Etty e il corpo

"Fa' che la mia giornata sia qualcosa di più
che le semplici preoccupazioni per il corpo"


Abbiamo semplicemente fatto una ricerca testuale, prendendo solo i pensieri più significativi dove il corpo “parla, si esprime, si manifesta, si declina nelle sua diverse modalità di linguaggio”. In realtà sfuggono tanti elementi di espressione di quanto legato al corpo, soprattutto nelle emozioni del dolore, della gioia, nelle forme del sorriso, del “mal di testa” o “di pancia”, nelle costipazioni (che finisce per diventare un segno/simbolo di una “costipazione interiore e spirituale” che diventerà poi l’avvio al percorso di “liberazione”.
Se molti possono credere che il tragitto di Etty sia essenzialmente “spirituale”, attraverso la lettura del
Diario si rivelerò sempre il fondamentale punto di partenza del corpo, nelle sue diverse manifestazioni interiori ed esteriori, quasi un lago increspato che riveli i moti profondi della persona.
La titolatura è assolutamente soggettiva, ma confidiamo non arbitraria o “cervellottica”, fatta in conformità con un lavoro sulla corporeità della rivista NPG e della sua Newsletter, come materiale psicologico e narrativa di grande potenza e testimonianza.
Il trascrittore di queste note è “patito” per Etty, e ritrova in lei una autentica testimone capace di creare empatia, identificazione e di risvegliare voglia di camminare con lei da parte del giovane, non meno “costipato” e frenato.
Come per tutti gli altri temi, abbiamo tralasciato il numero della pagina, perché allo scopo bastava l'evocatività più che la scientificità!
NB. S. è il nome del suo “terapeuta” ed amante, Julius Spier.

IL PROPRIO CORPO

Penso che lo farò comunque: “mi guarderò dentro” per una mezz'oretta ogni mattina, prima di cominciare a lavorare: ascolterò la mia voce interiore. Sich versenken, “sprofondare in se stessi”. Si può anche chiamare meditazione; ma questa parola mi dà ancora i brividi. E del resto, perché no? Una quieta mezz'ora dentro me stessa. Non è sufficiente muovere braccia, gambe e tutti gli altri muscoli nel bagno, ogni mattina. Un essere umano è corpo e spirito. E una mezz'ora di esercizi combinata con una mezz'ora di “meditazione” può creare una base di serenità e concentrazione per tutto il giorno. Non è però una cosa semplice, quella stille Stunde, “ora quieta”; bisogna impararla. Prima è necessario spazzare via dall'interno tutte le insignificanti preoccupazioni, i detriti. In fin dei conti, persino in una testolina così piccola c'è sempre una montagna di distrazioni irrilevanti. È vero che ci sono anche sentimenti e pensieri edificanti, ma il ciarpame è sempre presente. Sia questo, dunque, lo scopo della meditazione: trasformare il tuo spazio interiore in un'ampia pianura vuota, senza tutta quell'erbaccia che impedisce la vista. Così che qualcosa di “Dio” possa entrare in te, come c'è qualcosa di “Dio” nella Nona di Beethoven. E anche qualcosa dell'“Amore”, ma non quella sorta di amore di lusso in cui ti crogioli di buon grado per una mezz'ora, orgogliosa dei tuoi sentimenti elevati, bensì amore che puoi applicare alle piccole cose quotidiane.

E non devo considerare S. come un fine, ma come un mezzo per continuare a crescere e a maturare. Non devo cercare di possederlo. È vero che la donna cerca la concretezza del corpo e non l'astrattezza dello spirito. Per la donna il centro di gravità è l'uomo singolo, per l'uomo è il mondo: chissà se la donna è in grado di spostare questo centro senza violare se stessa, senza far violenza alla propria natura? Questo, e molti altri interrogativi sono stati sollevati dalla sua lettera, che era molto stimolante per me.

“Mi dica dunque qualcosa di intelligente in proposito: trovo sempre così mortificante per lo spirito, che uno stupido raffreddore, un mal di testa o altri malanni fisici possano nuocergli; se il mio corpo sta male, io quasi mi vergogno, cerco di tenerlo nascosto agli altri, mi ribello, perciò mi sento doppiamente male e mi considero una persona senza energia perché il corpo influisce moltissimo sul lavoro e sullo stato d'animo in generale. Continuo a disprezzare troppo il mio corpo? Bisogna stare a fianco delle proprie infermità, anche delle più piccole, oppure ribellarsi? Ecco un altro "problema" per questa ragazza che talvolta rimugina troppo”.

In passato pensavo che gli stati fisici spiacevoli, come mal di testa, mal di stomaco, episodi di reumatismo, fossero soltanto fisici, ma adesso constato osservandomi che essi sono causati principalmente dalla psiche. In me il corpo e l'anima sono davvero una cosa sola. Appena qualcosa non va nella mia psiche, non va neanche nel corpo. Ecco perché l'igiene mentale è così terribilmente importante per me. Il grande risultato degli ultimi sei mesi è che ora ne sono pienamente consapevole e non potrò mai più incolpare il mio corpo. Strano che ora guardi a una traduzione dal russo come a una montagna incredibilmente alta che devo scalare con il cuore in gola. E non so neanche se sia una buona idea, forzarmi in tal modo. Perché, se mi dico che devo finire la traduzione oggi, e poi non ci riesco, mi sentirò ancora più a disagio e irritata.

