel libro) forse siamo proprio noi credenti ad averli allontanati... la fascia dei quaranta-sessantenni è ancora recuperabile dal punto di vista dell’annuncio cristiano?

DON ARMANDO MATTEO — Bisogna tornare all’origine del problema. La Chiesa non riesce più a generare alla fede le nuove generazioni, per la maggioranza dei ragazzi l’esperienza religiosa è irrilevante.
Il mondo degli adulti ha subito una mutazione, causata dalle trasformazioni radicali, biologiche e sociali, di questi ultimi anni. I lavori meno usuranti e l’alleggerimento della vita adulta hanno inciso moltissimo sulla longevità.
Non a caso, i geriatri continuano a discutere su quando inizia la vecchiaia, facendola avanzare sempre di più nell’età delle persone. Cambia (è già cambiata e cambierà ulteriormente) la qualità della vita e il mondo dell’economia ha capito la svolta, la pubblicità lavora su questo a livello profondo, inconscio.

ROSSELLA BARZOTTI — Quella che viene meno spesso è la Parola, l’annuncio del Vangelo. È un aspetto che non possiamo ignorare. Manca il passaggio del testimone tra la generazione dei quaranta-sessantenni e i più giovani. Ma forse sono proprio i nuovi adulti ad aver bisogno di essere raggiunto dall’annuncio. Come proporre Gesù ai quaranta-cinquantenni?

DON ARMANDO MATTEO — Prima di tutto chiediamoci: come appare l’adulto di oggi dal punto di vista della fede? Bisogna evitare facili generalizzazioni che non permettono di capire i reali fattori in gioco. La categoria “credenti non praticanti”, ad esempio, va storicizzata, altrimenti non aiuta a capire la realtà. Il mondo giovanile è la vittima di questo status quo, in modo molto più concreto di quello che possiamo pensare a un primo sguardo, resistendo alla tentazione di edulcorare quello che la realtà ci mostra.
Per essere ancora più esplicito, citerò un proverbio cinese un po’ duro ma veritiero, che dice: «In tempo di guerra i giovani uccidono i vecchi, ma in tempo di pace i vecchi uccidono i giovani».
Emarginare dalla vita “reale” è un modo soft, a lungo termine e apparentemente quasi indolore di uccidere, di anestetizzare interiormente, di privare i ragazzi della possibilità di esprimere e conoscere se stessi. Il Papa parla spesso di questo, dicendo che gli adulti rischiano di essere i ladri della giovinezza dei figli. Il disagio giovanile nasce anche dal fatto che non c’è spazio per esprimere se stessi se il mondo degli adulti, mai così numeroso e influente, presidia tutte le posizioni di potere e di prestigio.

CECILIA COSTA — Usando gli strumenti della sociologia, ma anche partendo dall’osservazione diretta dei miei studenti, vorrei mettere in guardia sull’uso di una parola che rischia di essere svuotata del suo significato, “secolarizzazione”. Una parola talmente ripetuta e citata da essere diventata poco più di un contenitore vuoto dove si può mettere un po’ tutto.
L’attenzione deve essere posta non sulla pratica ma sull’esperienza, guardandoci in azione, nella concretezza della nostra vita quotidiana, vediamo che c’è una contrazione del tempo, siamo prigionieri di un eterno presente e manca l’orientamento alla trascendenza immanente. Ma c’è anche un desiderio struggente di ritrovare orizzonti di senso, anche in contesti dove le scelte definitive fanno sempre più paura; è in atto un processo di adultizzazione dei giovani, il moltiplicarsi esponenziale delle opzioni di scelta frammenta la possibilità di scegliere, in un “pluralismo di pluralismi” che disorienta.
Non è più adeguato neanche il concetto di sincretismo, o di ateismo, a descrivere la realtà contemporanea. L’ateismo è una scelta, mentre la scelta stessa viene ignorata da chi si dichiara indifferente. Dobbiamo prendere atto del fatto che il consumo non è più una categoria economica, ma una categoria dello spirito.
Le chiese e le urne sono vuote, è necessario guardare alle motivazioni profonde di questa “diserzione di massa”, provocata dal fatto che manca un orizzonte politico, una progettualità a lungo termine alle proprie azioni.

ROSSELLA BARZOTTI — Come stimolare un moto di ricerca interiore che non c’è, un desiderio che non emerge più, e che non riesce a contagiare più nessuno?

DON ARMANDO MATTEO — La fatica è duplice, bisogna accettare il fatto che non parliamo più ai ragazzi.
Sembra banale insistere su questo, ma in realtà non è così chiaro, anche al sinodo dei giovani non è emerso a sufficienza questo aspetto, che non riusciamo a intercettare le domande dei ragazzi.
A casa vedono i genitori pregare? La testimonianza familiare è un tabernacolo a cui un bambino può guardare, se manca viene meno una componente molto importante.

