Le richieste

di papa Francesco

Giannino Piana


Ricevendo in udienza lo scorso ottobre i rappresentanti dei movimenti popolari con i quali ha intrattenuto, fin dall'inizio del suo pontificato, un rapporto privilegiato papa Francesco ha colto l'occasione per fare un bilancio della odierna situazione mondiale e sottolineare l'urgenza di alcune scelte prioritarie, che vanno attuate se si intende promuovere un nuovo ordine internazionale fondato sulla giustizia e sulla solidarietà tra le classi sociali e tra i popoli della terra. L'occasione si presentava quanto mai opportuna avendo come interlocutori persone escluse dal sistema globale, che vivono nelle periferie e che si sono inventate sul proprio territorio forme inedite di sopravvivenza. Suggestivo è il termine con il quali il papa si rivolge loro, definendoli «poeti sociali», alludendo alla loro creatività e interpretando la loro presenza come un «annuncio di speranza», grazie alla testimonianza che da essi viene della possibilità di costruire un mondo nuovo; un mondo non più «basato sull'esclusione e la diseguaglianza, sullo scarto o sull'indifferenza» ma sulla creazione di condizioni che garantiscano a tutti la possibilità di una piena espressione di sé, non solo a livello materiale ma culturale e spirituale, e dando vita a una forma di convivenza fondata sul riconoscimento effettivo dell'uguaglianza tra tutti gli uomini e sulla edificazione di un ordine sociale incentrato sul consolidamento della democrazia e sulla promozione della pace.

La gravità della situazione attuale

La situazione socio-economia e politica mondiale presenta, secondo papa Francesco, aspetti negativi di estrema gravità.
Egli sottolinea dunque la necessità di «riflettere, discernere e scegliere», andando alla ricerca delle cause di quanto è avvenuto (e avviene) e individuando indirizzi concreti per il cambiamento. Alla radice di tutto vi è infatti una cultura che ha generato una mentalità diffusa, più immediatamente (talora inconsciamente) assorbita che oggettivamente riflessa, la quale produce un ottundimento delle coscienze che rende del tutto non percepibile la gravità della situazione.
La diagnosi del pontefice, che è peraltro spesso intervenuto con ostinazione (si direbbe persino ossessiva) su questi temi, prende spunto dal recente (e non estinto) fenomeno della pandemia, che ha reso più trasparente quanto da tempo già si era verificato e che ne ha anzi accentuato la crescita. Molti sono i fenomeni che il papa denuncia, e che evidenziano l'intreccio tra sistema economico e sistema informativo, con pesanti ricadute negative, sia a livello della possibilità di soddisfare bisogni fondamentali - è aumentato di molto nell'ultimo periodo il numero delle persone decedute per l'assenza dei beni necessari per la sopravvivenza - sia a livello delle possibilità educative e di apprendimento della verità al di fuori di mistificazioni indotte dal potere dominante.
Papa Francesco non manca anzitutto di stigmatizzare il forte incremento delle diseguaglianze sociali, tanto nei rapporti tra i popoli che tra le classi sociali (e aggiungeremmo, guardando in casa nostra, anche nei rapporti tra i sessi: si pensi soltanto alla ancora marcata disparità dei diritti delle donne) e tra le generazioni. Non è vero quanto spesso si afferma che il Covid-19 abbia avuto le stesse conseguenze su tutte le fasce della popolazione. Il cambio del modo di vivere, che ha coinvolto tutti, ha avuto (ed ha tuttora) ripercussioni diverse a seconda delle appartenenze ad aree geografiche differenti e a differenti categorie sociali. Il papa ricorda, a tale proposito, come la povertà si sia soprattutto manifestata laddove mancano le strutture di base; dove la vita si sviluppa in contesti privi di beni elementari per la soddisfazione di bisogni primari; o, ancora, dove non sussistono tuttora - e questo vale in particolare per i bambini, gli adolescenti e i giovani - forme alternative di intervento educativo e culturale attraverso l'uso dei social.
Al flagello della crisi alimentare - milioni di bambini il cui l'unico pasto avveniva presso istituti scolastici si sono trovati grazie alla loro chiusura a soffrire la fame - si associa così l'impossibilità di fruire di servizi formativi che aiutano la persona a crescere; mentre - e questo vale un po' per tutti i soggetti appartenenti alle diverse categorie sociali - a manifestarsi è uno stato di isolamento e di ansia per il futuro dovuti all'assenza di un diretto contatto con gli altri. La tecnologia, laddove sussiste e può dunque essere utilizzata, per quanto rappresenti uno strumento importante per la comunicazione e la didattica - si pensi alla scuola a distanza praticata anche da noi in misura non omogenea nei vari contesti familiari e geografici - non è (e non può essere) sostitutiva dei rapporti diretti, che suscitano un coinvolgimento delle persone emotivamente molto più ricco.
Il papa non manca di rilevare che in questa situazione di negatività esistono anche segnali altamente positivi, dovuti alla presenza di quelli che egli non esita a definire come veri e propri «martiri» della solidarietà, riferendosi non solo al personale sanitario di cui sottolinea la grande dedizione nel tempo della pandemia, ma anche agli esponenti del movimento popolare (e, più in generale, a tutti gli appartenenti a gruppi e associazioni socialmente impegnati) che hanno lottato perché a nessuno mancasse il pane. Il richiamo alla beatitudine di quanti hanno fame e sete di giustizia e agli operatori di pace (Matteo 5, 6 e 9) non è casuale: sta ad indicare l'esistenza di segnali che vanno in direzione opposta alla logica dominante e che consentono di «sognare insieme un mondo nuovo».