Ma devi imparare ad accettare te stessa e il modo in cui sei fatta, e non puoi dire che è solo una seccatura. L'influenza reciproca tra corpo e anima è davvero misteriosa. Lo stato d'animo di ieri sera e di stamattina, così singolare e sognante e tuttavia anche illuminante, è originato dal cambiamento del mio corpo.

E ci deve essere comunque un equilibrio tra corpo e spirito. E nel momento in cui desideri tanto fortemente che qualcuno ti stringa tra le sue braccia, e quello evita di farlo, ti assale, come reazione estrema a tutto ciò, un'improvvisa sensazione di grande straniamento e abbandono, seguita da odio e rabbia nei confronti dell'altro. Oggi pomeriggio ero così infuriata e infelice e d'un tratto è sopraggiunta anche una profonda depressione; oltre a tutto ciò, anche uno sfinimento fisico, esaurimento e dolore alla schiena.

Nello stretto deposito del mio corpo le sensazioni, per il momento, sono ammassate in casse e scatole. Giacciono inutilizzate nei loro imballaggi, in attesa di essere tirate fuori e di trovare la loro collocazione in uno spazio vitale, invece che in quel deposito spoglio dove se ne stanno lì ad aspettare.

Stamattina ho pregato affinché tutte le parti malandate del mio corpo potessero ricomporsi. Lancerei una corda resistente attorno ad esse, sperando di tenerle insieme in questo modo. Ho un senso di nausea nello stomaco e reumatismi alle spalle, e nel mio ventre ci sono una serie di organi che si comportano male, come i reni e le ovaie, o forse essi non si trovano neanche nel ventre. Comunque sia, le mie dita sulla paglia consumata della sedia del bagno erano un intreccio di forti ramoscelli; e da qui ho tratto di nuovo forza ed energia.

h, già, il mio corpo: improvvisamente mi compare davanti l'immagine di un vecchio rudere in abbandono, con piccioni bianchi che entrano ed escono dalle crepe delle sue mura, e che rappresentano i miei pensieri: forse sono più che pensieri, sono i movimenti e i gesti del mio spirito; tra le brecce nascono piccoli fiori nuovi, così teneramente freschi e giovani tra le pareti erose, e questi sono i miei sentimenti. Ecco come mi sento d'un tratto: un vecchio rudere in abbandono, ma piccioni bianchi attraversano in volo le fessure e piccoli raggianti fiori crescono nelle brecce delle mura.

Il mio corpo è un ricettacolo di molti dolori: sono custoditi in tutti gli angoli, e ora gli uni ora gli altri si fanno sentire. Mi sono riconciliata anche con loro e sono stupita di come riesco a lavorare e a concentrarmi. Ma la forza spirituale non basterà, se la nostra situazione dovesse aggravarsi: me l'ha insegnato quella semplice passeggiata per andare e tornare dall'Ufficio delle imposte. Eravamo come due allegri turisti che se ne vanno a spasso per una città bella e soleggiata, la sua mano aveva preso la mia e stavano così bene insieme, le nostre due mani. A un certo momento mi ha preso una gran stanchezza, e mi sono resa conto con sconcerto che in questa città dalle lunghe vie non avrei potuto sedermi in un tram, o sostare per un momento in un caffè all'aperto (posso raccontargli qualcosa di molti caffè: ecco, là ero seduta due anni fa, con tanti amici, dopo il mio esame di laurea...). Allora ho pensato - o piuttosto, in qualche modo, ho “sentito” - che gli uomini si sono stancati e si sono rotti i piedi su questa terra di Dio per secoli e secoli, nel freddo e nel caldo, che anche questo fa parte della vita. Un barlume d'eternità filtra sempre più nelle mie più piccole azioni e percezioni quotidiane. Io non sono sola nella mia stanchezza malattia tristezza o paura, ma sono insieme con milioni di persone, di tanti secoli: anche questo fa parte della vita che è pur bella e ricca di significato nella sua assurdità, se vi si fa posto per tutto e se la si sente come un'unità indivisibile. Così, in un modo o nell'altro, la vita diventa un insieme compiuto; ma si fa veramente assurda non appena se ne accetta o rifiuta una parte a piacere, proprio perché essa perde allora la sua globalità e diventa tutta quanta arbitraria.

E domani, mi sentirò ancora così stanca? In tal caso sarà un giorno perduto; bisogna saper “prendere atto” anche della propria stanchezza fisica. Quando è lì, io mi rannicchio in un angolino con un libro. Stamattina ho sentito l'improvviso bisogno d'inginocchiarmi sulla ruvida stuoia di cocco nel bagno, così raccolta che la testa mi stava quasi appoggiata sul ventre: potrei rimanere giorni e giorni così - il corpo simile alle pareti rassicuranti di una piccola cella - e non avere più preoccupazioni quotidiane né responsabilità. Bisogna vivere attraversando anche queste depressioni, non ci si può fare illusioni sul mondo esterno. Werner non resisterà a lungo facendo la spola avanti e indietro dal teatro. Non mi piacerebbe dover vivere con altri, e di certo non con degli amici.

