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    Il mio dialogo incessante

    con l’invisibile

    Intervista a Paolo Ricca

    a cura di Antonio Gnoli

    Nel teatro di una vita ultraterrena Paolo Ricca – teologo, ministro della Chiesa valdese e curatore delle opere di Lutero – rappresenta il dubbio costruttivo. Nel non avere certezze risiede la sua forza. Vive a Roma e non è molto cambiato dall’ultima volta che ci siamo visti. Sono trascorsi alcuni anni. È solo un po’ più vecchio e ha faticato un po’ di più nel mettere insieme gli scritti di Lutero sulla guerra dei contadini. L’intransigente Martino menava duro su quella classe di poveri che, agli inizi del Cinquecento, i prìncipi espropriarono di quasi tutti i loro beni. Ho letto un paio di libri recenti di Ricca: i Sermoni (pubblicato da EDB) predicazioni, alcune molto belle, come quella dedicata a Giobbe e Domande di vita (edito da Claudiana), un testo nel quale affronta questioni teologiche sotto forma di dialogo. Sul tavolino che separa le due poltrone sulle quali sediamo un libro su Dietrich Bonhoeffer, il teologo torturato e fucilato dai nazisti. L’argomento tornerà nella nostra conversazione.

    Davanti a un teologo è giusto partire con una domanda su Dio.
    «Il rischio è che l’imponenza dell’argomento si scontri con la pochezza della risposta».

    Mi ha colpito un commento a Giobbe, che lei fa a proposito di una delle pagine più buie della Bibbia, dove si nota l’accanimento, perfino la cattiveria, del Signore nei riguardi del malcapitato Giobbe.
    «Ho presente quei passi, intrisi di autentica drammaticità. Furono scritti più di duemila anni fa e sembrano un manifesto dell’Europa moderna e secolarizzata. Da uomo probo e puro Giobbe si ribella alle ingiustizie e alle sofferenze che gli tocca patire senza che Dio muova un dito per aiutarlo. È convinto che Dio lo abbia abbandonato. Ma Giobbe non abbandona Dio. Questo è il punto».

    È la fede nonostante tutto?
    «Certo, ma non una fede cieca e insulsa. Giobbe è come Gesù che Dio abbandona sulla croce, ma Gesù non abbandona Dio. Giobbe e Gesù sono come il popolo ebraico che non ha abbandonato Dio neppure dopo la tragedia di Auschwitz. Ecco il miracolo, nonostante tutto».

    Qualcosa che l’Europa, lei ci ricorda, ha perso.
    «Dopo essere stata per secoli la patria del cristianesimo, l’Europa ha perso la forza di indignarsi, di insorgere contro i soprusi, le prepotenze, le violenze e le ingiustizie. Ha smarrito la decisione di Giobbe di ribellarsi per non rassegnarsi al conformismo e allo scetticismo. Nessuno meglio di Kierkegaard ha saputo esprimere questa condizione, quando in Timore e tremore, parlando di Giobbe scrive: "Ho bisogno di te, ho bisogno di un uomo che sappia lamentarsi con Dio"».

    Lei è un valdese che ha sempre accettato il confronto con le altre confessioni.
    «Le distinzioni non possono farci dimenticare che siamo tutti sulla stessa barca che affonda. Dietrich Bonhoeffer previde, in largo anticipo, la fine delle religioni. Il campanile e la chiesa sono stati soppiantati da Internet e dalla banca. La secolarizzazione sarà sempre più la cifra del futuro. La domanda che mi porrei è in che modo si potrà convivere con questa sconfitta».

    Lei chiama sconfitta ciò che per altri è solo progresso.
    «So bene che esistono altre versioni della vita. Mi resta la fedeltà per quella che ho vissuto».

    Perché ha scelto la Chiesa valdese?
    «Forse perché tutto il mio piccolo mondo è ruotato attorno a questa esperienza. Mi affascinava la storia del movimento valdese, trovavo aberranti le persecuzioni subite. E poi sono nato a Torre Pellice, dove i valdesi stabilirono il loro centro. La mia famiglia è lì dal 1600. Mio nonno, semplice impiegato d’albergo, fece studiare mio padre da pastore e io ho seguito quella strada».

