Non per pietà

L'effettiva integrazione degli immigrati nella Chiesa
è ancora da costruire

Maurizio Ambrosini


Molti immigrati trovano nelle appartenenze, aggregazioni e pratiche religiose un punto di riferimento importante nella loro esperienza d'insediamento in terra straniera, mentre sul versante delle società riceventi, le religioni dei migranti sono invece perlopiù viste come un simbolo visibile di alterità e distanza culturale, soprattutto in un'Europa secolarizzata.
All'interno stesso delle religioni storiche, l'accoglienza degli immigrati mette in moto dinamiche variegate. Aspetti come la solidarietà verso lo straniero, il dialogo interreligioso, l'apertura verso i correligionari di origine straniera, si traducono in un panorama di comportamenti diversificati. Tra gerarchie ecclesiastiche, personale religioso, minoranze impegnate e semplici fedeli, il tema dell'immigrazione suscita passioni e divisioni.
In Italia come in altri paesi, Stati Uniti in testa, la Chiesa cattolica è molto attiva nel produrre servizi alle persone, attività di tutela, rappresentanza politica agli immigrati stranieri. Offre spesso spazi e possibilità d'incontro alle comunità degli immigrati cattolici e ai loro ministri di culto. Appare invece meno propositiva nei confronti dell'inclusione degli immigrati nelle proprie strutture e nella pastorale ordinaria. Né gli immigrati cattolici appaiono molto rivendicativi in proposito.
Gli immigrati cattolici religiosamente impegnati conducono perlopiù una vita ecclesiale separata a livello parrocchiale, ritrovandosi in alcune chiese che offrono loro spazi e possibilità di organizzarsi in modo autonomo. Della loro tradizione religiosa riproducono devozioni, momenti rituali, feste religiose, a volte anche processioni che si estendono negli spazi pubblici: rendono locale la pluriformità del cattolicesimo globale contemporaneo. Sono invece finora sostanzialmente esclusi dalle istituzioni di livello intermedio, come i consigli pastorali parrocchiali e diocesani, oltre che dai grandi eventi nazionali della Chiesa cattolica italiana.
In questo panorama, la diocesi di Milano ha introdotto un segno di novità, avviando con mons. Mario Delpini un «Sinodo minore» dedicato alla «Chiesa dalle genti», ossia alla presenza dei fedeli di origine immigrata e si può immaginare ne possano scaturire novità interessanti.
Il documento preparatorio fatica però a conciliare un linguaggio simpatetico e generoso con un'analisi obiettiva della situazione e dei suoi nodi problematici. Si ricorre molto, per esempio, al concetto di «meticciato», caro al card. A. Scola. Il meticciato assunto seriamente dovrebbe comportare però non solo una mescolanza fisica e spaziale, un convergere negli stessi luoghi, ma uno scambio che produca nuove sintesi culturali.