Non posso farmi nessuna illusione, il mio corpo non vale niente e sarò morta in tre giorni. Werner era d'accordo per parte sua, mentre Liesl ha detto: Non so, io ho la sensazione che me la caverei. Posso capirla bene, una volta ero come lei, sentivo di possedere un'energia indistruttibile. È un nucleo di forza che continuo a portarmi dentro, ma anche questo non va inteso in senso troppo materialistico. La questione non è se il corpo poco esercitato possa resistere, questo è relativamente secondario: la forza autentica, primaria, consiste in ciò, che se anche si soccombe miseramente, fino all'ultimo si sente che la vita è bella e ricca di significato, che si è realizzato tutto quanto in noi stessi e che la vita era buona. Non riesco tanto a esprimermi, finisco sempre per usare le stesse parole.

IL CORPO DEGLI ALTRI

Vorrei fissare quel momento di stamattina, per quanto mi sia già quasi sfuggito. Per un istante, a forza di pensare lucidamente, ero riuscita a impadronirmi di S.: i suoi occhi limpidi e puri, la grande bocca sensuale, la corporatura massiccia quasi taurina, i movimenti liberi e leggeri come piuma. Il conflitto tra corpo e anima, che in quest'uomo di cinquantaquattro anni è ancora vivissimo. Sembra quasi che io stessa sia schiacciata sotto il peso di quel conflitto. Sono come sotterrata dalla sua personalità e non riesco a liberarmene: nel frattempo i miei problemi, che mi paiono abbastanza simili ai suoi, restano lì a dibattersi.

Un uomo affascinante. E un sorriso affascinante, malgrado tutti quei denti finti. Colpita da una sorta di libertà interiore che emanava da lui, dalla sua scioltezza e disinvoltura, dalla grazia tutta speciale di quel corpo pesante. Il suo viso era molto diverso: del resto, cambia sempre. Una volta tornata a casa, non riesco a ricordarmelo. Faccio combaciare, come in un puzzle, i pezzi che conosco, ma non ottengo un insieme compiuto: rimane vago, a causa di tutti i suoi contrasti. In rari istanti rivedo nitidamente quel viso - poi torna a scomporsi in tanti frammenti contraddittori. È un vero tormento.

E così è con S., come del resto con tutti adesso. Anche la crisi di quel pomeriggio, quand'ero rimasta seduta a fissarlo tutta rigida e incapace di aprir bocca, era probabilmente dovuta a un atteggiamento “possessivo”. Mi aveva raccontato varie cose della sua vita personale: della moglie da cui è separato ma con cui è rimasto in corrispondenza, della fidanzata con cui vuol sposarsi ma che si trova a Londra - “è sola e soffre” -, e poi ancora di un'altra donna che aveva avuto una volta, una bellissima cantante con cui pure è rimasto in corrispondenza. Più tardi, mentre facevamo di nuovo la lotta, io avevo sentito la fascinazione del suo grande corpo attraente.

Mi sono sentita legata a lui come mai prima, ma anche più libera nei suoi confronti. Lo porto dentro di me come una parte del mio corpo e della mia anima. Ma rimarrò libera e indipendente e non legherò mai la mia vita a quella di un altro. Lo so con certezza; e so pure che dovrò patire la fame, il freddo e lo sconforto, ma sentirò anche una grande fiducia e un senso di continuo sviluppo. E proverò per brevissimi momenti il desiderio di essere legata a lui per la vita; devo però sempre ricordarmi che voglio comunque attraversare la vita da sola.

Nei suoi contatti personali, ogni giorno, ora dopo ora, l'emozione attraversa il suo corpo sotto forma di correnti copiose e forti, e lui deve costruire sempre più dighe per non esserne trascinato via.

Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l'oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani - ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarTi affinché Tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che Tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare Te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l'unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirTi dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che Tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch'esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la Tua responsabilità, più tardi sarai Tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: Tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare Te, difendere fino all'ultimo la Tua casa in noi. Esistono persone che all'ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d'argento - invece di salvare Te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: non prenderanno proprio me. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle Tue braccia. Comincio a sentirmi un po' più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con Te. Discorrerò con Te molto spesso, d'ora innanzi, e in questo modo Ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per Te e a esserTi fedele e non Ti caccerò via dal mio territorio.

LINGUAGGIO DEL CORPO

Sì, cerchiamo di digiunare davvero fino all'una. Devi imparare a controllare lo stomaco. E inoltre, riguardo al tuo corpo, devi imparare ad ascoltare il tuo ritmo interiore.

è buffo notare come il corpo trovi le possibilità espressive corrispondenti a ciò che accade nell'animo.