    Come si diventa pastori?
    «Maturità classica, quattro anni di studi teologici che ho fatto in parte a Firenze e a Roma e poi un periodo all’estero, dove presi un dottorato con Oscar Cullmann e seguii le lezioni di Karl Barth. Finiti gli studi fui ordinato pastore in una cerimonia pubblica che si svolge durante il culto inaugurale del sinodo che ogni anno riunisce le varie chiese valdesi. L’assemblea impone le mani sul futuro pastore. Ho svolto la mia pratica per alcuni anni nell’alta Sabina, vicino Rieti, e poi a Torino».

    Che ricordo ha delle lezioni di Karl Barth, considerato uno dei grandi teologi del ‘900?
    «Sapeva essere un uomo spiritoso, ma era anche rigorosissimo. Oltre alle lezioni universitarie, teneva a Basilea tre seminari: uno in lingua tedesca e gli altri due in francese e inglese. In qualche caso si svolgevano nel salone di un ristorante e in alternativa ospitava a casa sua una dozzina di allievi, per leggere la Dogmatica. Ricordo che uno studente tedesco fece delle osservazioni impertinenti e lui molto seccamente gli disse: faccia attenzione, Dio non è un giocattolo con cui ci si può divertire».

    Però cambiò più volte idea su Dio.
    «Nel primo Barth, Dio era il "totalmente altro", alla fine della seconda guerra lo ripensò accostandolo all’umano, per poi arrivare alla conclusione che Dio è come noi. Tutta la Dogmatica, nelle sue otto-novemila pagine, descrive questo passaggio fondamentale. Il Barth degli anni Trenta combatteva il Dio nazista del Gott mit uns: Dio non poteva essere con loro».

    In che modo i nazisti se ne appropriarono?
    «Poterono contare sulla pavidità della chiesa tedesca e sulla connivenza dottrinale di una parte importante della teologia, la quale rilesse secondo la dottrina hitleriana gli ordini naturali di Lutero».

    Si spieghi meglio.
    «Per Lutero Dio fonda il mondo principalmente su tre istituzioni: lo Stato, la Chiesa e la Famiglia. Il nazismo estese quei concetti sostenendo che tra gli ordini della creazione andassero compresi anche il popolo, la nazione e la razza. Per il passaggio al famigerato Blut und Boden, ossia "sangue e terra", ci volle un attimo. Dio divenne così lo strumento della dottrina razzista, per cui se le razze dipendono dalla sua volontà, allora può anche stabilire che esiste una razza superiore e una inferiore. Karl Barth, insieme a Paul Tillich, fu tra i pochi a opporsi a quel disegno. Tillich fu cacciato dall’università e Barth espulso».

    Quella di Barth restò un’opposizione solo teologica?
    «In qualche modo fu anche politica. Per un decennio fu pastore nel borgo operaio della Svizzera tedesca di Safenwil, in Argovia. Verso la metà degli anni Dieci si iscrisse al partito socialista, provocando grande scandalo nella comunità protestante. Negli stessi anni scrisse il celebre commento alla Lettera ai Romani, un testo da combattimento pensato più dal pulpito che dall’università. Il commento, tra le tante cose, era anche una risposta a quella teologia che aveva inneggiato e santificato la guerra del 1915-18».

    Barth non fu il solo a commentare la "Lettera ai Romani". Perché lo scritto di Paolo è così importante?
    «È il documento principe della fede cristiana, in cui si parla della morte che entra nella vita dell’uomo, della legge e poi della grazia. Vi sono contenuti tutti i grandi temi della rivoluzione cristiana. Dopo i Vangeli è lo scritto più importante che abbiamo. Anche se Lutero sembrava preferire di Paolo la Lettera ai Galati, una specie di riassunto della Lettera ai Romani, ma dove era detto più chiaramente che la fede si collega direttamente a Cristo, senza l’intermediazione del papa o della chiesa».

    Non si sente un po’ fuori posto?
    «Che cosa intende?»