Un appello accorato

Purtroppo - è ancora papa Francesco a rilevarlo - questi stati di grave disagio e di palese ingiustizia sono in Occidente dai più ignorati per il disinteresse dei media e di chi fa opinione. Il provincialismo dei vari strumenti di comunicazione sociale, e più radicalmente la persistenza di una forma di etnocentrismo che è ben lungi dall'essere accantonato, sono le ragioni dell'oscuramento del problema. È sufficiente considerare la scarsa visibilità assegnata a tragedie che si ripetono ogni giorno - dalle guerre civili alle condizioni di vera miseria per non parlare dei genocidi - nelle quali a perdere la vita sono decine di migliaia di persone, e confrontarla con il risalto sproporzionato assegnato ad episodi ben meno rilevanti che succedono in casa nostra per rendersi conto di un comportamento fatto di due pesi e due misure; comportamento che lascia intravedere la percezione diffusa dell'assegnazione di un grado inferiore di umanità agli abitanti del Terzo Mondo, considerati uomini di serie B o sottouomini.
Il papa è consapevole della necessità del cambiamento degli stili di vita personali, che non manca di sollecitare, ma evidenzia l'importanza che a questo si accompagni un cambiamento strutturale, che si promuova cioè una vera e radicale alternativa ai modelli socioeconomici imperanti. Le ineguaglianze attuali non sono frutto esclusivo degli egoismi individuali, per quanto importanti; nascono anche dall'aver dato vita a un sistema che ha prodotto vere e proprie «strutture di peccato» dalle quali ci si può liberare solo attraverso la creazione di un sistema basato sul riconoscimento dell'uguaglianza e sul rispetto della giustizia. Di qui l'accorato appello del pontefice ai governi e alle élite a mettere in atto una serie di iniziative che promuovano un reale «servizio dei popoli che chiedono terra, tetto, lavoro e una vita buona», reagendo alle forme di privilegio e di sfruttamento tuttora ampiamente in atto.
L'appello accorato di papa Francesco si traduce in una serie di richieste di varia natura nelle quali ritorna la formula inconsueta (e forte) «voglio chiedere in nome di Dio», un vero e proprio catalogo di proposte che toccano alcune tematiche fondamentali le quali mettono a nudo nodi critici della odierna situazione socioeconomica e politica e che sono riconducibili ad alcune aree della vita associata.
La prima di queste aree fa riferimento alla questione economica e commerciale. Al di là del discorso di fondo sul sistema cui si è accennato - un sistema che come ricorda la Fratelli tutti non è soltanto eticamente inaccettabile, ma che si è anche rivelato (e si rivela ogni giorno più) economicamente improduttivo - il papa si sofferma su due ricadute concrete che da tale sistema discendono e che si sono rese particolarmente evidenti in questo tempo di pandemia: la questione dei brevetti e quella relativa alle strutture monopolistiche dell'alimentazione. Sulla prima la richiesta è la liberalizzazione dei brevetti per consentire ad ogni paese, compresi quelli più poveri, l'accesso ai vaccini. Quanto questo traguardo