CORPO ESPRESSIONE

E faccio esperienza di tutto, corpo e anima, attraverso il sangue e l'oscurità, in ogni angolo del mio essere. Non credo di avere un vero talento per la scrittura. Se fosse necessario, forse potrei scrivere cose facili e bizzarre, Spielereien, ma queste non hanno nulla a che fare con il profondo del mio essere, sono le creste delle onde, ma là sotto non c'è il mare? Non posso scrivere, ma faccio esperienza di questa vita con il corpo e con l'anima, di minuto in minuto, in tutti i suoi aspetti e fluttuazioni, in tutti i suoi colori e suoni. Faccio esperienza delle persone e anche della loro sofferenza. E da quell'esperienza, forse, un giorno si faranno strada a fatica le parole che dovrò dire, e che sgorgano da una sorgente talmente vera che dovranno trovare la loro via. Saranno forse parole molto impacciate, ma vorranno essere dette. Ho anche paura di una certa facilità nella scrittura. Credo di poterlo fare, ma è come se opponessi resistenza perché non riuscirei comunque a toccare le cose che contano davvero. Un giorno troverò certamente le mie parole, o, meglio, le mie parole forse un giorno troveranno me; la mia esperienza un giorno incontrerà le parole che la libereranno. Non riesco a scrivere, ma riesco di certo a vivere. E, un giorno, da questa mia vita reale nasceranno anche parole.

CORPO-RELAZIONE

Ma una cosa adesso è certa per me: al momento, almeno per me, l'equilibrio tra corpo e anima nella nostra relazione si è rotto. Il corpo si fa sentire e mi affatica.

Sono felice che ci venga concesso di capire sempre di più, e di approfondire, di giorno in giorno, la conoscenza della vita. Ne sono tanto grata. E devo diventare ancora più paziente. I sentimenti sono più profondi e grandi delle possibilità espressive. Non so ancora in quale ambito cercare i miei strumenti. Aspettare e ascoltare ed essere paziente; fare le cose di ogni giorno; diventare sempre più me stessa e al tempo stesso un anello nel tutto: e nessuna consumata imitazione, né un vivere, nemmeno per un minuto, in modo inconsulto. Devi diventare uno strumento, non solo nella mente ma anche nel corpo. Questo l'ho scritto ovviamente sotto l'influsso di Rilke,

Mi sono di nuovo avventurata ai limiti delle mie regioni corporee e in realtà quell'area non è poi così ampia. Ma questo non ha lasciato più un cattivo retrogusto come in passato: gradualmente scopro che i confini del corpo sono vicini e riesco a venire a patti con questa idea.

E io intanto lo guardavo e pensavo, quasi inorridita: con ogni gesto, con ogni respiro, la persona che vogliamo possedere si sottrae a quel possesso. Non si tratta neanche della via del corpo - e ci sono ovviamente i momenti sacri in cui corpo e anima sono fusi in un grande tutto, ma bisogna essere molto maturi per questo.

E si sa che nell'altra parte del corpo - in caso di necessità, attraverso tutto il corpo - si stendono ampie e ricche aree di comunanza, ma bisogna essere in grado di fare i passi interiori e lasciare la libertà all'altro.

E io non volevo proprio nulla di pericoloso, volevo solo, per un attimo, riposare completamente in lui, e che per un istante un solo respiro attraversasse i nostri corpi. E quando affermo che il mio desiderio sta lentamente maturando verso la realizzazione, so che un giorno anche lui avrà lo stesso mio bisogno, il bisogno che il corpo diventi l'espressione della nostra relazione “spirituale”, e so che noi, in quell'istante, ci ritroveremo.

E anche questo è diventato un Leitmotiv al quale mi aggrappo: voglio stare insieme a lui, quando il corpo è espressione dell'anima e non più soltanto a vantaggio del corpo. Era questa la ragione per cui, quel sabato sera, la sera dell'haute sauterne, ero tanto felice di non essere sola con lui. Si sarebbe buttato su di me, con tutti i sensi “scatenati” da quel vino. E così non lo voglio più. In passato sì. Prima infatti la sensualità aveva un grosso ascendente sulla mia fantasia e io lo volevo solo come amante. Adesso le cose non stanno più così. Sono consapevole di quanto velocemente si raggiungano i confini delle possibilità fisiche; voglio il suo corpo solo se, grazie a quello, noi possiamo esprimere qualcosa della nostra amicizia, altrimenti non lo voglio affatto. Posso dominare il desiderio puramente fisico che resta. Proprio perché ho vissuto già tanto intensamente nel corpo, per molti anni, è già arrivata una grande pace in me, e non ho più la necessità di soddisfare soltanto il corpo a ogni costo: e sono molto grata che le cose siano giunte a questo punto. Lo voglio certamente, ma deve anche esserci armonia tra corpo e anima, su questo non transigo, e cercherò di evitare, con pazienza e circospezione e autocontrollo, quei contatti che non sono così perfetti e armonici come voglio che siano.