    Prima parlava di sconfitta. Se i testi che ha letto e approfondito fossero, alla fine, serviti solo per fornire una bella illusione culturale o un alibi, come si sentirebbe?
    «Potrei risponderle che ogni libro letto e studiato ha inciso sulla mia formazione, aiutandomi a guardare il mondo in una maniera non prevedibile. Perfino nella sconfitta il buon cristiano sa aprire un varco per la parola fede. Lo pensava, ad esempio, Bonhoeffer che interpretò il cristianesimo come essere per gli altri. Nel tempo della secolarizzazione vide la predicazione realizzarsi nei posti meno prevedibili, ovunque, ma non necessariamente in chiesa. Fu impiccato dai nazisti, reo di aver cospirato contro Hitler, il 9 aprile 1945. La guerra era già persa. Ma l’ordine di giustiziarlo partì da Hitler in persona. Era un lunedì. Il giorno prima, sulla strada di Flossenbürg, esercitò il culto con altri 4 o 5 prigionieri. In quella meditazione, disse che la fine cui era stato destinato era per lui l’inizio della vita».

    Che cos’è per lei la resurrezione?
    «È il fondamento della vita. Un evento che viene prima della vita».

    Somiglia a un paradosso.
    «Lo so, e so anche che non basta tutta la vita per apprendere che è l’invisibile a fondare il visibile e non viceversa».

    Che cosa esattamente dovremmo apprendere?
    «A vedere ciò che non si vede. Non è un gioco di prestigio o di parole quello che le dico. Ma un modo di stare al mondo. Si parla tanto di verità. Ma qualcuno l’ha mai vista? Io no. Come non ho mai visto la Libertà, l’Amore. La Resurrezione, appunto. Ma ne vedo i segni e i frutti».

    Si risorge nel nome di un Giudizio e di un aldilà cui forse si è destinati. Lei ci crede?
    «Su ciò che succede quando moriamo ci sono diverse teorie, a cominciare da quella che ci vorrebbe avvolti da un lungo sonno, in attesa del risveglio. Francamente non penso che esista una dimensione che ritroveremo oltre Dio. È lui l’oltre e non c’è un sonno da cui qualcuno ci risveglierà, come credeva Lutero. Karl Barth disse che la vita è un’occasione unica, proprio perché non è infinita, non è eterna. Perciò non va sprecata. La vita eterna è qualcosa che non possiamo immaginare, possiamo solo affermarla. Quanto all’aldilà che prefiguriamo nella nostra testa, proviene dalla tradizione cristiana. È stato Dante a inventare in larga parte l’aldilà. In tal senso la Bibbia non offre molti spunti».

    Quando dice che Dio è l’oltre che cosa intende?
    «Nella Torah c’è scritto che il popolo di Dio non pronuncia il suo nome. Il che è sorprendente».

    Perché?
    «Per un motivo che può stupire: lo conosce troppo bene per poterlo dire. Dio è oltre le parole. Etty Hillesum – l’ebrea che morì ad Auschwitz - conosceva meglio dei cristiani Dio e per questo non poteva dirne il nome. Poteva solo disseppellirlo dalle orride macerie in cui erano entrambi finiti. Dio non poteva aiutarla, ma lei poteva aiutare Dio. Questa era la conoscenza. Ricordo le mie lontane lezioni di ebraico con il professor Alberto Piattelli, quando nelle lettere che ne componevano il nome veniva fuori la combinazione del verbo essere come passato, presente e futuro. Ma nella grammatica ebraica non si può dire simultaneamente io sono stato, io sono, io sarò. Dio è appunto l’impronunciabile. L’essere Dio per sua natura è ineffabile, indicibile. Quando Lutero definì la Chiesa un’assemblea di cuori, pronunciò una verità che c’è e che nessuno vede».

    Paradossalmente si potrebbe estendere una tale affermazione a questo tempo della pandemia.
    «Che è un tempo della sofferenza. Ma il virus che ci ha aggredito ha una "invisibilità" diversa da quella di cui si è parlato fin qui. La scienza dice, o ipotizza, come è giunto a noi. Sono i suoi segni che ci parlano di esso. Le tracce che ha lasciato e da cui lentamente stiamo riprendendoci. Anche questa è una maniera per risorgere. Ma starei attento a non confondere la fede con il contagio».

    (“Robinson” – la Repubblica - 12 giugno 2021)


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