sia ancora lontano è comprovato dalle statistiche che ci vengono offerte ogni giorno dai media, i quali denunciano la ridottissima percentuale di vaccinati in alcuni Paesi del Terzo Mondo. La seconda ricaduta - la questione delle strutture dell'alimentazione -non è meno importante e pur essendo da tempo in atto si è resa anch'essa ancor più evidente in occasione dell'attuale pandemia. La presenza di forme sempre più accentrate (e quantitativamente ridotte) di strutture monopolistiche non fa che penalizzare i poveri privandoli dei beni essenziali per la sopravvivenza (è drammatico constatare quanto il fenomeno della fame sia cresciuto in questi ultimi anni!).
La seconda area di interesse è l'area politica. In questo ambito l'appello papale si fa sentire con particolare partecipazione. Accanto alla questione ecologica ampiamente trattata dalla Laudato si' e qui ripresa con la sottolineatura della necessità di smetterla con l'inquinamento delle acque e l'intossicazione della terra da parte delle compagnie petrolifere, e a quella del debito crescente dei Paesi poveri con la sollecitazione ai Paesi ricchi a condonarlo consentendo ai primi di dare vita a processi di sviluppo umanizzanti, parole pesanti vengono usate per condannare non solo le aggressioni, i blocchi e le soluzioni unilaterali che inaspriscono i conflitti, ma anche la fabbricazione e il traffico delle armi, che alimentano la violenza e le guerre. Le responsabilità dei Paesi ricchi, non escluso il Nostro, sono al riguardo assai rilevanti: dovremmo fare tutti un serio esame di coscienza per la connivenza che, direttamente o indirettamente, prestiamo a queste operazioni non reagendo con sufficiente energia a scelte legate agli orientamenti di fondo dell'odierno sistema economico e politico.
Infine, l'ultima (ma non in ordine di importanza) area di interesse riguarda l'uso della tecnologia. Non vi è al riguardo - come già si è ricordato - una pregiudiziale negativa di papa Francesco nei confronti dei nuovi strumenti della comunicazione, ma egli mette sotto processo, da un lato, lo sfruttamento che attraverso di essi spesso si fa della fragilità umana, sia creando condizioni lavorative alienanti, sia manipolando la verità - si pensi alle cosiddette fake news - e dando spazio alla logica della post-verità e della disinformazione; e, dall'altro, sollecita i giganti della telecomunicazione a liberalizzare l'accesso ai contenuti educativi e a un interscambio allargato tale da favorire forme di apprendimento e di confronto culturale anche a soggetti appartenenti ai popoli e alle classi sociali maggiormente disagiate.
Un appello, quello di papa Francesco, rivolto anzitutto ai potenti della terra; ma anche un appello che ci coinvolge tutti - non è senza significato che le richieste papali siano state formulate in occasione dell'incontro con i movimenti popolari - perché ci fa sentire il peso della responsabilità di ciascuno nel cambiamento degli assetti attuali della società in modo di favorire lo sviluppo di una convivenza più solidale e un mondo più pacifico.

(Rocca 23/2021, pp. 18-20)