Ieri pomeriggio ho pensato improvvisamente: si possono chiedere, agli altri cose che non possono dare? Si può insistere nelle proprie fantasie su quello che un altro dovrebbe essere per noi? Forse gli sto chiedendo qualcosa di impossibile, per lo più inconsciamente, e forse faccio richieste che lui non può soddisfare. Richieste che mi sottraggono forze e offuscano la nostra relazione. Mi ricordo di una nostra conversazione, molto tempo fa, su sensualità e passione. Tu sei entrambe le cose, aveva detto lui, sensuale e passionale. In realtà, io sono solo sensuale, e sono passionale sul piano mentale. E credo che anche lui sia così. La sua mente è costantemente nutrita di passione e di un'ispirazione che può arrivare a farsi ossessione. E dalle sue mani e dalle sue carezze emana una tenerezza che è dell'anima e non del corpo. E ciò che gli rimane da dare, a se stesso e al suo partner, in termini puramente fisici, in godimento puramente sensuale, ebbene, non è certo molto, se paragonato a quello che concede con il cuore, senza riserve, in ogni momento. Ed è proprio su questo che si concentrano le mie richieste e le mie fantasie. Quando ha dato tutta la passione e la tenerezza che possiede, mi presento io con una richiesta puramente fisica, e vorrei che la sua passione spirituale si trasferisse nel suo corpo, e che quel corpo fosse a mia disposizione. E qui cominciano le mie fantasie e con loro anche la mia storia di dolori. Per lui il corpo non è più qualcosa di importante, lo sottomette sempre più, e io invece vorrei che continuasse a trovarlo importante. Perché mai? Per una sorta di paura che la vita mi faccia mancare qualcosa? Non abbiamo più volte parlato del legame che esiste tra sessualità e consapevolezza di sé? O forse non oso ancora lasciar perdere la vecchia, tradizionale valutazione circa il ruolo del corpo nell'amore? E tutto ciò su cui mi sono da tempo accordata con lui, durante lunghe discussioni, e che continuo a prendere in esame nei miei momenti migliori, è riuscito a radicarsi profondamente nel mio senso della vita? Sto arrivando ora al confine di un nuovo processo?

CORPO-ANIMA/MENTE

Mi sento male, è come se avessi un blocco, e anche fisicamente ora mi sento malissimo. Ma non deludere te stessa, Etty, non è davvero il tuo corpo, è la tua piccola anima devastata che ti affligge così.

Mi manca ancora il basso continuo, una corrente sotterranea che fluisca regolarmente; la fonte interiore che mi dà nutrimento si ostina a intasarsi e in più penso ancora troppo. Le mie idee pendono dal mio corpo come vestiti troppo larghi, nei quali devo crescere. Quei vestiti però, al momento, sono ancora troppo larghi. Il mio spirito rincorre la mia intuizione. Questo è ovviamente un bene. Ma proprio per questo motivo, il mio spirito o la mia mente o comunque la si voglia chiamare, a volte deve protendersi all'inverosimile per afferrare ogni sorta di intuizione per il lembo della giacca. Idee vaghe di ogni tipo reclamano ogni tanto un'espressione concreta, ma forse per questa esse non sono ancora mature. Devo continuare ad ascoltare me stessa, ad ascoltarmi dentro; devo mangiare in modo sano e dormire bene per conservare il mio equilibrio, altrimenti tutto somiglierà a un'opera di Dostoevskij. Ma di questi tempi sono altre le cose che contano.

E poi ci sono anche quei brutti momenti in cui il mio cervello lavora troppo, e i pensieri cercano formule concise e onnicomprensive, in risposta ai numerosi conflitti tra corpo e anima, terreno e spirituale, finito e infinito - in breve, la risposta a ogni cosa.

Alcuni hanno un flusso vitale che si impone sul loro debole corpo con maggior forza e tenacia rispetto a quello di altri.

In me le rapide del fiume si trasformano in mal di testa, i mulinelli improvvisi in mal di pancia, ecc.

Pare che io sia in un periodo di grande fioritura, irradio luce in tutte le direzioni, dice S., e lui ne gode insieme con me. Un anno fa ero proprio una moribonda, con le mie sieste di due ore e il mio mezzo chilo di aspirine al mese, era una situazione da far paura. Ormai è “letteratura antica”, mi sembrano così lontani i problemi che avevo allora. Ho dovuto percorrere un cammino faticoso per ritrovare quel gesto intimo verso Dio, la sera alla finestra, per poter dire: ti ringrazio, Signore. Nel mio mondo interiore regnano tranquillità e pace. È stato proprio un cammino faticoso. Ora sembra tutto così semplice e così ovvio. Questa frase mi ha perseguitata per settimane: Bisogna osar dire che si crede. Osar pronunciare il nome di Dio. In questo momento, un po' fiacca e stanca e triste e non del tutto contenta di me stessa, non sento così, ma so che questo sentimento esiste. Stasera non dirò certo niente a Dio, anche se sento il desiderio di quelle pietre fredde, di riflettere, di prendere le cose sul serio. Le cose del corpo. Il mio temperamento va ancora troppo per la sua strada, non è in armonia con l'anima. Credo però di possedere questo desiderio di armonia, anche se dubito sempre più che lo stesso uomo possa andarmi bene, corpo e anima.

Il mio corpo si lascia influenzare moltissimo dalla mente: quanto più fiduciosa ed equilibrata mi sento, tanto più salde sembrano unirsi le cellule del mio corpo per formare una struttura solida. Sì, è vero: in questo momento ho mal di testa e mal di stomaco, ma non me ne lascio dominare più come in passato, adesso mi scivolano addosso, e ciò che avverto è un centro indistruttibile. Ma questo centro rimarrà forte solo con una costante disciplina dell'anima. Quando cedo un po' e comincio a “vivere giorno per giorno” in maniera disordinata, lo sfinimento e il malessere attaccano subito il corpo.