Accoglienza non è mescolanza

Non si vedono invece segni tangibili di come la Chiesa milanese, la sua prassi pastorale, la sua liturgia, la sua catechesi, la sua elaborazione teologica siano cambiate per effetto dell'incontro con gli immigrati e dell'influenza di questi. Nel testo si propongono esempi, come la partecipazione di ragazzi immigrati agli oratori o ai doposcuola: si confonde però l'accoglienza e il sostegno con la mescolanza effettiva, che dovrebbe comportare una trasformazione visibile delle parti coinvolte, compresa la componente maggioritaria.
Il documento inoltre accenna solo in un paio di punti a quella che appare una questione sostanziale: quali siano le modalità di partecipazione religiosa degli immigrati cattolici, e come interagiscano con la Chiesa locale. Schematizzando, si può affermare che in gran parte dei casi la situazione oscilla tra due poli: gli immigrati partecipano passivamente alle liturgie domenicali ordinarie, oppure si organizzano in esperienze ecclesiali loro proprie: cappellanie, comunità o altre.
Così hanno fatto del resto storicamente gli emigranti italiani o di altri paesi cattolici all'estero. In queste esperienze gli immigrati possono ritrovarsi, parlare la propria lingua, rivitalizzare devozioni e tradizioni, trasmettere ai figli qualcosa del proprio patrimonio culturale. Possono inoltre esercitare ruoli attivi, di leadership, che nella società esterna difficilmente ottengono.
Ne scaturisce logicamente una domanda: che cosa si può fare per integrarli maggiormente nella Chiesa locale? La ricorrente esortazione a partecipare insieme agli altri non ha di solito molto successo, almeno con le prime generazioni. Sarebbe più realistico forse stabilire alcune modalità, appuntamenti, attività, in cui la Chiesa locale «italiana» e quelle «immigrate» possano veramente incontrarsi.
Con la necessaria gradualità e una visione orientata ai tempi lunghi, la direttrice dell'integrazione reciproca andrebbe perseguita non solo sul piano retorico ma con gesti emblematici e iniziative concrete.
Una questione collegata, e ormai matura, riguarda gli spazi di protagonismo che gli immigrati possono conseguire nella Chiesa cattolica. La festa delle genti celebrata una volta all'anno in molte diocesi, qualche cena parrocchiale e altre simili iniziative sono encomiabili, ma sembra giunto il tempo di guardare oltre. Nei consigli pastorali, nelle associazioni laicali, nelle attività parrocchiali non si vedono molte persone immigrate. Qualcuno qua e là comincia ad affacciarsi nel volontariato, ma siamo ancora alle testimonianze individuali.
La percezione di distanza sociale prevale sulla comunanza di fede. I migranti di fatto non vengono riconosciuti come portatori di adeguate competenze per essere inclusi negli organismi di partecipazione alla vita ecclesiale. Le loro devozioni, feste, processioni e forme cultuali vengono tollerate ma raramente integrate nella vita pastorale delle comunità autoctone. Sempre più spesso nelle chiese si trovano immagini sacre «importate» dagli immigrati, ma queste piccole innovazioni estetiche non incidono sull'immaginario religioso dei fedeli italiani.
Anche i numerosi preti, religiosi e religiose stranieri, provenienti principalmente dal sud del mondo, sono sempre più richiesti per compensare la riduzione e l'invecchiamento del personale ecclesiastico, ma raramente occupano posizioni di rilievo negli organismi diocesani, nella stampa cattolica, nei convegni di un certo rilievo.

Una barriera di cristallo

C'è un ultimo problema, che si potrebbe definire di «psicologia della solidarietà»: i cattolici italiani per discendenza aiutano in tanti modi gli immigrati, ma non si mescolano molto con loro. La modalità principale d'incontro personale rimane quella delle famiglie che assumono collaboratrici domestiche o assistenti familiari per gli anziani.
Gli immigrati per i cattolici italiani rischiano di confondersi con lo zelante personale domestico oppure con la categoria dei bisognosi. AI di là delle buone intenzioni e della tanta generosità, un rapporto del genere produce distanza sociale, una sorta di barriera di cristallo.
Ci si deve chiedere quanto e come aiutare gli immigrati in stato di necessità impatti sul costruire esperienze di Chiesa con gli immigrati.
L'identificazione degli immigrati con i bisognosi è un'importante risorsa motivazionale per le donazioni e per il coinvolgimento dei volontari. Comporta però un problema: non pochi volontari adottano una visione e un linguaggio miserabilista quando parlano degli immigrati. Inconsapevolmente, animati da buone intenzioni, scavano un solco tra se stessi, italiani socialmente integrati, perlopiù di classe media, e i beneficiari del loro aiuto, stranieri socialmente marginali e bisognosi di soccorso.
Da una parte stanno coloro che aiutano, dall'altra gli immigrati poveri. Da una parte coloro che hanno competenze e risorse, dall'altra coloro che non le hanno. Da una parte gli integrati, dall'altra i marginali. Da una parte i cattolici nazionali, dall'altra i fedeli immigrati.
Il Sinodo milanese è in corso, un'ampia consultazione della base cattolica è stata lanciata, e i documenti finali potranno suggerire delle risposte ai problemi qui sollevati. Occorre però un'adeguata consapevolezza che la «cittadinanza ecclesiale» degli immigrati di origine straniera in Italia resta ancora largamente da costruire.

(Il Regno Attualità - 10/2018, pp. 263-264)