CECILIA COSTA — Adesso prevale il “Dio a modo mio”, basta dare uno sguardo ai risultati degli studi del sociologo Franco Garelli (Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio, Il Mulino, 2020, citato più volte durante il Forum, ndr).

ALESSANDRA GUERRA — Bisogna prendere sul serio il “parlare ai giovani”; quanto al catechismo vero e proprio, bisogna prendere atto che moltissimi ragazzi, oggi, sono totali principianti della fede, non sanno fare neanche il segno della croce. Sono incuriositi se vedono qualche traccia della fede per caso, tipo quando raccontano «sono andata a dormire a casa della nonna e l’ho vista pregare».
Con un gioco di parole, si potrebbe dire che «il problema è che non si accetta che si tratta di un problema».
Per i ragazzi, ma anche per chi ha molti anni di più. Vengono offerte risposte a domande che gli adulti non si pongono più. Le domande sono cambiate, e il mercato lo ha capito; ogni settimana siamo bombardati da centinaia di spot pubblicitari che generano sempre nuove desideri e sempre nuova pulsione all’acquisto, potremmo chiamarlo il “Vangelo del mercato”.

LUIGI MANTUANO — Provengo da un ambito di interesse che ha al centro soprattutto la filosofia e le scienze umane (non accoppiate in senso hegeliano) vorrei guardare lo stesso fenomeno da un altro punto di vista, attingendo alla mia esperienza di educatore, perché ho insegnato religione una decina di anni.
Questa visione del mondo mi ha destato qualche perplessità. Non rischiamo di avere una visione impoverita dell’adulto? Pensando al tema della mediazione culturale, a figure di riferimento in ambito educativo come Giuseppe Lazzati, viene da dire che forse questi adulti non sono così scemi. Altra suggestione da tenere presente nel dibattito: un testo come All’ombra delle maggioranze silenziose. Ovvero la fine del sociale di Jean Baudrillard, secondo cui le masse non sono così facilmente manipolabili dal potere e soggette al condizionamento dell'informazione come pensiamo, e sono molto più potenti, resilienti si direbbe adesso, delle stesse forze che pretenderebbero, tradizionalmente, di controllarle.
Attenzione a non scambiare la lente dell’indagine scientifica con la realtà, è il monito che emerge dal libro del sociologo francese. Del resto, se l’Italia tiene forse è merito anche della maggioranza silenziosa degli adulti che costruisce. Una risorsa importante, di cui si parla anche nel libro di don Armando Matteo, è l’apertura alla categoria della mitezza. Tra le priorità c’è il rinnovamento della catechesi e la formazione socio-politica.
Non si parla abbastanza di quanto manca l’educazione civica tra gli adulti; per rendersene conto è utile dare uno sguardo al recente passato. Per la mia generazione era ancora vivo il nesso donne, spiritualità e politica, penso a figure come Franca Falcucci e Tina Anselmi.

DON ARMANDO MATTEO — Adesso in Italia una popolazione adulta di trentuno milioni di persone “pesa” su otto milioni di giovani, un fenomeno senza precedenti nella storia. Il mio lettore ideale, voglio fornire spunti per riflettere. Il messaggio è sempre lo stesso e mai lo stesso, come dice De Certeau; da subito è stato necessario tradurre dall’aramaico al greco, poi il nascente cristianesimo ha incontrato Platone e la cultura greca, e così via nella storia

VALERIO DE FELICE — Parto da un dato recente, le percentuali di astensione altissime quando siamo chiamati a votare. Se osservo la realtà intorno a me dal mio osservatorio di trentenne, mi accorgo che le palestre sempre piene, le sedi di partito sempre vuote. Stare insieme agli altri, discutere di questioni concrete è vissuto più come un fastidio che come un’opportunità. Pensiamo all’assemblea di condominio, che in teoria potrebbe essere davvero un’esperienza di comunità in senso chestertoniano.
Guardando più in profondità, ci accorgiamo che c’è una diffusa assenza di inquietudine. Il consumismo ha sostituito la consolazione che proveniva da altre vie. Ci rassicura, ci consola. «Perché ho bisogno di Dio se posso avere una tv a sessanta pollici?». Siamo in un eterno presente, segnato dalla perdita di senso dei riti, tutto è reversibile, le cose non sono “segnanti”. Mi sposo? Posso tornare indietro. La convivenza prematrimoniale è come sentire la temperatura dell’acqua prima di tuffarsi; mentre il modo migliore per non avere freddo quando si fa il bagno è buttarsi subito. I divorzi infatti aumentano, non diminuiscono. Il popolo è diventato pubblico, è fruitore e cassa di risonanza ma può anche essere creatore di contenuti sul web; da qui il depotenziamento dell’autorità, l’idea che in fondo «posso dire la mia, che vale quanto quello che dice il sacerdote». Un pubblico anestetizzato, ma non solo, ormai abituato a esporsi oltre la propria competenza. Come si parla a chi è impegnato in un eterno monologo?