Cerco l'equilibrio tra corpo e anima, sopravvalutando nuovamente il corpo.

Quindi la realizzazione è questa: corpo e anima sono una cosa sola, il corpo non è nient'altro che l'espressione dell'anima, e non si gode del corpo per il proprio personale vantaggio. A volte la distanza tra corpo e anima è molto sottile in noi, almeno così sembra: forse dobbiamo ancora elevarci verso quell'unità?

Stasera le sue parole erano di nuovo una mano calmante sulla mia testa. Ha detto: Non deve dipendere così dal suo corpo. Deve imparare a superare sempre più rapidamente questi stati d'animo. È quello che cerco di fare. Questo in riferimento alla mia pancia, che per alcuni giorni ha messo in scompiglio ogni cosa.

Giorni come questi sono davvero molto difficili. Ma bisogna anche rendersi sempre più indipendenti dal proprio corpo. Eppure il corpo è una nostra parte e - anche nei momenti di malessere - fa sorgere pensieri e percezioni che in ultima istanza ci arricchiscono.

Va spesso così: si scatenano ogni sorta di energie nel tuo corpo, attraverso il tuo sangue, e tu ne sei completamente in balìa, perché infiammano la tua immaginazione con le peggiori immagini e visioni tormentose.

Stamattina mi ha detto: Ha un'aria così sbattuta, di nuovo in crisi? Ma, con tutta la buona volontà del mondo, non riuscirei a pensare ad altro che al mio estremo affaticamento e a un nuovo dolore che affligge il mio corpo. Non è tutto qui, naturalmente. Spesso sono così malconcia in ogni parte del corpo, eppure il mio spirito e il mio umore procedono inalterati per la loro strada, pieni di forza e sicurezza, e in tal caso non sento, neanche per un solo istante, alcuna sproporzione tra contenitore e contenuto. Ma adesso lo avverto quasi a livello fisico: un vecchio involucro consunto, che impregna di sé e inquina il contenuto molto più nobile.

Il giorno ha avuto proprio un bell'inizio stamattina, con un forte mal di testa e la nausea e una sensazione di malessere tanto intensa quanto mai prima d'ora. Ma improvvisamente mi è tornata di nuovo la pazienza. Alcuni giorni fa mi ero lamentata tra me e me: c'è una tale cesura tra la mobilità della mia mente e l'inerzia, la stanchezza del corpo. Ma non si tratta di una vera mobilità produttiva della mente. È tutta inquietudine e impazienza. Si deve poter essere malati e, anche in questo, imparare a esercitare la propria pazienza. Mi è bastato fare appello alla mia pazienza, che all'improvviso ho cominciato a sentirmi meglio e ho potuto persino svolgere le mie lezioni in modo adeguato. Poi, alle dodici e mezzo, sono entrata nella sua cameretta con un grande mazzo di fiordalisi. E tutto andava di nuovo così bene.

Il modo in cui mi sono comportata con me stessa oggi è davvero scandalosamente imprudente. Adesso siedo alla mia scrivania e fisicamente mi sento rotta da tutte le parti e soprattutto nella schiena. Ma la mia mente è ancora così limpida e fresca e, finché continua così, essa trascinerà con sé anche il corpo. Ma sei davvero terribilmente imprudente. E adesso buona notte, e domani dài inizio a una “nuova vita”.

CORPO E MONDO/REALTÀ

E tuttavia risospingo sempre me stessa all'interno della realtà. Mi confronto con tutto ciò che si presenta sul mio sentiero, cosa che a volte mi dà una sensazione di sanguinamento. È proprio come se lasciassi che il corpo si scontrasse violentemente con quanto mi circonda, procurandomi ammaccature e graffi. Ma immagino che debba andare così. A volte ho l'impressione di essere dentro un crogiolo; o nel forno del purgatorio, mentre vengo forgiata in qualcosa. Ma in che cosa? C'è in questo un che di passivo: devo lasciare che mi accada. Ma poi ho anche la sensazione che tutte le domande del nostro secolo in particolare, e dell'umanità in genere, debbano trovare una risposta nella mia piccola testa. E questo è un atteggiamento attivo.

E infine: alla tristezza del mondo non bisognerebbe offrire, di tanto in tanto, un piccolo rifugio? E un bel giorno dirò forse a Ilse Blumenthal: “Sì, la vita è bella, la lodo alla fine di ogni giorno, eppure so che figli di madri, e lei è una madre, sono trucidati nei campi di concentramento. E il dolore di tutto ciò bisogna saperlo sopportare; anche se te ne lasci devastare, dovrai rialzarti un giorno, perché un essere umano è tanto forte, perché il dolore deve diventare una parte di te, una parte del tuo corpo e della tua anima, non devi fuggirlo ma sopportarlo come una persona adulta. Non sfogare i tuoi rancori in un odio che vuole vendetta su tutte le madri tedesche, che adesso, in questo istante, hanno lo stesso tuo dolore da sopportare per i loro figli caduti e massacrati. Devi lasciare a questo dolore tutto lo spazio possibile in te stessa e concedere a esso l'asilo che gli è destinato, e forse, così facendo, il dolore nel mondo diminuirà, se tutti sopportiamo, onestamente e lealmente e in maniera responsabile, ciò che ci viene assegnato. Se invece non dai un opportuno ricovero al dolore, ma concedi maggior spazio all'odio e ai piani di vendetta - da cui nascerà ulteriore dolore per altri -, be', allora il dolore non finirà mai in questo mondo ma crescerà soltanto. Quando avrai concesso al dolore il posto e lo spazio che le sue nobili origini richiedono, allora sì che potrai dire: la vita è tanto bella e ricca. Lo è al punto che potresti credere in Dio.

Il corpo è inadatto a esprimere sentimenti; bisognerebbe essere in grado di riconoscerlo onestamente e vedere che altro ci resta.

È meglio così. Dobbiamo imparare ad affrancarci sempre più dalle necessità fisiche, dobbiamo abituare il nostro corpo a chiederci solo l'indispensabile, soprattutto per quanto riguarda il cibo, perché stiamo andando verso tempi difficili: anzi, ci siamo già. Eppure trovo che stiamo ancora magnificamente bene. Ma è meglio abituarsi a una certa astinenza in periodi di relativa ricchezza, che esservi poi costretti in momenti di reale bisogno: quello che otteniamo spontaneamente da noi stessi ha basi più solide e durature di quello che realizziamo per forza

Spesso, a Westerbork, quando andavo in giro con quei chiassosi, litigiosi, e fin troppo attivi membri del Consiglio Ebraico, mi veniva da pensare: su, lasciatemi essere un pezzetto della vostra anima. Lasciatemi essere la baracca in cui si raccoglie la parte migliore, che esiste sicuramente in ognuno di voi. Io non ho bisogno di fare così tanto, io voglio solo esserci. Lasciatemi essere l'anima in questo corpo. E prima o poi trovavo in ognuno di loro un gesto o uno sguardo più nobile, di cui credo fossero appena coscienti. E me ne sentivo il custode.

Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l'ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati, e da tanto tempo. Lui era il potente tronco attorno al quale le nostre vite femminili si arrampicavano.

CORPO E DIO/SPIRITUALITÀ

Tra la libreria di S., grande e profonda, che si erge come un misterioso tempio di saggezza, e il mio lettino da monaco, c'è giusto lo spazio per potersi ogni tanto inginocchiare. Una cosa che volevo descrivere già da giorni o settimane, ma che per una sorta di timidezza - o forse un falso pudore? - non riuscivo a formulare, è la seguente: talvolta un naturale desiderio di inginocchiarmi attraversa tutto il mio corpo; no, è diverso: è come se il mio corpo fosse fatto per il gesto dell'inginocchiarsi, un movimento che sento nascere a volte nel corpo intero. Ogni tanto, nei momenti di profonda gratitudine, sento un'irresistibile necessità di inginocchiarmi, il capo del tutto chino e le mani sul viso. È un gesto ormai connaturato al mio corpo, e quel gesto a volte vuole essere realizzato. E ricordo: “La ragazza che non sapeva inginocchiarsi” e la ruvida stuoia di cocco del bagno. Eppure, quando annoto queste esperienze, avverto ancora un certo imbarazzo, come se stessi descrivendo la più intima delle cose intime; avverto ancora maggior timidezza e pudore che se dovessi mettere nero su bianco la mia vita amorosa. Del resto, c'è qualcosa di più intimo della relazione tra gli uomini e Dio? Ecco anche il perché di quella specie di disgusto riguardo al recente convegno di Oxford; così esibizionista. Fare l'amore così pubblicamente con Dio. Un tale baccanale, e poi quei devoti piccolo-borghesi e quelle signorine un po' mature alla ricerca di un uomo. No! Mai più una cosa simile. Forse per una volta può andar bene, in quanto novità. E poi sono troppo rispettabili perché qualcuno li guardi come se assistesse a uno spettacolo teatrale.

La seconda avventura è stata di natura più terrena: ero appiattita in un angolo del divano e ascoltavo la musica, quando d'un tratto è accaduto qualcosa al mio corpo, ma non saprei descrivere precisamente che cosa. Il corpo era all'improvviso leggero, senza peso, una piccola cosa che Dio nel suo volo aveva lasciato cadere.

Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro povero corpo. Lo spirito viene dimenticato, s'accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in modo sbagliato, senza dignità e anche senza coscienza storica. Con un vero senso della storia si può anche soccombere. Io non odio nessuno, non sono amareggiata. Una volta che l'amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito. Se sapessero come sento e come penso, molte persone mi considererebbero una pazza che vive fuori dalla realtà. Invece vivo proprio nella realtà che ogni giorno porta con sé. L'uomo occidentale non accetta il “dolore” come parte di questa vita: per questo non riesce mai a cavarne fuori delle forze positive. Bisogna che cerchi quelle due o tre frasi che avevo già trascritto da una lettera di Rathenau. Eccola qui. Ecco cosa mi mancherà: qui basta che allunghi una mano, e subito ritrovo le parole e i frammenti di cui il mio spirito ha bisogno in un determinato momento. Bisogna invece che abbia tutto in me stessa. Si deve anche essere capaci di vivere senza libri e senza niente. Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare, e abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una preghiera.