ALESSANDRO CHIABRERA — Senza un orizzonte politico, senza un orizzonte morale non si è più generativi, siamo spiazzati da troppe scelte. Così tanti modelli e così tanti schermi... i social moltiplicano una gamma infinita di rapporti. Abbiamo bisogno di relazioni autentiche; questo emerge sia dalla mia esperienza personale che da quella professionale (faccio lo psicologo). «Aiutateci a ritrovare le domande perdute» è il grido di aiuto (spesso inespresso, o inconsapevole) della nostra epoca. L’assemblaggio del sé sui social rischia di trasformare ogni incontro in vetrina. Siamo bombardati di trasmissioni ma cerchiamo un tu, le possibilità infinite generano uno spaesamento che, alla fine, vuole dei limiti, li cerca.

ALESSANDRA GUERRA — Spiace dirlo ma dobbiamo ammettere che il messaggio di gioia dell’annuncio cristiano spesso non è passato. Dio viene sentito come una sorgente di divieti. Non è quel credi. Liberarsi dalle false immagini di Dio, è il titolo di un libro di Francesco Cosentino proprio su questo tema. Rischiamo di diventare “intransitivi”; e questo è evidente sia dall’osservatorio della vita familiare che dai numeri della nostra società.

CECILIA COSTA — In realtà non c’è modernità più grande del cristianesimo; se ne è accorto il mondo della pubblicità, e se ne è accorto benissimo il mondo della fiction, se pensiamo a fenomeni di culto come ad esempio Twilight ci rendiamo conto che è in atto una “rapina a mano armata” del linguaggio del cristianesimo per vendere prodotti, con immagini che “clonano” direttamente la trasfigurazione di Gesù, ad esempio, o tante altre immagini. Pensiamo alla potenza espressiva di un episodio come Zaccheo sull’albero... e quanto passaggio “da cuore a cuore”, da testimonianza a testimonianza. Il Papa ripetete spesso “basta statistiche, voglio storie!”. Per i ragazzi, nella top ten dei valori ci sono sempre amore, amicizia e famiglia. C’è una nostalgia struggente del volto di Dio, c’è bisogno di un cristianesimo “affettivo” nel mondo disincarnato del web, serve la concretezza, la carnalità di un incontro.

ROBERTO CETERA — Con una battuta, potremmo dire che il problema dei cristiani non è il telefonino, è Vodafone, cioè la linea (... citando un gestore a caso).

ANDREA MONDA — Pensando al tema di questo Forum, sul libro Convertire Peter Pan di don Armando Matteo, mi torna in mente Hook, il film di Spielberg su Capitan Uncino, il nemico di Peter Pan, interpretato da Robin Williams che ad un certo punto ammette: «Siamo tutti orfani». E penso al neologismo molto caro a Papa Francesco: “orfananza”, al tema della “orfanezza”. A nove anni ho perso mio padre ma ho anche guadagnato una rete di padri che sono subentrati, zii, parenti e amici, laici e sacerdoti che sono stati davvero “padri” per me. Di padri quindi alla fine ne ho avuti tanti. Un breve aneddoto familiare può dirci qualcosa su questo tema della paternità: mio Nonno, Totonno, classe 1901, era avvocato e quando mia madre, del 1936, gli disse che voleva studiare medicina, andò lui all’università e la iscrisse a giurisprudenza. Mia madre invece a me disse di scegliere quello che volevo, di seguire il mio cuore. Così ho detto a mio figlio il quale però mi ha rivelato in quel frangente di essersi sentito solo nella scelta, non guidato né accompagnato. Da una parte è quindi sbagliato imporre la propria volontà ai figli come fece mio nonno, ma forse è sbagliato anche lasciarli soli nella scelta. Insomma, si sbaglia sempre, non è mai facile fare il papà. Resta il fatto che i ragazzi spesso non si sentono accompagnati da noi, dai loro padri. E invece dobbiamo aiutarli ad affrontare il reale. Dorian Gray, il protagonista del celeberrimo libro di Oscar Wilde, deve rompere il suo specchio se vuole iniziare a vivere davvero, e liberarsi da quella “orfananza” che lo chiude in un eterno presente illusorio.

ROBERTO CETERA — E Peter Pan ha bisogno di fratelli. Come non mai.

(L'Osservatore Romano - 19 novembre 2021)