Del resto, sono nelle mani di Dio. E lo è anche il mio corpo con tutti i suoi piccoli dolori. Quando mi ritroverò a terra distrutta e stordita, bisognerà che in un qualche angolino di me stessa io sappia che mi rialzerò un'altra volta, altrimenti sarò perduta.

Forse è stato tutto un po' troppo, mio Dio. Sono costretta a ricordarmi che un essere umano ha anche un corpo. Avevo creduto che il mio spirito e il mio cuore potessero sopportare tutto da soli. Ma il mio corpo si fa sentire e dice: alt. Ora mi rendo conto di quanto Tu mi abbia dato da sostenere, mio Dio. Tante cose belle e tante cose difficili. E quelle difficili si sono trasformate in belle ogni volta che ero disposta a sopportarle. E certe volte è stato più difficile sopportare le cose belle e grandi che quelle dolorose, perché ne ero come sopraffatta. Pensare che un piccolo cuore umano possa provare così tanto, mio Dio, possa soffrire e amare a tal punto. Ti sono così riconoscente perché hai scelto proprio il mio cuore, di questi tempi, per fargli sopportare tutto quanto. Forse è un bene che mi sia ammalata, non ho ancora accettato questo fatto e mi sento un po' intontita e smarrita e abbandonata; ma sto anche cercando in tutti i modi di mettere insieme un po' di pazienza, sento bene che per una situazione così nuova ci vorrà una pazienza del tutto nuova. Riprenderò la vecchia, collaudata abitudine e di tanto in tanto discorrerò un pochino con me stessa su queste righine blu. Parlerò con Te, mio Dio. Posso? Poiché le persone scompaiono, non mi resta altro che il desiderio di parlare con Te. Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di Te, mio Dio. Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di Te. E cerco di disseppellirTi dal loro cuore, mio Dio. Ma ora avrò bisogno di molta pazienza e riflessione e sarà molto difficile. E dovrò far tutto da sola. La parte migliore e più nobile del mio amico, dell'uomo che Ti ha risvegliato in me, è già presso di Te. È solo più rimasto un vecchio consunto e infantile in quelle due camerette, là dove ho vissuto le gioie più grandi e più profonde della mia vita. Ho sostato accanto al suo letto e mi sono trovata davanti ai Tuoi massimi enigmi, mio Dio. Dammi ancora una vita intera per poter capire tutto quanto.

Ora devo dormire, e lasciar andare tutto. Mi gira tanto la testa. Non c'è niente che funzioni nel mio corpo. Vorrei guarire presto, ma dalle Tue mani accetto tutto come viene, mio Dio. So che è sempre un bene. Ho imparato che un peso può esser convertito in bene, se lo si sa sopportare.

Mio Dio, è un bene che Tu abbia fatto fermare il mio corpo. Devo guarire completamente per fare ciò che devo. Ma forse, anche questa è un'idea convenzionale. Lo spirito non dovrebbe forse continuare a lavorare e a essere creativo anche quando il corpo è malato? E amare e hineinhorchen, “prestare ascolto dentro” di sé, dentro gli altri, all'interno del contesto di questa vita, e dentro Te. Hineinhorchen, vorrei trovare una buona traduzione olandese di questa parola. In fondo, la mia vita è un ininterrotto ascoltar dentro me stessa, gli altri, Dio. E quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio che ascolta dentro di me. La parte più essenziale e profonda di me che presta ascolto alla parte più essenziale e profonda dell'altro. Dio a Dio.

Le Tue lezioni sono dure, mio Dio, lascia che io sia la Tua buona e paziente allieva.

Sento di essere uno dei molti eredi di un grande patrimonio spirituale. Ne sarò la fidata custode. Lo diffonderò al massimo delle mie possibilità. Mi scopro a fare gesti vaghi, fragili e nervosi, sento il corpo così leggero e fluttuante, ma la mia mente è tanto sicura e forte.

Andrò a riordinare la mia scrivania. Devo mantenere un buon ordine anche nelle cose esterne, anzi, proprio nelle cose esterne, altrimenti tutto diventerà insostenibile per me. Se metto qualcosa da qualche parte, un minuto dopo non so dove sia finita, e poi mi costa troppo tempo ritrovarla, e quel tempo potrebbe essere dedicato a cose migliori. Farò del mio meglio e riordinerò subito la mia scrivania.

Sono disposta a rimanere tranquillamente coricata per qualche giorno, ma allora voglio essere un'unica, grande preghiera. Un'unica, grande pace. Devo portare nuovamente la mia pace con me. “La paziente deve fare vita tranquilla”. Pensa Tu alla mia pace, mio Dio, dovunque mi troverò. Potrebbe essere che non la sento più perché sto per compiere dei passi sbagliati? Forse - non so. Sono una persona così socievole, mio Dio, non ho mai saputo quanto. Voglio stare fra gli uomini, fra le loro paure, voglio vedere tutto da me e capirlo e raccontarlo più tardi. Ma vorrei tanto star bene. In questi giorni mi preoccupo troppo per la mia salute e questo è naturalmente sbagliato. Fa' che in me ci sia la stessa, grande immobilità che c'era nella Tua alba grigia. Fa' che la mia giornata sia qualcosa di più che le semplici preoccupazioni per il corpo.